Caramba, il mago dei costumi

Dal Regio alla Scala, Luigi Sapelli rivoluzionò gli abiti di scena con luci e colori

Costume teatrale, realizzato da Sapelli per la soprano Ernestina Poli Randaccio nel 1913 per l’opera “Parisina”, nell’allestimento della mostra “In scena!” del 2022 presso la Fondazione Accorsi Ometto (© Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto, Torino).

Laureata in Scienze dei beni culturali, è una guida turistica non convenzionale, nota come La Civetta di Torino specializzata nella valorizzazione storico-artistica della città da un punto di vista insolito tombe, cimiteri, cripte e non solo.

  

“Caramba!” si sentiva risuonare tra le pareti del Caffè Molinari di piazza Solferino. Questa parola spagnola – in italiano “caspita” – scandiva i racconti di un giovanotto che difficilmente passava inosservato. Piccoletto e tutto nervi, dallo sguardo penetrante e dall’outfit caratterizzato da un cappello a tesa larga, cravatta alla lavallière e panciotto variopinto, Luigi Sapelli era uno di quei bohèmien che, nella Torino di fine Ottocento, bevevano e discutevano seduti sui divanetti rivestiti in velluto rosso del “Moli”.

Ma chi era questo ragazzo che usava quella curiosa interiezione spagnola, diventata poi il nome d’arte con cui fu conosciuto in tutto il mondo? E cosa raccontava con modi tanto appassionati ai suoi amici? L’affascinante vicenda di questa gloria piemontese è stata riportata in auge grazie all’esposizione In scena! Luci e colori nei costumi di Caramba, allestita da maggio a settembre 2022 al Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto di Torino. Curata dalla storica dell’arte Silvia Mira, la mostra esponeva una quarantina di costumi teatrali e dieci bozzetti autografi facenti parte rispettivamente delle collezioni delle sartorie teatrali Devalle di Torino e Pipi di Palermo.

Alcune sale della mostra “In scena! Luci e colori nei costumi di Caramba” (© Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto, Torino).

Ispirato dallo Scià di Persia

Nato a Pinerolo il 25 febbraio 1865, Luigi Pietro Benedetto Sapelli apparteneva a una città e a una famiglia entrambe di tradizione militare. Il nonno fu al seguito di Napoleone nella campagna di Spagna del 1808–1809 e nella battaglia di Waterloo del 18 giugno 1815, arruolato nel XXXI reggimento di fanteria leggera. Il padre Filippo, dopo essersi distinto come ufficiale di cavalleria a capo di uno squadrone di lancieri durante la battaglia di Montebello del 20 maggio 1859, era diventato capitano istruttore presso la prestigiosa Scuola di Cavalleria di Pinerolo.

Dall’ambiente militare il piccolo Luigi mutuò il rigore e la disciplina, che costituirono in seguito le colonne portanti del suo lavoro. Lo affascinavano le coreografiche parate dei soldati e studiava con interesse le diverse fogge delle uniformi, bottone per bottone. Ma non ne voleva proprio sapere di camminare sulle orme dei suoi familiari. Le regole e gli ordini non facevano per lui. Era troppo incline a seguire le vie che il suo estro creativo aveva preso a suggerirgli da quando assistette alla partenza da Torino dello Scià di Persia, Nasser al-Din, e della sua delegazione, venuti in visita al re Vittorio Emanuele II nell’estate del 1873. La magnificenza dei cortei delle carrozze e dei corazzieri, gli abiti fiabeschi realizzati con stoffe preziose dai mille colori, si impressero nella sua mente di bambino e non l’abbandonarono più.

Luigi Sapelli ritratto da Carlo De Marchi, prima del 1936 (Archivio Storico Ricordi – CC BY-SA 4.0).
Luigi Sapelli ritratto da Carlo De Marchi, prima del 1936 (Archivio Storico Ricordi – CC BY-SA 4.0).

Le caricature del "Caramba"

La famiglia non era affatto propensa ad appoggiare le fantasie artistiche del ragazzo. Fu così che Luigi trovò la scappatoia ideale in Torino. Qui si trasferì per adempiere alla sua formazione presso l’istituto tecnico e poi alla facoltà di Medicina, quest’ultima scelta solo per compiacere i suoi. Lo studio, infatti, non era il suo primo pensiero e ogni momento libero lo trascorreva a teatro o in qualche caffè-concerto. La Torino fin de siècle era una città assai vivace e offriva molti intrattenimenti ai suoi trecentomila abitanti. Vi erano oltre dieci teatri e un ricco palinsesto per tutti i gusti e tutte le tasche: opere, concerti, balletti, spettacoli di marionette e circensi, prosa, operette, riviste. Luigi assisteva a tutti gli spettacoli che riusciva a pagarsi con i pochi spiccioli che aveva in tasca. Se ciò che vedeva non gli garbava, lo esponeva verbalmente agli amici del “Moli” e graficamente sulle pagine dei giornali torinesi con cui aveva iniziato a collaborare. Il giovane era molto bravo a disegnare e sulla carta trasformava le sue critiche in caricature taglienti. Per non indispettire ancora di più i parenti, decise di non firmare queste illustrazioni con il suo vero nome, ma di usare come pseudonimo quell’espressione con cui condiva i suoi discorsi: “Caramba”.

Nel 1886 il padre morì all’improvviso. Lasciati gli studi, Luigi si trovò a svolgere svariati lavori per aiutare la sua numerosa famiglia formata dalla madre, Bianchina Ricchini, dai suoi tre fratelli minori, Alessandro, Roberto e Caterinetta, e dalla moglie Angela Montiferrari, che nel 1887 lo rese padre di Bianca. Intanto continuava la sua attività editoriale, collaborando con varie testate, satiriche e non: Libellula, Il Fischietto, Buontempone, Re Pipino, ‘l Birichin, Il Giardinaggio, Il venerdì della Contessa… fino a diventare nel 1890 capocronista della Gazzetta del Popolo, nel 1895 direttore de La Luna e nel 1899 del Pasquino.

Vignetta su Tolstoj di Luigi Sapelli riguardante la lettera inviata da Tolstoj alla Santa Sede. Copertina del Pasquino del 05/05/1901 (immagine tratta da www.meisterdrucke.it).
Vignetta su Tolstoj di Luigi Sapelli riguardante la lettera inviata da Tolstoj alla Santa Sede. Copertina del Pasquino del 05/05/1901 (immagine tratta da www.meisterdrucke.it).

Criticando i costumi di scena

La maggior parte delle critiche disegnate da Caramba riguardava la sua principale passione, il teatro, e soprattutto i costumi di scena. Quelli che vedeva sul palco erano del tutto inadeguati a rispecchiare la psicologia dei personaggi e quasi mai attinenti all’epoca di ambientazione della pièce e nemmeno alle scenografie. All’epoca il mestiere di costumista ancora non esisteva. Era il vestiarista a occuparsi della ricerca di abiti e accessori. Questa sorta di trovarobe lavorava agli ordini del capocomico ed era privo di autonomia artistica, né si preoccupava di effettuare una ricerca storica che conducesse alla realizzazione di un abito filologicamente corretto. Ciò valeva anche per le sartorie teatrali e per gli attori che si procuravano da soli il guardaroba di scena e giravano con la loro “valigia” contenente una serie di costumi da riutilizzare a ogni spettacolo.

"Un attore doveva avere nel proprio guardaroba un minimo di un giustacuore, un paio di stivali, uno jabot, un mantello, un frac e accessori in grado di affrontare diverse epoche e tutto questo passando dal Medioevo al ‘700 […]. Era ovvio che l’attore cercasse una sua sintesi di costume attraverso le epoche […]. Possiamo quindi immaginarci l’‘autenticità’ di questi guardaroba", riporta Andrea Viotti.

Bozzetti di costume realizzati da Luigi Sapelli per l’opera “Parisina” messa in scena al Teatro alla Scala di Milano nel 1913, acquarelli su carta (© Collezione Sartoria Teatrale Pipi, Palermo).

Caramba disegnava nelle sue caricature i costumi come avrebbero dovuto essere a parer suo.

"Prima ancora di aprire bocca, i personaggi acquistano forza visiva e comunicano vizi e virtù col trucco, col peso di un damasco e la virata di una tinta. Il costume è un linguaggio", scrive Vittoria Crespi Morbio.

L’esempio più lampante è quello dell’abito di Manrico, il Trovatore verdiano. Ricordava lo stesso Sapelli nel 1928:

Tolsi la frangia d’argento che ballonzolava sul ventre di tutti i tenori che cantavano quella parte: mi sembrava offensivo per la verosimiglianza e l’estetica, non vedevo niente di più antieroico.

Un museo in testa

La realizzazione di un bozzetto doveva essere preceduta da un attento studio storico e iconografico, che Caramba svolgeva con estrema cura andando a visitare luoghi, musei, pinacoteche. Si vociferava che possedesse oltre quarantamila volumi d’arte da cui traeva ispirazione, ma lui smentiva:

Invece di una biblioteca, ho un piccolo museo nel mio cervello. Vi ho incasellato ricordi visivi di quarant’anni di amorosa osservazione.

Questa nuova concezione del costume teatrale, non più inteso come mero travestimento ma come strumento necessario alla comprensione dell’identità dei personaggi e del contesto in cui si muovono, attirò l’interesse degli addetti al settore. I contatti professionali di Sapelli fecero il resto. Il direttore della Gazzetta del Popolo della Domenica, Augusto Berta, segnalò Caramba al librettista Guglielmo Godio, il quale lo presentò al compositore Arturo Berutti. I due artisti erano gli autori dell’opera Taras Bul’ba, ispirata all’omonima novella di Gogol. L’opera venne allestita al Teatro Regio nel 1895 e i figurini per i costumi furono commissionati al talentuoso disegnatore. Ebbe inizio così la sua lunga carriera di costumista, figura professionale che lui stesso contribuì a codificare. Da Milano a Parigi, da New York a Buenos Aires, il nome Caramba in cartellone garantiva il tutto esaurito e molti si riferivano a lui chiamandolo “il Mago”.

Fotografia e dettaglio di un costume teatrale realizzato da Sapelli dopo il 1910 (© Collezione Roberto Devalle, Torino).

Personaggio vulcanico e dalle infinite risorse, Caramba avviò molteplici progetti, rivelandosi spesso in anticipo rispetto alla sua epoca. È il caso del Teatro d’Arte di Torino, primo tentativo di teatro stabile in Italia, a cui lui partecipò con entusiasmo nel 1898 insieme a molti altri professionisti. A causa di divergenze interne e di costi troppo elevati l’esperimento ebbe breve durata, ma vennero allestiti ben novantacinque spettacoli in soli sette mesi di apertura.

Al 1897 risale l’incontro con Ciro Scognamiglio, importante impresario napoletano di operette voglioso di rinnovare il genere. Il sodalizio portò alla creazione della compagnia Scognamiglio-Caramba, in cui Sapelli diede prova della sua professionalità occupandosi anche della regia e delle prove, di luci e scenografie. Si rivelò talent-scout e agente: selezionava cantanti e attori e viaggiava all’estero per procacciare gli spettacoli migliori da introdurre in Italia, come La vedova allegra di Franz Lehár. Si buttò a capofitto anche nel cinema, introducendo la nuova arte all’interno dei suoi spettacoli teatrali e lavorando come costumista nonché regista dal 1913 (I Promessi Sposi) fino al 1924 (L’arzigogolo). Stoffe, colori e ricami erano da lui attentamente vagliati, affinché la loro resa fosse perfetta nelle pellicole ancora in bianco e nero.

Giornalista, costumista, regista, addirittura editore: nel gennaio 1912 uscì il primo numero del Corriere del Teatro, rivista mensile da lui fondata.

Costumi teatrali realizzati da Sapelli tra il 1910 e il 1930 nell’allestimento della mostra “In scena!” del 2022 presso la Fondazione Accorsi Ometto (© Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto, Torino).
Costumi teatrali realizzati da Sapelli tra il 1910 e il 1930 nell’allestimento della mostra “In scena!” del 2022 presso la Fondazione Accorsi Ometto (© Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto, Torino).

Da Torino a Milano, al servizio di dive e teatri

Ai primi del Novecento Caramba cominciò a collaborare con Milano. Sempre con una matita in mano, schizzava abiti e accessori su qualsiasi supporto gli capitasse a tiro: ricevute di ristoranti, fatture, telegrammi. Sempre a Milano, nel 1909, fondò la Casa d’Arte Caramba, che nel 1910 contava già centocinquanta dipendenti ed era in grado di sfornare migliaia di abiti all’anno. Il Mago dei costumi realizzava bozzetti dettagliatissimi, con numerose istruzioni e scampoli allegati, affinché le maestranze sapessero cosa fare senza alcun margine di errore. La precisione e la cura maniacale del dettaglio erano i marchi di fabbrica che rendevano eccellenti e ricercate le opere del costumista.

Dettaglio del ricamo a motivo “penne di pavone” del costume teatrale realizzato da Luigi Sapelli nel 1913 per il ruolo di Comprimario d’Ugo nell’opera “Parisina” (© Collezione Roberto Devalle, Torino).
Dettaglio del ricamo a motivo “penne di pavone” del costume teatrale realizzato da Luigi Sapelli nel 1913 per il ruolo di Comprimario d’Ugo nell’opera “Parisina” (© Collezione Roberto Devalle, Torino).

Caramba aprì filiali della Casa d’Arte anche a Roma, Parigi e New York, rimaste attive fino al secondo dopoguerra, quando vennero chiuse e il loro contenuto messo all’asta. Oltre a produrre costumi teatrali occupandosi anche della tintura e della stampa delle stoffe, queste sartorie realizzavano splendidi abiti da sera per le dame dell’alta società e per le dive. Donne spesso capricciose, che non accettavano un diniego e che Luigi Sapelli cercava sempre di accontentare nonostante le folli richieste. La Divina Eleonora Duse volle a tutti i costi che il mantello da indossare per Monna Vanna (1904) avesse la stessa sfumatura di blu delle acque del lago Maggiore a Pallanza intorno alle quattro del pomeriggio. Caramba non se lo fece dire due volte e montò sul primo treno. Virginia Reiter pretendeva che i suoi abiti fossero come quelli della mitica Sarah Bernhardt, che non la ingrassassero e che fossero confezionati alla svelta. Caramba, con pazienza e professionalità, riusciva sempre a trasformare ogni desiderio in realtà.

Caramba era colui che sovra tutti come aquila volava: uomo pieno di spirito, che a vederlo sembrava ingrugnito ed era giocondo come altri mai, inquieto, instabile, che si trovava dappertutto, che faceva tutto… e non si sapeva dove trovasse il tempo.
La Stampa

Fotografia e dettaglio del costume teatrale realizzato da Luigi Sapelli nel 1926 per il ruolo dell’ancella nell’opera “Turandot” (© Collezione Roberto Devalle, Torino).

Il signore del figurino direttore artistico alla Scala

“Piccolo, magro, con due baffi a coda di topo e una barba striminzita che gli allungava la punta del mento, scrutava i colori con l’occhio esperto di un alchimista, soppesava e carezzava le morbide sete con la grazia delicata di una fanciulla che sfiori con le dita la corolla di una rosa.”
La Stampa

Nel 1922 arrivò la consacrazione. Il “signore del figurino” ottenne la nomina di Direttore artistico degli allestimenti scenici del Teatro alla Scala di Milano. Era l’epoca di Arturo Toscanini e fu proprio il grande direttore d’orchestra a volere con lui quel pinerolese, con cui aveva collaborato così bene al Teatro Regio di Torino tra 1895 e 1898. Al periodo scaligero risalgono i costumi disegnati per Turandot, il capolavoro incompiuto di Giacomo Puccini. Prima della morte, avvenuta il 29 novembre 1924, il compositore aveva affidato la loro realizzazione al pittore Umberto Brunelleschi. Si creò un vero e proprio incidente diplomatico, poiché Caramba non era stato chiamato in causa. Il Teatro alla Scala fissò la prima dell’opera al novembre 1925, per commemorare l’anniversario della morte del Maestro. In ottobre, però, i bozzetti di Brunelleschi non erano ancora pronti. L’artista venne liquidato e la prima posticipata all’aprile 1926. Non restava che rivolgersi a Caramba, il quale dimostrò di che pasta era fatto, realizzando con i suoi collaboratori non meno di quattrocento abiti perfetti in soli cinque mesi. Era un professionista, appunto. Luigi Sapelli restò alla Scala fino alla morte, con una breve interruzione nella stagione 1931–1932.

Instancabile fino all’ultimo, il 10 novembre 1936 Luigi Sapelli fu colto dalla morte mentre lavorava ai bozzetti dei costumi per il balletto Coppelia. Era vegliato dalla figlia Bianca e dai nipoti Alessandro e Nanda, dal soprano Margherita Carosio e dal drammaturgo Giuseppe Adami. Qualche giorno dopo, il corteo funebre partì dall’abitazione milanese di via XX Settembre 22 e si fermò davanti alla Scala. Una pioggia di petali di rosa, gettata dalle allieve del corpo di ballo, scese dalle finestre del teatro per posarsi sul feretro. Non poteva esserci un saluto migliore per onorare Caramba. Nel 2015 la sua città natale, Pinerolo, ha scelto di celebrare l’illustre concittadino intitolandogli la sala mostre del Teatro Sociale. Il primo costumista della storia, padre della scuola costumistica italiana rinomata in tutto il mondo, riposa con la moglie al Cimitero Monumentale di Torino, dopo una vita intensa e sfavillante come i colori delle sue fantastiche creazioni.

Costumi teatrali realizzati da Sapelli tra il 1910 e il 1930 nell’allestimento della mostra “In scena!” del 2022 presso la Fondazione Accorsi Ometto (© Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto, Torino).
Costumi teatrali realizzati da Sapelli tra il 1910 e il 1930 nell’allestimento della mostra “In scena!” del 2022 presso la Fondazione Accorsi Ometto (© Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto, Torino).

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Bibliografia

  • Crespi Morbio V. (a cura di), Caramba. Mago del costume, Milano, Associazione Amici della Scala, 2008.
  • Mira S. (a cura di), In Scena! Luci e colori nei costumi di Caramba, catalogo della mostra, 7 aprile–4 settembre 2022, Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto di Torino, Genova, Sagep Editori, 2022.
  • Rampone G., Musica e spettacolo a Torino fra Otto e Novecento, Torino, Archivio storico della Città di Torino, 2009.
  • Viotti A., Caramba, il pantocrator della scena. Ricordo di Luigi Sapelli, in ASC, dicembre 2009.
  • Caramba a Torino “re dell’operetta”, in La Stampa sera, mercoledì 11 novembre 1936, p. 2.
  • La morte di Caramba il “signore del figurino”, in La Stampa, mercoledì 11 novembre 1936, p. 3.
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