Corteo da piazza Carlo Alberto a piazza Lagrange per la manifestazione dell’11 marzo 1972 (© Archivio Centro Studi Sereno Regis, FMP, fasc. 169).
A Torino, feci numerose conoscenze di questi “War Resisters”. Mi si presentò per prima la figurina sorridente di Miss Beaton. […] Una donnina di mezz’età, di piccola complessione, occhi chiari, dall’aria distinta ed affabile. Le era vicino il professore di lingue Alfred Tucker, un vecchio canuto e roseo, tipicamente inglese […]. Faceva un caldo terribile, noi tutti eravamo senza giacca, alcuni in calzoncini corti, come l’olandese van Wijk, avvocato difensore degli obiettori di coscienza […]. Conoscevo già quasi tutti gli intervenuti attraverso fotografie, articoli e personale corrispondenza. Stuart Morris, alto e rosso scozzese; Reginald Reynolds, arguto scrittore e parlatore, magro come un levriere; Robert Porchet, dall’aria un po’ cupa […]. Divenne un resistente alla guerra quando, combattente nella Prima guerra mondiale, in un assalto alla baionetta udì un giovane tedesco che cadendo al suolo esclamò: “Mutti, mutti!” (mamma, mamma!). Disertò, fu imprigionato, deportato alla Gujana […]; Hem Day, anarchico belga, editore e pubblicista […]; l’alto vecchio quacchero John Fletcher dalla bianca barbetta a punta […]. La nota esotica [sic] fu rappresentata dalla dottoressa in medicina indiana miss Sushila Nayar […]. Mi disse di essere stata discepola di Gandhi e sua medichessa. Mancava il presidente ( fondatore) della WRI Herbert Runham Brown, deceduto, purtroppo, l’anno precedente. Tenne il suo posto Harold Bing, professore e storico distinto, che insieme a miss Beaton diresse le sedute.
Questo affresco è scritto, nelle sue memorie, da Edmondo Marcucci, intimo amico del filosofo Aldo Capitini. Riguarda una riunione che si tiene a Torino nell’estate del 1950. È la prima volta che la War Resisters International, nata nel 1921 e divenuta nel frattempo la più importante organizzazione internazionale dedicata all’obiezione di coscienza, arriva in Italia. È dunque comprensibile l’entusiasmo di entrare in contatto con una realtà internazionale per i pochi attivisti italiani che avevano cominciato ad adoperarsi per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza subito dopo la fine della guerra, dopo che l’istanza pacifista era stata soffocata durante il Ventennio.
Ma perché viene scelto proprio il capoluogo piemontese? A motivi logistici si uniscono altre ragioni.

Torino era diventata, un po’ per caso e un po’ no, uno scenario significativo nella vicenda dell’obiezione di coscienza. E tale si sarebbe mantenuto. Fin dal 1946, si erano infatti svolti a Torino tre processi a obiettori: se i primi due, quello al pentecostale Rodrigo Castiello e al testimone di Geova Enrico Ceroni erano passati quasi in segreto, il terzo, al ferrarese Pietro Pinna, era diventato un caso nazionale. “Circola per questa placida Torino di fine estate un acuto senso di curiosità”, aveva scritto Emiliano Zazo su Milano Sera, raccontando l’attesa del processo all’obiettore: e in effetti l’aula del tribunale è gremita e sono accorsi i giornalisti dei quotidiani, di alcuni periodici nazional-popolari, quale Oggi, o improntati alla cronaca nera, come Crimen, che a Pinna avrebbe dedicato la prima pagina: è il segno che l’interesse attorno a questo conflitto tra una singola coscienza e l’ordinamento militare è diffuso ben oltre la città.
Merito di tale partecipazione è della divulgazione di due piccoli circuiti nonviolenti, nati attorno ad Aldo Capitini e all’ex-sacerdote modernista Giovanni Pioli. Alla fine, la corte infligge a Pinna dieci mesi con la condizionale. Il giovane è nuovamente chiamato al Car (Centro Addestramento Reclute) di Avellino, condannato una seconda volta, poi al terzo richiamo, riformato per una inesistente nevrosi cardiaca. Nel frattempo, in Parlamento, due deputati, un socialdemocratico, Umberto Calosso, e un democristiano, Igino Giordani, presentano, invano, un disegno di legge per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza, mentre, dopo la sua liberazione, una manciata di giovani ne segue le orme: il libertario Elevoine Santi e gli anarchici Pietro Ferrua e Mario Barbani. Tuttavia né i loro nomi, né le città in cui sono processati ricevono un’attenzione paragonabile.
L’attivismo coagulatosi attorno all’obiezione di Pinna prosegue intanto nell’impegno. A Torino emergono due figure: il giovanissimo poeta Guido Ceronetti e, soprattutto, Bruno Segre, partigiano, avvocato difensore dello stesso Pinna (e, in seguito, di centinaia di obiettori) e fondatore del mensile L’Incontro, una delle voci più assidue nel fornire informazioni sugli obiettori. In realtà quel primo embrione di attivismo si scioglie presto. Incide il progressivo disinteresse che circonda l’obiezione e la difficoltà per un’istanza pacifista di prendere forza, negli anni della “democrazia protetta”, dopo l’escalation di tensione che segue la guerra di Corea.

Lungo tutto il decennio l’obiezione di coscienza sarebbe sopravvissuta a Torino solo negli articoli pubblicati su L’Incontro e per lo stillicidio di sentenze che continua a colpire, nel segreto, i testimoni di Geova. All’obiezione di coscienza questi avrebbero dato il contributo più alto per numero di condanne e di anni di carcere: in Italia circa il 90% degli obiettori appartiene a questa congregazione. L’unica eccezione rispetto a questo lungo silenzio giunge dalla Val Pellice. Nel 1958, a Torre Pellice, il Sinodo, massima autorità della Chiesa valdese, prende posizione a favore del riconoscimento dell’obiezione di coscienza con sette anni di anticipo sulla Chiesa cattolica.
A Torino, l’obiezione di coscienza avrebbe recuperato una dimensione pubblica a dieci anni dal convegno della WRI. Nel novembre 1961, a Firenze, La Pira aveva proiettato un film del regista francese Claude Autant Lara, Non uccidere, censurato dalla Commissione per la revisione cinematografica. Metteva in scena un fatto realmente accaduto, nel dopoguerra, in Francia: un tribunale militare aveva lo stesso giorno assolto un seminarista tedesco, colpevole di aver obbedito all’ordine di sopprimere un maquis prigioniero, e condannato un obiettore. A Torino, in solidarietà con la disobbedienza del sindaco fiorentino, è organizzato alla GAM, un dibattito, nel corso del quale intervengono Gianni Rondolino, Bianca Guidetti Serra e Norberto Bobbio, mentre una compagnia teatrale leggeva i dialoghi più significativi del film. In quell’occasione, Bobbio pronuncia un discorso significativo per la lucidità con cui inquadra obiezione di coscienza ed era atomica:

Ora quando nel concetto di arma rientra una bomba che, come si legge nei giornali, ha da sola il potere esplosivo di metà di tutte le bombe gettate nell’ultima guerra, mi domando se il portar armi non sia diventato un problema di coscienza non solo per l’obiettore che protesta in nome della sua fede religiosa, ma per ciascuno di noi, in nome dell’umanità. Obiezione di coscienza significa letteralmente quella situazione in cui la nostra coscienza ci vieta col suo imperativo di compiere un’ingiustizia. Se interroghiamo la nostra coscienza, non possiamo più rifiutarci di riconoscere che oggi […] siamo, almeno in potenza tutti quanti obiettori.
Il confronto ha una valenza etica e culturale, ma non innesca un nuovo attivismo pacifista a Torino. Bisogna attendere il novembre del 1965 perché accada, quando a Torino è processato l’obiettore cattolico Giorgio Viola.

Il contesto nazionale dell’obiezione di coscienza è profondamente mutato. Rispetto alla condanna precedente, la Chiesa cattolica ha conosciuto cambiamenti sorprendenti: nel 1963 Giovanni XXIII ha promulgato uno dei più importanti documenti sulla pace del Novecento, la Pacem in terris; pochi mesi prima era scoppiato il caso di un obiettore cattolico, Giuseppe Gozzini, che aveva rifiutato il servizio militare rifacendosi al magistero del papa. Due sacerdoti sarebbero finiti sotto processo per aver preso le difese degli obiettori: Ernesto Balducci è condannato in via definitiva, mentre a don Lorenzo Milani sarebbe toccata la medesima sorte per la sua celebre lettera ai cappellani militari, se nel frattempo non fosse intervenuta la morte prematura. In Parlamento sono presentati tre progetti di legge, due di parte socialista e uno proveniente dalla sinistra democristiana.
Intanto, oltre ai testimoni di Geova, condannati a decine ogni anno, riprendono con una certa regolarità i processi a obiettori di altri orientamenti: davanti al Tribunale militare di via Verdi di Torino finiscono Giuseppe Bruzzone (per ben quattro volte), Alberto Botti e, nel 1968, Enzo Bellettato. Quest’ultimo, cattolico, è all’epoca una figura nota nell’area pacifista. Dal 1963 collaborava con Capitini e Pinna alle iniziative dei Gruppi di azione nonviolenta per sensibilizzare l’opinione pubblica al riconoscimento dell’obiezione di coscienza. Il suo processo è così accompagnato da un’animazione insolita. In suo sostegno si muovono alcuni gruppi pacifisti nati nella temperie del Sessantotto, cominciato a Torino con alcuni mesi di anticipo, con le due occupazioni studentesche di Palazzo Campana. Guidano un corteo di protesta anche sacerdoti e seminaristi, coinvolti da Stefano Trovati ed Enrico Peyretti. “Dei preti in testa ad un corteo! […] Ma è la fine del cristianesimo”, scrive ironicamente Gianni Bertone su Settegiorni, immaginando i commenti della Torino perbenista. In effetti dopo che il Concilio aveva espresso nella Gaudium et spes un cauto auspicio che le leggi “provvedessero umanamente al caso di coloro che, per motivi di coscienza, ricusano l’uso delle armi, mentre tuttavia accettano qualche altra forma di servizio della comunità umana”, i rapporti tra la Chiesa cattolica e l’obiezione di coscienza avevano preso una piega nuova.

Il vescovo di Torino, Michele Pellegrino, aveva dichiarato con forza ancora maggiore l’urgenza di una legge:
Riconoscere il valore di testimonianza all’obiezione di coscienza quando emergano chiaramente la purezza delle intenzioni e il disinteresse […], è dovere elementare dell’uomo e del cittadino.
Negli anni avrebbe lasciato che i suoi preti si regolassero liberamente sulle posizioni da tenere. Pochi mesi dopo, un altro fatto rilevante avviene nella contigua diocesi di Ivrea. Il giovane vescovo Luigi Bettazzi è nominato presidente di Pax Christi: ne avrebbe fatto l’unico movimento interno alla Chiesa, impegnato per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza. L’anno dopo la marcia per la pace, immaginata come modo alternativo per celebrare l’ultimo giorno dell’anno, si conclude davanti al carcere militare di Peschiera del Garda, dove sono detenuti molti obiettori.
Nel corso del Sessantotto il movimento per l’obiezione di coscienza si riorganizza. In particolare nasce il Corpo europeo della pace (CEP) che diventa il punto di riferimento della nonviolenza torinese e della lotta per il riconoscimento dell’obiezione: Beppe Marasso, Nanni Salio, Piercarlo Racca, Vito Bologna, Giannantonio Bottino e lo stesso Sereno Regis ne sono i principali animatori. D’ora in poi è il CEP a preparare le principali manifestazioni in favore del riconoscimento dell’obiezione di coscienza: da un lato organizza i cortei nel centro, in occasione dei processi agli obiettori, sempre più numerosi, oppure le manifestazioni davanti alle caserme dove questi sono detenuti, in attesa del processo. Dall’altro orchestra le “contro-celebrazioni” delle feste patrie, dove è prevista una presenza dell’esercito: appronta i volantinaggi contro la parata militare del 2 giugno, festa di una Repubblica fondata invece sul lavoro, e contro la commemorazione della Vittoria della Prima guerra mondiale, il 4 novembre, proponendo un ricordo luttuoso, non festivo.
Al tempo stesso il CEP si inserisce in una rete di respiro nazionale. In diverse città italiane nascono movimenti che si richiamano a una forma di antimilitarismo nonviolento: la lotta per il riconoscimento dell’obiezione non riguarda più solo la libertà del singolo di non uccidere e di servire la patria con altri mezzi, ma partecipa alla lotta di classe maturata a scuola o nella fabbrica contro un potere autoritario. L’esercito ne è infatti il principale presidio, svolgendo le funzioni di antiguerriglia nel reprimere i moti popolari, di “sacca per la disoccupazione” attraverso la chiamata alle armi, di “crumiraggio”, sostituendo i lavoratori in sciopero, e di strumento pedagogico, inculcando i principi di passività e sottomissione all’autorità costituita. Per il Corpo europeo della pace, divenuto nel frattempo Movimento antimilitarista internazionale (MAI), il servizio civile rappresenta invece un cambiamento rivoluzionario, in quanto prefigurazione di una società giusta, dove si pratica la promozione degli sfruttati. Il CEP/MAI acquisisce un orizzonte che valica i confini cittadini: partecipa ai Congressi antimilitaristi e alle Marce antimilitariste organizzate dal Partito radicale, divenuto la realtà egemone dell’antimilitarismo nonviolento. Inoltre entra nella Lega per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza (LROC), creata dal senatore della sinistra indipendente Luigi Anderlini per mettere insieme parlamentari e movimenti attorno a questa istanza.
Le iniziative messe in atto dal CEP/MAI non passano inosservate. I militanti sono sottoposti a fermi, arresti e denunce con le accuse di vilipendio o di istigazione dei militari a disobbedire alle leggi per gli slogan esposti o pronunciati durante le manifestazioni. Accanto alla repressione poliziesca, i pacifisti subiscono in alcuni casi le aggressioni dei neofascisti. Accade ad esempio nell’aprile del 1971, durante il primo convegno piemontese della LROC: l’iniziativa è momentaneamente interrotta dall’aggressione di un centinaio di missini, tra cui anche alcuni consiglieri comunali e futuri deputati, fermati dalle forze dell’ordine.

Nell’autunno del 1971 avvengono due episodi particolarmente gravi: nel settembre, un presidio autorizzato davanti alla stazione di Porta Nuova, costituito da alcuni cartelli e una tenda al cui interno alcuni pacifisti digiunavano per l’approvazione della legge, è sgomberato con la violenza dai carabinieri, dopo una denuncia sporta da alcuni cittadini, tra cui il capogruppo dell’Msi. Ancor più inquietante è quanto accade il 4 novembre 1971: un gruppo di militanti del CEP/MAI raggiunge piazza Castello, dove è previsto l’alzabandiera. Dopo la fine dell’inno nazionale comincia la distribuzione del materiale antimilitarista al grido di “Viva gli obiettori di coscienza”. Alcuni neofascisti, mischiati tra gli ex combattenti, li aggrediscono. I carabinieri allora intervengono, ma anziché fermare la violenza, si volgono contro i pacifisti: in quattro vengono arrestati.
Il giorno successivo, il quotidiano La Stampa riferisce che addosso a uno dei pacifisti, Giuseppe Marasso, è stata trovata una mazza ferrata. Si tratta in realtà di un falso, fatto circolare dai carabinieri. Marasso denuncia allora gli autori del verbale, ma il tentativo del sostituto procuratore di procedere contro ufficiali e sottoufficiali per falso è fermato dal procuratore capo, che gli sottrae l’inchiesta. A finire alla sbarra sono solo i pacifisti. Cadono i capi di accusa più gravi, ma rimangono il vilipendio delle Forze Armate e della bandiera e l’istigazione dei militari a disobbedire alla legge. Nella successiva istruttoria la denuncia per la manifestazione del 4 novembre è accorpata a quella per altre iniziative precedenti e il numero degli accusati lievita fino a nove. A essere celebrato è dunque un processo contro tutto il movimento. A seguire la causa dei pacifisti ci sono avvocati di primo piano della città di Torino, che hanno legato il proprio nome alla battaglia per i diritti: Giampaolo Zancan, Bianca Guidetti Serra, Maria Magnani Noya. Il giudizio arriva solo nel 1975: due assoluzioni e sette condanne, a pochi mesi, con la condizionale. Si tratta comunque di una sentenza grave. In appello, due anni dopo, è tuttavia ribaltata: tutti vengono assolti.

Le iniziative nonviolente, oltre comunque a mantenere alto il livello di conflitto, ma basso quello di violenza, sono alla base del conseguimento della legge. Questa è ottenuta grazie a uno sciopero della fame di 39 giorni intrapreso da due radicali: Marco Pannella e Alberto Gardin. Anche in questo caso Torino rappresenta un crocevia significativo. Le battute finali del digiuno accompagnano l’XI Congresso del Partito radicale che si tiene negli Infernotti di Palazzo Carignano, sede dell’Unione culturale. Proprio durante il congresso, dopo che nei giorni precedenti lo sciopero aveva ottenuto un risalto internazionale, suscitando appelli per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza da parte di intellettuali, religiosi, politici e persino di tre premi Nobel, i presidenti di Camera e Senato, Pertini e Fanfani, contattano Pannella per incontrarlo: nei giorni successivi la legge sull’obiezione di coscienza è calendarizzata dal Senato e approvata nei due rami del Parlamento, entro Natale.
Movimenti e obiettori non avrebbero esitato a bollare come “legge truffa” il nuovo provvedimento, molto restrittivo: non sono riconosciuti i motivi politici, ma solo quelli morali o religiosi, l’obiettore continua a dipendere dal Ministero della Difesa, il servizio civile dura otto mesi in più di quello militare. Soprattutto una commissione avrebbe valutato l’autenticità dei motivi alla base delle obiezioni: per i giovani che vedevano respinta la domanda si sarebbero profilati o l’accettazione del servizio militare o una condanna a oltre un anno di carcere militare.
Pur con tutti i limiti la legge cambia comunque l’orizzonte dell’obiezione di coscienza. Dai movimenti che si erano battuti per il suo riconoscimento sorge la Lega obiettori di coscienza. Rispetto a questa nuova esperienza il Piemonte sarebbe stata una sorta di terra d’elezione. Nel 1980 risulta la regione con il maggior numero di obiettori e di enti convenzionati, pari a quello di tutto il resto d’Italia. In pochi anni Torino è divenuta una sorta di “capitale dell’obiezione di coscienza”, scrive la Gazzetta del Popolo. E frutto di quella mobilitazione è anche il Centro di documentazione intitolato a Domenico Sereno Regis, dopo la sua morte. Questo avrebbe rappresentato il luogo di conservazione di quella memoria, grazie ai suoi fondi archivistici e di approfondimento delle tematiche pacifiste attraverso la sua corposa biblioteca. Non avrebbe tuttavia rinunciato alla dimensione di attivismo, cha ancora oggi contempla programmi di democrazia partecipativa e percorsi scolastici di educazione alla pace.
Nel 2022, in occasione dei cinquant’anni del riconoscimento dell’obiezione di coscienza, il Centro studi ha ripreso in mano quella storia di cui è parte, promuovendo la digitalizzazione di una parte dell’archivio, una mostra sui luoghi torinesi dell’obiezione, un convegno e la stesura del libro Non un uomo né un soldo. Obiezione di coscienza e servizio civile a Torino (Ega, 2022).

Si ringrazia il Centro Studi Sereno Regis per la gentile concessione delle immagini.
Per approfondire: www.signorno.net e www.archivio.serenoregis.org
Rivista Savej è un progetto di Edizioni Savej, casa editrice della Fondazione Enrico Eandi.
Pubblicazione registrata al tribunale di Torino.
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