Natura 

Paesaggi della viticoltura contadina in Piemonte

Il cambiamento dell'ambiente rurale che ci circonda tra innovazione e ritorno al passato

Paesaggio con vigneto contadino di montagna, Colfacero, Gravere (foto © Anna Rinaldi).

Bianca Seardo
Bianca Seardo

Canavesana per nascita e poi per scelta, è dottore di ricerca in pianificazione territoriale e sviluppo locale. Cerca spunti di resilienza nel mondo di ieri ed è affascinata dai paesaggi rurali tradizionali come esiti della coevoluzione fra uomo e ambiente. Oggi vive fra vigneti storici di versante, dove coltiva uva e sogni, fa compagnia alle sue pecore e va alla ricerca di erbe selvatiche. Gestisce il Centro studi e ricerche per i paesaggi del vino di montagna, a Settimo Vittone.

I paesaggi della viticoltura contadina oggi sono sparsi, frammentati, confusi nelle maglie dell’urbanizzazione, a volte invisibili solo perché non riusciamo più a distinguerne i segni. Sono un patrimonio vivente perché non rappresentano solo un pezzo della nostra storia, ma anche un serbatoio di tecniche e conoscenze per un futuro concretamente più resiliente e sostenibile.

Sono paesaggi che attraversiamo tutti i giorni o quasi, di cui forse non ci domandiamo neppure l’origine. Alberi isolati nelle campagne che non sembrano avere un perché, versanti montani coperti da una fitta trama di pergolati pensili, pesche succulente che hanno perduto il proprio nome, palizzate di legni tesi verso il cielo a cui si sostengono possenti tronchi di vite: sono indizi che vanno ricuciti in una narrazione spesso interrotta.

Le forme del paesaggio vanno interrogate: scopriremmo persone, gesti, racconti, motivi, valori. Viaggeremo per il Piemonte, ma spesso partiremo dal Canavese: dove scrivo, coltivo e cammino fra antiche vigne.

Un salice isolato nella campagna di Montaldo Dora può raccontare qualcosa sul passato viticolo della zona (foto © Matteo Piretto).

È uscito il nuovo numero di Rivista Savej!

Un percorso tra parole e immagini sui sentieri della memoria: dal centenario di Beppe Fenoglio alle stragi naziste dimenticate, dai passeur contrabbandieri tra Francia e Italia alla toponomastica dei monti piemontesi. Rivista Savej 8 è in tutte le edicole del Piemonte, oppure in vendita su questo sito!

Paesaggi a due velocità: le Langhe e...

I paesaggi piemontesi del vino oggi sono lo specchio di storie che intraprendono un viaggio a due velocità differenti a partire da metà Ottocento. Nel 1850 la nomina di Camillo Benso a Ministro dell’Agricoltura del Regno di Sardegna, con Carlo Alberto, agevola la strada alle pulsioni progressiste accese nella regione. In campo vitivinicolo, il vigneto piemontese va incontro a un epocale rinnovamento: nelle campagne i contratti mezzadrili lasciano il posto all’affittanza imprenditrice, primo segno di un’agricoltura capitalistica. La riforma generale delle tariffe doganali del commercio con l’estero sottrae il Piemonte a una economia principalmente volta all’autoconsumo, proiettandolo all’esportazione: si passa da 7.900 bottiglie esportate negli anni Quaranta a 200.000 nel 1860 (Bolloli, 2004).

Ma c’è di più. Sotto Camillo si afferma l’enologia moderna: in vigna si sperimentano nuove modalità di conduzione e propagazione delle viti, analisi chimiche dei terreni e studio delle concimazioni sono all’ordine del giorno, si introducono nuovi vitigni; in cantina la rivoluzione passa, fra le altre cose, dalla pulizia delle botti, alla pratica dei travasi, all’introduzione della bottiglia (la prima annata imbottigliata nella tenuta di Grinzane del Conte Cavour è del 1843). Il vino acquista qualità, può essere degustato anche dopo anni e commercializzato quindi su lunghe distanze.

Camillo Benso di Cavour nel 1850 circa, periodo in cui diventò Ministro dell'Agricoltura.

Il cuore territoriale del rinnovamento sono Langhe, Roero e Monferrato che da quel momento si ritagliano una posizione dominante nel settore fino a diventare l’attuale motore dell’economia viticola piemontese e fulcro mondiale del turismo del vino, ruolo sancito dall’ascrizione alla Lista mondiale del Patrimonio dell’Umanità nel 2014. Dall’Ottocento a oggi, insieme alle modalità produttive, anche il paesaggio viticolo si trasforma all’insegna della specializzazione colturale: la viticoltura contadina diviene impresa, il vigneto si meccanizza e surclassa le altre colture, prende forma quel paesaggio “di colline ricoperte di vigneti a perdita d’occhio” conosciuto in tutto il mondo (UNESCO WHL, 2014).

Non si deve pensare tuttavia a un cambiamento repentino, bensì a un processo non lineare con resistenze e arresti, anche dovuti alla diffusione delle devastanti fitopatie (oidio, peronospora, fillossera) in un arco temporale piuttosto lungo a partire da metà Ottocento che causa la perdita ingente di vigneti, ma che gioca anche una spinta al rinnovo: sebbene ancora nel 1909 il vigneto in coltura promiscua rappresenti oltre il 50% della produzione viticola italiana (Zattini, 1921), la corsa alla modernizzazione è ormai innescata e darà ben presto i frutti oggi sotto gli occhi – e il palato – dei winelovers del mondo.

Paesaggio vitivinicolo della zona di Nizza Monferrato, riconosciuto patrimonio Unesco (© Paesaggi Vitivinicoli di Langhe Roero e Monferrato).

...le vallate alpine

Cosa accade allontanandosi dall’epicentro della rivoluzione enologica risorgimentale? Valle di Susa, valli pinerolesi, colline novaresi, valli del Canavese e anfiteatro morenico di Ivrea, alta Langa, valli ossolane... Nelle vallate alpine la viticoltura persiste, ma dall’Ottocento in poi cause diverse la portano via via a frammentarsi e spesso a scomparire o permanere in piccole isole di resistenza: la difficoltà ad adeguarsi alle innovazioni risorgimentali (per i costi di gestione intrinsecamente più alti a causa della distanza dai centri urbani e dell’acclività dei terreni), l’addensamento nelle aree a maggiore “vocazione vitivinicola”, ma anche le dinamiche di spopolamento dopo i conflitti mondiali, il modificarsi dell’economia vinicola nel contesto del mercato globale. In queste zone sempre più marginali, i vigneti sono integrati in un sistema di economia contadina che si viene a sfaldare: famiglie intere si spostano a valle in cerca di nuove occupazioni, il bosco riprende il sopravvento su ciglioni e terrazzamenti fino ad allora coltivati (Seardo et al., 2021).

Nel 1990 le province di Torino, Novara e Vercelli registrano il più alto calo di superficie vitata e di aziende, mentre si consolida il nucleo della viticoltura “vitale” fra Alba, il Roero e il Monferrato (IRES, 1992). Alle soglie del terzo millennio, in queste aree sussiste tuttavia una viticoltura perpetuata per una pluralità di ragioni: attaccamento culturale e affettivo nutrono il motore di micro-imprese, piccole attività di integrazione al reddito e hobbistiche. È proprio in queste aree che i vigneti “resistenti” esprimono una forte identità legata al sapere contadino: conoscenze, manualità e pratiche tradizionali altrove cancellate. E alcuni segni di ripresa si fanno forti di una storia di lunga durata, forse solo momentaneamente adombrata. Ecco, a noi interessa mettere “al centro” questi paesaggi di margine e le pratiche contadine che tutt’oggi li producono.

Nel 1980 l’immagine impiegata per pubblicizzare vini e vigneti del Piemonte evoca ancora il mondo contadino.

Viticoltori sì, ma contadini

Jean Giono, di cui non dimentichiamo le origini piemontesi (il nonno paterno era originario della Valchiusella), scrisse che i contadini sono

i padroni assoluti della loro vita – e che – il più grande nemico del contadino è il denaro. Esso solo può interporsi in quel legame diretto terra-corpo che è il senso della classe contadina.
(Giono, 1938)

Nella visione di Giono, il contadino vive di ciò che esso stesso produce, avendo pertanto la possibilità concreta di svincolarsi dalle moderne concezioni di produttività ed efficienza che non rispondono alle più naturali misure umane e del singolo individuo: misura del tempo, misura delle risorse a disposizione e così via.

Voi non fate altro che fare voi stessi; siete i diretti fabbricanti della vostra vita. Fate germogliare il frumento e lo mangiate; curate la vigna e bevete il vino... Nessuna delle vostre ambizioni è, in partenza, diretta verso una ricchezza metallica... ogni vostra ambizione desidera semplicemente l’abbondanza di una ricchezza commestibile... nel momento in cui la proprietà si dismisura, perde le sue qualità naturali, perde le sue qualità contadine.

Forse i contadini a cui Giono indirizzava queste parole a tratti utopiche (all’approssimarsi del secondo conflitto mondiale) non esistono più, quanto meno come classe sociale. Tuttavia, in un sistema agricolo certamente più complesso e oramai anch’esso “di mercato”, sforziamoci di cogliere oggi nel paesaggio la resistenza, se non di contadini tout court, quanto meno di pratiche contadine rinnovate qua e là con saggezza e passione.

Ritratto di Jean Giono del 1937 del pittore francese Eugène Martel.

Il lungo coadattamento fra uomo e salici

La viticoltura contadina piemontese è sinonimo di diversità bio-culturale. Nel suo paesaggio, infatti, la vite non è l’unica specie arborea esistente: essa si accompagna quasi sempre ad altri alberi da frutto, ma soprattutto al salice. Quante volte, passeggiando per le nostre campagne, abbiamo osservato una sequenza di salici marcare la presenza di altrimenti impercettibili rivi o ci siamo imbattuti in alberelli isolati i cui rami presentavano chimeriche impalcature?

I salici punteggiano il brumoso paesaggio invernale piemontese rompendone la grigia monotonia cromatica con macchie di colore “calde”, che vanno dal marrone acceso, al senape, al dorato, all’arancione. Questi alberi appartengono per lo più alle specie Salix alba var. vitellina e Salix viminalis; lasciamo invece lussureggiare nei giardini i Salix babylonica, o salici piangenti ornamentali. Il salice intreccia la propria storia a quella della vite da lunghi millenni; anche Virgilio sottolineava l’utilità di questa pianta in vigna:

Altri appuntano pali o forche bicorni/preparano i salici d’Ameria a regger le viti
(Virgilio, Georgiche I:264, I secolo a.C.)
Getti dorati prima della capitozzatura del salice. Il tronco cavo è prezioso per la fauna selvatica (Torredaniele, Settimo Vittone).

Sebbene oggi la legatura avvenga per lo più con legatrici a batteria elettrica che rilasciano un filo di ferro avvolto da carta o plastica, la pratica millenaria di virgiliana memoria è conservata in diverse aree del Piemonte contadino; i giovani getti del salice sono usati per “legare la vigna” poiché forniscono rami flessibili e resistenti che, una volta potati dalla pianta madre, sono utilizzati per assicurare i tralci della vite ai propri sostegni. Dopo la potatura invernale, la vite deve essere ben indirizzata per la stagione vegetativa, affinché distribuisca con uniformità i grappoli e sia preservata dai danni delle correnti d’aria.

Per la legatura sono utili i rami o vimini di un anno; la potatura del salice avviene quindi asportando tutti i giovani getti alla base dei rami principali, di modo che quelli nuovi, l’anno successivo, crescano a corona attorno alla base del ramo così “capitozzato”. Avviciniamoci a questi alberi, osserviamo come connotano il paesaggio: alcuni hanno uno sviluppo apparentemente selvatico e i getti giovani sono asportati da piccole ceppaie sparse qua e là sui rami, a differenti altezze. Spesso, quando non più capitozzati, proseguono la propria vita in solitaria, raggiungendo in alcuni casi dimensioni notevoli, come il salice bianco sulla riva del Rio Riddone a Piobesi d’Alba, divenuto da poco albero monumentale del Piemonte con i suoi 4,2 metri di circonferenza.

Filare di salici potati a candelabro, al bordo di un campo (Montestrutto, Settimo Vittone).

Altri salici hanno una forma “a candelabro”: il tronco tenuto basso, due vecchie branche laterali perfettamente in linea su cui, a distanze regolari, ceppi di giovani rami schizzano esuberanti verso il cielo, come tante fiammelle di candele. Altri salici ancora presentano i rami più vecchi governati ad anello, così i virgulti si svilupperanno da esso tutt’intorno; nell’alessandrino l’anello è portato alto sulla pianta a formare una “gabbia” che il viticoltore deve scalare per potare. Ognuna di queste forme racconta, con la sua particolare estetica, una storia di simbiosi uomo-pianta affinata nei secoli.

Salice potato a “gabbia” bassa. Dai rami governati ad anello nasceranno i nuovi virgulti da legatura (Palazzo C.se).

Guré e anramé

Per il viticoltore, il reperimento dei salici per la legatura delle viti consiste in una fase di lavoro notevole, che potrebbe essere sottovalutata dai non addetti ai lavori: la raccolta delle fronde da terra o con scale per i salici più alti (tradizione vuole che si attendano i giorni del segno dei pesci, in luna crescente, per effettuare l’operazione), il trasporto in cascina o direttamente in vigna, la mondatura delle fronde a colpi di cesoie per ricavare vimini lisci – raccolti in mazzi in base alla dimensione – la conservazione in grandi recipienti colmi d’acqua. Una curiosità: in area canavesana, i salici sono detti sales, ma i rami asportati dagli alberi si chiamano gure, probabilmente dal verbo gurè (mondare).

Legatura con gura (foto © Lorenzo Attardo).

Recandosi in vigna per legare, il viticoltore porta con sé mazzi delle diverse misure, assicurati in vita o tenuti fra le ginocchia. In Canavese, i tralci di vite sono legati con le gure, mentre per le rifiniture e i tralci più sottili, si usano i gurìn; i guràs, spessi e legnosi, sono impiegati a sostituire i tiranti e stabilizzare i tronchi delle viti. Oltre a individuare i punti giusti dei tralci dove effettuare la legatura (lasciando liberi i germogli, piegando dolcemente i tralci), il viticoltore sa effettuare il giusto movimento per fissare il salice alla vite: non si tratta di un vero e proprio nodo, bensì di un particolare modo di avvolgere l’estremità del salice su se stessa in modo che possa essere salda e fissa per tutta la stagione a venire. Questa chiusura presenta diverse variabili locali, le più conosciute sono quella “annodata” e quella “a battere”; l’uso dell’una o dell’altra dipende dall’abitudine del viticoltore, ma anche dalla specifica condizione richiesta di volta in volta dal tralcio. E così si procede, nodo dopo nodo, ad un ritmo di circa venti-trenta nodi per pianta di vite (su pergola)! Immaginiamo, adesso, quale meticolosa trama si venga a creare nel paesaggio, dalla successione ordinata delle annodature con le estremità chiuse “a battere”, tutte nello stesso verso. Infine, rami interi di salice, non ripuliti né selezionati, si utilizzano anche per anramé: assicurando il ramo di salice accanto al piccolo fusto di vite, si offre a quest’ultimo supporto per la crescita e riparo dalle folate di vento.

Un paesaggio “ricamato”, quello della meticolosa legatura seriale con chiusura a battere a sinistra e “anramatura” a destra.

Un albergo per insetti

Il viticoltore contadino, impiegando i salici per legare la propria vigna, conserva allo stesso tempo un emblema del paesaggio piemontese: il filare alberato nei campi, la cui funzione da epoca romana è associata anche alla regolazione dei rapporti di proprietà delle terre (Larcher et al., 2012). La legatura della vite con i salici è una pratica tradizionale sostenibile in termini ambientali, perché i prodotti di scarto provenienti dalla legatura sono massa biodegradabile, al contrario di fili di plastica o simili. Molte cantine delle zone vinicole più blasonate in Italia e all’estero vantano oggi il ritorno all’impiego di materiali tradizionali come questo e proprio in Piemonte, a Villafranca, si rinnova una salicicoltura che rifornisce numerose aziende viticole che non riescono a provvedere interamente al proprio fabbisogno.

Il viticoltore contadino cura anche, forse inconsapevolmente, un tassello importante per l’ecosistema: foglie, linfa, vecchi tronchi cavi di salice costituiscono un vero e proprio albergo per la fauna, dando sostentamento a piccoli roditori, farfalle, insetti, anche a rischio estinzione, come il raro coleottero eremita (Osmoderma eremita) che soffre della scomparsa di vecchi alberi senescenti su tutto il territorio europeo. Infine, l’uso dei salici presuppone anche la presenza di un altro elemento caratteristico dei nostri paesaggi rurali, quali fontanili e abbeveratoi, in cui per tutto l’inverno i salici sono tenuti a mollo in attesa di essere usati, mantenendo la preziosissima flessibilità.

Fasci di salice ancora da disgurè (mondare) attendono in ammollo in un abbeveratoio (Figliei, Settimo Vittone).

※ ※ ※

Bibliografia

  • Bolloli C. M., Camillo Benso conte di Cavour, Ministro dell’Agricoltura, in Mainardi G. (a cura di), Il vino piemontese nell’Ottocento, Atti dei Convegno storici OICCE 2002-2003-2004, Alessandria, Edizioni Dell’Orso, 2004.
  • Giono J., Lettre aux paysans sur la pauvreté et la paix, Éditions Bernard Grasser, 1938.
  • IRES, La viticoltura piemontese tra declino e rinnovamento, la sfida degli anni ‘90, Torino, Rosemberg&Sellier, 1992.
  • Larcher F., Gullino P., Fornaris A., I filari arborati in Piemonte e nelle “Terre dei Savoia” dalle origini a oggi, in Natoli C. (a cura di), L’identità di un territorio. Interpretare il paesaggio per un progetto di valorizzazione, Savigliano, L’Artistica Editrice, 2012.
  • Seardo B.M., Bonavero F., I paesaggi viticoli alpini: tra abbandono, conservazione e recupero, Atti della XXII Conferenza Nazionale SIU, Downscaling, rightsizing. Contrazione demografica e riorganizzazione spaziale. Torino, 17-18 giugno 2021, Vol. 7.
  • UNESCO World Heritage List, The vineyard Landscape of Piedmont: Langhe-Roero and Monferrato, Nomination text, 2014.
  • Zattini G., La produzione dell’uva e del vino in Italia in base alla statistica del dodicennio 1909-1920, Ministero per l'agricoltura. Direzione generale dell'agricoltura. Ufficio di statistica agraria, Roma, Tipografia Ludovico Cecchini, 1921.
※ ※ ※

Questo contenuto è riservato agli iscritti a Rivista Savej on line!

Rivista Savej on line è un progetto della Fondazione Culturale Piemontese Enrico Eandi per la diffusione della cultura e della storia piemontesi.

Se non l’hai ancora fatto, iscriviti ora: la registrazione è completamente gratuita e ti consentirà di accedere a tutti i contenuti del sito.

Non ti chiederemo soldi, ma solo un indirizzo di posta elettronica. Vogliamo costruire una comunità di lettori che abbiano a cuore i temi del Piemonte e della cultura piemontese, e l’e-mail è un buon mezzo per tenerci in contatto. Non ti preoccupare: non ne abuseremo nè la cederemo a terzi.

Registrati

Sei già registrato? Accedi!

Rivista Savej è un progetto di Edizioni Savej, casa editrice della Fondazione Enrico Eandi.
Pubblicazione registrata al tribunale di Torino.
Direttore responsabile: Lidia Brero Eandi.
P.IVA 10168490018