Il canto rivoluzionario di Nino Oxilia

L'inno irredentista "Giovinezza", un grido agli ideali della Rivoluzione francese

Foto di Nino Oxilia tratta dal frontespizio de “Gli orti. Liriche di Nino Oxilia”, Alfieri & Lacroix, Milano 1918.

Storica del Primo Novecento, collaboratrice della rivista Studi Piemontesi, nel 2016 ha pubblicato il primo saggio critico sul film Addio giovinezza! (1918). Premio Acqui Storia Inedito nel 2019, nel 2020 le è stato conferito il riconoscimento dell’Accademia di Cultura Nicese di Nizza Monferrato. È vicepresidente della sezione di Alba del Club Alpino Italiano e socia del Centro Studi Beppe Fenoglio.

  

I tre inni nazionali che si sono avvicendati negli ultimi due secoli sono indissolubilmente legati alle tre forme di governo della nostra storia moderna: la Marcia alla monarchia sabauda, l'Inno di Mameli alla Repubblica e Giovinezza al ventennio fascista. Torino, culla del Risorgimento da cui scaturì l'unificazione nazionale, è stata anche la fucina musicale che ha prodotto il “tris” delle colonne sonore dello Stato.

La Marcia reale, monarchica e sabauda, fu inno nazionale fino al 1946. Rimasta sempre pura musica senza testo, nacque nel 1831 o nel 1834 (le fonti sono discordi) dal Maestro torinese Giuseppe Gabetti, primo violino del Teatro Regio di Torino. La musica piacque non soltanto al re Carlo Alberto che lo aveva commissionato, ma anche alla popolazione: il successo della marcia dell'esercito sardo la promosse dapprima inno dei Savoia e poi del Regno d'Italia con l'unificazione del 1861. Un anno dopo, Gabetti chiudeva la propria esistenza a La Morra, nelle Langhe, dove aveva trascorso i suoi ultimi anni.

Il busto di Giuseppe Gabetti a La Morra, in Piemonte.
Il busto di Giuseppe Gabetti a La Morra, in Piemonte.

Dopo la fine della monarchia nel 1946 la Marcia fu sostituita dal Canto degli Italiani, meglio noto come Fratelli d'Italia o Inno di Mameli, di stampo repubblicano, composto 99 anni prima cioè nel 1847. L'autore Goffredo Mameli era stato un giovane patriota e poeta: nel 1847 aveva solo vent'anni. Genovese, ardente mazziniano, combattente, seguace degli ideali della Rivoluzione Francese, scrisse i versi nella sua città e poi li spedì in Piemonte all'amico e concittadino Michele Novaro, che in quel periodo era scritturato come tenore al Teatro Regio di Torino. E proprio a Torino, Novaro rimase entusiasta dei versi ricevuti e la sera stessa iniziò a comporre la musica, apportando anche alcune modifiche al testo e aggiungendo un impetuoso “Sì!” al termine del ritornello. Di lì a un anno e mezzo, Mameli sarebbe caduto in combattimento, a ventun anni, nel 1849, difendendo la Repubblica Romana agli ordini di Garibaldi.

Dipinto di Goffredo Mameli eseguito da Domenico Induno, 1849 circa.
Dipinto di Goffredo Mameli eseguito da Domenico Induno, 1849 circa.

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Un inno "di tutti i colori"

Come Mameli, anche il torinese Nino Oxilia fu un giovane poeta soldato caduto in battaglia, durante quella che venne considerata, all'alba del Novecento, la quarta guerra d'indipendenza nazionale: ossia la Prima guerra mondiale. Oxilia aveva vent'anni non ancora compiuti nel maggio del 1909 quando compose, con la musica dell'amico Giuseppe Blanc, L'Inno dei Laureandi altrimenti detto Il Commiato, meglio conosciuto come Giovinezza, su richiesta della Goliardia dell'Università di Torino, per una festa che avrebbe avuto luogo la sera stessa al ristorante Sussambrino di via Po in onore degli studenti in Legge dell'anno accademico 1908/09 che stavano per terminare gli studi. Un contesto allegro, dunque, per salutare il periodo “degli studi e degli amori”, ma nel canto non mancò una strofa dedicata all'ardente spirito irredentista in voga tra la gioventù dell'epoca. Se il ritornello del 1847 era stato “Siam pronti alla morte/L'Italia chiamò”, i versi patriottici del 1909 furono: “Ma se un dì venisse un grido/dai fratelli non redenti/alla morte sorridenti/il nemico ci vedrà!”. Tali parole furono profetiche per il loro autore, che infatti morì in combattimento, da volontario, nei giorni successivi alla rotta di Caporetto, nel 1917 all'età di ventotto anni.

Il celeberrimo ritornello “Giovinezza, giovinezza/primavera di bellezza/nella vita nell'asprezza/il tuo canto squilla e va” era destinato a rimanere inalterato, mentre le strofe venivano via via modificate e adattate. Nel 1909 l'inno fu stampato in centocinquanta copie dall'editore torinese Gori di piazza Castello, con la copertina disegnata da un altro goliarda, il caricaturista Eugenio Colmo detto Golia. Tale illustrazione rappresenta il momento dell'addio dell'ormai ex studente che, con il diploma di laurea sottobraccio e l'espressione contrita, stringe la mano a una bella sartina dal volto triste. L'inno fu alle origini della pièce teatrale di ambientazione torinese Addio giovinezza! del 1911 scritta dallo stesso Oxilia insieme all'amico Sandro Camasio, destinata a diventare un cult tra i giovani, una delle commedie più fortunate del Primo Novecento, trasposta in vari film e trasformata nell'operetta del 1914 (M° Giuseppe Pietri) i cui versi furono cantati dai soldati nelle trincee della Grande Guerra. Ma già nel 1910, Giovinezza aveva iniziato a diffondersi spontaneamente, divenendo inno ufficiale degli Alpini: il 3° Reggimento lo avrebbe portato in Libia durante la guerra del 1911-1912. Nel 1917, al fronte della Prima guerra mondiale, divenne Inno degli Arditi, i reparti d'assalto impegnati nella riscossa nazionale dopo Caporetto.

Manifesto della rappresentazione di
Manifesto della rappresentazione di "Addio giovinezza!" al teatro Varietà Mancini in provincia di Verona, 1929.

Il canto giunse poi nel Carnaro con la spedizione di Gabriele D'Annunzio e dei suoi legionari. Il loro foglio La testa di ferro il 7 marzo 1920 titolava: “Tutta Fiume in grigio-verde si arma cantando: ‘Giovinezza giovinezza primavera di bellezza’”. Dopo il primo conflitto mondiale l'inno ebbe differenti versioni, sia di destra che di sinistra: fu bandiera non solo degli squadristi ma anche dei socialisti negli scontri che scossero l'Italia nel Biennio Rosso tra il 1919 e il 1921. Con l'avvento del regime fascista, nel 1925 Giovinezza venne trasformata in una sorta di inno nazionale (più precisamente: inno trionfale del partito nazionale fascista), eseguito subito dopo la Marcia Reale in tutte le manifestazioni pubbliche. Il nuovo testo fu composto dallo scrittore Salvator Gotta, ch'era stato amico di Oxilia nonché curatore della prima edizione di Addio giovinezza! stampata a Ivrea nel 1914. Con la nascita della radio, a partire dagli anni Venti, Giovinezza ingigantì la propria diffusione popolare divenendo la sigla di chiusura delle trasmissioni dell'emittente statale Eiar (antecedente della RAI). Infine, durante la Seconda guerra mondiale, l'inno fu ulteriormente trasformato: nel tragico biennio 1943-1945 tornarono le strofe squadriste, mentre non erano ancora scomparse le versioni parodistiche e antifasciste.

Locandina del film “Addio giovinezza!” del 1940.
Locandina del film “Addio giovinezza!” del 1940.

Il nuovo ruolo sociale dei giovani

Perché questo travolgente successo e tutte queste mutazioni? Quando fu adottato dal regime, il canto era già molto popolare in Italia. Il fenomeno sociale di Giovinezza per essere compreso va considerato alla luce della storia della giovinezza stessa. È nel Novecento che la gioventù ha iniziato ad affermare la propria identità, assumendo un nuovo ruolo sociale, secondo un meccanismo tipico delle società a capitalismo avanzato. Ma le radici di tale fenomeno sono da ricercare negli ideali della Rivoluzione francese del 1789: l'epoca in cui l'età giovanile aveva iniziato a essere esaltata come fonte di rinnovamento sociale e politico. L'iconografia del periodo era stata popolata da eroi giovani, affiancati non dai padri (custodi dei valori dell’Antico Regime) ma da divinità femminili, come nel successivo celeberrimo dipinto La Libertà guida il popolo di Eugène Delacroix (1830), in cui la Libertà è una giunonica divinità seminuda che regge la bandiera nazionale guidando gli insorti sulle barricate, affiancata da un giovane: un ragazzino con in capo un berretto da studente, che tiene nelle mani due pistole. Un’opera realizzata per celebrare la rivoluzione borghese di Luigi Filippo d’Orléans del 1830 ma dotata di un fortissimo valore suggestivo, utilizzata in seguito per celebrare diversi eventi epocali, dalla Liberazione della Francia nel 1944 al bicentenario della Rivoluzione Francese nel 1889.

Dipinto
Dipinto "La Libertà guida il popolo" di Eugène Delacroix, 1830.

Da qui, il culto della giovinezza e il protagonismo giovanile avevano valicato le Alpi: protomartiri del Risorgimento furono i due studenti dell'Università di Bologna, Luigi Zamboni e Giovanni Battista De Rolandis (quest'ultimo di Castell'Alfero in provincia di Asti), dalla cui insurrezione bolognese fallita del 1794 nacque il tricolore italiano ispirato a quello francese. A Castell'Alfero è ancor viva la memoria di De Rolandis. Poco meno di due mesi dopo la feroce esecuzione del patriota ventunenne astigiano, Napoleone entrava in Bologna e ordinava la liberazione dei prigionieri politici, rendendo onore alle ceneri dei due eroi. Il 9 ottobre consegnava alla Legione Lombarda una bandiera con i tre colori delle coccarde della sfortunata insurrezione, che sarebbero divenuti i colori della Confederazione Cispadana, formata dalle città di Modena, Bologna, Ferrara e Reggio Emilia. Nel frattempo Napoleone ordinava di erigere nel luogo dell'esecuzione capitale di De Rolandis una colonna alla cui sommità era collocata l'urna di bronzo contenente le ceneri dei due patrioti. Il 6 gennaio 1796 Bologna imbandierata accoglieva l'inaugurazione della colonna. Il giorno dopo a Reggio Emilia si riuniva il Congresso della Repubblica Cispadana per assumere il tricolore come vessillo del nuovo Stato. Per questo motivo, il 7 gennaio è ancora oggi considerato la data ufficiale della nascita della bandiera italiana. Pertanto, se il Piemonte fu la culla del Risorgimento, occorre ricordare il ruolo precursore del Monferrato nell'avere dato i natali a Giovanni Battista De Rolandis.

Giovanni Battista De Rolandis e la Coccarda Tricolore impiegata nella sommossa organizzata il 14 novembre 1794 da Giovanni Battista De Rolandis e Luigi Zambon. Conservata al Museo Europeo degli studenti a Bologna.

Dall'irredentismo al Futurismo

Dopo la fine del periodo napoleonico, nel 1815, ebbe inizio in Italia il vero e proprio periodo risorgimentale. Di Goffredo Mameli, caduto a ventun anni nel 1849, abbiamo già detto. Come lui, vi furono moltissimi altri giovani patrioti che sacrificarono la vita. All'inizio del Novecento, l'erede dello spirito del Risorgimento fu l'irredentismo, acceso a livello europeo nella Federazione Internazionale Studentesca fondata da Efisio Giglio-Tos che nel 1898 aveva mandato cinquantamila inviti a tutte le università del mondo affinché i loro rappresentanti confluissero a Torino. In quel periodo di nuovi patrioti martiri, i moti contro l'Austria erano stati fomentati da quegli studenti che, sudditi degli Asburgo, protestavano per avere un'università italiana. Nelle città irredenti si erano formate associazioni studentesche quali la Giovine Fiume e la Giovane Trieste, epigone della Giovine Italia di Mazzini.

Nel 1909 il Futurismo esordì esaltando la giovinezza, l'eroismo, l'irredentismo. Se nel febbraio del 1909 il Manifesto del Futurismo invocava la rivincita della gioventù contro il passato, l'inno di Oxilia, tre mesi dopo, avrebbe espresso in musica lo stesso spirito. Se il Futurismo aveva esaltato la velocità e il progresso tecnologico, il canto nacque proprio a Torino: città industriale all'avanguardia, capitale dell'automobile. Quella del 1914-1918 fu la prima guerra moderna, tecnologica e con una partecipazione in massa dei giovani: la giovinezza era protagonista della storia. Come ha scritto Omar Calabrese:

La prima guerra mondiale, infatti, produce una foltissima schiera di combattenti di giovanissima età, nella quasi totalità studenti, che prima e dopo il conflitto si organizzano nei famosi Fasci di Combattimento e nei gruppi degli ‘arditi’.

Quando fu adottata dagli Arditi nel 1917, Giovinezza divenne trasversale come la composizione del corpo speciale d'assalto che risollevò le sorti italiane dopo Caporetto e che alla fine della guerra rifiutò di sciogliersi e procedere al disarmo. I membri sarebbero confluiti tra le file nere, oppure rosse (Arditi del Popolo) o sarebbero partiti alla volta di Fiume con D'Annunzio. L’inno Giovinezza, nella versione del 1925, divenne il perno della propaganda fascista, insieme alla figura del giovanissimo ribelle italiano Balilla.

Ritratto di Oxilia con dedica. Collezione Patrizia Deabate.
Ritratto di Oxilia con dedica. Collezione Patrizia Deabate.

I legami con gli ideali francesi

Ma in questa plurisecolare storia della giovinezza, ai nostri fini risulta interessante ricostruire i legami tra la Giovinezza nata a Torino nel 1909 e il monello di Parigi che sta sulla barricata accanto alla Libertà di Delacroix. Nel 1909 Oxilia si firmava “Gringoire” sulla Gazzetta di Torino. Quello era il nome di un importante personaggio del celebre Notre-Dame de Paris di Victor Hugo. Sempre nel 1909 Oxilia, con l'amico Camasio, aveva vinto un concorso indetto dalla Società degli Autori con la commedia La zingara, rappresentata poi al teatro Carignano. La protagonista era una gitana affascinante, come la Esmeralda dello stesso romanzo di Hugo poc'anzi citato. Quindi, in quell'anno 1909, Oxilia aveva in mente il grande scrittore francese. Niente di più probabile, di conseguenza, che scrivendo i già citati versi irredentisti di Giovinezza: “alla morte sorridenti/il nemico ci vedrà!” l'autore pensasse al giovanissimo Gavroche dei Miserabili, che canta in faccia alla morte, canta sotto le pallottole nemiche, canta allegro mentre si fa beffe di tutti e continua il proprio dovere al servizio dei rivoluzionari finché cade ucciso – come avrebbe fatto Oxilia sul monte Tomba: già ferito continuò a combattere finché fu dilaniato da un colpo di granata. E il personaggio di Gavroche di Hugo era la trasposizione letteraria dello studente dipinto da Eugène Delacroix, trent'anni prima de I Miserabili, accanto alla Libertà a seno nudo che stringe il tricolore francese, nel dipinto custodito al Louvre. 

Pierre Gringoire, illustrazione di Gustave Brion, 1876.
Pierre Gringoire, illustrazione di Gustave Brion, 1876.

Ma ci sono altri collegamenti prettamente poetici tra Giovinezza e gli ideali rivoluzionari d'Oltralpe. È stato dimostrato il legame tra il testo dell'inno del 1909 e la lirica A Vittor Hugo dello scapigliato lombardo Emilio Praga pubblicata nel 1864 nella raccolta Penombre:

o giovinezza che già muti nome,
una pura armonia spirami ancora,
un inno alato;
pria che il verno dal cor salga alle chiome,
prima che tutta la mia bionda aurora
m’abbia lasciato!

La giovinezza era vagheggiata dal Praga come l’insieme degli ideali e dei sentimenti autentici. Il poeta scapigliato vedeva, in Hugo, il punto di riferimento per elevarsi al di sopra della crisi di valori, del disorientamento della classe intellettuale italiana dinanzi al tramonto del Risorgimento e del proprio ruolo attivo nella storia. Il Praga non riuscì a farsi ispirare dalla giovinezza quell’“inno santo” che l’avrebbe salvato dalla perdizione, e infatti morì alcolizzato a soli trentasei anni, nel 1875. I legami del “poeta maledetto” con Torino erano stati forti. Dopo la sua scomparsa, ne fu tenuta accesa la memoria soprattutto dall'editore torinese Casanova, che pubblicò, postumi, Trasparenze, nel 1878, il romanzo Memorie del presbiterio nel 1881, Fiabe e leggende nel 1884. Ristampò anche Tavolozza e la raccolta Penombre (contenente A Vittor Hugo) per due volte: nel 1879 e nel 1889, anno di nascita di Nino Oxilia. Dai memoriali degli amici di Oxilia, risulta come la gioventù torinese degli anni Dieci del Novecento si sentisse erede spirituale del Praga e della Scapigliatura milanese. Leggendo il Commiato, esso pare la “risposta” di Oxilia al maestro maledetto. Praga aveva scritto:

Dammi per poco ancor la vaga aureola
che han presa i disinganni;
il coraggio, la fede, e le vertigini
de’ miei vent’anni!

E nel 1909, quando Oxilia aveva vent’anni ancora da compiere e il Manifesto del Futurismo era ancora fresco di stampa, ecco cosa scrisse nel Commiato:

È la vita una battaglia
è il cammino irto d'inganni;
ma siam forti, abbiam vent'anni,
l'avvenire non temiam.

Evviva la giovinezza!

L'invocazione di un inno alla giovinezza era stata già compiuta l'anno prima, nel 1908, dal poeta torinese Giovanni Croce amico di Oxilia la cui poesia O giovinezza! contiene, come quella del Praga, l'invocazione a un agognato inno alla giovinezza: 

La vita non sarà che un saldo ardire,
un inno a la fiorente giovinezza!

Forse ha un segreto riferimento al Praga una poesia di Oxilia quattordicenne, anche se dedicata a Gabriele D'Annunzio. Composta il 5 luglio 1905, intitolata L'opera mia!, in un certo senso può essere definita un programma di quello che sarà, per il futuro, l'impegno dell'autore in poesia e in guerra. Il punto di partenza è dato dai fantasmi di uomini del passato, che vengono a trovare il giovanissimo Oxilia di notte e gli tracciano la via:

Nell'ora in cui la pace è più solenne
il ciel più buio e lucide le stelle,
venner gli spirti nella mia dimora
e parlarono a lungo colle belle
voci e nell'aria un fremito perenne.
E quando se ne andarono, l'aurora
già si levava e li riodo ancora
dirmi: combatti è ben breve la vita
e buia ed intricata, irta di spine
ma tu su quell'ammasso di rovine
devi creare l'opera più ardita!

Forse in questo riferimento collettivo a spiriti del passato rientra anche quello di Emilio Praga, che aveva invocato l'inno alla giovinezza senza riuscire a comporlo? In effetti, per Oxilia “rispondere” al Praga, esaudire l'anelito irrealizzato del poeta maledetto avrebbe portato fortuna, in quanto Giovinezza ottenne subito un immediato successo popolare nel 1909. O forse Oxilia pensava a Goffredo Mameli, giovanissimo combattente sacrificatosi per gli ideali di libertà?

L'ultima strofa della lirica oxiliana L'Opera mia!, che riporto di seguito, chiaramente si riferisce, nelle intenzioni dell'autore, alla sua opera poetica futura:

Canzon mia ardita vattene pel mondo,
canta!: Egli è là che pugna e che s'avvanza
per un amore si fa strada e abbatte
tutto ciò che dinnanzi gli fa stanza

Ma, letta con il senno di poi e alla luce dell'incredibile vicenda di Giovinezza, risulta impressionante quanto una profezia avverata, nel punto in cui esorta la canzone “ardita” a diffondersi e a farsi cantare ovunque. Partita da una serata studentesca del 1909 in un ristorante di via Po a Torino, fu talmente cantata nei decenni successivi da contrassegnare tutte le passioni, i conflitti, gli aneliti, le dolorose pieghe e le contraddizioni della storia del Novecento in Italia.

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Bibliografia

  • Deabate P., Le origini dell’Inno dei laureandi “Il Commiato” (1909), in Studi Piemontesi, Vol. XLII, fasc.1, giugno 2013.
  • Deabate P., Nino Oxilia e il suo tempo. Da Mascagni ai Marlene Kuntz: un mito e una triplice damnatio memoriae, in Oxilia N., Canti brevi, Torino, Neos, 2014 (collana diretta da Roberto Rossi Precerutti).
  • Deabate P., Dall’inno goliardico al successo cinematografico: da “Giovinezza” (1909) ad “Addio giovinezza!” (1918) con Maria Jacobini, in Immagine. Note di Storia del Cinema, n. 14, IV serie, luglio-dicembre 2016.
  • Oxilia N., Poesie, Napoli, Guida Editori, 1973.
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