Grandi giganti gentili

Gli alberi monumentali in Piemonte

Il Platano nel parco della Tesoriera a Torino. Foto tratta da Il Torinese.it

Nata eporediese nel 1987, attualmente torinese, in futuro verosimilmente vagabonda. È biologa per formazione e comunicatrice per passione: progetta laboratori didattici e si occupa di educazione ambientale. Cammina per boschi, colline e laghi, fotografa piccole piante infestanti e scrive su un blog. Desidera visitare tutti gli ecosistemi del pianeta, a partire da quelli sotto casa.

  

Gli alberi vivono su una linea temporale diversa dalla nostra, che spesso si misura sulla scala dei secoli e che noi fatichiamo a comprendere. Fatichiamo così tanto che la loro vita, in quanto lenta e immobile, ci sembra debba necessariamente trascorrere in un pacifico torpore. Non è così: la loro è una vita complicata, avventurosa perfino. Tempeste, frane, malattie, tagli: gli imprevisti potenzialmente letali sono molti. Solo quando un albero riesce a cavarsela più della media dei suoi simili potrà bucare la cortina della nostra indifferenza. In quel caso riusciremo a percepire le tragedie che ha superato, gli sconvolgimenti della storia degli umani attraverso cui è passato indenne e indifferente.

Gli alberi più vecchi sono i custodi del tempo: hanno assistito al fugace mutare dei confini, hanno visto stati e popoli cambiare nome, hanno visto giovani pieni di prospettive sognare sotto le loro chiome e poi quegli stessi giovani diventare anziani. Non solo: la loro è anche una storia di resilienza e di resistenza, delle forze lente e poco appariscenti della natura che plasmano il mondo senza ferirlo. Saggi, imponenti e silenziosi, ottengono senza chiederlo il nostro ascolto: sappiamo che potrebbero darci buoni consigli.

Il Gingko Biloba ai giardini Cavour di Torino (Foto di Luca Boldrini - CC BY 2.0 DEED).
Il Gingko Biloba ai giardini Cavour di Torino (Foto di Luca Boldrini - CC BY 2.0 DEED).

I pionieri dello sci in Piemonte, l'invenzione del vermouth di Carpano, i novant'anni del Museo dell'Automobile di Torino, gli scioperi delle sartine, gli zoo del passato, le opere ingegneristiche di Dino Lora Totino e tanto altro nell'undicesimo numero di Rivista Savej!

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Qualcosa che stavamo dimenticando

Non ce ne siamo accorti da molto: solo con gli anni Settanta del Novecento una maggiore attenzione all’ambiente spinge gli uomini (soprattutto nei Paesi occidentali) a guardarsi intorno con più consapevolezza. Inizia a prendere piede l’idea secondo cui l’uomo non è nato per essere il dominatore della natura, ma soltanto una tessera in un puzzle immenso e complesso. Si inizia a prestare attenzione al territorio, a chiedersi com’era e come lo abbiamo modificato, a studiare le continue interazioni tra le popolazioni umane e quelle delle altre forme di vita che con noi condividono la Terra. Si presta più attenzione ai boschi e alle foreste, intese non più come un luogo selvaggio da bonificare, ma come un tassello del puzzle al pari di noi. È in questo contesto che si ufficializza a livello istituzionale il rispetto verso gli alberi più antichi e vissuti: si inizia a parlare di alberi monumentali, singoli individui eccezionali per dimensione, età o portamento, degni di essere protetti. Alberi che ci accompagnano da molto tempo e che spesso hanno assunto per le comunità locali valenze simboliche, culturali, storiche. Giganti che non fanno paura e con cui abbiamo stretto un legame profondo, e che ora vengono tutelati anche per legge dagli imprevisti della natura e dall’aggressività dell’uomo. Il processo burocratico è lento e macchinoso: in Italia, ogni regione definisce le proprie normative in maniera indipendente, in una nebulosa confusa di criteri e parametri disparati. Una legge nazionale unitaria arriverà solo nel 2013.

Il castagno monumentale di Giaglione.
Il castagno monumentale di Giaglione.

Qualche numero

L’Italia, complice l’abbandono delle montagne e delle zone rurali che ha caratterizzato tutto il Novecento, è un Paese piuttosto boschivo. Il Piemonte, con la sua corona di montagne, altrettanto. Ma la particolarità degli alberi monumentali è proprio questa: sono natura, ma non sono necessariamente legati agli ambienti più selvaggi. In fondo, la loro eccezionalità è proprio quella di essere sopravvissuti a noi per molto tempo: svettano nei boschi così come nei giardini cittadini, nei parchi di ville e castelli nobiliari, nei viali, perfino nelle misere aiuole del centro città. E sono molti: nella lista italiana sono presenti 22.000 individui, di cui 2.000 di grande interesse e 150 di eccezionale valore storico o monumentale. In Piemonte (la cui prima legge regionale in materia risale al 1995 e in cui l’ultimo censimento è stato effettuato nel triennio 2020-2022) sono 319, localizzati nel territorio di 190 comuni. Torino è la provincia più ricca, con 72 esemplari, seguono Cuneo con 35 e Alessandria con 24. Il comune con più esemplari è Torino, con 13 individui; seguono Stresa con 7 e una serie di comuni in cui la conta si ferma a 5: Acqui Terme, Racconigi e San Secondo di Pinerolo. In tutto, le specie rappresentate dalla lista piemontese sono 88, appartenenti ad ambienti diversissimi (dai boschi ripariali a quelli montani, ai confini con i pascoli): dietro alla distaccata precisione dei numeri c’è un mondo complesso e pulsante, una molteplicità di storie e di vite.

Diventare un gigante

I primi motivi per cui un albero viene iscritto alla lista sono anche quelli più ovvi: l’età e le dimensioni.  I giganti che più ci colpiscono sono alberi incredibilmente anziani, la cui esistenza ha attraversato epoche a noi precluse, oppure quelli così imponenti da farci sentire minuscoli e insignificanti. Questo non vuol dire che gli alberi eccezionali debbano per forza essere vecchissimi o immensi: dipende dai singoli casi. Non tutte le specie hanno le stesse dimensioni, e così tutto diventa relativo. Lo stesso vale per l’età: ma in questo caso, oltre al fatto che a specie diverse corrispondono longevità diverse, occorre tenere conto anche delle specifiche caratteristiche ambientali. Se un albero ha radicato in un luogo ottimale, allora potrà vivere a lungo con maggior facilità. Se invece ha germinato in un luogo che ottimale non è, le possibilità che viva davvero a lungo si riducono di molto: e se ci riuscirà, allora a maggior ragione meriterà di essere premiato con la nostra protezione e il nostro rispetto.   

E così abbiamo diversi tipi di giganti: giganti assoluti e giganti relativi, meno appariscenti ma non meno interessanti. Al primo gruppo appartengono gli immensi abeti di Douglas (Pseudotsuga menziesii) del lago di Meugliano, in val di Chy. Si tratta di un’essenza tipicamente nordamericana, che venne piantata sul lago all’inizio del secolo scorso: non molto tempo fa, per i parametri degli alberi monumentali. Ora raggiungono i cinquantasei metri: sono gli alberi più alti del Piemonte e i terzi in Italia.

Per trovare un degno rappresentante del secondo gruppo possiamo scendere verso sud, fino al parco naturale della palazzina di caccia di Stupinigi. Qui, tra lembi di bosco planiziale e appezzamenti agrari, si trova un eccezionale esemplare di salice bianco (Salix alba). Non è che ci si faccia troppo caso, a vederlo da lontano: è alto soltanto venti metri. Anche l’età non colpisce: cent’anni, poco più della vita di un uomo. Ma il salice radica lungo i corsi d’acqua, è una specie pioniera che si adatta ad ambienti inondati con una certa costanza, vuole tanta luce e si riproduce molto velocemente. Soprattutto: è un albero poco longevo. Il salice di Stupinigi è stato fortunato: il punto in cui si è radicato, tra un canale irriguo e un campo, lo ha favorito rispetto a tutti gli altri salici che sono nati e morti durante la sua vita.  

Gruppo di abeti Douglas sul Lago di Meugliano (© piemonteoutdoor.it).
Gruppo di abeti Douglas sul Lago di Meugliano (© piemonteoutdoor.it).

Candelabri e merletti

Alcuni individui finiscono sulla lista degli alberi monumentali grazie al loro portamento o alla forma che hanno assunto crescendo. È il caso tipico degli alberi ornamentali dei centri urbani e dei viali: alberi che devono essere mantenuti con costanza per evitare problemi al transito di persone e veicoli e perché non finiscano per danneggiare gli edifici circostanti. A furia di essere potata, spesso con il taglio a capitozzo, la chioma finisce per prendere una forma a candelabro che non si potrebbe trovare in natura. A Castagneto Po, un immenso ippocastano (Aesculus hippocastanum) solleva decine di rami perfettamente verticali che si dipartono da ciò che resta degli antichi rami principali: sembra di vedere un intero bosco che cresce su un albero.

Non sempre, però, queste forme inconsuete sono frutto dell’intervento umano: tra i cinque alberi monumentali del parco del castello di Miradolo, a San Secondo di Pinerolo, c’è un carpino bianco (Carpinus betulus) strapazzato dal tempo, il cui tronco ha assunto nei secoli l’aspetto di un merletto o di un intrico di serpenti. Tormentato e misterioso, sembra uscito da una foresta di Tolkien: dà la sensazione di potersi muovere da un momento all’altro, aprendo gli occhi per condividere con noi piccoli umani l’austera saggezza degli alberi.

L'antico esemplare di carpino bianco al parco del castello di Miradolo e il particolare del tronco e delle foglie.

Biodiversità e tutela

Forma, età, dimensioni: ma non solo. Gli alberi sono belli e colpiscono la nostra immaginazione, certo, ma sono prima di tutto esseri viventi la cui esistenza si intreccia con quella del loro ecosistema e di tutte le forme di vita che li circondano. Spesso, quindi, le ragioni che portano un individuo a essere incluso nella lista sono meramente naturalistiche.

In generale, le cicatrici lasciate dal tempo rendono gli alberi più anziani un vero e proprio concentrato di diversità: rami secchi, cavità, dendrotelmi, funghi e specie epifite, legno morto, radici aeree, fuoriuscite di linfa possono contribuire alla formazione di microhabitat fondamentali per la sopravvivenza di altri organismi. Un singolo albero può diventare un intero universo.

Ci sono poi i casi specifici: ad esempio, le specie che si sono trovate a prosperare al limite o al di fuori del loro areale e che dunque rappresentano un’eccezionalità botanica. È il caso dei ginepri turiferi (Juniperus thurifera) di Valdieri, che si sono impadroniti dei ripidi versanti della Riserva Naturale Rocca San Giovanni e Saben. Si tratta di una specie mediterranea, sopravvissuta nelle Alpi cuneesi grazie al peculiare microclima della zona: qui i versanti sono caldi e aridi, non troppo dissimili dalle coste spagnole e marocchine che costituiscono il grosso del suo areale.

Juniperus thurifera di Valdieri.

Superstiti

Sin dagli anni Sessanta, tutte le specie di olmo sono state colpite dalla grafiosi: una malattia provocata da un fungo che a sua volta viene diffuso da alcuni coleotteri o si propaga per anastomosi radicale tra piante adiacenti. Il fungo blocca i vasi che conducono l’acqua alle foglie: la chioma ingiallisce e ampie parti della pianta muoiono. Risultato: gli olmi, un tempo comuni in tutta la Pianura Padana e sulle Alpi, sono ormai una specie rara e fragile. Ci sono però delle eccezioni, come l’olmo campestre (Ulmus minor) di Cocconato e quello di Mergozzo, che sono tra i pochi individui vecchi e al tempo stesso sani della nostra regione: in questo caso, l’inclusione nella lista degli alberi monumentali è motivata da un’assoluta necessità di tutela. Nessuno comunque si azzarderebbe a dire che non meritano di farne parte: e se l’olmo di Cocconato raggiunge i 23 metri d’altezza per 3,6 di circonferenza, quello di Mergozzo è uno degli alberi più imponenti del Verbano con i suoi 15 metri di altezza per 5,5 di circonferenza. Un vero superstite: non solo della pandemia di grafiosi ma di mille altre tragedie. Da un dipinto del 1632, che lo include in una veduta del paese, sappiamo che ha almeno quattrocento anni: ma potrebbero essere molti di più.  La sua storia si è intrecciata a tal punto con quella degli uomini che gli vivono intorno (si trova proprio in mezzo al paese, in piazza Vittorio Veneto) da diventare il centro della vita pubblica di Mergozzo: per secoli, dignitari e consoli locali si sono radunati all’ombra della sua chioma per prendere le decisioni più importanti.

Altri superstiti sono stati meno fortunati, e se la sono cavata per l’orlo della cuffia. Parecchi chilometri più a sud, a Bergemolo, in provincia di Cuneo, un immenso olmo montano (Ulmus glabra) sta a guardia della piccola chiesa di San Michele sin dalla sua costruzione nella prima metà del XVII secolo. Il tempo e le malattie lo hanno indebolito (nel 2008, i suoi 35 metri di altezza sono diventati 26 con il taglio di ampie parti della chioma, e ora si è ridotto a 9) ma non lo hanno ucciso: è ancora vivo, a testimoniare un’epoca fiorente che per i suoi simili è ormai tramontata.  

Olmo di Cocconato (© piemonteoutdoor.it).
Olmo di Cocconato (© piemonteoutdoor.it).

Testimoni del tempo

Spesso l’età degli alberi monumentali, unita all’aura di ieratica saggezza che emanano, li ha posti al centro delle leggende e della cultura collettiva, rendendoli depositari della memoria, degli usi e dei costumi delle generazioni che si sono susseguite ai loro piedi.

Nel centro di Macugnaga c’è un tiglio (Tilia platyphylla) che sembra attirare le storie su di sé. Si dice che sia nato nel 1115, piantato di fronte alla chiesa quando questa è stata costruita. Oppure che sia nato nel Duecento, quando un gruppo di pastori walser provenienti dalla Svizzera fondarono il paese e una donna condusse con sé un seme di tiglio per ricordare il suo luogo d’origine. Si dice anche che un tempo fosse abitato dai Gotwiarghini: gnomi con i piedi rivolti all’indietro che dispensavano buoni consigli a chi si recava al cospetto dell’albero. Fino al giorno in cui un bambino li derise, o chissà cos’accadde, e allora se ne andarono.

Il Vecchio Tiglio di Macugnaga è così intessuto di storie che in lui la realtà si è quasi dissolta. Non solo stabilire la sua vera età è quasi impossibile, ma spulciando tra gli antichi atti notarili (anche in questo caso stilati all’ombra saggia della sua chioma) si trova citato a volte un tiglio, a volte un olmo. È dunque possibile che non ci sia nemmeno un solo albero: forse inizialmente in quella piazza c’era un olmo, in seguito sostituito dal tiglio.

Tiglio di Macugnaga.
Tiglio di Macugnaga.

Monumenti di guerra

Un discorso a parte va fatto per i platani, comunissimi nei viali delle città piemontesi, che vennero estesamente utilizzati come essenza ornamentale durante il periodo napoleonico. La contiguità con gli eventi di quei tumultuosi soprassalti della Storia, il fascino della figura napoleonica e non ultima la grande longevità dei platani (Platanus acerifolia) ne hanno fatto i candidati ideali alla lista degli alberi monumentali.

Tra essi, la storia più notevole è forse quella del Platano di Napoleone di Spinetta Marengo. Individuarlo è semplice, per quanto il paesaggio non sia particolarmente suggestivo come la sua età e la solennità del suo aspetto vorrebbero: si trova sulla strada statale che collega Alessandria a Marengo, poco prima del ponte sul Bormida. Un luogo banale, persino squallido: ma la leggenda narra che a piantarlo fu Bonaparte in persona per onorare i duemila morti e i diecimila feriti della battaglia in cui, il 14 giugno del 1800, proprio a Marengo le truppe francesi avevano sbaragliato le linee austriache. Per quanto sacrificato in un ottovolante di svincoli stradali, è ancora lì a ricordare quei soldati morti duecento anni fa, come una vedetta dimenticata dalla Storia.

Il Platano di Napoleone di Spinetta Marengo (© Fai- Fondo Ambiente Italiano)
Il Platano di Napoleone di Spinetta Marengo (© Fai- Fondo Ambiente Italiano)

Punti di riferimento

Spesso, per fortuna, insieme con gli alberi si è conservato anche il paesaggio in cui erano incastonati: ecco di nuovo l’effetto Tolkien, che trasfigura un paesaggio donandogli un’atmosfera atavica e solenne, come se bastasse la loro mera presenza a dare una vertiginosa profondità temporale a una piazza, a un bosco o a una valle. Capita a Giaglione, in val Susa, dove un immenso castagno sembra vegliare da lontano sulla chiesa di San Vincenzo come un angelo custode senza ali ma con grandi rami nodosi. Fuori Cumiana, la torre della cappella di san Giacomo trova un immenso contrafforte nell’antico ippocastano che vi sorge accanto: sembra allora che la chiesa abbia due torri, una umana e l’altra naturale, entrambe protese verso la luce del sole. Nel vallone del Piz, sopra Pietraporzio in valle Stura, alla quota di 1900 metri sorge un antico segnavia vivente: è lou Merze Gros, è uno degli ultimi esemplari di larice (Larix decidua) prima della fascia degli arbusti e dei pascoli. È il più grande larice piemontese, quasi 7 metri di circonferenza del fusto e 23 di altezza, forse più di 650 anni d’età. Visibile da tutto il vallone, è anche lui un guardiano, o un custode: un gigante gentile, che accompagna i viandanti nelle terre alte perché non si perdano.

Larice monumentale Merze Gros.

Valorizzazione, turismo, tradizioni... e tutela

È naturale che un tale intreccio di storia, scienze naturali e bellezza diventi anche, per molti comuni, una preziosa opportunità per valorizzare il proprio territorio, disegnando facili sentieri che conducano alla scoperta dei loro giganti gentili e delle ricchezze locali. Naturale e anche giusto, perché favorisce un turismo lento e sostenibile, a misura d’uomo: ma se è vero che la lista esiste anche per questo motivo, non si esaurisce qui. Si tratta quasi sempre di alberi anziani che, come tutti gli anziani, hanno i loro acciacchi: la lista esiste per proteggerli e per curarli. Gli alberi monumentali sono costantemente monitorati; molti hanno subito lavori di manutenzione e di messa in sicurezza. Non si tratta soltanto di potature per sfoltire e alleggerire le chiome, ma anche di strutture di sostegno per tronchi e rami ormai cedevoli: pali, ancoraggi a terra e cavi dinamici che permettono agli anziani giganti di accompagnarci ancora un po’.

Gli alberi monumentali sono imponenti e antichi, e possono sembrare quasi immortali. Ma non lo sono: agli acciacchi dell’età si aggiungono gli eventi naturali, che il cambiamento climatico sta esacerbando e rendendo più estremi. Siccità e tempeste possono cambiare da un momento all’altro il volto del territorio, spazzando via vite che duravano da prima che i nostri nonni nascessero. È già successo: il 7 luglio 2021 centinaia di alberi, tra cui alcune querce monumentali, sono state abbattute da una tempesta di pioggia e vento nel Bosco delle Sorti della Partecipanza di Trino Vercellese. Querce, che per l’uomo simboleggiano la forza e la resistenza: ma non in questo caso. Il 30 giugno 2022 un’altra tempesta ha colpito il Viale dei Roveri del Parco della Mandria, nel comune di Venaria. Sempre querce, e sempre antiche: erano state piantate nel Settecento. Su ottantasette che erano, ne sono rimaste ventisette.

Gli alberi inseriti nella lista dei monumentali, e quelli che vi entreranno (amministrazioni e privati cittadini possono fare richiesta di inserimento in qualunque momento) sono testimoni della storia, saggi consiglieri, garanti del lungo percorso che l’uomo e le altre forme di vita hanno a lungo condotto insieme, talvolta perfino in armonia e reciproco rispetto. Cercare di proteggerli dalla malattia, da noi stessi e da un mondo che cambia troppo velocemente è il minimo che possiamo fare per ripagarli di ciò che hanno fatto per noi: per fare sì che giovani pieni di prospettive possano ancora sognare sotto le loro chiome, con la ragionevole sicurezza di poterlo fare finché tutti i loro sogni non si saranno trasformati in ricordi.

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Bibliografia

  • AA.VV. a cura di IPLA, Guida agli Alberi Monumentali del Piemonte, Torino, Regione Piemonte, 2008.
  • Palenzona M. e altri, Alberi monumentali in Piemonte. Presenze e avversità, Scarmagno, Edizioni Priuli e Verlucca, 2002.
  • Russo D. e altri, Alberi monumentali: beni culturali e ambientali da sostenere nel tempo e nello spazio, in L’Italia Forestale e Montana, 70 (6), 2015, pp. 411-416.

SITOGRAFIA

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