Arte 

Pietro Canonica, quando il marmo prende vita

L'artista di Torino che incantò la corte degli Zar

Pietro Canonica nel suo studio, fotografia di Mario Nunes Vais antecedente il 1932.

Laureata in Scienze dei beni culturali, è una guida turistica non convenzionale, nota come La Civetta di Torino specializzata nella valorizzazione storico-artistica della città da un punto di vista insolito tombe, cimiteri, cripte e non solo.

Un uomo e una donna, inginocchiati sull’orlo di un precipizio, sono disperatamente avvinghiati tra loro. Le dita di uno affondano come artigli nelle carni dell’altro, quasi alla ricerca di una fusione dei corpi. I capelli sono scarmigliati e scomposte le vesti. È un abbraccio passionale, e terribile al tempo stesso, che non lascia spazio nemmeno al respiro. I volti sono vicini, guancia contro guancia, e gli sguardi atterriti sono rivolti nella stessa direzione, verso un vuoto che sembra attrarre la coppia per risucchiarla nell’abisso. Sono tormentati questi due amanti. Ma pur consapevoli della loro perdizione, sanno che la salvezza risiede nell’essere uniti, malgrado tutto.

È visitando le sale della Fortezzuola, un edificio nascosto tra gli altissimi pini marittimi del parco di Villa Borghese a Roma, che si possono incontrare questi due innamorati. I loro corpi, però, non sono fatti di carne e ossa, bensì di marmo. L’Abisso è, infatti, un gruppo scultoreo realizzato nei primi del Novecento da Pietro Canonica. L’artista sviluppò il tema dell’amore impossibile tra i danteschi Paolo e Francesca, raccontando “il vero nella forma più pura, concentrando in essa il massimo del sentimento”, come disse lui stesso nel 1908 a proposito del fine della sua arte.

Come mai questa struggente opera dello scultore piemontese si trova nella villa romana? Partiamo dal principio.

L'Abisso, Pietro Canonica, 1909. © Sovraintendenza di Roma Capitale — Foto in Comune.

Questo articolo, con ulteriori approfondimenti, è presente anche nel numero 7 cartaceo di Rivista Savej.

 

Natura e musica

Pietro Luigi Canonica nacque il 1° marzo 1869 a Moncalieri, alle porte di Torino. Il padre Giulio Cesare, quarantadue anni, era un impiegato della Sezione Movimento delle ferrovie e morì che Pietro era ancora piccolo. La madre, Luigia Pedemonti (o Piedemonti), era una casalinga di ventotto anni con all’attivo già sei figli. La numerosa famiglia abitava nel centro storico di Moncalieri, in via Real Collegio, in tre stanze al primo piano di una vecchia casa gentilizia. Poco tempo dopo la nascita di Pietro, i Canonica si trasferirono a Torino, in corso Vittorio Emanuele II, in un’abitazione vicina al parco del Valentino. Pietro era un bambino vivace come tanti suoi coetanei. Da quando a sette anni rimase impressionato dalla vista dell’immensità del mare, mostrò sempre una grande sensibilità nei confronti delle bellezze della natura. Amava ornare il terrazzino di casa con vasi di fiori acquistati a Porta Palazzo con la madre.

Nella contemplazione della meravigliosa bellezza del creato ho trovato la gioia e la consolazione più completa, tale da farmi obliare qualunque dolore, qualunque disinganno.

Pietro amava anche la musica. In vecchiaia gli piaceva ricordare come da ragazzo, con i suoi amici per la strada o mentre lavorava in bottega, fosse solito canticchiare romanze popolari e patriottiche come La Stella d’Italia o Addio, mia bella, addio. La passione musicale lo travolse quando ebbe l’occasione di assistere a teatro alla rappresentazione del Lohengrin di Richard Wagner. Da quel momento in poi la musica continuò ad avere nella sua vita un’importanza di poco inferiore alla scultura. Vi si dedicò seriamente dai quarant’anni componendo al suo pianoforte Érard varie liriche, quattro melodrammi (La sposa di Corinto, Miranda, Enrico di Mirval e Medea), il dramma lirico Sacra Terra e il poemetto sinfonico Impressioni. Anche la letteratura faceva parte delle sue passioni. Tra i suoi autori favoriti figuravano Shakespeare, Dante e i tragici greci.

Pietro Canonica fotografato da Mario Nunes Vais. Fotografia antecedente il 1932.

Far "parlare" il marmo

Fu dopo la terza elementare che il piccolo Pietro iniziò a manifestare interesse nei confronti dell’arte. Gran parte del suo tempo lo passava a osservare stupito il lavoro dello scultore Gerosa, un modesto allievo di Vincenzo Vela che aveva la bottega vicino a casa Canonica, e dei suoi collaboratori. Il bambino maturò così il sogno di diventare scultore e “di far dire al marmo ciò che io volevo”.

Un giorno, mentre spiava il lavoro da dietro una porta, fu invitato a entrare nel laboratorio. Gli fu domandato se volesse imparare il mestiere e, data la reazione entusiasta, fu messo subito ad affilare gli strumenti.

Quei sedici soldi della prima settimana di lavoro che io corsi a portare a mia madre, ancora tutto sporco di polvere di gesso e di marmo, valgono per me più di tutti i guadagni della mia vita.

Nel 1880, a 11 anni, incoraggiato dai colleghi, si recò all’Accademia Albertina di Belle Arti, riuscendo a farsi ammettere nonostante la giovane età e vincendo le ritrosie della madre, che non voleva che il figlio prendesse l’incerta strada dell’artista. Ma quella strada ormai era stata già segnata dal destino. È facile immaginare Pietro, mentre con il cuore in gola varca per la prima volta il portone di quella storica istituzione, dove altri grandi artisti prima di lui si erano formati. Per non gravare sulla famiglia, si manteneva da solo agli studi continuando a lavorare. Si racconta che, in un giorno d’inverno, la madre scoppiò in pianto incontrando il suo figliolo che trascinava faticosamente nella neve un carretto carico di marmo. La donna comprese che la passione di quel figlio non era solo un capriccio e che la sua perseveranza lo avrebbe condotto lontano.

Lo studio di Pietro Canonica al Museo Pietro Canonica a Villa Borghese, Roma.

Il filone religioso e funerario

Finiti i tre anni di disegno con il pittore torinese Enrico Gamba, Pietro passò al corso di scultura del verista Odoardo Tabacchi. Ottenne con facilità ottimi risultati, data la sua esperienza pregressa in bottega, tanto che il suo maestro gli propose di andare a lavorare nel suo atelier. Fu grazie a lui che realizzò la sua prima opera nel 1884: la serie di dieci piccoli angeli per il mausoleo della famiglia Sineo nel Cimitero Generale della città, oggi purtroppo quasi tutti mancanti della testa. Nel corso della carriera Canonica non abbandonò mai il genere funerario, con il quale ottenne numerosi incarichi: soltanto per il camposanto torinese realizzò oltre trenta opere.

Nel 1885 il giovane Pietro riuscì anche ad affittare per dieci lire al mese il suo primo studio, un locale al fondo di via Madama Cristina, dove ricevette la commissione di quattro statue per la chiesa di San Lorenzo a Villanova Mondovì (CN). Inaugurò così il filone religioso della sua produzione, che lo portò a realizzare opere come il Cristo flagellato e il Cristo deposto, o come il Cristo crocifisso eseguito per la chiesa del Sacro Cuore di Maria a Torino, che Ugo Ojetti definì “una pietra miliare per la scultura italiana”, ma che andò distrutto dai bombardamenti.

In ordine: tomba famiglia Valente, tomba Kuster e tomba Gianotti. Fotografia di Roberto Cortese, 2018, AFC Torino.

Un successo internazionale

I primi riconoscimenti pubblici del suo talento arrivarono ad appena diciassette anni con la partecipazione alle mostre allestite presso il Circolo degli Artisti e alla Promotrice di Belle Arti di Torino. Nel 1886, la statuina in bronzo raffigurante il personaggio biblico della spigolatrice Ruth ottenne molti elogi e fu acquistata dal re Umberto I. Posò per questa scultura l’amore di gioventù di Pietro, Caterinuccia, che lavorava all’Accademia Albertina come modella. La ragazza posò anche per La Monachina. Dopo il voto, raffigurante una giovane suora dall’espressione mesta, opera bronzea esposta nel 1887 e acquistata dal Comune di Torino per il Museo Civico. Oltre alle rassegne locali, Canonica cominciò a esporre anche all’estero: nel 1893 la copia in marmo della Monachina fu presentata al Salon di Parigi, fruttando allo scultore la medaglia d’oro. Da allora in poi iniziò a cadere sull’artista una pioggia di richieste per statue, ritratti, monumenti funebri e commemorativi dagli ambienti privati, borghesi e aristocratici, e pubblici, italiani ed esteri.

L'opera in bronzo "La Monachina. Dopo il voto" del 1887. Foto di Sailko (CC BY-SA 4.0).

In una fotografia del 1894, a venticinque anni, Pietro Canonica appariva come un vero dandy impegnato a fare strage di cuori femminili: in una posa informale, il volto appoggiato alla mano, lo sguardo intenso e i baffi impomatati, vestito con eleganza e pettinato con cura,

bellissimo nel nitido profilo di medaglia antica, fiero e gentile nel tratto, nato signore malgrado la modesta origine.
Marziano Bernardi

Fu in questo periodo che conobbe la sua prima moglie, Olga Sormani. Sorella di un amico dello scultore, Enrico, veniva descritta come “un animo nobile, una mente eletta con modi di gentildonna”. Tra loro nacque dapprima una grande amicizia, che si trasformò in un profondo affetto. Il 30 novembre 1895 i due convolarono a nozze a Torino. Il matrimonio civile si celebrò al municipio, quello religioso in collina, nella cappella di Villa Sormani, “fra un’intimità raccolta, resa ancora più soave dalle tenere note di un violino e di un violoncello”. E poi via, per il viaggio di nozze. Olga Sormani morì il 7 gennaio 1932 e fu sepolta nella tomba della sua famiglia al Cimitero Monumentale di Torino, accanto alla suocera Luigia (morta nel 1926). Una tomba vegliata da un’opera del marito, il Cristo alla colonna, e da un medaglione raffigurante i profili di Olga, Pietro e Luigia che guardano nella stessa direzione.

Plasmare i ritratti dell'alta società

Intanto, lo studio di Canonica si stabilì in piazza Vittorio Emanuele I (oggi Vittorio Veneto) 23. Il successo e i riconoscimenti, ma anche la piena consapevolezza della padronanza assoluta del mestiere, fecero diventare l’artista molto sicuro di sé, tanto da arrivare ad aff ermare: “Dopo Vincenzo Vela nessun italiano ha saputo scolpire come me un drappeggio nel marmo”. Il suo stile, però, non incontrava un apprezzamento unanime. Gli veniva spesso rimproverato il suo disinteresse nei riguardi dei filoni artistici contemporanei e di essere troppo antiquato e lezioso, legato a un gusto convenzionale e conservatore, che compiaceva il grande pubblico. Nonostante ciò, il suo scalpello era ampiamente richiesto per dare al marmo le fattezze dei volti più noti dell’alta società dell’epoca. Questi venivano spesso impreziositi dal posizionamento sopra ad un piedistallo classico, “con lo scopo di proiettarne l’immagine in un’aura di mito e di esaltazione, togliendola dal tempo storico (Canavesio)”: da Donna Franca Florio alla diva Lyda Borelli alla principessa Emily Doria Pamphilj; dai reali inglesi (Edoardo VII e la regina Alessandra) a quelli russi (la serie dei ritratti dei Romanov, andati distrutti durante la rivoluzione) fino al presidente turco Mustafa Kemal Atatürk, senza tralasciare i reali italiani.

Ritratto di donna Franca Florio, Museo Canonica, Roma. Foto di Lalupa (CC BY-SA 4.0).

Nel 1898 gli fu commissionato il busto della madre della regina Margherita, la duchessa di Genova Elisabetta di Sassonia. I due erano spiriti affini e si legarono molto. Canonica iniziò a frequentare regolarmente Stresa, dove la duchessa risiedeva. In ricordo di quell’amicizia, nel 1953, lo scultore donò un nucleo di gessi e marmi alla città, oggi conservati nella Sala Pietro Canonica del palazzo municipale. Risale invece al 1915 l’intenso ritratto della principessa Maria Clotilde di Savoia in preghiera, ubicato nella collegiata di Santa Maria della Scala a Moncalieri.

A chi gli chiedeva come riuscisse a mettere in posa e a ridurre alla pazienza tutte queste personalità, lui rispondeva che il suo segreto era la rapidità:

Afferrare in due o tre sedute i segni di un uomo, quelli indelebili, che rompono la corteccia del volto dal di dentro come piccole eruzioni d’anima; insinuare con un sol colpo di pollice la grazia essenziale, la linea adorabile tra le mille molli linee di un viso di donna.
Monumento alla Duchessa di Sassonia presente a Stresa.

Il periodo russo

Ormai famoso, nel 1892—1893 Pietro Canonica diventò membro della Commissione Reale per il monumento a Vittorio Emanuele II a Roma, il celebre Vittoriano, per cui realizzò nel 1908 la grande statua del Tirreno. L’impegno nella statuaria pubblica portò le sue opere ben oltre i confini piemontesi e italiani. Invitato in Russia nel 1908 dal granduca Vladìmir Aleksàndrovi Romanov, Presidente dell’Accademia Russa di Belle Arti, e sostenuto dal magnate Max Neuscheller, lo scultore fu introdotto nell’ambiente di corte e presentato allo zar Nicola II. Oltre alla serie dei busti Romanov, Canonica ricevette le commissioni per i monumenti al granduca Nikolaj Nikolaevi e allo zar Alessandro II, tutte opere travolte dagli sconvolgimenti della rivoluzione bolscevica. Un monumento collocato a Torino, però, testimonia uno stretto rapporto con l’avventura russa del Canonica. Si tratta del monumento equestre ai Cavalieri d’Italia, ubicato in piazza Castello e realizzato nel 1923. Il cavallo, replica di quello andato distrutto del monumento a Nikolaj Nikolaevic, ritrae il destriero di razza Orlòv che lo zar regalò all’artista affinché avesse un degno modello per l’esecuzione dell’opera. Inoltre, i due altorilievi La Pace vola sul campo di battaglia e Tolstoj alla pastura, pensati per il monumento ad Alessandro II, sono stati collocati con qualche modifica rispettivamente nella Galleria degli ex voto al Santuario della Consolata e sul monumento ai caduti nel cimitero di Cereseto (AL).

Pietro Canonica insieme al generale Dmitry Skalon a San Pietroburgo per l'inaugurazione al monumento di Alessandro II di Russia.

Il trasferimento a Roma

Membro del Consiglio Superiore di Belle Arti, nel 1910 Canonica ottenne la cattedra di scultura all’Accademia di Belle Arti di Venezia, seguita poi da quella romana, e nel 1911 progettò e fece costruire la sua abitazione nel Sestiere di Castello sulla Riva dei Sette Martiri, in prossimità dei giardini della Biennale. Nel 1932 la bella palazzina neorinascimentale fu donata dallo scultore al Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e oggi ospita l’Archivio di Studi Adriatici dello stesso istituto. Accademico d’Italia nel 1929 e di San Luca nel 1930, Canonica ottenne anche la prestigiosa nomina di Senatore a vita, conferitagli nel 1950 dal Presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Nel 1922, chiamato a insegnare all’Accademia, si trasferì a Roma. Il Comune gli concesse in uso dapprima un’abitazione sul Palatino e, dal 1926, la Fortezzuola, a patto che lo scultore si occupasse del restauro dell’edificio e con la promessa del lascito della raccolta delle sue opere. Qui, immerso nel verde e nella tranquillità, senza figli né problemi economici, Canonica visse dal 1927 al 1959 dedicandosi al lavoro, alla pittura e alla musica, alternando soggiorni nella sua villa-studio a Vetralla (VT).

Pietro Canonica si spense a Roma nella notte dell’8 giugno 1959, vegliato dalla seconda moglie Maria Assunta Riggio, sposata il 31 marzo 1954 quando lo scultore aveva già ottantacinque anni. Poco prima di morire, l’artista ricevette la benedizione dal segretario del papa, dopo la quale pronunciò le sue ultime parole: “È una cosa divina”. La camera ardente fu allestita nella galleria centrale della Fortezzuola. I funerali di Stato si svolsero l’11 giugno alla presenza di molte autorità convenute nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli. Gli ambienti della Fortezzuola furono aperti al pubblico poco dopo la morte dell’artista.

La grande statua del Tirreno, realizzata per il celebre Vittoriano a Roma, 1908.

Il Museo Canonica a Villa Borghese

Visitando oggi il Museo Canonica di Roma troviamo al primo piano le stanze private della casa dell’artista, rese accessibili nel 1988, mentre al piano terra è il luminoso atelier. In questa stanza tutto è rimasto cristallizzato al 1959. Il tavolino da lavoro con gli strumenti ancora sporchi di gesso; gli oggetti, testimoni silenziosi della vita dello scultore, ovattati dalla luce del sole che filtra dagli enormi finestroni… sembra che Canonica si sia assentato solo un attimo per ritornare da un momento all’altro a riprendere la sua opera. Oltre all’atelier, al pianterreno si trovano le sale espositive in cui si possono ammirare le opere del lascito dello scultore. Tra queste spiccano proprio loro: i due innamorati immortalati nell’Abisso, che con il loro potere magnetico catalizzano gli sguardi di tutti i visitatori.

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Bibliografia

  • Arnoldi F. N. e Caraci M., CANONICA, Pietro, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 18, 1975.
  • Bernardelli F., Artisti al lavoro: Pietro Canonica, in La Stampa, 2 marzo 1927, p. 3.
  • Bernardi M., La scultura di Pietro Canonica nitida tra antico e moderno, in La Stampa, martedì 9 giugno 1959, p. 3.
  • Canavesio W., Pietro Canonica scultore senza tempo, in Studi Piemontesi, vol. 2, 2019, pp. 481—494.
  • Panzetta A., CANONICA, Pietro, in Nuovo dizionario degli scultori italiani dell’Ottocento e del primo Novecento. A—L, AdArte, vol. 1, Torino, 2003, p. 297.
  • Rupignié G., Pietro Canonica alla Corte degli Zar, in La Stampa Sera, 9—10 giugno 1959, p. 5.
  • Talalay M. G., Pietro Canonica, lo scultore prediletto dell’ultimo zar, in Studi Piemontesi, vol. 1, 2004, pp. 93—101.
  • Nozze Canonica-Sormani, in La Stampa — Gazzetta Piemontese, lunedì 2 dicembre 1895, p. 2.
  • Moncalieri rivendica i natali di Canonica, in La Stampa Sera, 9—10 giugno 1959, p. 2.SITOGRAFIAwww.archiviolastampa.itwww.museocanonica.it
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