Uomini e stambecchi

Il Parco nazionale del Gran Paradiso si racconta in occasione del suo centesimo compleanno

Esemplare maschio di stambecco, foto di Dario De Siena.

Nata eporediese nel 1987, attualmente torinese, in futuro verosimilmente vagabonda. È biologa per formazione e comunicatrice per passione: progetta laboratori didattici e si occupa di educazione ambientale. Cammina per boschi, colline e laghi, fotografa piccole piante infestanti e scrive su un blog. Desidera visitare tutti gli ecosistemi del pianeta, a partire da quelli sotto casa.

  

Eh, vecchio! Lo dite voi che sono vecchio. Sono nato il 3 dicembre 1922, cosa volete che siano cent’anni? Secondo me quest’idea ve la siete fatta perché sono il primo di tutti i vostri parchi, e allora vi sembra un gran tempo.

Che poi un po’ di ragione ce l’avete pure. Perché ora sono un parco, ma esistevo da molto più tempo: solo che in pochi badavano alle mie valli e alle cime, e per voi umani indaffarati era un po’ come non esserci. A lungo vi ho osservati, acquattato tra le valli che chiamate Orco e Soana, val di Rhêmes e val di Cogne e Valsavaranche, protetto dalla corona di ghiaccio delle mie creste, dai pascoli e dai laghi delle vaste terre alte del Nivolet. Per millenni vi ho studiati: poi, cent’anni fa, avete alzato la testa e vi siete accorti di quanto fossi importante. No, non sono io che sono invecchiato. Siete voi che siete distratti.

Dagli sport della tradizione piemontese alle lotte per l'obiezione di coscienza negli anni '60 e '70 o per i diritti dei più deboli nei primi del '900 di Lidia Poët; dai costumi ricercati di Luigi Sapelli alla storia del Campari e molto altro nel nuovo numero di Rivista Savej!

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Un’isola nel mare dell’estinzione

Certo che lo so: senza lo stambecco nessuno parlerebbe di me. È lui che mi ha fatto nascere, ma prima sono stato io a salvare lui: è così che si fa, ci si aiuta. Ci conoscevamo da centinaia di migliaia di anni, e ancora mi viene il magone a pensare che ha rischiato di non esserci più.

Me lo ricordo bene quel periodo: eravamo a inizio Ottocento, io non ero ancora un parco e le cose non andavano granché per lo stambecco. Parliamo chiaro: andavano male. Cento ne erano rimasti, tutti aggrappati ai miei versanti. Altri non ce n’erano. Niente stambecchi in Svizzera, che cercherà di rubarmeli per decenni, niente in Austria dove un vescovo ne aveva firmata l’estinzione. Cento stambecchi in tutte le Alpi, e sembrava aspettassero soltanto la fine. Trentacinque maschi dalle lunghe corna nodose, trentacinque femmine più esili e aggraziate, trenta stambecchini che a guardarli parevano goffi e poi saltavano da una cengia all’altra che ti chiedevi come facessero senza ali.

Cento: un’isola nel mare dell’estinzione, se mi permettete la retorica. Rintanati tra i pascoli e i laghi e le torbiere del Pian del Nivolet: terre antiche, che esistevano prima che le mie valli e le mie cime si formassero. Erano state il fondo di un mare, ed erano emerse mentre io crescevo fino a superare i quattromila metri — l’unico tutto in Italia! —, e ancora erano lì: terre salde, che davano sicurezza. Qui i miei cento stambecchi resistevano e io li proteggevo. Sapevo che avrebbero ricambiato il favore.

Piccoli di stambecco in una foto del 1939 a Cogne.
Piccoli di stambecco in una foto del 1939 a Cogne.

L'epopea dello stambecco

Voi alle specie che si estinguono ci siete abituati, ne vedete a centinaia, e altre non le vedete ma sapete che ci sono, anzi, che non ci sono più, e non ci badate. Ma non è mai una cosa da poco, sapete?

Aveva quindici milioni di anni, lo stambecco: e voi lo stavate sterminando. Era comparso sul Mar Nero, le glaciazioni lo avevano spinto in Europa, dai Carpazi alla Puglia, per poi confinarlo alla fine sull’arco alpino: una vera epopea. Era in Europa quando voi non eravate ancora sapiens, e la sua storia si è intrecciata con la vostra: ci sono stambecchi dipinti nelle grotte di Lascaux; l’uomo del Similaun aveva carne di stambecco nella pancia. Eccolo, il problema: era facile da cacciare. Era un animale tranquillo, flemmatico, non aveva paura di voi: brutto errore.

E fosse stata solo caccia! La fame è fame, e quella io la capisco. Ma nel Medioevo avevate deciso che i caproni e le corna erano una brutta cosa, per certe vostre questioni religiose: un massacro. Poi lo avete decimato per farne medicine, convinti che le sue ossa, le corna o il cuore potessero curarvi da chissà che malanni. Poi ancora ne avete fatto amuleti, perché un animale così fiero doveva per forza proteggere dalla morte in montagna. Quanti ne avete uccisi, per niente! Cento ne avevate lasciati, senza nemmeno farci caso. Un’estinzione non è mai una cosa da poco, dopo milioni di anni e migliaia di generazioni: e dunque, per quel che vi riguarda sentitevi pure in colpa.

Guardiaparco con maestoso esemplare maschio di stambecco in una foto del 1956.
Guardiaparco con maestoso esemplare maschio di stambecco in una foto del 1956.

Un uomo diverso

Era il 1821 e i miei stambecchi aspettavano l’estinzione. Ebbene, finalmente arriva un uomo diverso dagli altri, di quelli che si trovano di rado: un uomo gentile. Si chiama Joseph Zumstein De La Pierre, è valdostano e il fatto che siano rimasti solo più cento stambecchi non gli va giù: allora fa il diavolo a quattro perché se ne accorgano anche gli altri. E chi se ne accorge? Il re, nientemeno, Carlo Felice di Savoia re di Sardegna e di mille altre cose, che il 21 settembre ordina a tutti, nello stile arzigogolato dei nobili: "Rimane fin d’ora proibita in qualsivoglia parte de’ regi domini la caccia degli stambecchi". E io, lo ammetto, all’idea di avere ancora quegli stambecchini che mi facevano il solletico ai versanti e un po’ di compagnia mi sono commosso, e una pioggia leggera è calata nelle valli a smorzare gli ultimi caldi estivi.

I due re

Io non l’ho mai capito cosa penso dei Savoia: gli uomini sono complicati e i re, sotto la corona, sono uomini come gli altri. Ma conoscerli li ho conosciuti, nel bene e nel male. E del buono lo hanno fatto, anche se secondo me mica sapevano sempre di farne: la riserva di caccia del Gran Paradiso, nel 1856, e poi trecento chilometri di mulattiere costruite con tutti i crismi, che ancora sono lì, e poi case di caccia e casotti che ancora oggi offrono rifugio a chi mi viene a trovare.

Ma soprattutto hanno fatto un gioco di prestigio: hanno preso i bracconieri e li hanno assoldati per proteggere me e gli stambecchi. I bracconieri! Gente che fino al giorno prima gli stambecchi li catturava e li vendeva agli svizzeri, magari incrociandoli con le capre per avere più cuccioli da smerciare! Quasi mi viene da ridere: eppure, chi conosceva la zona meglio di loro? E così i Savoia li pagano profumatamente perché smettano di essere rivali nella caccia e diventino alleati, difendendo gli stambecchi in modo che nessuno oltre il re possa abbatterli. I bracconieri, difensori degli animali. È buffa la vita: anche se parecchi di loro hanno continuato, di nascosto, a fare entrambi i mestieri.

Così vanno avanti per un po’: barba Vittorio Emanuele II, Umberto I e infine Vittorio Emanuele III, caccia dopo caccia, centinaia di persone al seguito che portano vino e cibo come a una festa, e i battitori che seguono le tracce degli stambecchi e li conducono proprio davanti al fucile del re, perché lui possa abbatterli con comodità.

Che paradosso! I Savoia vogliono solo l’esclusiva sulla caccia, essere gli unici ad ammazzar stambecchi: ma finiscono per salvarli, perché il re da solo non può certo ucciderli tutti. Io sentivo di nuovo il trottare delle zampe, il cioccare asciutto delle corna nel gelo dell’inverno, la tenerezza delle madri in estate. All’inizio del Novecento, erano diventati duemila: il re del Gran paradiso, quello vero, era salvo.

Il re del parco, lo stambecco. Foto di Dario De Siena.
Il re del parco, lo stambecco. Foto di Dario De Siena.

Un re senza sudditi

Sto parlando di stambecchi, ma non esistono solo loro. Gli altri animali non se la passavano altrettanto bene, e mica per delle ragioni sensate! Cos’avevano fatto di male il lupo, la lince, l’orso, il gatto selvatico, il gipeto? Semplice: erano predatori, e quindi rivali del re, e quindi era permesso cacciarli. Risultato? Entro i primi due decenni del secolo dalle mie parti non ne rimane uno. Nel 1912 viene abbattuto l’ultimo gipeto, nel 1917 l’ultima lince. I lupi e gli orsi sono già un ricordo. L’aquila reale sopravvive, ma che pena! Ne rimangono ben poche. Molti di loro ancora non sono tornati dopo un secolo, e sapeste quanto mancano a me e ai miei ecosistemi. Agli erbivori mica va meglio: cosa pensate caccino i sudditi, se stambecchi e camosci sono privilegio del re? I cervi e i caprioli muoiono perché i locali vogliono imitare le battute dei potenti. Una carneficina.

E siccome sono tempi di malora, arriva pure la guerra. Battaglie e rumore, e l’impatto forsennato dei soldati fanno fuggire i miei animali: sempre più su, arroccati in terre sempre più ostili. E poi la fame, per tutti: anche per gli uomini, che salgono a stanare i miei animali per nutrirsene, com’è sempre accaduto e sempre accadrà. Io chinavo il capo di fronte all’inevitabile, maledicendo le risse vane dei re e dei generali.

Esemplare di gipeto. Foto di Guido Muratore.
Esemplare di gipeto. Foto di Guido Muratore.

Il battesimo

La guerra finisce, come finisce ogni cosa, per fortuna. E nel 1919 un altro dei vostri re compie il passo che porterà alla mia nascita ufficiale. A Vittorio Emanuele III non interessa molto delle cacce reali, anche se nessuno ha ucciso né ucciderà più stambecchi di lui. Insomma, quest’uomo contraddittorio sta facendo ordine nei beni della Corona, e decide di cedere allo Stato più di duemila ettari di Riserva reale di caccia del Gran Paradiso: a condizione che vengano usati per istituire un parco nazionale per la protezione della fauna e della flora alpina. Decide così perché di quelle terre non se ne fa nulla, o perché vuole proteggerle?

Non ha importanza: dopo due anni di burocrazia, il 3 dicembre del 1922, divento Parco Nazionale del Gran Paradiso, ed è un nome che mi piace moltissimo. Poi, certo, potevo nascere in tempi migliori: ma le cose capitano come vogliono loro e non come piacerebbe a noi. All’inizio me la cavo, i soldi sono pochi, duecentomila lire l’anno, ma i ragazzi che lavorano sulle mie pendici se li fanno bastare: sono gente del Demanio forestale prima e di una Commissione Reale dopo, tecnici specializzati che sanno quel che fanno e mi conoscono bene, gente con cui si può andare d’accordo.

Ma l’aria stava cambiando: lo sentivo fin dalle mie vette, che accadeva qualcosa di strano. Per farla breve, finisce che il potere lo prende un tizio convinto che comandare sia facile e di poter fare tutto da solo. Tempi grami: la mia gestione passa all’Azienda di Stato per le Foreste Demaniali, a Roma, e mi mandano su persone mai viste, che la zona non la conoscono nemmeno da lontano. Gente che dovrebbe proteggermi ma che non ha mai visto una montagna, figuriamoci un ghiacciaio!

Il sistema si rompe e si corrompe. I censimenti vengono falsificati per fingere che tutto fili liscio, che i miei stambecchi stiano bene. Ma sono solo fogli e carta, numeri e parole senza rapporto con la realtà: i miei animali muoiono. E mentre tutto va a ramengo arriva un’altra guerra: altre esplosioni a terrorizzare la fauna, l’abbandono del territorio, la caccia disperata degli affamati: quando la guerra finisce gli stambecchi sono poco più di quattrocento, di quattromila che erano quindici anni prima.

Esemplare di stambecco maschio, foto di Giovanni Bracotto.
Esemplare di stambecco maschio, foto di Giovanni Bracotto.

Tutto cambia, sempre

Non una, ma due volte gli stambecchi sono stati lì lì per estinguersi: li avreste guardati solo più in foto, come parenti morti da tempo, col senso di colpa e il rammarico di non poterli vedere mai più. Ma intanto si sono salvati: e io ringrazio un altro uomo inusuale, che si è impegnato per me quando avrebbe potuto pensare a mille altre questioni. Si chiama Renzo Videsott, è un trentino trasferito a Torino ed è tante cose, ambientalista e alpinista, naturalista e accademico, veterinario e partigiano: già durante la guerra si dà da fare clandestinamente perché gli stambecchi non scompaiano, poi diventa direttore del parco e lo rimane fino al 1969. Quando venite a trovarmi pensate a lui e se avete del vino sollevate il bicchiere: perché senza Videsott, forse, non ci saremmo più né io né gli stambecchi.

E invece, sotto la sua gestione ce la godiamo: in vent’anni gli stambecchi tornano più di tremila, tremila paia di corna che scorrazzano, che saltano, che brucano, che sopravvivono alle privazioni dell’inverno, che fanno la muta del pelo due volte all’anno. Il re è salvo, di nuovo, e scusate se mi trema la voce: ma un pochino, a volte, mi commuovo anche io che sono fatto di pietra.

Panorama dal Lago di Loïe in Val di Cogne e Lago dell'Agnel e Lago del Serrù dal Colle del Nivolet. Foto di Luciano Ramires e Davide Grimoldi.

Il problema invisibile

A quei tempi si stava così bene che potevamo permetterci il lusso di essere generosi: al diavolo la parsimonia, mi ripetevo, io che le risorse ero sempre stato costretto a tenermele strette. Gli stambecchi prosperavano, e visto che altrove non ce n’erano perché non regalarne qualcuno in giro, in modo che ripopolassero tutto l’arco alpino? E così è stato: quanta strada hanno fatto, le mie bestioline! E che numeri! Nonostante tutti i regali, nei primi anni Novanta c’erano quasi cinquemila paia di corna sui miei versanti.

Ma niente rimane mai così com’è, anche quando a noi piacerebbe, e dopo gli anni Novanta le cose tornano a peggiorare. Da cinquemila che erano, gli stambecchi nel 2018 sono duemilacinquecento: spiace dirlo, ma anche questa volta il problema siete voi. Non fraintendetemi: so che se vi date da fare, il potenziale ce l’avete tutto. Il fatto è che avete questa tendenza a sentirvi diversi e superiori, a non vedere a un palmo dal vostro naso. Questa volta il pasticcio è grosso: non è più questione di bracconieri e corruzione, ma è qualcosa di indefinito e invisibile. Il clima cambia come non era mai cambiato: troppo rapidamente perché si possa scambiare per un processo naturale, ma al tempo stesso abbastanza lentamente perché voi possiate fingere di non farci caso.

Altre isole, di nuovo

Io l’ho sentita la gente che diceva: “Ma cosa si lamentano quelli del Gran Paradiso! Se ne stanno al fresco in montagna, cosa vuoi che gliene importi dei cambiamenti climatici, patiranno meno freddo d’inverno”. Questa cosa non mi va giù: perché non è mai così semplice.

Prendiamo sempre gli stambecchi: è vero che col clima più mite aumentano gli individui adulti, che sopravvivono più a lungo e meglio. Ma è davvero un bene? No: perché più adulti vuol dire meno erba per tutti; meno erba vuol dire meno latte per ogni mamma stambecca. A pagare il conto sono i più indifesi: gli stambecchini. Senza contare che le estati arrivano ogni anno un po’ prima: col risultato che quando i capretti raggiungono l’età per nutrirsi di erbe, i pascoli sono già ingialliti, secchi, meno nutrienti e già ben brucati. Allora, per aver di che nutrirsi, tutti gli individui sono costretti a salire, salire, salire… fino alle pietraie e alle nevi: tutta roba che mica si mangia. Non è finita: in alto lo spazio è poco, gli individui se ne stanno pigiati insieme e se arriva una malattia si diffonde velocemente. Ancora una volta sono i più indifesi a patirne le conseguenze: la popolazione giovane decresce. Insomma, siamo daccapo: i miei stambecchi asserragliati su un’isola, assediati stavolta dalla marea del clima che cambia.

Quel che mi rincuora è che non sono più solo: con me ci sono gli uomini del parco, che mi rendono orgoglioso perché con loro ho pure vinto un premio, un premio importante. La IUCN, l’Unione internazionale per la conservazione della natura, ci ha inseriti nella sua Green List: significa che qui si fanno le cose come van fatte.

Il massiccio del Gran Paradiso riflesso sui Laghi Tre Becchi, foto di Giulia Liliana Ferrando.
Il massiccio del Gran Paradiso riflesso sui Laghi Tre Becchi, foto di Giulia Liliana Ferrando.

Corna, pellicce, becchi e un po’ di squame

Una cosa ancora vorrei sottolinearla, e se mi ripeto pazienza. Perché allo stambecco mi sono affezionato, dopo tante che ne abbiamo passate insieme, ma ci sono anche gli altri: e tutti sono legati a me come io lo sono a loro. C’è il camoscio, che rimane l’ungulato più diffuso. Il lupo è tornato dall’estinzione sulle sue stesse zampe, mentre la lince per ora si limita a farsi vedere ogni tanto: è timida, diamole tempo. L’aquila rimane la regina, ma è tornato il gipeto: cent’anni dopo la sua scomparsa la mia generosità è stata ricambiata, e nel 2012 me ne hanno regalati due esemplari. Ora stanno bene e hanno avuto dei gipetini. E poi tutti quegli animali a cui la gente non bada, timidi, mimetici, minuscoli o sotterranei, gli insetti, i ragni, uccelli di ogni forma, e le piante, rare e meno rare, e quelle endemiche: i gioielli nascosti della mia corona di cime. Ecco, questo voglio che sia chiaro: sono tutti fondamentali, anche se non sono simpatici o fotogenici.

Esemplare di camoscio, foto di Dario De Siena.
Esemplare di camoscio, foto di Dario De Siena.

Volete sapere qual è il mio preferito, ultimamente? Una semplice trota, che proprio nei miei torrenti si è conservata come popolazione pura. Il nome completo è Trota marmorata, e in Italia se la passa malissimo: perché le acque sono inquinate, perché avete fatto a brandelli il suo habitat ma soprattutto perché vi piace di più il gusto di quell’altra sua cugina, la fario. E quindi? Quindi avete buttato migliaia di fario nei fiumi, per potervi divertire a pescarle: la fario si è impadronita del territorio e in più si può ibridare con la marmorata, che quindi ha praticamente smesso di esistere. Ma qui è rimasta: e ora che ne hanno ritrovata una popolazione pura, forse potrà rinascere, proprio come lo stambecco.

Sono vecchio, sì, e col tempo qualcosa l’ho imparato: so che una trota non farà mai bella figura sul logo di un parco importante come me. Ma io glielo dico, alle trotine che nascono ogni anno: vedrete che l’uomo non si farà ingannare dall’estetica, vedrete che anche se non siete belle, forti e carismatiche verrete protette, com’è giusto che venga protetta ogni specie. Abbiate fiducia nell’uomo, dico loro, perché quando ci si mette i numeri ce li ha, e saprà trasformare questo luogo nel paradiso da cui prende il nome.

E voi, per favore, non fatemi pentire di averglielo detto.

👉 Si ringrazia l'Ente Parco Nazionale Gran Paradiso per la gentile concessione delle immagini.

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Bibliografia

  • A.A. V.V., La nostra fauna: gli ungulati selvatici, Torino, Regione Piemonte e IPLA s.p.a., 2008.

  • A.A. V.V., Il parco nazionale del Gran Paradiso, Torino, Editrice AEDA, 1972.

  • Fini F. e Mattana G., Il Gran Paradiso, Bologna, Zanichelli, 1977.

    SITOGRAFIA

    www.pngp.it

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