Studiare il delitto, Cesare Lombroso

Teorie, riconoscimenti e contraddizioni del padre della antropologia criminale

Cesare Lombroso, 1900 circa.

Carlo Bovolo
Carlo Bovolo

Storico, docente a contratto all’Università di Torino, si divide tra collaborazioni editoriali, progettazione culturale e ricerca storica. Proprio la passione per la storia l’ha portato in giro per l’Italia e l’Europa per biblioteche, archivi e musei, sulle tracce di eroi risorgimentali, gesuiti intransigenti, esploratori salgariani, tenaci scienziati. Collezionista di anticaglie, lettore onnivoro, viaggiatore insaziabile di luoghi, esperienze, cibi (e vini).

Due alte torri rendono inconfondibile il profilo del Palazzo degli Istituti Anatomici. Due torri che sono in realtà camini di aspirazione progettati per l’areazione delle sale settorie e dei laboratori di un edificio destinato all’insegnamento dell’anatomia umana per generazioni di medici. Costruito a fine Ottocento insieme ai palazzi vicini per creare un’ideale città universitaria della scienza nella zona meridionale di Torino lungo il Po, lo stabile ospita oggi il progetto Museo dell’Uomo, che comprende, tra gli altri, il Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso” dell’Università di Torino, che proprio lì aveva avuto la sua sede tra il 1898 e il 1948.

Riallestito secondo i canoni di un moderno museo storico scientifico, l’attuale esposizione, inaugurata nel 2009 in occasione del centenario della morte di Cesare Lombroso (psichiatra e antropologo criminale che spirò a Torino il 19 ottobre 1909), espone i materiali e i documenti di studio e di ricerca dello scienziato. Attraverso i reperti custoditi si può ricostruire tanto la sua vita, le sue teorie, i suoi errori, quanto immergersi nell’età del positivismo, uno sguardo su quella seconda metà dell’Ottocento devota al mito del progresso, teatro di grandi conquiste ed entusiasmanti scoperte, ma anche di profondi limiti e complesse contraddizioni.

Palazzo degli Istituti Anatomici. Fotografia Studio fotografico Gonella. © Museo di Anatomia Umana Luigi Rolando

Una generazione risorgimentale

Dinnanzi alla marea del delitto che monta e monta sempre, e minaccia sommergerci e insieme infamarci, senza che alcuno pensi ad opporvi le dighe, a me parve, che un uomo onesto, il quale aveva per molti anni studiato il delitto come psichiatra, se non come statista, non doveva tacere.

Con queste parole Cesare Lombroso illustrava nel 1879 il suo intento: cercare di comprendere qualcosa in più sui criminali ma anche sui malati mentali e, più in generale, sulla devianza.

Cesare Lombroso nacque il 6 novembre 1835 a Verona, al tempo città dell’austriaco regno Lombardo-Veneto, da una famiglia di origine ebraica. Nel 1858 si laureò in medicina a Pavia, l’università più prestigiosa nell’Italia preunitaria soprattutto in ambito scientifico, con una tesi sul cretinismo. Nel frattempo, l’anno successivo scoppiò la Seconda guerra d’indipendenza tra il Regno di Sardegna cavouriano e l’impero asburgico: neolaureato, Lombroso si arruolò come medico militare volontario nell’esercito piemontese, divisa che, una volta fatta l’Italia, vestì di nuovo nella lotta contro il brigantaggio e nella Terza guerra d’indipendenza nel 1866. Con questa scelta il giovane medico segnò di appartenere a una generazione risorgimentale, che partecipò con passione politica ed entusiasmo giovanile all’epopea dell’unificazione italiana. Questa generazione, fatta di medici, scienziati, avvocati, giornalisti, letterati, intellettuali, dopo aver dato un piccolo contributo in gioventù all’unità nazionale, una volta fatta l’Italia, tentò di costruire un’Italia nuova, uno stato e una società moderni, attraverso scienza, ragione, conoscenza. Da scienziato positivista, anche Lombroso condivideva questo fine: usare la scienza per migliorare la società.

Cavalleggeri del Reggimento Piemonte Reale fotografati nel febbraio 1859.

La nascita di una nuova scienza

Chi è il criminale? Chi è il deviante? Da dove origina un comportamento criminale o deviante? Quale è la differenza tra una persona considerata normale e un criminale? A queste domande Lombroso tentò di dare risposte scientifiche e razionali, attraverso il metodo scientifico positivo, basato su misurazione e statistica. Proprio l’interesse medico e scientifico verso le varie forme di devianza, maturato già durante gli anni universitari, lo portò a specializzarsi in medicina legale e psichiatria e a fondare una nuova scienza, l’antropologia criminale. Componevano la nuova disciplina nozioni ed elementi della medicina, dell’anatomia umana e comparata, dell’antropologia fisica, ma anche di pseudoscienze, come la fisiognomica e la frenologia, incentrate sull’idea che a determinate caratteristiche fisiche e anatomiche (ad esempio, nei tratti del volto o nella forma del cranio) dovessero necessariamente corrispondere caratteristiche psicologiche e morali. Sull’onda di questa convinzione, oggi ritenuta un pregiudizio scientifico, il medico veronese intendeva dunque individuare le caratteristiche fisiche che contraddistinguevano i criminali.

Esempi di fisiognomica di criminali, secondo Lombroso: Rivoluzionari e criminali politici, mattoidi e folli.

Iniziò così a raccogliere i materiali di studio che costituiscono oggi buona parte delle collezioni del museo: ritratti e fotografie di criminali, calchi in gesso e maschere mortuarie in cera di detenuti periti in carcere, centinaia di crani, corpi di reato (tra cui numerose armi bianche, da pugnali a rasoi, e ancora grimaldelli, chiavi false, pinze allungabili, oggetti contundenti), disegni di tatuaggi, ceppi, catene e ferri carcerari, oggetti realizzati o usati da detenuti e da internati in manicomio. Oggetti che si susseguono nella sala principale del museo, al cui ingresso lo scheletro di Lombroso accoglie il visitatore: lo scienziato decise di donare il proprio corpo alla scienza, lasciarlo quindi in eredità all’università di Torino per scopi scientifici, come era piuttosto usuale all’epoca. Il museo non è infatti di tipo tradizionale, dove sono esposti oggetti specifici ed esemplari, ma è piuttosto un accumulo di pezzi seriali, utili a misurazioni e valutazioni statistiche, secondo la logica di una collezione scientifica di fine Ottocento.

Museo Lombrosiano nella sede del Palazzo degli Istituti Anatomici a fine Ottocento/inizio Novecento (foto © Museo Lombroso).

La controversa teoria dell'atavismo

Dopo diversi anni di riflessioni, di studio e di raccolta di materiale, per provare a spiegare il problema della criminalità, Lombroso formulò la teoria dell’atavismo, all’interno della cornice dell’evoluzionismo darwiniano. Secondo questa ipotesi, in alcuni individui si verificherebbe il ritorno di caratteristiche fisiche e anatomiche ataviche, cioè primitive, primordiali, quasi animalesche, normalmente scomparse nell’uomo moderno; la ricomparsa di caratteristiche ataviche (nei tratti del volto, nella forma del cranio, nel resto del corpo) renderebbe una persona biologicamente predisposta a commettere crimini, vale a dire un criminale nato. La svolta era avvenuta intorno al 1870. Esaminando il cranio di un presunto brigante, Giuseppe Villella, Lombroso notò la presenza di una fossetta occipitale mediana, in corrispondenza del cervelletto. Poiché questa fossetta non è presente nel cranio dei primati più vicini all’uomo dal punto di vista evolutivo (scimpanzè, gorilla, orango) ma compare in scimmie inferiori, lemuri e altri mammiferi, Lombroso la identificò come carattere atavico. La comparsa di questa fossetta nel cranio di un brigante, per Lombroso, era la conferma della teoria dell’atavismo: in quell’uomo era comparso un carattere atavico, causa principale del suo comportamento criminale.

La teoria dell’atavismo, presentata nel libro L’uomo delinquente studiato in rapporto alla antropologia, alla medicina legale ed alle discipline carcerarie, pubblicato nel 1876, ebbe ampia fortuna in Italia e non solo. Già tra le fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, però, la teoria dell’atavismo venne duramente criticata. Come chiaramente illustrato in una sala del museo, oggi siamo consapevoli che la teoria dell’atavismo fu un errore scientifico, così come la fossetta occipitale mediana, non carattere atavico, bensì elemento naturalmente variabile nella forma del cranio umano, dovuto alla conformazione del cervelletto.

Sala del Museo dedicata all'atavismo e cranio del brigante Giuseppe Villella (foto © Museo Lombroso).

Il racconto degli oggetti

Nel 1876, nello stesso anno in cui uscì alle stampe L’uomo delinquente, Lombroso si trasferì a Torino, ricoprendo la cattedra di medicina legale e igiene pubblica dell’ateneo subalpino e, dal 1896, quella di psichiatria e clinica psichiatrica. Nel capoluogo piemontese lo scienziato portò anche le sue collezioni di studio, dapprima custodite nella sua abitazione privata, in via della Zecca, poi nel laboratorio di via Po e, infine, al Palazzo degli Istituti Anatomici. Nel 1893, insieme a Guglielmo Ferrero, pubblicò La donna delinquente, la prostituta e la donna normale, dedicato alla criminalità femminile, e aderì alla sezione torinese del Partito socialista, per il quale fu consigliere comunale di Torino fino al 1904, quando si dimise e, deluso nelle aspettative della politica, lasciò il partito.

Percorrendo le sale del museo, particolarmente interessanti e curiose sono le sezioni dedicate alle realizzazioni di malati mentali e detenuti. Infatti, Lombroso intendeva studiare le menti devianti non solo attraverso la misurazione anatomica e l’osservazione diretta del comportamento, ma anche raccogliendo e studiando tutti quegli oggetti realizzati da internati in manicomio e carcerati, considerati dallo scienziato segni e indicatori di una mente deviante, che fosse criminale o folle.

Gli oggetti e le forme artistiche opera dei malati mentali, provenienti per lo più dal manicomio di Collegno, comprendono disegni, scatolette, sculture, pipe, oggetti da cucina o di varia destinazione, realizzati con materiale di recupero, come carta, legno e tessuto. Tre oggetti, su tutti, catturano l’attenzione. L’abito di Versino introduce la sezione dedicata alle collezioni manicomiali: Giuseppe Versino, internato al manicomio di Collegno e incaricato di fare le pulizie in alcune sale del locale, ogni giorno dagli stracci usati ricavava del tessuto con cui, nel corso del tempo, tessé un vestito completo, una vera e proprio divisa simbolica, dal peso totale di oltre 40 kg. Se la statua in legno del direttore del manicomio, raffigurante il medico francese Auguste Marie che la donò a Lombroso, testimonia la circolazione internazionale degli studi dello scienziato veronese, i mobili di Eugenio Lenzi, internato nel manicomio di Lucca, fornivano materiale per le riflessioni lombrosiane sui legami tra genio e follia.

Abito realizzato con stracci da Giuseppe Versino e mobile specchiera realizzato da Eugenio Lenzi (foto © Museo Lombroso ).

Lo stesso metodo, raccogliere oggetti in quanto ritenuti segni della devianza nelle sue diverse forme, fu applicato da Lombroso anche per i detenuti, specie del carcere Le Nuove di Torino, il nuovo penitenziario cittadino inaugurato nel 1870. Accanto a ritratti di criminali e calchi funebri di carcerati, sono esposti sculture in creta e mollica di pane, mazzi di carte, tabacchiere, pipe, orologi, modellini di veicoli e orci. Proprio la collezione di orci, un’ottantina di recipienti in terracotta usati dai detenuti delle Nuove per bere, furono per Lombroso un eccezionale materiale di studio. Gli orci sono infatti ricoperti di incisioni lasciate per mano dei detenuti stessi: nomi propri, soprannomi, date, motti politici, insulti, imprecazioni, dichiarazioni di innocenza, frasi in italiano zoppicante o in dialetto piemontese, disegni di figure umane, naturali, fantastiche, persino il ritratto dello stesso Lombroso. Gli orci erano per l’antropologo criminale molto preziosi perché rappresentavano uno dei pochi spazi, se non l’unico spazio, su cui un detenuto poteva comunicare, lasciare un messaggio, raccontare la propria storia e il proprio mondo, cosa fondamentale per chi, come Lombroso, voleva indagare la mente criminale. Questi orci sono oggi affascinanti documenti storici: ognuno di questi racconta infatti una microstoria, che è oggi possibile indagare a 360° grazie alle riproduzioni in 3D navigabili dalle postazioni touchscreen del museo.

Recipiente in terracotta decorato proveniente da ambienti carcerari (foto © Museo Lombroso)

Dalla pellagra allo spiritismo

Oltre agli studi sui criminali, sui malati mentali e, in generale, sulla devianza, Lombroso ebbe molti e differenti interessi scientifici e culturali, dalla medicina sociale al dibattito su codice penale e sistemi detentivi, fino allo spiritismo. Nel campo della medicina sociale un piccolo scaffale nero ingombro di provette e contenitori in vetro racconta gli studi sulla pellagra, a cui Lombroso dedicò uno dei suoi primi lavori scientifici. La pellagra, malattia diffusa nelle campagne dell’Italia settentrionale, era una vera e propria piaga sociale. I suoi sintomi includevano dermatiti e diarrea fino ad arrivare a demenza e, nei casi più gravi, conduceva alla morte. Lombroso intuì il legame della pellagra con il mais, ipotizzando che la causa della patologia fosse il mais avariato. Una teoria, elaborata accogliendo i dati favorevoli e scartando invece quelli contrari, che ebbe grande successo, tanto che vennero costruiti magazzini meglio areati per una migliore e più igienica conservazione della farina. Tuttavia, fu un altro errore scientifico: la pellagra, infatti, non era causata dal mais avariato, bensì da una dieta prevalentemente basata sul mais (la polenta era l’alimento più diffuso tra i contadini poveri) che determinava una carenza di acido nicotinico (presente in uova, carne, lievito di birra), battezzato nel 1937 vitamina PP (dall’inglese, Pellagra Preventing).

Preparati a base di mais usati da Lombroso per esperimenti sulla pellagra (foto © Museo Lombroso).

Un altro aspetto rilevante dell’opera di Lombroso fu il suo contributo sul sistema carcerario e sul codice penale. Nel 1888, con un intervento dal titolo Troppo presto, intervenne nel dibattito sul nuovo codice penale, approvato l’anno successivo sotto il ministro della Giustizia Giuseppe Zanardelli; inoltre, pubblicò I Palimsesti del carcere, segno di un interesse verso i sistemi detentivi e le condizioni anche materiali dei detenuti.

Non solo scienza e ragione, ma anche pseudoscienza e irrazionale, elementi che paradossalmente si intrecciano nella scienza del positivismo e nella vita di Cesare Lombroso. Inizialmente scettico, Lombroso divenne un sostenitore convinto dello spiritismo. Sul finire dell’Ottocento lo spiritismo, l’ipnosi e altri presunti fenomeni paranormali riscossero enorme successo sulla stampa e nell’opinione pubblica. Lombroso si approcciò alla questione con l’idea che ipnosi e spiritismo potessero essere studiati in ottica materialistica, come le altre forme di devianza. Lombroso rimase affascinato soprattutto dalla medium napoletana Eusapia Palladino, capace di ingannare altri autorevoli scienziati, tra gli altri l’astronomo Giovanni Schiaparelli e i chimici Pierre e Marie Curie. L’interesse verso lo spiritismo, a cui Lombroso dedicò uno dei suoi ultimi lavori, è l’emblema di tutte le contraddizioni e le ambiguità della scienza del positivismo.

Seduta spiritica con il medium Politi: tra i partecipanti si nota Cesare Lombroso (foto © Museo Lombroso).

Figlio del positivismo

Lombroso morì a Torino il 19 ottobre 1909, pochi giorni prima di compiere 74 anni. Nonostante gli errori scientifici e le critiche verso la teoria dell’atavismo, la sua figura fu autorevole e influente non solo in ambito medico e criminologico, ma più in generale sulla cultura e la società dell’Italia della seconda metà dell’Ottocento e del primo Novecento. Non solo: anche a livello internazionale Lombroso fu considerato un eminente scienziato, come dimostrano le traduzioni dei suoi scritti in diverse lingue e gli attestati di merito che nella sala finale del museo si alternano a fotografie di famiglia.

Il museo non chiuse con la morte di Cesare Lombroso nel 1909, ma le collezioni vennero anzi ampliate dal successore di Lombroso alla sua direzione, il medico legale Mario Carrara. Carrara, assistente nonché genero di Lombroso, avendone sposato la figlia Paola, nel 1903 gli era succeduto alla cattedra di medicina legale dell’Università di Torino. Nel 1931 fu uno dei pochi professori universitari a rifiutare di giurare fedeltà al regime fascista: venne quindi privato della cattedra e perseguitato come antifascista.

La ricostruzione dello studio privato di Lombroso donato dagli eredi al Museo (foto © Museo Lombroso).

Lo studio privato di Cesare Lombroso, donato dai discendenti dello scienziato al museo, affinché fosse riallestito fedelmente, costituisce l’ultima sala del museo. Nel suggestivo scenario dominato dalla scrivania del medico e dagli scaffali in legno della libreria, un discorso immaginario fatto pronunciare da Lombroso conclude la visita, una riflessione sulla sua vita e i suoi studi, sulla scienza del positivismo, sulla provvisorietà della conoscenza scientifica. Una valutazione della figura di Lombroso che inevitabilmente ne evidenzia gli errori, nelle teorie e nel metodo, dalla teoria dell’atavismo alla pellagra, fino allo spiritismo. Ma, al tempo stesso, a questo controverso scienziato sono da riconoscere anche alcuni meriti, primo tra tutti quello di aver aperto per primo un nuovo campo di studi scientifici: le domande poste da Lombroso, seppur riformulate, rimangono ancora attuali e senza risposte definitive. Una figura, quella di Cesare Lombroso, complessa e contraddittoria, proprio come l’età del positivismo di cui è figlio.

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Bibliografia

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  • De Ceglia F.P., Leporiere L., La pitonessa, il pirata e l’acuto osservatore. Spiritismo e scienza nell’Italia della belle époque, Milano, Bibliografica, 2018.

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  • Montaldo S., Donne delinquenti. Il genere e la nascita della criminologia, Roma, Carocci, 2019.

  • Montaldo S., Tappero P. (a cura di), Cesare Lombroso cento anni dopo, Torino, Utet, 2009.

  • Villa R., Il deviante e i suoi segni. Lombroso e la nascita dell'antropologia criminale, Franco Angeli, Milano, 1985.

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