Saluzzo, la bella ai piedi del Monviso

Dalla novella boccaccesca di Griselda a Silvio Pellico, la storia della città citata da Chaucer

Laureato in lingue all’Università di Torino, ha una passione per tutto ciò che è cultura, arte, storia e scienza. Al fascino e alla curiosità per tutti i paesi vicini e lontani, e in particolare per quelli di lingua tedesca, unisce l’interesse ai ben più vicini angoli del natio cuneese.

Nella parte occidentale dell’Italia, che rimane giù alle falde del freddo Monviso, si estende una rigogliosa e fertile pianura, dove si scorgono molte città e molte torri, fondate in tempi antichissimi dai nostri padri, e donde si giungono molte altre dilettevoli vedute; Saluzzo è il nome di questa nobile terra.

Così uno dei massimi autori inglesi, Geoffrey Chaucer, introduce il racconto del chierico di Oxford, una delle molte novelle che compongono gli incompiuti Racconti di Canterbury. Ai lettori inglesi del medioevo veniva presentata così l’ambientazione della storia, il marchesato di Saluzzo, un luogo lontano eppure familiare al lettore colto, come Chaucer. È la storia di Griselda, sfortunata consorte del marchese Gualtieri. Quest’ultimo, dopo essere stato invitato dai suoi sudditi a prendere moglie, decide di sposare Griselda, figlia di un poverissimo contadino.

La ragazza deve ben presto fare i conti con il comportamento eccentrico e bizzoso del marchese, che la sottopone a crudeli e umilianti “prove” per saggiarne la fedeltà. Dopo averle tolto la figlia e il figlio, Griselda viene ripudiata con una finta bolla papale e il marito la costringe prima a tornare alla casa paterna spogliata delle sue ricche vesti, poi la mortifica facendola lavorare per la preparazione dell’imminente finto matrimonio del marchese con una nuova sposa. Infine Gualtieri rivela a Griselda che dietro il suo comportamento c’era la volontà di conoscere il carattere della donna e che quella che dovrebbe essere la sua nuova moglie non è altro che la loro figlia oramai cresciuta. Ora che la famiglia è riunita di nuovo, la novella può terminare con un finale felice, anche se è l’autore stesso alla fine, ad avvertire le lettrici di fare “come l’eco, che ha sempre la risposta pronta; guardate di non essere vittime della vostra innocenza, e sappiate farvi valere con energia.”

Matrimonio di Griselda, illustrazione di Mary Eliza Haweis, tratta da Chaucer for Children (1882).

È uscito il nuovo numero di Rivista Savej!

Un percorso tra parole e immagini sui sentieri della memoria: dal centenario di Beppe Fenoglio alle stragi naziste dimenticate, dai passeur contrabbandieri tra Francia e Italia alla toponomastica dei monti piemontesi. Rivista Savej 8 è in tutte le edicole del Piemonte, oppure in vendita su questo sito!

Non solo Chaucer

L’ambientazione italiana della novella non è così sorprendente: Chaucer stesso aveva viaggiato in Italia nel 1377 per conto del re d’Inghilterra, toccando Genova, Firenze, forse Padova, e ancora Milano in un nuovo viaggio cinque anni più tardi, ma non sembra abbia mai visitato la città del Cuneese. Ed è lo stesso Chaucer a citare la sua fonte d’ispirazione: si tratta di Petrarca e della sua traduzione latina del decimo racconto del decimo giorno del Decameron, De Insigni Obedientia et Fide Uxoris, ad Johannem Bocacium de Certaldo in cui si racconta, esattamente come nella versione di Chaucer, di Griselda, del suo difficile marito e della loro patria, Saluzzo. Petrarca aveva infatti amato talmente tanto la novella boccaccesca da decidere di tradurla in latino. Pur essendo identica a quella dell’autore inglese, la versione di Boccaccio omette tutta la descrizione introduttiva dell’ambientazione, segno che il marchesato doveva essere sufficientemente noto agli italiani del Trecento. Petrarca invece, e in questo è seguito da Chaucer, dedica la parte iniziale della novella a descrivere il Monviso, il Po, la Pianura Padana e infine il Saluzzese. Petrarca dà tale importanza alla descrizione da far scrivere al filologo cuneese Cesare Segre che

Francesco Petrarca, grande viaggiatore che spesso si recava in Francia, non solo conosceva per fama, ma deve essere passato da Saluzzo. Tra l'altro aveva una passione, inconsueta al suo tempo, per la montagna; chissà che non abbia fatto qualche camminata su per i nostri monti...
Segre C., Tommaso di Saluzzo e Griselda, 1995.

Boccaccio (a sinistra) e Petrarca (a destra) in due incisioni di Raffaello Morghen del 1822.

Ma Chaucer non fu l’unico autore a far conoscere la storia di Griselda in Europa e a rendere immortale Saluzzo e la sua terra: la novella, soprattutto grazie alla versione latina, si diffuse in innumerevoli paesi europei, sempre seguita da traduzioni nella lingua natia. Uno studioso tedesco ha addirittura inserito la novella di Griselda tra i “best-seller internazionali di Petrarca” (Alfred Karnein).

Tra i Savoia e il regno di Francia

Il paese di Griselda e Gualtieri è arroccato su una collina che domina la pianura circostante, coperta di vasti frutteti di mele, pesche, kiwi e la collina stessa è a sua volta dominata dal profilo del vigiu, il Monviso, ben visibile da quasi tutta la provincia e non solo, ma che soprattutto qui fa sentire la sua presenza. Proprio qui, del resto, fecero sosta Quintino Sella, il ministro alpinista, e la sua comitiva prima della loro ascesa della montagna nel 1863. E, come si vedrà in seguito, per alcuni secoli la montagna giocò un ruolo persino più importante per la città. Soprattutto nelle vie storiche sulla collina, Saluzzo ha conservato la sua antica atmosfera medievale: non è difficile immaginare Griselda che mestamente torna alla casa paterna mentre si passeggia nei pressi della Castiglia, l’austero palazzo che guarda il resto della città dall’alto in basso, simbolo del potere dell’antico marchesato.

Saluzzo, salita al castello. Foto di Luca.barone1979 - (CC BY-SA 4.0)

Per poco più di quattro secoli, Saluzzo e il territorio circostante, incluse le città di Racconigi e Carmagnola, dove aveva sede la zecca, fu indipendente, per quanto la pressione dei due potentissimi vicini, il ducato di Savoia da un lato e il regno di Francia dall’altro, si facesse sentire tramite alleanze, invasioni e assedi. Fu proprio la difficile convivenza e la rivalità con i due paesi a causare la disgregazione del marchesato che, dopo essere stato annesso alla Francia nel 1549, finì a ingrossare il territorio degli antichi nemici, i Savoia, nel 1601. Il capostipite nella linea dei marchesi di Saluzzo fu Manfredo I di Vasto: dopo una spartizione con i fratelli dei territori lasciati alla morte del padre ottenne il possesso del saluzzese nel 1142. Rispetto ai numerosi fratelli, sette in tutto, il primogenito Manfredo fu abile a mantenere il potere sul territorio senza doverlo dividere in eredità a una prole eccessiva e, a partire dal suo unico figlio, Manfredo II, i membri della famiglia assunsero il titolo di marchesi di Saluzzo. L’oculata politica dei marchesi, che dovevano districarsi in una difficile rete di alleanze e inimicizie con le città e i regni vicini, portò a un aumento sempre maggiore dell’influenza e delle dimensioni del loro territorio, che dalla fine del Duecento al 1306 incluse anche Cuneo.

Lo sviluppo del marchesato ebbe una battuta d’arresto nel Trecento, a causa delle lotte scoppiate tra i due pretendenti al trono, Federico e Manfredi, figli del marchese Manfredi IV. E ai danni alla città stessa di Saluzzo, sconvolta dai saccheggi e dagli attacchi degli uomini dei due fratelli, si aggiunse la perdita della fedeltà di diverse famiglie nobili piemontesi che preferirono legarsi ai Savoia in ascesa.

Una delle vie del centro storico di Saluzzo. Foto di photobeppus - CC BY-SA 2.0

Il contributo di un Chevalier Errant

Dal 1396 al 1416 fu marchese Tommaso III, uno dei membri più curiosi della famiglia. Più che come marchese, egli decise infatti di farsi ricordare come letterato: mentre era alla corte di Francia si dedicò alla stesura del Chevalier Errant, opera che racconta del viaggio allegorico di un cavaliere, figura dietro cui si cela il marchese stesso, e che risente fortemente dello spirito della letteratura francese del tempo. Soprattutto, dimostra la curiosa commistione tra realtà e leggenda che già allora aleggiava sul marchesato. Nel corso della storia il marchese non resiste a non citare la sua supposta antenata, “Griseldis, marquise de Saluces, la cui vicenda egli rinarra, riprendendola da una versione francese. La storia fa nuovamente e inaspettatamente capolino più avanti, quando un valletto chiede conto al cavaliere del duro comportamento di Gualtieri verso la moglie. Il cavaliere risponde narrando un’altra storia, che vede per protagonista Guglielmo, inesistente marchese di Saluzzo suo antenato. Dopo aver combattuto per il re di Russia, Guglielmo ne sposa la figlia, ma una brutta sorpresa lo attende al loro arrivo in Italia: la donna, incinta ma non del marchese, dà alla luce un figlio. Dopo alcuni anni la coppia ha un secondo figlio, stavolta legittimo, ma la madre muore durante il parto. Quando anche Guglielmo passa a miglior vita, inizia una lotta tra i due figli per il governo del marchesato. Per risolvere la questione, una commissione delle università di Bologna, Orleans e Parigi decide di procedere in maniera molto particolare; come scrive Marco Piccat:

Venne allora dissepolto il cadavere di Guglielmo e, mentre il sangue del primo dei figli sembrò essere rifiutato dall'osso del braccio paterno, quello del secondo vi si unì immediatamente.

Il secondo figlio diviene così il giusto e legittimo marchese di Saluzzo. Tommaso e il suo personaggio non sembrano quindi deplorare più di tanto le azioni del marchese letterario, tanto più che Tommaso stesso sapeva in che condizioni versasse la sua terra a causa di insolute questioni di successione.

Miniatura tratta dal Maestro der Cité des Dames, conservata nella Biblioteca Nazionale di Parigi, che raffigura un episodio dello Chevalier Errant di Tommaso III.

Il primo traforo alpino è al Monviso

A risollevare il marchesato furono proprio i discendenti di Tommaso, e cento anni prima del declino, Saluzzo visse il suo periodo di massimo splendore. Fu il periodo dei marchesi Ludovico I e II, alleato dei Savoia il primo, filofrancese il suo successore, che alla città ai piedi del “freddo Monviso” diedero un nuovo, splendido volto, facendo costruire la torre civica, eretta nel 1460, il chiostro della chiesa di San Giovanni, dall’alto campanile aguzzo, e il grande duomo cittadino, di poco più recente.

Lo sforzo più grande compiuto dal marchesato in questo periodo non è però visibile in città, ma si trova tra i monti che troneggiano su di essa. Si tratta del cosiddetto "Buco del Viso", conosciuto in francese come Pertuis du Viso, ma il nome non deve trarre in inganno: non si tratta di un semplice buco o pertugio, ma di una galleria scavata nella roccia delle Alpi atta a collegare il versante italiano con quello francese. Si trova a 2.882 metri d’altitudine, a Crissolo, alle pendici del monte Granero, facente parte del gruppo del Monviso, e sbuca a Ristolas, comune nella regione della Provenza-Alpi-Costa Azzurra. Realizzato in due soli anni, dal 1479 al 1481, è il primo traforo alpino mai realizzato, un record reso ancora più notevole dalle condizioni proibitive e dalle tecniche primitive con cui venne scavato.

I lavori dovevano ovviamente essere svolti nei pochi mesi in cui la zona non era coperta dalla neve, e in assenza di esplosivi o di qualsivoglia tecnologia moderna ci si fece strada nella roccia col ferro, col fuoco e, si può immaginare, con una certa dose di fatica. Per prima cosa, si dava fuoco a cataste di legna poste sulla roccia, che veniva scalfitta e screpolata dal calore. Dopodiché si provvedeva a smembrarla con getti d’acqua fredda e infine si usavano picconi e pali da infilare nelle fessure formatesi per disgregare la roccia. Una sequenza che doveva essere ripetuta innumerevoli volte e che, stando all’ingegnere francese Ernest Chabrand, risaliva a tecniche usate già dagli antichi Egizi, ancora adoperate a metà Ottocento in alcune miniere d’argento in Francia.

Ingresso del Buco di Viso (parte italiana).

L’opera, che consentiva di evitare i valichi alpini, fu voluta da Ludovico II in funzione filofrancese e anti savoiarda: con il “buco” a fare da collegamento tra il marchesato e la Francia, lo scambio di merci tra i due paesi aumentò enormemente. Molto importante per Saluzzo era il sale proveniente dalla Francia, al punto che in un solo anno transitarono nella galleria ventimila sacchi della preziosa sostanza. Il primo traforo alpino della storia non godette però degli onori che avrebbe meritato, e la fine del marchesato fu anche la sua di fine. I Savoia, anche a causa delle tensioni e delle contrapposizioni con la Francia, lo fecero chiudere, e a nulla valsero i tentativi e gli appelli della popolazione locale per rimetterlo in uso. Si dovette attendere il 1907 e l’interessamento di Giolitti per assistere alla riapertura del traforo tra grandi celebrazioni, come scrive Chabrand, e ulteriori nuovi lavori per garantirne di nuovo la transitabilità si ebbero nel 1998. Il "Buco del Viso" è oggi aperto e percorribile da chiunque, sia dal versante italiano che da quello francese, nella bella stagione.

Mappa del tunnel.

Dopo il marchesato

Poco più di cento anni dopo l’apertura del Buco del Viso, il marchesato di Saluzzo ebbe termine. Il fascino per quell’epoca però continuò, come dimostra per esempio un quadro di Carlo Pittara, tra i più importanti pittori piemontesi dell’Ottocento. Il quadro in questione è Fiera di Saluzzo (secolo XVII), realizzato nel 1880. Si tratta di un’opera molto grande, essendo lunga più di otto metri, e rappresenta per l’appunto una fiera di animali appena fuori Saluzzo. In ottemperanza alle tendenze di pittore animalier di Pittara, i tantissimi animali, bestiame, pecore, capre, cavalli, sono rappresentati in primo piano e con grande perizia, mentre quasi tutti i personaggi umani in costume sono in secondo piano, con l’eccezione, tra gli altri, di un cavaliere dal vestito nero che pare uscito dalla Ronda di notte di Rembrandt. Un ruolo altrettanto importante è costituito dallo sfondo, cioè la città di Saluzzo, riconoscibilissima dai suoi edifici simbolo, la Castiglia sulla collina, la torre civica e il campanile della chiesa di San Giovanni, e sulla destra il duomo, con il Monviso innevato a dominare tutta la composizione. La scelta di rappresentare una scena del diciassettesimo secolo a Saluzzo, come recita il titolo, tradisce senz’altro l’interesse del pittore per l’antico marchesato.

Se dalla Castiglia si discende dalla collina, passando per le numerose strette viuzze che la sera, appena illuminate dalla luce fioca dei lampioni o da quella ben più viva dei numerosi bar, assumono un’aria misteriosa ma romantica, ci si imbatte in una casetta dagli archi in mattoni, incassata su un lato della strada. Due targhe bianche ricordano che quella è la casa natale di Silvio Pellico, museo dal 2011. Quasi come se si percorresse uno strato geologico all’inverso, più si scende e più ci si allontana dal marchesato e dai suoi tempi, dalle “antiche ed amate mura” cantate da Pellico stesso, per raggiungere la modernità. Anche senza i suoi nobili, del resto, alla città non sono mai mancate figure di rilievo, a cominciare da Pellico stesso fino all’instancabile “Ercole fanciullo”, come lo chiamava Baretti, l’erudito Carlo Denina.

Ma torniamo per un attimo a Griselda e a Gualtieri. Viene lecito domandarsi se siano mai esistiti, o se siano stati il semplice frutto della fantasia di Boccaccio. La risposta la si conosce da secoli, gli storici non lasciano scampo: della variegata stirpe che ha inizio con Manfredi, non si trovano né la paziente Griselda né il crudele Gualtieri. La loro inesistenza non è però stata un ostacolo per la diffusione della loro storia, esportata dappertutto in Europa e nel mondo, e ben più dei personaggi reali come il letterato Tommaso o l’abile Ludovico II, hanno contribuito a far conoscere e amare questo piccolo lembo di Piemonte ai lettori di ogni secolo.

※ ※ ※

Bibliografia

  • Baretti G., La Frusta Letteraria, vol. I, Milano, Istituto editoriale italiano, 1910.

  • Boccaccio G., Decameron, Milano, Newton Compton, 1995.

  • Chabrand E., Le Pertuis du Viso, Grenoble, Xavier Drevet, 1910.

  • Chaucer G., I Racconti di Canterbury, Milano, Bur Rizzoli, 2018.

  • Karnein A., Petrarca in Deutschland. Zur Rezeption seiner lateinischen Werke im 15. und 16. Jahrhundert, in Idee, Gestalt, Geschichte, 1988.

  • Landini P., Brizio, A. M. e altri, Saluzzo, Enciclopedia Italiana, 1936.

  • Piccat M., Griselda di Saluzzo tra Dante e Petrarca: dal 'silenzio' alla 'celebrazione', in Francesco Petrarca - l'opera latina: tradizione e fortuna, Chianciano-Pienza 19-22 luglio 2004.

  • Rosso P., Iter germanicum di una leggenda. Forme e ambiti di ricezione della Griselda petrarchesca in Germania, in Griselda. Metamorfosi di un mito nella storia europea, a cura di Comba R. e Piccat M., Cuneo, Società per gli Studi Storici, Archeologici ed Artistici della provincia di Cuneo, 2011.

  • Segre C., Tommaso di Saluzzo e Griselda, in Saluzzese medievale e moderno. Dimensioni storico-artistiche di una terra di confine, in Bollettino della Società per gli Studi Storici Archeologici ed Artistici della Provincia di Cuneo, 113 (1995), pp. 121-132, citato in Piccat M., Griselda di Saluzzo tra Dante e Petrarca: dal 'silenzio' alla 'celebrazione', Francesco Petrarca L'Opera Latina: Tradizione e Fortuna, 2005.

  • Villa R., Griselda sulla Senna, Belfagor, vol. 58, n. 6, Verona, Casa Editrice Leo S. Olschki s.r.l., 2003.

※ ※ ※

Questo contenuto è riservato agli iscritti a Rivista Savej on line!

Rivista Savej on line è un progetto della Fondazione Culturale Piemontese Enrico Eandi per la diffusione della cultura e della storia piemontesi.

Se non l’hai ancora fatto, iscriviti ora: la registrazione è completamente gratuita e ti consentirà di accedere a tutti i contenuti del sito.

Non ti chiederemo soldi, ma solo un indirizzo di posta elettronica. Vogliamo costruire una comunità di lettori che abbiano a cuore i temi del Piemonte e della cultura piemontese, e l’e-mail è un buon mezzo per tenerci in contatto. Non ti preoccupare: non ne abuseremo nè la cederemo a terzi.

Registrati

Sei già registrato? Accedi!

Leggi gli altri articoli della serie!

Storia

Identità e memoria

Scrittori e poeti

Parole d'autur

Rivista Savej è un progetto di Edizioni Savej, casa editrice della Fondazione Enrico Eandi.
Pubblicazione registrata al tribunale di Torino.
Direttore responsabile: Lidia Brero Eandi.
P.IVA 10168490018