Un piemontese sulla via delle spezie

Moscato del Monferrato e aromi indiani: ecco il vermut inventato da Federico Peliti

Luca Morino
Luca Morino

Torinese, laureato in scienze geologiche, compositore, produttore e giornalista. All’attivo ha una vasta discografia sia con il gruppo Mau Mau che come solista. Collabora regolarmente con La Stampa e Radio3 Rai. Se non è nel suo studio di registrazione, un vecchio mulino che si affaccia sulla Dora Riparia, ama scovare luoghi solitari o abbandonati sparsi per il mondo. La musica a cui sta lavorando attualmente è una personale reinterpretazione dell’immaginario sonoro dei mitici “spaghetti-western”.

  

Il vermut è un vino aromatizzato creato in origine dal torinese Antonio Benedetto Carpano nel 1786, come riporta la targa di marmo apposta in piazza Castello, più o meno all’imbocco di via Pietro Micca. Dopo un passato glorioso la bevanda è stata un po’ dimenticata in Italia (al contrario della Spagna, dove sono diffusissime le vermuterie) per tornare in auge negli ultimi anni. Torino può essere nuovamente considerata la capitale del vermut — la parola in tedesco significa assenzio, che era alla base delle erbe con cui veniva aromatizzato il moscato — e tra le nuove proposte si è imposto recentemente un marchio di altissima qualità, il Peliti’s.

Etichetta del vermut Peliti's rosso.
Etichetta del vermut Peliti's rosso.

La prima cosa che mi ha affascinato è stata l’etichetta: un complicatissimo stemma floreale con le immagini della Mole Antonelliana e del Dakshineswar Kali Temple di Calcutta, scritte dorate, date, due volti dello stesso uomo con un papillon e poi con un turbante. Insomma un chiaro rimando al mondo coloniale di fine Ottocento, l’epoca dei grandi viaggi e delle grandi scoperte, apparentemente poco attinenti al contenuto sabaudo della bottiglia. L’uomo rappresentato sull’etichetta si chiamava Federico Peliti, nato a Carignano nel 1844, e qui inizia la nostra avventura.

Dagli sport della tradizione piemontese alle lotte per l'obiezione di coscienza negli anni '60 e '70 o per i diritti dei più deboli nei primi del '900 di Lidia Poët; dai costumi ricercati di Luigi Sapelli alla storia del Campari e molto altro nel nuovo numero di Rivista Savej!

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Un indomito confettiere

Dopo aver frequentato l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino e partecipato alla Terza guerra d’indipendenza come cavalleggere, Peliti inizia a lavorare con alcune ditte confettiere vicine a Casa Savoia quando Lord Mayo, viceré presso le Indie Britanniche, lo sceglie come chief confectioner — allora Torino era rinomata in tutta Europa per la pasticceria — presso la sua dimora di Calcutta. Il vicerè è il diretto rappresentante della corona inglese nelle colonie indiane, una carica di altissimo livello ma anche ad alto rischio: purtroppo tre anni dopo il nobile viene assassinato ma Peliti decide di rimanere in India, con l’arduo obiettivo di aprire una pasticceria tutta sua. L’impresa è resa ancor più difficile dal fatto che i suoi sono prodotti di lusso, è completamente sconosciuto e dispone di assistenti assolutamente non specializzati. La sua perseveranza e le sue capacità imprenditoriali però danno i loro frutti e nel giro di pochi anni decide di trasferirsi a Simla, una località del nord che era stata scelta come capitale estiva dagli esponenti della corona inglese.

Un ritratto di Federico Peliti in abiti orientali.
Un ritratto di Federico Peliti in abiti orientali.

Sono tempi in cui le decorazioni pompose sono molto alla moda e Peliti, che all’accademia si era diplomato in scultura, colpisce profondamente il Principe di Galles (sì, proprio quello che ha dato il nome al tessuto!) che da quel momento inizia a commissionargli innumerevoli lavori. Al suo primo incarico il carignanese realizza una spettacolare copia, completamente di zucchero e lunga un metro e mezzo, dell’Osborne, un vascello di proprietà di Sua Altezza, servendosi praticamente di una lima, un temperino e un piccolo scalpello.

È un enorme successo.

Pasticceria di Federico Peliti a Calcutta.
Pasticceria di Federico Peliti a Calcutta.

Il catering nella giungla birmana

Indubbiamente sa come far apprezzare la sua arte e inizia a guadagnare cifre veramente considerevoli. Può anche essere considerato uno degli antesignani del catering perché, sempre in quel periodo, viene incaricato di realizzare un ricevimento di alto profilo per centinaia di invitati in Birmania, in mezzo alla giungla, in occasione di una caccia alla tigre: cibi, stoviglie e allestimenti vengono trasportati via ferrovia e via battello con tutte le difficoltà organizzative del caso, prima fra tutte forse quella del mantenimento del freddo e della conservazione degli alimenti. Fino alla prima metà del XIX secolo infatti il ghiaccio arrivava in India via nave direttamente dal New England, nel nord degli Stati Uniti, ma con le sue proficue attività Peliti riesce addirittura a realizzare una fabbrica del ghiaccio direttamente a Simla, dove inaugura anche un hotel di lusso.

Mentre il suo nome spicca sempre più luminoso negli ambienti dell’aristocrazia inglese nella sua terra natale, a Torino, un certo Emilio Salgari pubblica nel 1883 La tigre della Malesia il primo romanzo dedicato al ciclo dei pirati. Una sorta di alter ego sfortunato, nato dopo il carignanese e morto prima, fornito di una formidabile immaginazione ma che non riuscirà mai a metter piede nelle terre da lui descritte. Nel frattempo il pasticcere piemontese tra il 1885 e l’anno successivo fa costruire Villa Carignano e anche il mondo della letteratura si accorge di lui, tanto che la scrittrice indiana Anita Desai descrive nel suo libro Fuoco sulla montagna l’ambiente coloniale mondano che si ritrova abitualmente nel parco della villa mentre Rudyard Kipling, assiduo consumatore del gelato del caffè Peliti, lo cita nel suo libro Il risciò fantasma.

Due vedute della villa di Federico Peliti a Carignano, presso Simla (Himachal Pradesh).
Due vedute della villa di Federico Peliti a Carignano, presso Simla (Himachal Pradesh).
Smontai alla meglio dal cavallo e mi precipitai da Peliti per un bicchierino. C’erano due o tre coppie sedute ai tavolini a spettegolare sul fatto del giorno.
Rudyard Kipling

Commerciare dal Piemonte all'India

Se l’Europa del tardo Ottocento vive quelle terre esotiche e lontane come luoghi di misteri e avventure è fuori discussione anche il fatto che si stia consumando uno dei più grandi saccheggi della Storia, dove i protagonisti — la corona inglese e le centinaia di staterelli in cui è suddivisa l’India — hanno dei ruoli ben definiti: i primi portano tecnologia e progresso, come la realizzazione della più grande rete ferroviaria dell’epoca, i secondi forniscono a bassissimo costo mano d’opera e materie prime. Non è un caso che Londra sia praticamente rifiorita a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. Federico Peliti però, pur sposando l’irlandese Giuditta Molloy, non cederà mai alla tentazione di diventare un cittadino britannico, dimostrando un grande attaccamento verso la terra natale. In ogni caso è sempre più conosciuto anche in patria, tanto che compare un articolo su La Stampa dove il giornalista Luciano Magrini scrive:

Si racconta che un solo pranzo organizzato per incarico del maharagià di Gwailor avrebbe offerto al Peliti il denaro sufficiente per fargli costruire un bella villa a Carignano.

L’indomito confettiere avvia in Piemonte un nuovo progetto parallelo, con l’obiettivo di creare un opificio per la produzione di essenze e di conserve alimentari. Un’attività assolutamente all’avanguardia, con impianti di cottura a vapore prodotto da una grossa caldaia a carbone, e poi mensole, ruote, ingranaggi, alberi di trasmissione, insomma una sorta di Tempi Moderni anticipato — il film di Chaplin uscirà poi nel 1936 —, tanto che anche Francesco Cirio (quello dei pelati, originario di Nizza Monferrato) si avvarrà della collaborazione di uno dei tecnici di Peliti. Inizia così anche l’esportazione in India di frutta e verdura conservati: a prima vista potrebbe sembrare un’attività estrema, un po’ come vendere frigoriferi agli eschimesi, ma le leggi del mercato non sempre seguono quelle della logica e non ci si può che inchinare di fronte a tanto spirito di iniziativa.

Peliti trova anche il tempo di documentare le sue esperienze indiane dedicandosi con passione a un’arte ancora giovanissima, la fotografia, tanto che appare come fotografo tra i nomi presenti nel catalogo dell’Esposizione Nazionale di Torino del 1898: si possono vedere i suoi scatti in un libro uscito nel 2002, Federico Peliti. Un fotografo piemontese in India al tempo della regina Vittoria, dove ritrae volti, paesaggi ed eventi e tra cui spicca la bizzarra immagine di una gita a Elephanta, un’isoletta di fronte a Bombay, con alcuni uomini e donne europei, uno dei quali tiene in mano un piatto di... spaghetti!

Una nobile coppia dell'India del nord e alcuni fachiri fotografati da Peliti.

Aveva tutto ciò che voleva, lì a Villa Carignano, a Kasauli. Lì sul crinale del monte, in quella tranquilla dimora.
Anita Desai

La rinascita del Peliti's

Ora però torniamo al nostro punto di partenza, il vermut. Nel 1877 Peliti inizia a produrre il Peliti’s direttamente per la Casa Reale, su richiesta del Re Edoardo VII. La sua formula vincente contempla, a fianco dei botanical classici, anche l’utilizzo di spezie indiane, tra cui il cardamomo, il tutto ovviamente partendo da una base di Moscato del Monferrato. Con questo prodotto vince anche alcuni premi a Parigi, Torino e Calcutta ma soprattutto vince la sfida con la Storia: Peliti torna in Italia e muore nel 1914. Le due guerre fanno cadere nell’oblio le sue iniziative, compresa la produzione del vino aromatizzato, che si interrompe nel 1940. Solo recentemente Antonio Salvatore, genero della pronipote di Peliti, Letizia, e introdotto nel settore, ha l’occasione di rivedere e sperimentare le vecchie ricette ormai inutilizzate da oltre settant’anni e ne rimette in produzione due, scegliendole tra una quarantina.

Ormai il Peliti’s è una realtà importante, ma chi ha l’occasione di passare da un locale di San Salvario a Torino, il Lanificio, può scoprire le sfumature del “vermut indiano” anche sotto forma di cocktail e, con pochissimo sforzo, rievocare le avventure di quel grande imprenditore e artista che fu Federico Peliti.

Ah, dimenticavo, a volte, servendo tra i tavoli del suo locale, capitava anche che si mettesse a suonare il violino o, facendosi portare cavalletto e argilla davanti a un avventore, ne modellasse una fedelissima riproduzione. Insomma, un vero piacione.

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Bibliografia

  • Catalogo Esposizione Nazionale di Torino del 1898.

  • Desai A., Fuoco sulla montagna, Torino, Einaudi, 2006.

  • Kipling R., Il risciò fantasma, Milano, Piccola Biblioteca Adelphi, 1999.

  • Miraglia M. (a cura di), Federico Peliti. Un fotografo piemontese in India al tempo della regina Vittoria, Roma, Peliti Associati, 1993.

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