Alle Radici del patrimonio culturale piemontese

La Fondazione Radici, una fucina di idee per preservare le memorie di Langhe, Roero e Monferrato

Laureato in archeologia medievale all’Università di Torino e con un master presso la milanese Fondazione Feltrinelli, è docente di italiano e storia nelle scuole secondarie e libero professionista. Dal 2013 collabora con l’associazione Ambiente & Cultura nell’ambito del progetto Alba Sotterranea, nella valorizzazione del museo civico “F.Eusebio” e del centro culturale “San Giuseppe” di Alba. Nato nel Roero nel 1991 ma ormai albese, lettore bulimico e sportivo con non troppa costanza, pur parlando di storia, tenta di essere chiaro senza annoiare le persone che ne leggono o ascoltano le parole.

  

Inverno 2020. Poco prima dell’inizio del lockdown, ad Alba – quella che in un recente libro è stata definita la capitale più piccola del mondo – nasce una realtà culturale che, parafrasando il suo aggiornato sito web, intende tramandare quel patrimonio di cultura, di usanze e sapere che hanno contribuito a rendere le Langhe, il Roero e il Monferrato una terra unica. Non a caso Patrimonio dell’Umanità dal 2014. Il nome di questo nuovo soggetto è Fondazione Radici e la sua originalità consiste nei modi in cui essa tenta di perseguire la propria mission.

Infatti, nonostante sia una realtà molto recente, la Fondazione Radici ha già raccolto numerose interviste e materiali fotografici che, oltre ad aumentare, in futuro saranno anche custoditi in un archivio digitale fruibile a studenti, studiosi o semplici appassionati. Ciò che accomuna le tante storie racchiuse in questo patrimonio è il loro legame con l’economia locale in una terra che, cento anni fa, non era altro che una cittadina appena più benestante delle colline della Malora.

Di seguito un’intervista al suo direttore Marcello Pasquero, uno dei principali ideatori di questo nuovo soggetto e, in generale, profondo conoscitore della vita albese. Lui, insieme al fotografo albese Bruno Murialdo e all’editore Claudio Rosso, sono stati gli ideatori di questa nuova fondazione culturale.

Copertina e pagine interne del volume "Impossible Langhe" di Pietro Giovannini.

Sul vostro sito web si legge che l’obiettivo non è di concentrarsi solo sul vino, ma avete iniziato proprio da questo ambito. Dunque, tralasciando l’importanza che questa filiera ha per il territorio, ci sono altri motivi che vi hanno spinto a cominciare dal mondo enologico?

Abbiamo cominciato dal vino per una serie di motivi. Innanzitutto, l’idea alla base di Claudio Rosso era la pubblicazione di un libro che ripercorresse la storia del mondo enologico e delle persone che l’hanno plasmata lungo i versanti di queste colline. Inoltre, una delle prime interviste che abbiamo realizzato è stata quella a Bruno Giacosa, uno di questi patriarchi. Dopo la sua dipartita, parlando con Bruno (cfr. Murialdo) e Claudio (cfr. Rosso), ci siamo detti che avevamo perso un personaggio fondamentale, di cui però sapevamo molto poco. Un gran peccato. A questo punto ci siamo ripromessi che questa cosa non sarebbe più dovuta capitare. Pertanto, ci siamo attivati per intervistare quei personaggi che, purtroppo, sapevamo che non stavano bene. I primi sono stati Beppe Colla e Gigi Rosso, che abbiamo avuto il piacere di sentire più volte prima che ci lasciassero.

Prossimamente, vorremmo arrivare a intervistare quelle persone comuni di una certa età che abbiano però delle storie da raccontare, indipendentemente dal fatto che siano o meno legate al vino. In cantiere abbiamo un progetto, il cui titolo emblematico è Omero non deve morire, che ha lo scopo di intercettare questa oralità fatta di canti popolari, di maniere di parlare il dialetto o di modi dire che si tramanda di padre in figlio e che, se non salviamo, si perderà sicuramente.

Beppe Colla. Immagini tratte dall'archivio fotografico della Fondazione Radici.

Un progetto quindi tra storia locale e antropologia. Intervistando questi patriarchi del vino, c’è qualcosa che vi ha colpito particolarmente e che, magari, li accomuna rendendoli più distanti dai produttori odierni?

Sicuramente, c’è molta differenza. Personaggi come Beppe Colla, Gigi Rosso e Renato Ratti erano partiti dalla fame. Avevano una grande voglia di emergere. Mi viene in mente, per esempio, la storia di Gigi Rosso. Cresciuto in una famiglia poverissima, suo nonno decise di mandarlo alla scuola di avviamento agrario e lui, in soli due mesi, riuscì a ultimare gli anni di studio. Successivamente, lo stesso nonno lo mandò a studiare alla scuola enologica, un allora unico istituto tecnico in Italia: qui esplose la sua incredibile voglia di emergere e, nonostante le difficoltà, fu in grado di fare sei anni in tre. In lui come in altri casi, a una grande cultura del lavoro, si affiancava un altrettanto forte desiderio di acculturarsi, per prendere le distanze dalla tradizionale immagine associata al contadino povero e sporco delle campagne. Ecco, credo che oggi manchi, a volte, questa fame, questa voglia di emergere.

Gigi Rosso. Immagini tratte dall'archivio fotografico della Fondazione Radici.
Gigi Rosso. Immagini tratte dall'archivio fotografico della Fondazione Radici.

Per il momento abbiamo parlato solo di uomini, c’è qualche personaggio femminile che, come fondazione, non vedete l’ora di raccontare?

Come fondazione, cercheremo di inserire nei nostri quadri più figure femminili, che al momento sono troppo poche. Ciononostante, contiamo tra le nostre fila Giuliana Cirio, vera anima del cda, Mariella Scarzello, la presidente del collegio dei revisori dei conti e, nel comitato scientifico, Patrizia Sandretto Rebaudengo.

Per quanto riguarda i personaggi che abbiamo intervistato o che contatteremo, c’è da dire che la nostra è stata una società patriarcale, anche se, da quindici o vent’anni a questa parte, il mondo del vino è diventato quasi più femminile che maschile. Mi viene in mente, però, la storia dell’allora novantacinquenne Rosy Pio, una delle prime donne che abbiamo intervistato, l’ultima erede della famiglia Pio, della Pio Cesare, nonché l’ultima a portarne il cognome. Mi è rimasto impresso il suo racconto di quando conobbe suo marito, l’ingegner Boffa in quella che oggi è piazza Rossetti, mentre lui tirava calci su una pietra del selciato. Lei ce l’ha raccontata e, guardandola negli occhi, si capiva che la stava rivivendo: è stato uno dei momenti in cui maggiormente mi sono reso conto che quel materiale che stavamo raccogliendo era di grande valore, senza prezzo, perché tra cento anni si potrà sentire Rosy Pio parlare di come aveva conosciuto l’ingegnere. Questa vicenda va ben oltre la sfera privata perché sarebbe stato proprio lui, nonostante fosse atteso da una brillante carriera, a rilanciare la Pio Cesare, una delle più importanti cantine di Alba. Sono tante quindi le storie in cui le donne hanno avuto un ruolo importante, magari comprimarie ma comunque fondamentali e, per questo, cercheremo di tirarle fuori e raccontarle sempre di più.

Rosy Pio. Immagini tratte dall'archivio fotografico della Fondazione Radici.
Rosy Pio. Immagini tratte dall'archivio fotografico della Fondazione Radici.

Facendo un passo a ritroso, se dovessi descrivere in poche parole la Fondazione Radici, come lo faresti?

La fondazione Radici è, in poche parole, una fucina di idee, di voglia di fare, ma anche un modo di unire tante anime di questo territorio che solitamente non dialogano, nonostante facciano parte della stessa realtà. Una realtà ricca di memorie. Quelle stesse memorie che uniscono e che sono da sempre un elemento di unione e di condivisione, spesso prive di colore o di un’ispirazione politica. Tra l’altro, in riferimento a ciò, mi piace ricordare come, quando poche settimane fa abbiamo presentato un video dedicato a Beppe Colla presso il teatro sociale di Alba, sedessero in prima fila il sindaco e alcuni assessori del comune, ma anche l’ex sindaco Maurizio Marello, attuale consigliere regionale dello schieramento opposto. Ciò significa che la città di Alba ha capito che questi temi non hanno colore e che la fondazione Radici coopererà con qualunque amministrazione per portare avanti la propria mission. Se dovessi individuare uno slogan, tra le tante frasi che ho letto, ricordo quella di Roy Rodgers per cui “Non c'è futuro se non hai una vera storia”: questo è lo spirito che anima anche la Fondazione.

Il Consiglio d'Amministrazione della Fondazione Radici.
Il Consiglio d'Amministrazione della Fondazione Radici.

È stato difficile unire tutte le diverse anime che compongono questa fondazione?

Il lavoro di mediazione per unire le diverse anime di questa città non è stato complicato. Lungo un anno e tortuoso è stato, invece, l’iter burocratico per ottenere il riconoscimento dalla Regione. Riepilogando velocemente la storia, alla fine del 2017, io e Bruno Murialdo, grazie al finanziamento dell’editore Claudio Rosso, abbiamo cominciato a raccogliere interviste e testimonianze dal territorio. Ad un certo punto, quando ne avevamo in mano cinquanta, ci siamo chiesti quindi che cosa farne. Con l’appoggio di Fondazione CRC e Famijia Albeisa, abbiamo perciò organizzato un evento a cui ci siamo permessi di invitare l’ACA (Associazione Commercianti Albesi), Confindustria Cuneo, aziende albesi come l’Egea e Miroglio, e la Diocesi di Alba. Una sorta di scommessa, in quanto non sapevamo chi effettivamente sarebbe venuto. Con nostro stupore, si sono presentati tutti e tutti si sono detti interessati al tema.

In quel momento, su consiglio di Luigi Barbero, presidente uscente dell’Ente Turismo di Langhe, Roero e Monferrato, abbiamo deciso di puntare sul modello della fondazione, andando oltre l’associazione, perché avendo dei soci così importanti si poteva puntare più in alto.

Tornando alla tua domanda, uno dei passaggi più difficili, nel momento in cui si doveva trovare un giorno per recarsi dal notaio a firmare l’atto, è stato trovare un giorno in cui fossero libere persone con agende estremamente fitte come il presidente di Confindustria Cuneo, il vescovo di Alba e Bartolomeo Salomone, di Ferrero spa (ride). Il 12 febbraio 2020 è, quindi, nata ufficialmente la fondazione. A posteriori, una data curiosa perché, se fosse capitato dieci giorni dopo, a causa delle misure restrittive legate al Covid-19, Radici non sarebbe nata perché tutti coloro che avevano deciso di appoggiarci non si sarebbero potuti riunire.

Fotografia scattata il 12 febbraio 2020 all'atto fondativo della Fondazione presso gli spazi dell'associazione culturale Famija Albeisa.
Fotografia scattata il 12 febbraio 2020 all'atto fondativo della Fondazione presso gli spazi dell'associazione culturale Famija Albeisa.

Avete dei progetti per sviluppare ulteriormente la vostra fondazione?

Ne abbiamo moltissimi, forse sin troppi (ride), per una fondazione che deve ancora strutturarsi in pieno. Per il momento, abbiamo realizzato il progetto Per aspera ad astra con il comune di Alba, il cui scopo era quello di raccontare i patriarchi del vino e della gastronomia albese. In seguito, abbiamo partecipato al bando della sessione erogativa generale della Fondazione CRC, per realizzare la mappatura e il censimento di tutti gli archivi di Langhe e Roero: un lavoro che durerà almeno tre anni e che ci permetterà di assumere una persona all’interno della fondazione e di dedicarla a questo progetto e alle altre nostre attività. All’interno di questo processo, rientra la messa in funzione di uno scanner planetario, che abbiamo già acquistato, di ultima generazione che permette di scansionare documenti di grandi dimensioni e valore, senza doverli per forza aprire, evitando quindi un loro deterioramento.

Riassumendo, posso dire che la nostra attività ruota sostanzialmente attorno a tre filoni. Dalla digitalizzazione del patrimonio in nostro possesso, per la quale abbiamo aperto l’archivio sul nostro sito, alla raccolta del materiale inedito e la realizzazione di interviste, che vorremmo diventassero almeno cinquanta all’anno, fino alla restituzione al pubblico di quanto facciamo, con l’organizzazione di eventi e manifestazioni. Oltre a tutto ciò, mi piacerebbe anche, visto che la rivista per cui scrivi ha un nome piemontese, cercare di coltivare il lavoro che ha fatto per tanti anni Famija Albeisa per salvaguardare e tramandare la lingua piemontese. Anch’io, che la parlo con mio padre, mi rendo conto che lui conosce il doppio delle parole piemontesi che uso io e, probabilmente, mio figlio ne impiegherà ancora meno. Questo è quindi anche uno dei temi che dobbiamo sviluppare ed è bello che ci siano riviste come questa che si impegnino per questi fini.

Il trailer del progetto "Per aspera ad astra.

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