L'obiettivo di Leonilda

La vita controcorrente della fotografa che "non aveva paura di nulla"

Illustrazione di Ginger Berry

Cuneese, vive e lavora da tempo immemorabile presso l’Istituto storico della Resistenza dove si occupa di libri e di ricerca. Da sempre attratta dalla storia sociale, ha scritto di guerra e di infanzia, di circoli, di fotografi, di eroi mancati, di avvocati e di criminali. I viaggi sulle note del tango e su quelle olfattive dei profumi sono una grande passione, ma i più entusiasmanti rimangono quelli nel tempo, tra archivi e carte polverose. Meglio se appena scoperte.

  

Due artisti contemporanei, distanti tra loro come più non si potrebbe – uno, Roger Ballen, newyorkese trasferitosi a Johannesburg, esploratore di marginalità e mondi inconsci; l’altro, Guido Harari, di casa ad Alba, con i suoi ritratti di rock star internazionali – in altrettante interviste recenti hanno sfiorato un tema cruciale del rapporto con il proprio lavoro: la scoperta di sé. Guardando i bambini “riuscivo a riappropriarmi di una parte di me”, dice Ballen; e Harari, puntando con curiosità l’obiettivo sui musicisti per svelarne il lato più intimo, dichiara di comprendere qualcosa di se stesso.

Il viaggio interiore che si affronta posando uno sguardo attento su un altro essere umano credo accomuni i grandi fotografi di ogni tempo ed è questo che oggi mi chiedo di fronte alle fotografie di Leonilda Prato: cosa avrà scoperto di sé questa donna dopo aver trascorso tanto tempo a guardare gli altri. Forse doti di pazienza, di empatia, o la capacità di rinnovare il piacere nell’incessante gioco di rimandi tra chi osserva e chi è osservato. Non si spiegherebbero altrimenti certi sguardi, ora seri, ora attraversati da lampi di ironia, ma sempre colmi di un’attesa fiduciosa, come chi sa che non verrà tradito. E non si spiegherebbe, se non con una profonda compartecipazione, la scelta di alcuni soggetti, al di là dei ritratti, come l’arrivo del circo sulla piazza del paese, il suo, che ci catapulta di botto nel Novecento misero delle sue origini e nella vita randagia che a un certo punto aveva scelto per sé. Oltre, naturalmente, a dirci molto della consapevolezza con cui svolgeva il suo mestiere.

Fotografia di Leonilda Prato, soggetto anonimo, s.d. (© Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Cuneo).
Fotografia di Leonilda Prato, soggetto anonimo, s.d. (© Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Cuneo).

Reinventarsi sempre

La vita di Leonilda Prato farebbe storia anche se non esistessero le sue fotografie. Basterebbero le sue scelte controcorrente, il carattere intrepido, la determinazione nell’inventare la sua esistenza a lasciarci stupiti e colmi di ammirazione. E a volte accade infatti che il racconto delle sue avventure, diventate leggendarie nella trasmissione della memoria familiare, in un certo senso ne fagociti l’opera. Si comincia a parlare di lei e non si finisce più, anche perché entrare a parole nella vita segreta delle immagini è oggettivamente complicato. Le fotografie, in fondo, richiedono silenziosa contemplazione. Ed è pur vero che se la sua esistenza non avesse preso una certa direzione non avrebbe scattato quelle fotografie, in quel modo. Eppure ognuna di esse andrebbe considerata come un universo a sé stante per i discorsi che racchiude e per come li rivela.

Per questo il racconto biografico, per una volta, si farà sintetico, limitandosi alla nascita in quel di Pamparato, anno 1875, madre tessitrice, padre presto defunto; all’incontro con Leopoldo, alto, bello, spirito d’artista destinato alla completa cecità; al matrimonio contro il volere delle famiglie, alla scelta di lasciare il paese e condurre vita nomade cantando e suonando nelle piazze, tornando solo per mettere al mondo i figli, quattro. Si limiterà a quel loro muoversi a piedi attraverso confini e tunnel in costruzione, quello del Sempione attraversato al buio, anno di grazia 1905; all’incontro, in Svizzera, con un anziano fotografo e con l’arte, svelata come una formula alchemica, di impressionare le immagini giocando con la luce e la materia; alle ulteriori svolte dell’esistenza mentre il Novecento si dipanava dispensando dolori, la morte in guerra nel 1917 dell’adorato primogenito al Monte Zebio, quella del marito nel 1926 a Sanremo; al reinventarsi molte volte, prima merciaia, poi allevatrice di galline ovaiole per gli alberghi della Riviera, maglierista con dotazione di macchine; e poi un nuovo ritorno a Pamparato, e ancora il secolo che incrudelisce: un’altra guerra, la collaborazione con la Resistenza, le fotografie per i documenti falsi dei partigiani, i nazisti sotto casa, il Municipio messo a ferro e fuoco. E lei che rischia e fotografa, e documenta, sempre. Infine la pace intorno, i giorni quieti della senilità, l’amore della famiglia. E poi non c’è più, ed è il 1958. “Lei non aveva paura di nulla”, dichiara oggi sua nipote Fulvia, oggi novantenne, e noi non stentiamo a crederle.

La famiglia Prato al completo, 1913 circa (© Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Cuneo).
La famiglia Prato al completo, 1913 circa (© Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Cuneo).

83 anni in tremila scatti

Per gran parte di quegli ottantatré anni di vita Leonilda ha avuto accanto le sue macchine fotografiche e gli attrezzi del mestiere: i teli ricamati da usare come sfondo – quello con i fiori che fanno corona, quello con la scritta "Fotografia Prato". E le vaschette per lo sviluppo, la carta, le lastre di vetro, i torchietti, gli chassis, i cartoncini, le piccole cornici che vendeva ai clienti insieme ai ritratti. Ci sono stati periodi in cui, lavorando come ambulante, non c’era giorno in cui non mettesse in posa qualcuno e altri in cui l’attrezzatura fu riposta, o usata solo per immortalare la propria famiglia, come quelle foto sulla terrazza di Sanremo, struggenti e ultime di lei e Leopoldo. Però tutto è sempre rimasto a portata di mano, come qualcosa da cui non ci si può separare, come una parte di sé. Di quel tesoro qualcosa si è salvato, tanto si è perduto. Leonilda non possedeva un atelier, non archiviava i negativi. Spostandosi di paese in paese le lastre erano un ingombro e una volta impresse forse le cedeva ai clienti, forse le gettava, forse le riutilizzava. Durante la guerra, la seconda, venivano lavate e raschiate per cancellare le tracce dell’attività clandestina, in tempi di magra usate come vetri per tappare i buchi alle finestre. Ma quando risiedeva a Pamparato e sfornava ritratti barattandoli con un cesto di uova o di pomodori, i negativi li riponeva, e poi magari li dimenticava. Per fortuna.

Fotografie di Leonilda Prato, soggetto anonimo, s.d. (© Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Cuneo).

Così circa 3.000 lastre di una produzione difficile da quantificare si sono salvate. Per la maggior parte in buono stato, talvolta mortificate dai segni del tempo, un giorno hanno svelato i loro segreti. È stato quando i nipoti le hanno ritrovate e pensando che contenessero documentazione importante per la storia della guerra di Liberazione le hanno depositate all’Istituto storico della Resistenza di Cuneo, ritenendolo il luogo più adatto. Ripulite e stampate si è scoperto poi che di partigiani ce n’erano davvero pochi, qualche foto di posa. Invece c’era molto, molto altro, c’era un intero universo. C’erano uomini e donne, vecchi, giovani, bambini. Gruppi di famiglia, coppie di amici, di sorelle, contadini con o senza attrezzi da lavoro, calzolai al lavoro per strada, musicisti con i loro strumenti, trapezisti e notabili. C’era un paesaggio fatto di case, di insegne, di strade polverose e di boschi, di rocce, di alberi e di torrenti. E c’erano lei, Leonilda, e suo marito con gli occhiali scuri e i loro figli. E quel mestiere così insolito e il modo in cui lo praticava. Era qualcosa che lasciava – e lascia – senza parole riempiendo al tempo stesso la testa di pensieri e il petto di emozioni.

Leonilda Prato con il marito Leopoldo Prato, 1915 circa (© Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Cuneo).
Leonilda Prato con il marito Leopoldo Prato, 1915 circa (© Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Cuneo).

Uno sguardo al contesto

Non ci si stanca di guardarle, quelle immagini anonime, scattate perlopiù nei primi vent’anni del Novecento. E più ci si concede il tempo di cogliere i particolari più rapiscono. Erano foto d’artista? Come rispondere. Cosa trasforma un bravo artigiano in un artista? Se l’originalità, se l’invenzione di un canone estetico, allora no. Altri fotografi coevi in quello scorcio di secolo operavano con identici stilemi. A qualche centinaio di chilometri, a Corzoneso, in quella Svizzera che aveva avuto tanta parte nel destino di Leonilda, un uomo dalla vita travagliata, Roberto Donetta, ritraeva la sua gente muovendosi in un identico orizzonte stilistico. Stesse pose, stesse facce, tanto che, messe una accanto all’altra, a volte non si distinguono le sue foto da quelle della nostra. Documentava, Donetta, un territorio e una popolazione che tuttavia apparivano già meno depressi, toccati da una vitalità economica diversa.

L’obiettivo di Leonilda, quando anche inquadra il borghese in elegante panciotto o un’adolescente vestita di trine, non riesce a eludere il contesto circostante, che sembra prendere il sopravvento. In assenza di stanze in cui creare in modo artificioso uno spazio decontestualizzato, muri scrostati e pavimenti dissestati rivelano un ambiente popolare, se non decisamente povero. Leonilda pareva non curarsene e a lavoro ultimato ritoccava o tagliava il ritratto eliminando gli elementi dissonanti. Ma noi abbiamo la fortuna di poter osservare l’immagine nella sua interezza, prima di quello che oggi chiameremmo un intervento di post-produzione, compresi gli oggetti “di scena” e gli stratagemmi adoperati per i propri set en plein air, compresi gli aiutanti ingaggiati al bisogno per reggere fondali improvvisati. Poco importa se poi gli intrusi sbucavano all’improvviso nell’inquadratura, il taglio avrebbe reso il ritratto perfetto.

Fotografie di Leonilda Prato, soggetto anonimo, s.d. (© Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Cuneo).

Miele e bromuro di potassio

Leonilda sapeva quel che faceva, non solo per averlo praticato, ma per averlo studiato. In un’epoca in cui la professione di fotografo era ancora considerata una scelta bizzarra e meno che mai adatta alle donne (che pure vi si approcciavano, ma con altre caratteristiche e provenendo da altri ambienti sociali), Leonilda approfondiva le sue conoscenze attraverso gli strumenti cui poteva accedere. Lo proverebbe la presenza, tra le sue cose, di un Manuale pratico e ricettario di fotografia edito nel 1900, di Rodolfo Namias, chimico ed esperto di tecniche fotografiche, e una collezione de Il progresso fotografico, mensile specializzato e illustrato diretto dallo stesso autorevole fotografo. Oltre a un talento naturale occorreva infatti un bagaglio di conoscenze tra le quali nozioni di chimica. “Acqua 250 g., solfito 13 g., carbonato di sodio 25 g.…” si legge su una ricetta per lo sviluppo stilata a mano e incollata su quella che doveva essere un’antina di legno. Ingredienti a parte, non è molto diversa da quella per la preparazione dei biscotti di granturco che forse qualche volta avrà cucinato ai suoi figli.

Miele e bromuro di potassio stavano agli estremi della sua dispensa e diventano metafora di un’esistenza in cui convivevano in armonia mestiere, famiglia e vita comunitaria. In quanti gruppi si riconosce Leopoldo, con la inseparabile fisarmonica Soprani. E in quante la primogenita Leopolda, la sorellina Leonída o il piccolo Leo (si noti il vezzo di chiamarsi tutti con nomi che cominciano con “Leo”, compreso il povero Leonardo, caduto in guerra) intrufolati in famiglie altrui, o presenti nelle scene all’aperto. Viene da dire che la famiglia Prato apparteneva a Pamparato come i pamparatesi appartenevano al banco ottico. Tutti prima o poi vi sfilavano davanti, alcuni trovandosi talmente a proprio agio da replicare l’esperienza in tempi e con abiti diversi. Ognuno per la propria parte, e di questo forse nessuno ne aveva contezza, la memoria iconografica di un microcosmo si andava così fissando per la posterità. Una memoria che oggi possiede uno straordinario valore documentario e che si può leggere e studiare da un punto di vista storico, antropologico o come capitolo di storia della fotografia vernacolare del nostro Paese.

La meraviglia che le fotografie di Leonilda Prato generano tra le persone ogni qualvolta vengono presentate risiede però anche altrove. Con paragone forse azzardato mi spingo a dire che ricorda la reazione del pubblico alle mostre di Vivian Maier. Non c’è solo, in quel caso, curiosità verso la società americana degli anni Cinquanta rappresentata con straordinaria bravura. A generare una sorta di affezione verso le immagini – oltre che verso la fotografa – è la partecipazione emotiva che stava alla base dell’atto fotografico. Percorrendo a piedi le città la celebre nanny riusciva a coglierne il cuore pulsante riversandovi a sua volta sentimenti di divertita ironia, di tenerezza e compassione. Come Vivian, anche Leonilda apparteneva profondamente al suo mondo e sebbene gli scatti fossero programmati e non “rubati” per strada, i suoi ritratti commuovono perché dentro c’è sì una società destinata a mutare pelle fino a disgregarsi, ma soprattutto perché restituiscono l’amorevolezza con cui veniva osservata. In questo Leonilda era un’artista, nella capacità di conferire dignità alle persone.

Fotografie di Leonilda Prato, soggetto anonimo, s.d. (© Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Cuneo).

Perfette sconosciute

Il concetto di “sguardo femminile” in fotografia oggi è molto controverso, per taluni riconoscimento tardivo, per altri un’inutile limitazione. Per quanto riguarda l’archivio Prato è fuori dubbio che la rappresentazione della donna occupi un posto di rilievo, tanto da volerle dedicare una monografia, Perfette sconosciute, e una esposizione. Comunque la si pensi il fatto che una donna nata alla fine dell’Ottocento scelga di intraprendere un lavoro prettamente maschile in un contesto tradizionalista e patriarcale è già un atto fortemente connotato. Ed è innegabile che l’appartenenza allo stesso genere creasse empatia tra chi stava davanti e chi stava dietro l’obiettivo contribuendo a mettere a proprio agio il soggetto, che non si sentiva giudicato.

Lo sguardo di Leonilda incontra dunque il femminile in modo potente e in modo altrettanto potente lo documenta ad ogni età della vita. Lo fa quando le donne sono ancora bambine imbronciate e poi spettinate adolescenti fino alla senilità, sempre austera e distinta. Senza indicazione di nome o località geografica queste anonime presenze non sono solo contadine. I molti ritratti di eleganti signore con cappelli e ombrellini da passeggio suggeriscono appartenenze ad altri mondi, ma anche a loro è riservato lo stesso trattamento “bucolico” fatto di distese di edera, radici di alberi e roccioni in mezzo al fiume su cui accomodarsi. “Passatevi un libro”, ordinava, come se passarsi di mano un libro in mezzo al fiume fosse azione naturalissima, e loro obbedivano. L’impressione è che si divertissero un mondo tutte quante. Alcune, meno leziose, possiedono un’inquietudine selvaggia, strane creature dei boschi dai capelli di fata o dall’espressione febbrile. C’erano volti, tuttavia, in cui neanche la sua sensibilità riusciva a suggerire un’idea di spensieratezza. Malgrado la spilla d’oro tirata fuori dal cassetto e il nugolo di figli aggiustati uno per uno, la fatica di vivere traspare da ogni piega del viso e gli occhi immobili che fissano chi le guardava, guardano direttamente i nostri con inossidabile vividezza, raccontando più di mille racconti.

È soprattutto di questo che dobbiamo essere grati a Leonilda Prato, della grazia e del mistero di questa comunicazione, capace di rinnovarsi ogni volta se solo ci si concede il tempo di lasciarsi toccare, andando a scoprire, forse, anche qualcosa di sé.

Copertina di
Copertina di "Perfette sconosciute".

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Bibliografia

  • Demichelis A. (a cura di), Lo sguardo di Leonilda. Una fotografa ambulante di cento anni fa, Cuneo, +Eventi, 2003.
  • Demichelis A., Perfette sconosciute. Fotografie di Leonilda Prato, Torino, Graphot, 2022.
  • Museo Cantonale d’Arte, Roberto Donetta pioniere della fotografia nel Ticino di inizio secolo, Milano, Firenze, Charta, 1993.
  • Manzone P. (a cura di), Fotografi e fotografia di provincia. Studi e ricerche sulla fotografia nel Cuneese, Cuneo, Nerosubianco, 2008.
  • Sguardo femminile in fotografia: conversazione e decostruzione, in Lomography.it, 6 maggio 2019.
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