I Walser, popolo delle alte Alpi

Le antiche origini delle genti che sfidarono la montagna

Museo Walser Alagna Valsesia (si ringrazia l’Ufficio Turistico di Alagna per la concessione dell’immagine).
Enrico Rizzi
Enrico Rizzi

È nato a Milano ma risiede a Formazza, la più antica colonia walser a sud delle Alpi. Ricercatore e specialista di storia della colonizzazione alpina, con particolare riguardo alle aree walser, al Vallese e ai Grigioni, ha realizzato volumi monografici sulla storia di valli e passi alpini e dei grandi personaggi che hanno scoperto le Alpi. Considerato a livello internazionale il più autorevole esperto della storia dei Walser – è autore di 190 saggi sul tema – ha contribuito a convegni di studi, esposizioni e documentari.

  

I “Walser” sono un piccolo popolo protagonista di una straordinaria “avventura di sopravvivenza”. La loro è stata l’affascinante sorte migratoria di genti d’antica origine germanica che, con impavido, strenuo ardimento, hanno affrontato la sfida di “farsi montanari” e di salire a “vivere in alto”, nomadi tra le alte vette, nell’orizzonte montano più vicino al cielo. Lungo un filo di cresta, una catena di valichi, un susseguirsi di alti pascoli, dal Vallese al Monte Rosa, dai Grigioni al Vorarlberg, i Walser hanno trasformato il mondo inospitale delle alte Alpi in un mondo “abitato”. Una sfida all’altitudine che rappresenta uno dei capitoli cruciali e in parte ancora inesplorati della storia delle Alpi.

Negli ultimi secoli del medioevo i Walser hanno fondato oltre 150 insediamenti sparsi tra Francia, Italia, Principato del Liechtenstein, Austria e Germania: dalla Savoia alla Valle d’Aosta, al Piemonte e alla Lombardia, ai Cantoni Ticino, Grigioni, Berna, Uri e San Gallo (oltre naturalmente al Vallese), al Vorarlberg, al Tirolo e ai confini della Baviera: un tratto così ampio e articolato di Alpi Centrali e Occidentali, tale da poterlo oggi chiamare “Alpi Walser”.

Particolare di una casa all'interno del Museo Walser di Alagna Valsesia (si ringrazia l'Ufficio Turistico di Alagna per la concessione dell'immagine).
Particolare di una casa all'interno del Museo Walser di Alagna Valsesia (si ringrazia l'Ufficio Turistico di Alagna per la concessione dell'immagine).

Spirito di adattamento

Il loro lungo viaggio, nello spazio e nel tempo, inizia in terre lontane, nei secoli dell’alto medioevo, quando piccoli gruppi di pastori, discendenti da popoli nomadi di origine germanica, provenienti dalle regioni settentrionali europee, hanno trasformato antichi alpeggi sfruttati solo d’estate in insediamenti abitati anche d’inverno. Sono stati il miglioramento del clima e l’iniziativa “civilizzatrice” dei monasteri a consentire ai primi coloni delle montagne di addentrarsi nel dedalo alpino. Dalla valle dell’Hasli (nell’Oberland Bernese), nel XI–XII secolo gruppi di pastori germanici raggiunsero la valle del Rodano. Qui, nel Goms (“conca”), ampia vallata a 1.300–1.500 metri sul mare, sperimentarono la capacità dell’uomo di vivere tutto l’anno in alta montagna. Erano secoli nei quali, in altitudine, non si registra ancora la presenza di colonie umane permanenti, ma solo sporadici insediamenti di minatori o cacciatori, postazioni daziarie o militari, stazioni temporanee come maggenghi o alpeggi stagionali.

Per sopravvivere tutto l’anno in altitudine, l’uomo doveva imparare a resistere alle insidie della montagna, trasformare luoghi selvaggi in prati e campi, abbattere il bosco, dissodare, irrigare, costruire strade e ponti. Per i pastori germanici del Goms molte soluzioni tecniche a questi problemi furono il frutto delle loro antiche esperienze di colonizzatori semi-nomadi. Altre invece, come l’arte di costruire canali in legno per mezzo dei quali trarre dai ghiacciai l’acqua necessaria a irrigare i campi o le opere di difesa dalle valanghe, furono perfezionate solo lentamente nei secoli della loro impegnativa sfida; come lentamente fu perfezionata l’arte di sopravvivere in alto con il magro sostentamento dei prodotti della terra e dell’allevamento.

L’insediamento nel Goms ha rappresentato un grande “laboratorio” dell’adattamento dell’uomo alla montagna. Quando l’ambientamento potè dirsi compiuto, i discendenti di questo piccolo gruppo di pionieri ripresero il loro secolare cammino di pastori semi-nomadi. Facendo tesoro dell’esperienza dei loro antenati, si trasformarono, migrando di valle in valle, in colonizzatori di ventura.

Donne del Goms, culla dei Walser, foto Wehrli, 1906.
Donne del Goms, culla dei Walser, foto Wehrli, 1906.

Dal Vallese al versante italiano

Fu solo ai confini geografici della loro grande diaspora che vennero chiamati “Walser”, per evocare la loro origine dall’Alto Vallese. Walser è infatti sinonimo di “Walliser”: Vallesani in forma contratta. La prima attestazione del nome “Walser” risale al 1319, quando i discendenti dei coloni tedesco-vallesani del Goms, con una marcia prodigiosa, avevano già raggiunto le Alpi del Tirolo. Qui, a Galtür, in nota a un libro di rendite del feudo, il giudice della valle registra le “novali” degli “homines dicti Walser in Cultaur advenientes”. Il nome si affermerà lentamente, in varie forme, come “Walliser” o “Walser”, nei primi tempi solo nella regione di colonizzazione della Rezia e del Vorarlberg.

Dalla “culla” del Goms, nel XII e nel XIII secolo, i coloni “walser” in un primo tempo raggiunsero le testate delle convalli del Rodano: valli scarsamente abitate, pendici scoscese, foreste e pascoli a ridosso dei ghiacciai dai quali i signori feudali traevano scarsi redditi come alpeggi estivi. Con il passare delle generazioni e la crescita naturale della popolazione, le magre risorse della montagna costrinsero molti figli dei coloni a cercare nuove terre dove andare ad abitare e mettere a profitto le loro capacità di colonizzatori d’alta quota. Una prima fase storica della colonizzazione, a partire dalla fine del XII secolo, condusse i Walser nelle valli a sud del Vallese, sul versante italiano della catena alpina e attorno al massiccio del Monte Rosa. Qui gruppi di coloni provenienti direttamente dalla madrepatria vallesana, fondarono insediamenti permanenti a Formazza, Gressoney e Issime, Rimella, Macugnaga, Agaro e Salecchio, Ornavasso. Partendo da queste colonie cosiddette “primarie”, seguirà (nel corso dei secoli XIII–XV) una seconda fase di espansione nelle valli limitrofe, ad Ayas, Alagna, Valle Vogna, Rima, Carcoforo, Campello Monti, Migiandone, Bosco Gurin.

In queste località di montagna i Walser perpetuano ancora oggi il retaggio della loro cultura e della loro parlata che rappresenta una delle più antiche testimonianze linguistiche alpine. Sepolta nell’isolamento delle alte valli, la lingua walser è oggi un repertorio prezioso dell’antico tedesco, in una delle sue espressioni più arcaiche. Questo linguaggio tedesco “chiuso tra le montagne”, ha mantenuto strutture e caratteri originari, senza subire le forti modifiche degli altri dialetti tedeschi, oltre a fonemi tipici e vocaboli di formazione propria che documentano un’autonomia linguistica singolarissima.

Antico forno walser nel Loetschental, Vallese, foto Wehrli, 1906.
Antico forno walser nel Loetschental, Vallese, foto Wehrli, 1906.

La casa walser, tra legno e pietra

Accanto alla lingua e ai tradizionali costumi muliebri ancora oggi indossati alla festa, uno degli aspetti più interessanti della civiltà dei Walser è l’architettura della casa: esempio eloquente della loro adattabilità alle situazioni ambientali. Tutto infatti poteva mutare da una valle all’altra: i materiali da costruzione disponibili in loco, le esigenze economiche dei lavori della terra, l’altitudine, lo spazio per edificare e per vivere, gli influssi artistici del fondovalle... E ogni volta la comunità colonica trovava risposte nuove, spesso profondamente diverse tra di loro, nella tecnica e nello stile del costruire. Alcuni elementi fondamentali tuttavia ricorrono pressoché identici in tutta l’antica edilizia rurale walser. Il più significativo di essi è l’impiego del legno, secondo l’antica tecnica costruttiva dei tronchi incastrati agli angoli (tecnica detta “a Block-bau”).

Esempio emblematico dell’architettura walser è la casa di Alagna, la quale racchiude sapientemente in un unico edificio tutte le funzioni della vita e dell’economia alpestre: abitazione, stalla, granaio, fienile, deposito, officina. Alle falde nevose del Monte Rosa, l’inasprimento climatico della "piccola età glaciale" (a partire dal XVI secolo) costrinse infatti i coloni ad accogliere il bestiame nella propria casa e a sfruttare il calore dell’edificio per favorire l’essicazione dei cereali, che una stagione troppo breve non consentiva di far maturare nel terreno. Le messi venivano così esposte al sole, sui loggiati che corrono tutt’attorno all’edificio: un grigliato formato da piedritti che salgono fino al tetto e pertiche orizzontali, che fornisce alla casa di Alagna un effetto estetico di particolare bellezza. A Formazza e a Bosco Gurin (e poi nei Grigioni), la tipologia della casa walser ricalca invece più fedelmente quella delle valli originarie del Vallese. La stalla-fienile costituisce un edificio a sé, spesso distante dall’abitazione. La parte posteriore di quest’ultima, con la “casa del fuoco” (cucina), è costruita in pietra, più adatta del legno a proteggere l’edificio dagli incendi e dalla tormenta. La “Stube” (il soggiorno) e le stanze esposte a mezzogiorno, in larice a Block-bau, sono ingentilite dalle caratteristiche finestre affiancate “a belvedere”.

Esempi di case Walser (si ringrazia l'Ufficio Turistico di Alagna per la concessione delle immagini).

La Stube e la Seelabalgga

La Stube – riscaldata con la stufa (“fornetto”) in pietra ollare – è il cuore della casa, il luogo prediletto della mitologia e della vita di molte generazioni walser. Nella Stube la famiglia trascorreva gran parte del lungo inverno, in quella sorta di “letargo umano” che consentiva agli antichi coloni di vivere (talvolta fino a otto mesi) con le scarse risorse alimentari della montagna risparmiando al massimo la dispersione di energie. Nella Stube si svolgeva gran parte della vita familiare. Qui i coloni si applicavano ai piccoli lavori manuali d’intaglio, di filatura o di cucito; mangiavano e talvolta dormivano al tepore del fornetto; cantavano e pregavano; nascevano e morivano.

L’aspetto più enigmatico della magìa e della religiosità della casa walser è la “Seelabalgga” (finestra dell’anima): una misteriosa apertura presente sulla facciata di alcune case antiche. Secondo la leggenda, la piccola finestra veniva aperta quando un abitante della casa era in punto di morte, per consentire all’anima del moribondo di volare libera in cielo. Quando i vecchi Walser, uomini di vigorìa inaudita si avvicinavano alla morte, la loro agonia era lunga e sofferta. Nella valle di Avers si racconta che il medico di Thusis, nei Grigioni, conoscendo la straordinaria forza di quei vegliardi, prescrivesse loro le medicine in razioni doppie. L’apertura della Seelabalgga, nei rigidissimi inverni a 2.000 m, consentiva di anticipare l’ormai ineludibile appuntamento con la morte: una sorta di eutanasia d’alta quota. La valle di Avers – dove la finestra dell’anima è ancora visibile in antiche case – vanta con il villaggio di Juf, a 2.126 metri, l’insediamento più alto d’Europa ancora oggi abitato tutto l’anno.

Il fornetto nella Stube, Museo casa Walser a Macugnaga, frazione Borca (CC BY-SA 4.0 BelPatty86).
Il fornetto nella Stube, Museo casa Walser a Macugnaga, frazione Borca (CC BY-SA 4.0 BelPatty86).

Colonizzatori alpini

Oggi la cultura e le tradizioni, la lingua e l’architettura walser sono oggetto di studi e di rievocazioni, pubblicazioni, films, esposizioni e musei… Ma per quanto riguarda la storia, sbaglia chi crede che dell’antica diaspora walser si sia scoperto tutto. Certo, nell’ultimo mezzo secolo di ricerche quella che veniva considerata la “questione walser” – la “Walserfrage” – l’origine e le cause della loro migrazione, è stata in buona parte risolta. La loro singolare vicenda di colonizzazione, rimasta a lungo avvolta nel mistero, oggi può essere inquadrata non più come una “curiosità etnica e linguistica”, bensì come un fenomeno di colonizzazione “rurale” visto in una dimensione europea. Si è accertato come la loro peculiarità sia stata quella di aver dato vita a un vero e proprio modello di colonizzazione della montagna, con la loro tenace opera di trasformazione di alpeggi e valli spopolate in insediamenti permanenti. Sappiamo ormai con certezza come i Walser si siano sparsi in un ampio arco delle Alpi, mettendo a profitto le loro esperienze di colonizzatori alpini, prima ancora che di allevatori: un’arte esercitata migrando di valle in valle, di alpeggio in alpeggio, secondo uno schema singolare di “semi-nomadismo” che ha generato via via sempre nuovi insediamenti permanenti. Anche relativamente ai contesti politici e signorili, al ruolo promotore dei monasteri, agli aspetti climatici ed economici che hanno favorito la loro migrazione, così come ai caratteri giuridici, al diritto colonico e all’affermazione delle loro autonomie… Ormai i documenti portati alla luce delineano con sufficiente chiarezza i caratteri della loro sfida alla montagna connaturata a quello specifico status di coloni, gravido di libertà e di privilegi.

Ma da dove venivano questi antichi coloni tedeschi, prima di aver dato vita nel XII–XIII secolo alla colonizzazione più specificamente detta “walser”? Prima d’allora, l’origine remota di questo piccolo popolo colonico è ancora avvolta in una grande zona d’ombra, che il ritrovamento di nuovi documenti difficilmente potrà svelare in futuro. Più ancora che l’archeologia o studi linguistici di esito incerto, solo esami antropologici approfonditi potrebbero recare qualche utile contributo allo scioglimento del fondamentale enigma: chi erano e donde venivano i progenitori di quei piccoli gruppi colonici che oggi chiamiamo Walser?

Scarpa con chiodi nella suola, Museo casa Walser a Macugnaga, frazione Borca (CC BY-SA 4.0 BelPatty86).
Scarpa con chiodi nella suola, Museo casa Walser a Macugnaga, frazione Borca (CC BY-SA 4.0 BelPatty86).

Discendenza alemanna o sassone?

Secondo la consolidata tradizione storico-linguistica svizzera degli ultimi centocinquant’anni, è stata l’onda lunga di tribù alemanne, nel IX–X secolo, a portare i Walser sulle Alpi. Dopo aver risalito, lentamente nei secoli, l’altipiano e le colline svizzere, ed essersi attestati in quota in prossimità dei valichi, dopo aver popolato l’Oberland Bernese e l’Oberhasli, intraprendenti gruppi di coloni “alemanni” avrebbero infine avuto ragione anche dei ghiacciai. Superato l’impervio valico del Grimsel, sarebbero scesi a popolare la vallata del Goms. Questa salita in quota degli Alemanni verso il nodo delle testate vallive delle Alpi Centrali, attorno al San Gottardo, avrebbe rappresentato una sorta di “completamento” quasi “naturale” del popolamento della Svizzera “alemanna”, quale si era allargato a macchia d’olio tra il VI e il IX secolo, tra il Reno e le Alpi. Il fondamento di tale tesi, in assenza di documenti e di reperti archeologici, è prettamente linguistico.

A questa consolidata teoria oggi se ne aggiunge una seconda, anch’essa basata, almeno in parte, su deduzioni linguistiche. Studi recenti hanno scoperto affinità tra la parlata walser e le lingue scandinave, in particolare sassoni, tali da ipotizzare una discendenza dei Walser da coloni sassoni, così come ancora qualche decennio fa i vecchi tramandavano in molte colonie, in val Formazza e a sud del Monte Rosa. Punto di forza della tesi sassone (proposta dal professor Sergio M. Gilardino in I Walser e la loro lingua, Zeisciu, 2008) è lo specifico retaggio di segni derivati dall’antico alfabeto runico, presenti nel patrimonio culturale walser e sconosciuto o scomparso precocemente presso i popoli germanici meridionali, come gli Alemanni. I Walser usavano (in qualche caso usano ancora) tali simboli come “segni di casato” scolpiti nel legno delle suppellettili e delle travi degli edifici, ma soprattutto nelle Tesseln (tavolette) di legno dove erano incisi i diritti di ogni singola famiglia relativi alle quote del bestiame all’alpe, alla divisione del latte e del formaggio, all’utilizzo consorziale dell’acqua degli acquedotti.

La questione rimane dunque aperta: i Walser discendono dagli Alemanni, come si credeva un tempo, o dai Sassoni, dagli Scandinavi o comunque da popoli del Nord Europa diversi dagli Alemanni? I popoli del Nord – questo è indubbio – appaiono nella storia più adatti degli Alemanni ad affrontare avventure di colonizzazione “estrema”. Basti considerare le spedizioni al di là degli orizzonti marini, dove si è spinta la conquista vichinga dell’ignoto: impresa non molto diversa della sfida “walser” all’ambiente ostile delle Alpi. Lo studio della toponomastica antica, delle vicende climatiche, una tradizione orale consolidata nelle prime località dove vennero fondate colonie in seguito chiamate walser, farebbe propendere per la tesi dei Sassoni o altri popoli del Nord Europa.

Cucina, culla, letto e filatoio al Museo casa Walser a Macugnaga, frazione Borca (CC BY-SA 4.0 BelPatty86).

"Vichinghi" delle Alpi

Ma se è vero che “la storia è scritta nel sangue”, saranno soprattutto gli studi di genetica a dire l’ultima parola. Sui Walser gli studi genetici sono iniziati oltre un secolo fa, quando un antropologo zurighese, Otto Wettstein, aveva dedicato nel 1909–1910 una ricerca pionieristica all’Anthropogeographie di una delle valli più isolate tra quelle abitate dai Walser nei Grigioni: il Safiental. Qui, esaminando congiuntamente la situazione sierologica e quella antropometrica degli abitanti delle fattorie sperdute sulle montagne, Wettstein aveva scoperto che i Walser che vi abitavano avevano conservato “il tipo nordico più puro” della Svizzera. Le fattorie dell’alta valle di Safien rappresentano, secondo Wettstein, una vera e propria “isola linguistica e razziale della Germania del Nord”. La netta predominanza del gruppo sanguigno O, associata al fattore Rh negativo, contrariamente alla media europea, fa dei Walser un’eccezione che ha pochi altri riscontri. Oltre ai Baschi, considerati la popolazione più antica d’Europa, l’alta percentuale del gruppo sanguigno O negativo, si ritrova solo tra gli Islandesi, isola notoriamente colonizzata dai Vichinghi nel X–XI secolo.

Un apparentamento dei Walser con i popoli del Nord e un salto migratorio dei primi coloni da lontane lande sconfinate direttamente al cuore delle Alpi non può più perciò apparire sorprendente. La storia nota dei Walser d’altra parte mostra casi non meno sorprendenti di spostamenti a lunga distanza: come la colonizzazione diretta di lontane terre nel Vorarlberg austriaco da parte di Walser provenienti da Formazza: un salto di centinaia di chilometri. Non si deve inoltre pensare a migrazioni bibliche o invasioni d’interi popoli in particolari circostanze storiche. Per dare vita all’intero fenomeno della colonizzazione delle alte Alpi oggi chiamate walser, è bastato inizialmente un piccolo gruppo di 15–20 famiglie. Il contesto non è quello della storia per così dire “politica”, ma quello dell’eco-storia: delle fasi climatiche quali condizione “principe” delle vicende di colonizzazione e di conquista dell’ignoto.

Una bella conclusione sarebbe dunque, non solo per la storia dei Walser e del popolamento alpino, ma più in generale per l’intera storia d’Europa, poter affermare che la colonizzazione delle terre più elevate del vecchio continente è partita da un piccolo gruppo di coloni venuti dal mondo glaciale del Nord Europa. Uomini e donne fuggiti da lidi lontani – come direbbe Giordane, storico bizantino del VI secolo – ma sempre con in cuore il rimpianto per quegli spazi “difficili e immensi”, “vasti paesaggi irti di foreste secolari, dove nemmeno i lupi hanno vita facile”.

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Bibliografia

  • Rizzi E., Atlante delle Alpi Walser, 3 voll., Anzola d’Ossola, Fondazione Monti, 2003-2005.
  • Rizzi E., I Walser e le Alpi. Ultimi studi, Anzola d’Ossola, Fondazione Monti, 2020.
  • Zanzi L., Rizzi E., I Walser. L’avventura di un popolo nelle alte alpi, Anzola d’Ossola, Fondazione Monti, 2013.
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