Foto © Luca Fornaciari

Natura 

Val Grana, l'ultimo cielo nero delle Alpi

Come il cielo buio di Castelmagno potrebbe diventare “meraviglia Unesco”

Fisica di formazione, collabora con diverse testate nazionali ed estere come giornalista e divulgatrice scientifica. Ha collaborato con molti Istituti di Ricerca e Osservatori Astronomici italiani e internazionali. Nel 2008 ha ricevuto il Premio “Voltolino” in giornalismo scientifico.

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Un percorso tra parole e immagini sui sentieri della memoria: dal centenario di Beppe Fenoglio alle stragi naziste dimenticate, dai passeur contrabbandieri tra Francia e Italia alla toponomastica dei monti piemontesi. Rivista Savej 8 è in tutte le edicole del Piemonte, oppure in vendita su questo sito!

Il grande problema dell’inquinamento luminoso

Da circa un secolo l’inquinamento luminoso ci sta rubando le stelle e così, quello che era normale per i nostri nonni si è trasformato in qualcosa di eccezionale per i nostri figli, che non hanno mai avuto occasione di osservare la Via Lattea ad occhio nudo.

Queste parole sono di Alberto Cora, un professionista del settore che collabora con enti di ricerca e lavora presso l’Osservatorio Astrofisico di Torino, una delle strutture dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), a Pino Torinese. Allo stesso tempo è anche un appassionato dell’osservazione del cielo da lunga data, sin da quando aveva sette anni, e si reputa molto fortunato perché la sua passione si è trasformata in lavoro. Ma continuiamo a parlare di cielo, quello che si mostra di notte, lontano da lampioni stradali o luci elettriche di varia natura e di valli alpine, in particolare piemontesi. A tal proposito non tutti sanno che esiste un patrimonio impalpabile fatto di cieli bui senza interferenze umane, questi luoghi sono così particolari da diventare addirittura un patrimonio per l'umanità.

Alberto Cora (immagine tratta da thecosmobserver.blogspot.com)
E sono rari soprattutto i cieli bui vicini alla Pianura Padana, tra i luoghi più inquinati d’Europa. L’inquinamento luminoso è la forma più pervasiva di inquinamento: affligge il 60% della popolazione mondiale e oltre il 99% della popolazione urbana. Sostanzialmente si tratta di uno spreco di energia.

Questo inoltre, come prosegue Alberto Cora, evidenzia in maniera impietosa le altre forme di inquinamento, ben più dannose, poiché la luce viene maggiormente diffusa dall’atmosfera inquinata con il risultato che dalle grandi città non è possibile osservare il cielo notturno. Migliorare l’illuminazione pubblica, abbattendo l’inquinamento luminoso, significa consumare meno energia e quindi combattere il riscaldamento globale. I posti in cui questo spreco non avviene, diventano così luoghi da tutelare e costituiscono un patrimonio da riconoscere e valorizzare.

Cercando cieli bui

Arriviamo così a una valle in provincia di Cuneo che, dopo aver superato un iter particolarmente burocratico e tecnicamente non semplice da valicare, recentemente è entrata in un elenco molto peculiare dell’UNESCO: parliamo della Valle Grana. Si tratta di una valle non nuova agli occhi degli astronomi, tempo addietro era già stata presa in considerazione dall’Osservatorio Astrofisico di Torino che, intorno agli anni Ottanta del secolo scorso, aveva iniziato a esaminarla per la costruzione di una sua succursale osservativa sull’altopiano della Gardetta in Valle Maira. Purtroppo, anche per la cronica mancanza di risorse che pesa sulla ricerca italiana non se ne fece niente, eppure in questo nuovo progetto

sono stato coinvolto perché avevo seguito i tavoli tecnici che hanno portato alla stesura e all’approvazione della legge della Regione Piemonte in merito alla “prevenzione e lotta all'inquinamento luminoso e per il corretto impiego delle risorse energetiche”, per questa ragione mi erano stati segnalati l’installazione di alcuni punti di illuminazione non conformi.
La Valle Grana vista dal rifugio Fauniera (foto © Alberto Cora).

E con un gruppo di appassionati dell’Associazione Astrofili della Bisalta e di Pro-Natura si sono svolti incontri per risolvere e limitare il problema e si è deciso di intervenire in modo propositivo, avendo compreso che le violazioni erano fatte in buona fede.

Spesso e volentieri le persone che vivono in queste valli e che installano o richiedono la presenza di un nuovo lampione sono abituate alla visione di un cielo così strepitoso e non si rendono nemmeno conto di quello che stanno facendo.

Per comprendere meglio questo problema occorre dare uno sguardo al The new world atlas of artificial night sky brightness, l’atlante che descrive il problema mondiale dell’inquinamento luminoso, il quale evidenzia che ormai il 90% della popolazione europea sia interessata dalla questione. E gli abitanti della Valle Grana non si rendono ancora conto che fanno parte di quell’10% così fortunato.

All'attenzione dell'UNESCO

Così si è pensato che proponendo un caso di studio sulla Valle Grana all’attenzione dello IAU-UNESCO, non solo si poteva tutelare la natura, ma si poteva dare risalto alla straordinarietà della valle e agli svariati aspetti che vanno oltre alla visione dei corpi celesti. Per questo sono stati coinvolti diversi attori, come la Società Astronomica Italiana, l’Associazione Astrofili della Bisalta e l’Ecomuseo della Terra del Castelmagno che è diventato coordinatore del progetto. In più, come sempre capita, ci sono stati scambi di idee con il Comune di Castelmagno e la Comunità Montana della valle e gli uffici della Regione Piemonte che hanno fornito preziosi consigli. Come ricorda Cora, l’impresa per ottenere questi certificati non è affatto banale o scontata e richiede un iter lungo, macchinoso e non privo di scoraggiamenti.

Ma per la val Grana ne valeva la pena, e per molti motivi, ad iniziare dalla sua particolarissima posizione. Infatti, si trova vicino al Parc national du Mercantour sulle Alpi Marittime, già famoso per i suoi cieli tersi e incontaminati, tanto da essere stato nominato nel 2019 International Dark Sky Reserve. Il colle Fauniera, che si raggiunge al termine della valle, consente di arrivare all’altipiano della Gardetta ma, diversamente della Valle Maira, percorrendo tutto il tratto su strada asfaltata.

Vista dall'alto sul Colle Fauniera (foto © Ezio Donadio).
Il fatto che la valle sia corta e ripida facilita l’operazione svolta dalle cime montuose di schermare la luce diffusa in pianura. Tutto ciò permette di trovare un posto privo di inquinamento luminoso, a una distanza di un centinaio di chilometri da Torino, che nelle notti limpide e prive di Luna consente di raggiungere la magnitudine di 6.7 ad occhio nudo.

La magnitudine è un metodo antichissimo, ma ancora in uso, per misurare la luminosità delle stelle. In condizioni normali di assenza di luci parassite e a occhio nudo, si giunge sino alla sesta contando sulla volta celeste circa 3.000 stelle, ma se si osserva stando nella parte alta della valle se ne possono contare oltre 5.000!

La Via Lattea osservata dal rifugio Fauniera (foto © Federico Pellegrino).

Unicum cuneese

La bellezza della Valle Grana non si limita ai cieli bui, ma è anche caratterizzata da una storia stupenda che le conferisce al giorno d’oggi una certa genuinità. Sebbene gli avvenimenti della valle siano difficilmente ricostruibili per periodi storici precedenti l’età medievale a causa della frammentarietà delle fonti scritte, il suo passato è inciso sui sentieri, sulle chiese, talvolta sulla roccia e nella tradizione dei montanari, caratteristica che la rende ancora più affascinante.

Doveva essere un luogo frequentato sin dall’età del bronzo o forse dal neolitico, come testimoniano le incisioni raffiguranti figure umane che si trovano su due massi rinvenuti in località “Costa” poco sopra la borgata di “Campofei”. Queste incisioni, stando agli studiosi, risalirebbero ad un periodo non meglio specificato tra la fine del III millennio e la fine del II millennio a.C.

La presenza di questi petroglifi, comuni per forma e rappresentazione ad altri esempi simili rinvenuti su tutto l’arco alpino e anche al di là del confine francese nella più celebre Vallée des Merveilles, ci fanno ipotizzare che già in epoche molto remote, i primi abitanti delle valli alpine fossero capaci di spostarsi di valle in valle alla ricerca delle condizioni più favorevoli per la sopravvivenza e trasportando nei nuovi luoghi di insediamento il loro bagaglio di conoscenze. Il fatto che questi luoghi fossero abitati nelle epoche lontane dalle antiche popolazioni italiche è confermato anche dalla presenza nella valle limitrofa, la Valle Maira, del sito archeologico del Monte Roccerè a Roccabruna sempre in provincia di Cuneo, e del Colle Fauniera che doveva essere molto importante, vista la posizione strategica che permetteva il transito tra tre valli: la Valle Grana, la Valle Stura e la Valle Maira.

Incisione su masso in località “Costa”.

Il periodo romano

In epoca proto-storica la popolazione che abitava la valle era quella dei Liguri-Montani e il probabile paesaggio che si viene a comporre in questo periodo può essere rappresentato da un insieme di piccoli insediamenti rurali le cui vicende sono caratterizzate da scontri tribali che diverranno feroci con l’avanzata romana. Per i Romani le Alpi dovevano apparire come un luogo inospitale, terribile, le tremendae Alpes, se possibile, da evitare, ma a differenza dei Cozi, tribù già stanziata più a nord, i Liguri Montani non scesero a patti con Roma e iniziarono una guerra di liberazione dal suo dominio.

Il condottiero delle tribù liguri stanziate a sud dei Cozi e a cavallo dell’arco alpino, un certo Ideonno venne ovviamente sconfitto. Alcune località del versante francese, che in precedenza erano sotto il suo controllo, vennero cedute ai Cozi alleati dei Romani mentre la parte restante che comprendeva il territorio alpino fino al fondovalle che collegava Borgo San Dalmazzo, Cervasca, Caraglio e Piasco fu organizzata in una nuova provincia romana detta delle Alpes Maritimae. Di questi centri, una certa importanza doveva rivestirla Caraglio, l’antica Forum Germa posta all'imbocco della valle. Probabilmente per avere maggior controllo sulle imprevedibili azioni dei Liguri l’esercito romano decise di fondare un accampamento fortificato, o castrum, in cima alla Valle Grana.

Nella Valle Grana si era così sviluppata, in epoca romana, una importante via di comunicazione, che riprendeva gli antichi sentieri che permettevano i commerci tra le valli, e la lapide dedicata a Marte ci consente di ricostruire quello che doveva essere un luogo di culto pagano risalente a duemila anni fa.
Caraglio, bassa Valle Grana e sullo sfondo il Monviso (foto di Luigi.tuby - CC BY-SA 3.0).

Il Castelmagno, re dei formaggi

Come un’altra famosa chiesa della valle, Santa Maria della Valle, anche il Santuario di San Magno sorse quindi su antichi siti di culto pagani. Con il processo di romanizzazione, la Valle Grana vide l’insediamento di alcuni gruppi e famiglie o di provenienza latina o forse già presenti sul territorio e di discendenza ligure che assunsero la cittadinanza romana. Le testimonianze degli insediamenti romani in Valle Grana sono povere per grandezza ma numerose per quantità, infatti, molteplici sono i rinvenimenti di frammenti di terracotta e vasellame di vario genere. Tra l’altro il toponimo Castelmagno, legato poi al famoso prodotto caseario, deriverebbe proprio da Castrum Magnum. Nell’area attorno al Santuario di San Magno sono state rinvenute monete, vasi e fibule di epoca romana databili al III secolo d.C. e, scavando sotto l’altare della vecchia cappella alla ricerca delle reliquie del santo patrono, venne trovato un pilastrino, parte di un’ara votiva dedicata a Marte.

Santuario di San Magno, Castelmagno (foto di Marco Plassio - CC BY-SA 3.0).

La vita doveva essere semplice e fin dall’età del bronzo legata alla pastorizia, all’allevamento degli animali e alla produzione del formaggio e proprio grazie a quest’ultimo la valle ha un altro tratto distintivo. Il primo documento in cui viene citato il così detto re dei formaggi, “il Castelmagno”, ha una valenza doppiamente storica, primo per il fatto che è citato in documenti molto lontani nel tempo, secondo perché si tratta di una sentenza arbitrale del 1277, con la quale si imponeva al Comune di Castelmagno il pagamento di un canone annuale al Marchese di Saluzzo, in forme di formaggio castelmagno anziché denaro. Segno che questo antichissimo prodotto caseario doveva essere particolarmente apprezzato.

Formaggio Castelmagno, della Boutega Ousitana di Castelmagno (foto di Marco Plassio - CC BY-SA 3.0)

Tutelare il buio

Ammetto di essere più preparato sugli aspetti storici, che mi appassionano, ma la valle ha anche aspetti naturalistici poco noti che grazie alla presenza nel nostro team di specialisti come Stefano Macchetta, esperto botanico e Stefano Melchio, geologo, sono descritti nello studio pubblicato sul portale.

Abbiamo capito che stelle e caratteristiche naturali del territorio compresi petroglifi, chiese e formaggi formano un’unione particolare per aver ottenuto il prestigioso inserimento nell’elenco dell’UNESCO, ma siamo curiosi di sapere cosa significa farne parte e soprattutto se esistono dei vincoli da rispettare nel tempo per rimanere.

Il portale IAU-UNESCO è sostanzialmente un database pubblico contenente vari studi sulle località di interesse astronomico e archeo-astronomico. È un modo per affrontare con la comunità scientifica il dibattito sul patrimonio mondiale di alcune località legate alla cultura astronomica. Il nostro studio è inserito nella categoria “Dark Sky” [cielo scuro], in quanto si pone l’accento sulle caratteristiche naturali della valle, ma all’interno del portale troverete studi su luoghi, come “Stonehenge”, molto più famosi e con un legame culturale all’astronomia slegato dal cielo privo di inquinamento luminoso.

Pare non siano previsti vincoli di tempo, in quanto i vari studi realizzano una fotografia a una certa data delle varie località. Certamente il cielo della Valle Grana è più difficile da tutelare rispetto a un monumento, questo significa che ci vuole veramente poco per deteriorarlo e quindi perdere quelle caratteristiche illustrate nello studio pubblicato. Chi se ne è occupato spera di riuscire nuovamente a coinvolgere il Comune di Castelmagno e l’unione dei comuni della valle per ottenere una certificazione di “Dark Sky” in modo da garantirsi maggiori garanzie di poter trovare il cielo buio.

Notte stellata al Santuario di Castelmagno (foto © Samuele Martino).

Cora ci spiega che l’ONU, grazie ai lavori del Committee on the Peaceful Uses of Outer Space, raccomanda alle nazioni la creazione delle così dette “Dark Sky Oasis” e ovviamente la loro tutela. Il comitato ha preso in esame due possibili enti certificatori che si occupano di valorizzare e tutelare i luoghi privi di inquinamento luminoso: l’americana Dark Sky Association e l’europea Starlight Foundation. La possibilità di rientrare in queste certificazioni potrebbe portare in Valle Grana un’ulteriore ragione di attrazione turistica: il cielo, non dimenticando che è già famosa per il Santuario e per il suo celebre formaggio. Quindi la dichiarazione di Dark Sky Oasis consentirebbe di aumentare il turismo e la permanenza dei visitatori che vorrebbero provare l’esperienza dell’osservazione notturna.

Questo non deve spaventare, in quanto nella dichiarazione di La Palma (2007), dove l’UNESCO ha dichiarato il diritto inalienabile dell’uomo a poter godere dello spettacolo del cielo notturno, si fa esplicitamente riferimento al turismo come una buona pratica per conservare questi luoghi. Quindi sì all’astro-turismo!

Un difficile gioco di equilibri

Il lavoro non finisce certo qui, entra in gioco anche la comprensione dei fruitori: in futuro verranno coinvolti sempre più i valligiani per la conservazione del cielo buio. Argomento sul quale si possono trovare delle divergenze in quanto per chi vive sotto i cieli cittadini poter osservare un numero così elevato di stelle in un solo colpo d’occhio costituisce un’esperienza unica, mentre per chi abita la valle è la norma e vuole risolvere altre problematiche. Questo genera incomprensione e diffidenza nei confronti di chi, provenendo dalla metropoli, suggerisce di fare attenzione e preservare questo bene, reputandolo prezioso.

Un tema legato all’inquinamento luminoso che non è stato sollevato è quello dell’alterazione degli ecosistemi. Non è trascurabile visto che le luci condizionano la vita partendo dagli insetti e conseguentemente della fauna che si nutre di insetti. Anche se questi aspetti sono meno spettacolari del cielo buio, debbono essere presi in considerazione per tutelare il territorio.

In futuro Cora pensa di coinvolgere l’altopiano della Gardetta nella contigua Valle Maira da cui si può osservare la Via Lattea senza inquinamento luminoso. Bisogna aggiungere anche un’osservazione a carattere tecnico: se da un lato il cielo buio è un patrimonio difficile da tutelare, in quanto basta qualche lampione mal messo per devastarlo, dall’altro i comuni e gli enti locali potrebbero facilmente intervenire sull’illuminazione pubblica per ridurlo. In questo la legge della Regione Piemonte aiuta, come fa notare Cora, e di recente sono stati stanziati ben otto milioni di euro per il miglioramento e il rifacimento della pubblica illuminazione dei piccoli comuni.

👉 Grazie ad Alberto Cora per l'impegno profuso al mantenere bui i cieli del Piemonte. Lo studio relativo è visionabile a questo link.

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