Alba, disegno di Clemente Rovere, 1839.

Il Piemonte disegnato di Clemente Rovere

Lo scrivano di Dogliani che rappresentò ogni comune piemontese con carta e inchiostro

Laureato in lingue all’Università di Torino, ha una passione per tutto ciò che è cultura, arte, storia e scienza. Al fascino e alla curiosità per tutti i paesi vicini e lontani, e in particolare per quelli di lingua tedesca, unisce l’interesse ai ben più vicini angoli del natio cuneese.

  

Viviamo in una società che straborda di immagini. Non solo in televisione o sui social network, ma i nostri stessi telefoni cellulari sono ripieni di foto e video, che spesso giacciono inutilizzati nel fondo di qualche polveroso archivio digitale. Eppure in pochi sanno resistere a ritrarre, anche per l’ennesima volta, un paesaggio o uno scorcio familiare e nessuna gita, nessuna vacanza sarebbe completa, senza le solite foto, tutte uguali eppure tutte personali, fatte ai monumenti e alle vedute più note quando visitiamo un luogo a noi nuovo. Un sentimento uguale deve aver provato spesso Clemente Rovere, durante le sue peregrinazioni per campagne, città e paesi in Piemonte. Non avendo ancora un cellulare, il bravo impiegato sabaudo trasse carta e penna e in un giorno imprecisato del 1826 realizzò il primo dei suoi numerosissimi disegni, avente per soggetto il Po presso il Valentino, e diede inizio così a una sorta di enciclopedia illustrata del Piemonte di allora che ancora oggi è possibile ammirare e studiare.

Il castello del Valentino e il fiume Po a Torino, 1831.
Il castello del Valentino e il fiume Po a Torino, 1831.

Fermare il tempo sulla carta

Il mondo in cui si muoveva Rovere era uscito stravolto dagli strapazzi napoleonici, nonostante i tentativi di riportare indietro le lancette della storia di qualche decennio. L’Italia, ovviamente, era ancora una “espressione geografica” e il regno sabaudo aveva guadagnato, grazie agli intrighi dei diplomatici a Vienna, la Liguria, oltre a comprendere ovviamente il Piemonte, la Sardegna, la Val d’Aosta, Nizza e la propaggine francese della Savoia. Nei trentaquattro anni che separano il primo disegno di Rovere al 1860, data della sua morte, pezzo dopo pezzo l’Italia crebbe sempre più, fu promulgata la costituzione del 1848, si combatté in Crimea e il tristo Pantoni, oriundo emiliano a cui, secondo alcuni, dobbiamo l’invenzione involontaria del tramezzino, camminava col capo chino, stando lontano forse da occhi indiscreti attraverso le viuzze buie e le cupe volte di una Torino a cui prestava i propri preziosi servigi di boia. In tutti questi anni il buon Rovere, con autentica solerzia sabauda, continuò a ritrarre il suo paese in disegni che nella loro immutabilità paiono sfidare i rivolgimenti della storia di quegli anni.

Piazza Maggiore di Mondovì, 1843.
Piazza Maggiore di Mondovì, 1843.

"A passo a passo, fermandomi"

Clemente Rovere, quest’uomo talmente innamorato della sua terra da dedicare la vita a ritrarla il più fedelmente possibile, era natio di Dogliani, dove era venuto al mondo nel 1807, da una famiglia che commerciava in tessuti. Diciannove anni più tardi, lo troviamo a Torino, come “aspirante ad un posto di scrivano” alla corte sabauda, e inizia così la sua carriera amministrativa, che avrà il suo culmine nel 1859, quando viene promosso a “segretario di seconda classe”. Ma la vita in mezzo alla cancelleria e alle scartoffie non doveva dargli evidentemente molte soddisfazioni. Rovere doveva raggiungere un certo riconoscimento non grazie al suo lavoro, ma piuttosto grazie alla sua curiosità, alla sua matita e ai suoi piedi, perché – come spiega nel 1854 alla Regia Deputazione di Storia Patria (l’attuale Deputazione Subalpina di Storia Patria con sede a palazzo Carignano) che l’aveva fatto proprio corrispondente – la sua opera era stata realizzata durante:

«gli ozi delle autunnali vacanze e quelle ore che lungo l’anno ho libere dal mio impegno» per ritrarre «la figura» di tutte le città, i borghi e i villaggi percorsi «a piedi e passo a passo fermandomi.».
Le frasi nei caporali sono di Rovere. Da "Viaggio in Piemonte di paese in paese", Savigliano, L’Artistica Editrice, vol. I, 2016.

La missione che si era prefisso non era tuttavia la prima nel suo genere: proprio un tentativo precedente di raffigurare i territori del regno sabaudo aveva dato il via all’opera di Rovere. Quest’opera, il Theatrum Statuum Sabaudiae, è, come spiega lo stesso Rovere, “l’unico libro che io sappia in cui sia descritta una parte delle città e dei borghi pedemontani, che pubblicavasi in Olanda in sullo scorcio del diciassettesimo secolo.” (Riportato in Morabito G., Il Piemonte antico e moderno, Portale Linked Open Data del CoBiS). L’intento di quest’opera, che porta il lunghissimo titolo barocco di Theatrum Statuum Regiae Celsitudinis Sabaudiae Ducis, Pedemontii Principis, Cypri Regis, era quello di celebrare il piccolo regno di Sardegna e di farlo conoscere alle altre corti europee, una sorta di operazione di promozione territoriale ante litteram. Stampato ad Amsterdam in due volumi nel 1682, questo lavoro contiene 145 vedute in cui gli esperti artisti olandesi avevano ritratto Torino, i palazzi reali e le maggiori città del ducato, accompagnate da testi in latino ad opera di eruditi savoiardi.

Carta di Asti tratta dal Theatrum Statuum Sabaudiae, 1682.
Carta di Asti tratta dal Theatrum Statuum Sabaudiae, 1682.

Il regno di Savoia in 4.000 disegni

Il loro lavoro non doveva essere però stato certosino se Rovere, constatandovi alcuni errori, decise di cominciare un proprio tentativo di raffigurare tutti gli angoli del regno di Savoia. Con alcune eccezioni, perché se è vero che il nostro disegnatore volle trattare e raffigurare anche la Liguria, la Valle d’Aosta, Nizza, la Savoia e gli altri possedimenti extra piemontesi a cui si è accennato, fin da subito escluse la Sardegna. A dispetto di quest’ultimo dettaglio, nelle intenzioni di Rovere la sua opera sarebbe dovuta essere enorme ed estremamente ambiziosa. Intitolata dallo stesso Il Piemonte Antico e Moderno Delineato e Descritto, progettava infatti di realizzare ben 360 volumi, dedicandone 353 a ciascuno dei mandamenti – una circoscrizione in uso nell’allora regno sabaudo e poi in tutto il paese ad un livello superiore del comune, che scomparve solo nel 1926 – oltre a due per Torino e Genova, e altri cinque per i quadri statistici, storici, e gli indici. Oltre ai disegni, infatti, andava raccogliendo informazioni storico-bibliografiche sui paesi visitati. Per citare l’introduzione dell’ultima, recentissima edizione dei disegni piemontesi di Rovere:

[...] nei testi manoscritti posti dal Rovere a corredo dei volumi completati si rintracciano espressioni che confermano la sua sensibile e colta attenzione alla scelta dei temi da riprodurre e pure i sentimenti in lui suscitati dalla scoperta della singolarità dei luoghi; in particolare l’autore ritorna spesso sui quadri ambientali ch’egli giudica pittoreschi.
Dall’introduzione di Cristina Lombardi, in Viaggio in Piemonte di paese in paese, op. cit., p. viii

Alla fine gli riuscì di realizzare oltre 4.000 disegni, alcuni ben definiti, altri poco più che bozze, acclusi in 17 volumi rilegati per le provincie di Susa e di Torino, oltre a 33 cartelle suddivise in 254 fascicoli per il resto del materiale, che si trova ora alla Deputazione Subalpina di Storia Patria.

Disegno in bozza dell'Ospedale di San Giovanni a Torino, 1833.
Disegno in bozza dell'Ospedale di San Giovanni a Torino, 1833.

Spinto dalla sola passione

Come detto, Rovere si spostava prevalentemente a piedi:

camminava per valli e lande vedendo già da lontano il profilarsi della sua meta, talvolta si appoggia a un muretto per delineare la sagoma delle principali componenti ambientali, poi si avvicina al nucleo abitato e vi penetra documentando le vie, gli snodi, le tipologie edilizie raggiungendo la piazza principale ove spesso campeggia la facciata della chiesa o quella del municipio, ancora si aggira alla ricerca di elementi da lui ritenuti distintivi o curiosi, oppure d’importanza storica o documentaria. Infine esce dal paese per proseguire il suo viaggio e si volta a confermare l’aspetto del borgo o della cittadina […]
Dall’introduzione di Cristina Lombardi, in Viaggio in Piemonte di paese in paese, op. cit., p. ix

Nel corso degli anni gli capitò di tornare sui propri passi e di realizzare nuovi disegni di paesi già visitati in precedenza. Per la città di Bra, ad esempio, Rovere realizzò disegni negli anni 1827, 1831 e 1834.

Lavorava prevalentemente con la matita, tratteggiando schizzi e bozzetti (e tali sono rimasti diversi suoi ritratti di borghi e paesi) su fogli e carta anche di fortuna, come il retro di buste per la corrispondenza, che certo dato il suo lavoro non gli dovevano mancare. Solo in un secondo momento delineava meglio il profilo dei disegni con l’inchiostro, usando a volte il carboncino per dare volume alle chiome degli alberi e ad altri elementi. I suoi disegni hanno un valore più documentario che prettamente artistico: non ci troviamo di fronte a opere che potrebbero affiancare gli schizzi preparatori di Dürer, dei fiamminghi o degli olandesi, o ai suoi contemporanei che in Francia e in Gran Bretagna percorrevano i boschi intorno a Parigi o alla campagna inglese e che iniziavano così a nobilitare la pittura di paesaggio. Di essi Rovere non aveva forse cognizione, né del resto sarebbe stato interessato a gareggiare con loro. Era oltre la figura dell’artista di professione, la sua dedizione non nasceva in uno studio o in una accademia, ma cresceva tra le scartoffie e nei momenti di libertà del suo lavoro impiegatizio e nessuno lo pagava per compiere le sue peregrinazioni, spinto com’era dalla sola passione. In questo senso egli è più vicino alla modernità degli artisti di Barbizon o di John Constable. Era quello che oggi chiameremmo un hobbista. Sempre Cristina Lombardi scrive che Rovere era:

presumibilmente un autodidatta nell’arte del disegno ma possiamo notare che, nel tempo, le immagini delineate si perfezionano, acquistando profondità ed efficacia di rappresentazione sia nella scelta delle inquadrature, sia per la elaborazione delle ombreggiature a matita che divengono più sensibili e abili nell’arricchire l’oggetto dell’attenzione.
Santuario d’Oropa veduta dalla sommità del Monticello delle cappelle, s.d.
Santuario d’Oropa veduta dalla sommità del Monticello delle cappelle, s.d.

La grandiosità della natura

Veniamo quindi al corpus della sua opera. Il primo disegno è, come detto, una veduta del Po al Valentino realizzato nell’anno 1826. Sulla destra si vede il castello del Valentino, sulla sinistra la collina torinese, con edifici e boschetti che scendono dolcemente verso l’acqua, dove navigano due barche. Una guglia in lontananza a rappresentare il Monviso, dalla tipica forma aguzza come appare dal capoluogo. Una scena idilliaca che trasmette la serenità che chiunque abbia passato anche solo qualche ora di un giorno di primavera o d’estate sulla riva del Po in quella zona conosce. Rovere comunque non si dedicò troppo alla rappresentazione di Torino, preferendo raffigurarne i dintorni, forse perché pianificava di farlo meglio in seguito, come in effetti fece, come si vedrà. Per il resto praticamente tutti paesi del Piemonte vi sono rappresentati, tutte le chiese, gli edifici, i castelli, i ruderi, gli angoli, le strade, tutto quanto sia abbastanza vecchio da poter essere stato visto da Rovere c’è nei suoi disegni. Non soltanto edifici, però, ma anche riproduzioni di raffigurazioni più vecchie, come quella di Chieri che l’autore vide in una chiesa, vedute a volo d’uccello, mappe, interni come quella di una chiesa di Carignano o i bassorilievi della Sacra di San Michele.

Il Valentino visto dalle rive del Po, 1826.
Il Valentino visto dalle rive del Po, 1826.

Si è già accennato al gusto per il pittoresco dell’autore: molte illustrazioni, particolarmente quelle di zone montuose, ma anche dei laghi, mostrano una predilezione per la grandiosità della natura, anche nei suoi aspetti più selvaggi. Alcuni disegni rappresentano paesaggi naturali senza traccia d’attività umana. Altri, come quelli delle rovine del castello di Avigliana, paiono uscite dalla fantasia romantica di un artista tedesco, al punto che le si potrebbe tranquillamente collocare sul Reno o sul Neckar. Negli stessi anni, artisti come Giuseppe Pietro Bagetti raffiguravano gli orridi e i boschi del Piemonte e della Valle d’Aosta con la stessa poetica, seppur con superiori capacità artistiche. I disegni di Rovere hanno una ulteriore particolarità, e cioè l’assenza totale di persone, la cui attività è solo suggerita, ma mai mostrata. Questa assenza si può forse spiegare col fatto che Rovere voleva soltanto rappresentare l’aspetto del Piemonte e delle sue città, non dei suoi abitanti. L’unica eccezione è la veduta del duomo di Alba, del 1839, dove, sulla sinistra, appare una scena di mercato con avventori, popolani, merci e un asino. In uno sparuto numero di altri disegni si vede qualche solitaria figura umana spuntare ai lati delle strade e dei campi. Quanto detto fin qui potrebbe far pensare a Rovere come a un passatista che si preoccupava esclusivamente delle antichità e dell’immagine ideale che aveva della propria terra. In realtà, per quanto sia difficile dedurne la psicologia sulla base dei suoi disegni, in diverse vedute compaiono elementi moderni, come ad esempio un ponte in ferro a Pollenzo, o fabbriche ed opifici nelle vedute di Biella o Torre Pellice, o ancora la galleria del Sempione a Domodossola.

Veduta della Sacra di San Michele, s.d.
Veduta della Sacra di San Michele, s.d.

Riconoscimenti e responsabilità "reali"

A ventotto anni da quel primo disegno in riva al Po, gli sforzi di Rovere ottengono qualche riconoscimento. Gli atti della Deputazione di Storia Patria registrano che, al 28 maggio 1854,

Clemente Rovere, corrispondente nostro, presenta alla R. D. molti volumi manoscritti intitolati Il Piemonte antico e moderno delineato e descritto con buoni disegni originali di sua mano, di piani, piante e vedute. La R. D. trovando di lode questa faticosa opera, rassegna domanda al Re perché con una medaglia d’oro ricompensi il vivo impegno, zelo ed instancabile operosità del Rovere.
Come succintamente riporta negli stessi atti poco più tardi, in data 31 dicembre, “Il Re concede l’invocata medaglia al Rovere”.
Entrambi gli estratti vengono da Manno A., "L'opera cinquantenaria della R. Deputazione di storia patria di Torino", Torino, 1884, p. 30

Ancor prima di premiarlo, il sovrano doveva essersi accorto di Rovere, visto che gli affidò i figli Umberto, il futuro re che aveva allora dieci anni, e il più piccolo Amedeo, in ben tre occasioni tra il 1854 e il 1855, perché facesse da accompagnatore in un viaggio a Susa, Pinerolo e Saluzzo nel 1854, a una villeggiatura al castello di Casotto nel 1855, e nello stesso anno in un nuovo viaggio nelle valli di Stura e Gesso. Va fatto notare che, almeno in questa occasione, Rovere non si mosse a piedi, ma usò un mezzo da poco inventato: il treno. Nonostante si trattasse di un impegno di responsabilità, in quanto doveva occuparsi anche delle feste e dei ricevimenti per i due reali, Rovere sfruttò l’occasione anche per accrescere le sue conoscenze in merito ai paesi toccati:

per ogni centro ha cura di trascrivere quanto gli riesce di raccogliere, anche sul luogo, di tradizioni e costumi; spesso si diletta nell'affrontare gli etimi dei toponimi più importanti; non disdegna infine di inserire a commento - quando il paesaggio o la singolarità dei luoghi glielo suggeriscono - versi di autori latini, francesi e italiani (con una spiccata preferenza per il Pindemonte).
Conterno G., I "Viaggi" di Clemente Rovere (1854-1855). Un fortunato ritrovamento, in Studi Piemontesi, vol. XIII, 1984, p. 376

Non mancarono episodi paradossali, che Rovere riporta: ad esempio, un incontro tra i principi e il vescovo a Cuneo, che salta perché gli ecclesiastici partono poco prima dell’arrivo della carrozza dei reali. Da queste tre esperienze Rovere trasse altrettanti volumi elegantemente rilegati e arricchiti da disegni di sua mano. Si trattava però di opere realizzate appositamente per il re che non vennero pubblicate, e che ancora oggi sono nelle mani di collezionisti privati. L’unica opera pubblicata in vita dall’autore è una Descrizione del Palazzo Reale di Torino, del 1858. In questo caso Rovere lasciò da parte la matita dando libero sfogo alla sua erudizione antiquaria e descrivendo minuziosamente il palazzo reale e tutte le sue stanze.

Veduta generale di Susa, 1842.
Veduta generale di Susa, 1842.

I luoghi di oggi con gli occhi di ieri

Il Piemonte Antico e Moderno dovette attendere più di centovent’anni perché vedesse i torchi della stampa. Clemente Rovere morì infatti il 12 marzo 1860 lasciando l’opera definitivamente incompiuta. Le cartelle e i volumi con i disegni giacquero negli archivi della Deputazione di Storia Patria, finché non vennero pubblicati in due volumi nella loro interezza nel 1978. Una nuova edizione, comprendente i disegni delle sole località piemontesi, è stata ripubblicata nel 2016, sempre in due volumi, dove ai disegni di Rovere si affiancano le descrizioni e la storia fino ai giorni nostri di ciascun comune rappresentato.

Il lavoro di Rovere continua a destare interesse ancora oggi, a quasi duecento anni da quel primo disegno del 1826. Grazie agli sforzi di quest’uomo instancabile, nato in un’epoca in cui la fotografia faceva i primi, timidi passi, qualsiasi piemontese può vedere quanto simile o diverso vi fosse nel suo comune di residenza a quell’epoca. Alcuni dei luoghi raffigurati sono rimasti assolutamente identici, e chi osserva potrà riconoscere, tratteggiata a matita, una veduta, dove sembrano mancare solo alcuni piccoli elementi, o una strada dove ha passeggiato spesso, la chiesa dove si è sposato, le arcate sotto cui si trova oggi un negozio o un bar. Si tratta di qualcosa che va ben oltre l’interesse storico e antiquario; subentrano i ricordi e l’affetto che proviamo per i luoghi a noi familiari, e forse anche Clemente Rovere, ai suoi tempi, deve aver provato lo stesso.

Piazza del Duomo di Ivrea, 1847.
Piazza del Duomo di Ivrea, 1847.

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Bibliografia

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