La peste a Novara

Diffusione e numeri del "mal contagioso" dilagato nel 1630

Illustrazione © Valentina Brostean

Laureato in Lingue e letterature straniere presso l’Università del Piemonte Orientale, ha conseguito il dottorato presso lo University College Cork (Irlanda). Insegna lingua inglese e ha pubblicato diversi saggi sul multilinguismo negli scrittori piemontesi.

  

La peste (dal latino pestis, “flagello, rovina”) è una malattia infettiva ad alta mortalità dovuta al batterio Yersinia pestis. La trasmissione dell’infezione avviene di solito per mezzo delle pulci del genere Xenopsylla, parassite dell’uomo e di vari roditori, in particolare ratti e topi.

Questa la definizione enciclopedica; ma la peste, per secoli e per milioni di persone, ebbe un solo significato: morte. Tra le più letali fu l’ondata che travolse Italia ed Europa nel corso del Seicento. A causa della particolare violenza con cui si abbatté sul territorio milanese, la peste del 1630-31 è ancora oggi ricordata come “la peste di Milano”, o “peste manzoniana” grazie alla mirabile elaborazione letteraria compiuta due secoli più tardi dallo scrittore lombardo.

Come spesso succede in simili casi, in cui una città popolosa e importante attira su di sé l’attenzione, le aree periferiche finiscono per essere trascurare, confondendosi con il centro. Anche i decessi riportati nelle statistiche riguardano perlopiù Milano o, al massimo, il ducato milanese nel suo complesso. Poco o nulla si sa, per esempio, di ciò che accadde nel territorio novarese, ora parte del Piemonte ma allora compreso nel ducato di Milano. Eppure anche Novara e il suo contado, come altre appendici territoriali, soffrirono per il contagio, e i morti e le perdite patite dai novaresi hanno lo stesso diritto di essere ricordati. Questo articolo proverà a colmare queste dimenticanze, restituendo una dignità del lutto al territorio novarese e ai suoi abitanti.

Abito con il quale si ritiene che i medici visitassero gli appestati nel XVII secolo.
Abito con il quale si ritiene che i medici visitassero gli appestati nel XVII secolo.

Le cause del contagio e la diffusione

Come accennato, negli anni della diffusione del contagio l’attuale provincia novarese faceva parte del Milanesado, termine con il quale gli spagnoli chiamavano il ducato di Milano, all’epoca guidato da Filippo IV di Spagna. Per la sua importanza strategica, negli anni centrali del Seicento il ducato milanese fu più volte trasformato in campo di battaglia da spagnoli, tedeschi, francesi (e anche dai vicini piemontesi), tutti impegnati a litigarsi brandelli d’Europa durante la guerra dei Trent’anni.

Felipe IV de España (1605-1665), appartenente alla casata degli Asburgo, fu re di Spagna e duca di Milano (territorio nel quale era compreso il Novarese) dal 1621 fino alla morte. 
Felipe IV de España (1605-1665), appartenente alla casata degli Asburgo, fu re di Spagna e duca di Milano (territorio nel quale era compreso il Novarese) dal 1621 fino alla morte. 

La malattia fu portata in Lombardia nell’autunno 1629 dalle truppe tedesche dirette a Mantova. Così introdotto, il batterio della peste poté prosperare grazie a una funesta combinazione di fattori: oltre alle guerre, al passaggio e all’alloggiamento di truppe, ci misero lo zampino anche maltempo e crisi alimentari. Il 1629 è descritto come un anno oltremodo piovoso che provocò “inundazione di tutti i fiumi del Piemonte nel mese di Agosto”. Come annota Cesare Bianchi, parroco di Momo, già nel 1628 “l’innondazione della pioggia nel Novarese e stato di Milano” era stata la causa principale di una “carestia horrenda” che fece schizzare alle stelle i prezzi dei beni di prima necessità e costrinse taluni a macinare “i vinaccioli per la grande fame”. Gli fa eco il Conservatore della sanità della città di Novara, Giovanni Pietro Trevì: “la fame li anni 1627 et 1628 è stata grandissima e generale in questi nostri contorni, a segno che moltissimi poveri erano costretti a mangiar l’herbe non solite ad usarsi”.

Novara non doveva solo guardarsi dalle minacce presenti sul proprio territorio, ma anche da quelle provenienti dal vicino ducato sabaudo. Qui la peste arrivò con qualche mese di anticipo per opera delle truppe francesi e imperiali impegnate nella seconda guerra del Monferrato. A Torino il primo caso fu registrato nel gennaio 1630. Mentre il contagio si diffondeva rapidamente, chi poteva fuggiva, mentre pochi, soprattutto tra i vertici politico-amministrativi, rimasero in città: tra questi, il sindaco, Giovanni Francesco Bellezia, e il medico Giovanni Francesco Fiochetto.

Ritratto di Giovanni Francesco Bellezia di Serangeli Gioacchino, 1840-41 ca. Condizioni d'uso: Beni Culturali Standard (BCS). Foto tratta da: catalogo.beniculturali.it
Ritratto di Giovanni Francesco Bellezia di Serangeli Gioacchino, 1840-41 ca. Condizioni d'uso: Beni Culturali Standard (BCS). Foto tratta da: catalogo.beniculturali.it

Le ordinanze e il dilagarsi del contagio

Ai primi sospetti del diffondersi della pestilenza in Piemonte i notabili novaresi predisposero blocchi all’altezza dei guadi del fiume Sesia. Dal 1628 al 1630 solo chi era in possesso delle bollette di sanità aveva il diritto di transitare. Alle contemporanee, allarmanti notizie provenienti dal Comasco e dal Milanese, Novara rispose con una grida, datata settembre 1629, con la quale si interdiva l’ingresso in città a “mendici, cercanti, vagabondi o simili sorte di persone forastiere o che abbiano cattiva chiera o qualche malattia”. Intanto nel novembre 1629 il medico novarese Giovanni Pietro Trevì fu incaricato dai Conservatori della sanità di verificare la situazione in città e nel contado dando le necessarie disposizioni qualora riscontrasse casi sospetti. Seguì poi l’ordinanza del gennaio 1630 che impediva di introdurre a Novara cose, animali e persone provenienti dal vigevanese, e un’altra legge del 21 marzo 1630 che imponeva l’affondamento o la stretta custodia “di ogni legno con che si possa traghettare il Ticino”. Si pensò, inoltre, di migliorare le condizioni igieniche all’interno delle mura cittadine: a Novara fu proibito ospitare persone sospette, tenere e far pascolare “porci né picoli né grossi”, allevare “vermi chiamati bigatti” e gettare immondizie per le strade. Simili misure ebbero purtroppo effetti limitati sia per la difficoltà nei controlli sia per la scarsa collaborazione mostrata dalla popolazione.

Bolletta di sanità datata 24 dicembre 1598. Foto © Società Storica Novarese
Bolletta di sanità datata 24 dicembre 1598. Foto © Società Storica Novarese

Dopo i primi episodi di peste segnalati a Gozzano e a Borgomanero, il 1° maggio 1630 a Novara fu individuato il paziente zero in una casa nei pressi dell’attuale palazzo municipale. L’infezione, secondo Trevì, fu provocata da “certi panni” portati da Milano “da un povero de’ più meschini della città, il quale morì con due suoi figli”. 

Con la stagione calda il contagio dilagò. Il 2 maggio il borgo di Landiona, nella Bassa Novarese, venne sospeso, ossia messo in quarantena: merci e persone potevano uscirvi ed entrarvi solo dietro esibizione di bollette di sanità. Stessa sorte toccò, cinque giorni dopo, a Vicolungo; a Mandello Vitta il 20 maggio, mentre il 28 fu chiuso il mercato di Borgomanero e a Momo sbarrata la strada verso San Bernardino. Il 22 giugno papa Urbano VIII volle esprimere la propria vicinanza alle popolazioni colpite: in un messaggio si legge che “compatendo le miserie della peste che va serpendo nella diocesi di Novara et volendo provvedere alla spirituale consolatione e salute delle anime” viene concessa indulgenza plenaria agli appestati della Diocesi e a tutti coloro che si adoperano per gli infermi.

Isolamenti e lazzaretti

Pur non disponendo dei mezzi e delle conoscenze attuali, i fisici del tempo intuirono che scarse condizioni igieniche e affollamenti facilitavano l’infezione e la trasmissione del male. Fiochetto, nel suo Trattato della peste et pestifero contagio, accenna a “corrozion dell’aria”, causata dalla “mescolanza di maligni e venenati vapori ed esalazioni”, e ad “alterazione” degli equilibri tra caldo/freddo/umido e secco quale cause principali del contagio: “spezialmente dell’alterazione calda ed umida ne sono seguite grandi pestilenze”.

Frontespizio del
Frontespizio del "Trattato della Peste et Pestifero Contagio di Torino" di Francesco Fiochetto.

Sulla scorta del sapere empirico maturato fino ad allora, si pensò anche di isolare gli appestati e i sospetti costruendo dei lazzaretti. Il primo sorse fuori dalle mura di Novara, a settentrione della città, nell’attuale quartiere di Sant’Andrea; poi ne venne realizzato un’altro, fatto di capanne, nel sobborgo di Sant’Agabio. Infine, dal novembre 1630 al giugno dell’anno seguente, il convento di San Nazzaro della Costa fu trasformato in un ospedale per accogliere gli infetti. A sovrintendere questi istituti erano i Conservatori della sanità insieme allo scrivano, il notaio Giovanni Pietro Tarrabia: a loro toccava lo spiacevole compito di tenere la contabilità dei morti, concedere le licenze per le sepolture, visitare le varie località e mantenere i contatti con i medici rimasti in città e nel contado.

Nei paesi non fu semplice realizzare strutture simili. Dalle annotazioni di Trevì, si presume che gli appestati di Biandrate e Vicolungo disponessero di solo un lazzaretto comune, fatto di capanne provvisorie, presso una chiesa campestre. A Sizzano ci si arrangiò con baracche nei prati, e a Briona, sempre per ordine dei Conservatori, si sbarrarono le porte del paese e si fece circondare il borgo con una siepe di spine, mentre donne e bambini sospetti furono segregati in casa e curati da un medico pagato dalla comunità. A Grignasco si diede ordine affinché tutti realizzassero, nei pressi delle proprie abitazioni, delle cabanne in legno col tetto in paglia per isolare gli ammorbati. Solo a Carpignano Sesia si poté costruire e organizzare un lazzaretto a tutti gli effetti presso la chiesa di Sant’Agata, fuori paese lungo la strada che conduce al Sesia; lo stesso si fece a Momo, dove già nell’ottobre 1630 era attivo un ricovero composto da capanne innalzate nei campi incolti e dotate di lumina per la notte.

L'interno della chiesa del convento di San Nazzaro della Costa a Novara.
L'interno della chiesa del convento di San Nazzaro della Costa a Novara.

Chi fugge e chi resta

Ovviamente non esistevano cure. L’unica soluzione era la fuga. Dei circa quattro mila abitanti che al tempo vivevano all’interno delle mura di Novara, ottocento si allontanarono nei primi mesi dell’epidemia per rifugiarsi nelle campagne. Così Trevì: “la nobiltà fu pochissimo tocca sendosene fugita tutta nelle sue ville e cassine come anco han fatto molti mercanti et altri”. La fuoriuscita di cittadini abbienti, che spesso ricoprivano ruoli di comando, portò ulteriore scompiglio in città: per quasi due anni, infatti, il Consiglio cittadino non fu riunito, privando Novara di una guida in mezzo alla tempesta del contagio.

Per i pochi che decidevano di restare e per i molti senza altra scelta, le autorità rimaste allestirono un servizio sanitario, stipendiando medici e reclutando anche semplici “barbieri” all’uopo. Fu inoltre predisposta un’attività di rimozione dei cadaveri dalle case e dai lazzaretti affidato ai cosiddetti monatti. A loro toccava seppellire le salme lontano dal centro abitato, spesso in fosse comuni. Questa triste schiera era reclutata tra chi viveva ai margini della società, persone senza scrupoli o, più semplicemente, che avevano poco o nulla da perdere. Questa la descrizione dei monatti dalla penna di Federico Borromeo, arcivescovo di Milano:

I becchini [...] si erano abituati a trattare con tanta familiarità con la morte e i cadaveri che si sedevano su di essi e, stando seduti, bevevano in continuità. Portavano via i cadaveri dalle case dopo esserseli caricati sulle spalle come una bisaccia o un sacco, e li gettavano sui carri.

Pregando San Rocco

Di fronte al moltiplicarsi delle infezioni, i più si abbandonavano alle invocazioni a Santi e Beati chiedendone l’intervento. La città di Novara, una volta cessata l’epidemia, commissionò al pittore Giovanni Mauro Della Rovere un ciclo di affreschi dedicati alla Vergine del Rosario, grazie alla cui intercessione, così si credeva, il morbo smise di affliggere la città. I dipinti si trovano ancora oggi all’interno della cappella omonima nella chiesa di San Pietro al Rosario in piazza Gramsci.

La chiesa di San Pietro al Rosario. L'edificio attuale è stato riedificato tra il 1599 e il 1618 sull'area della chiesa romanica di Santa Maria d'Ingalardo. Fu quindi sede dei Domenicani fino alle soppressioni avvenute in epoca napoleonica.

Numerosi gli edifici religiosi dedicati a san Rocco, santo al quale i novaresi rivolsero la maggior parte delle preghiere. Il santo di origine francese era particolarmente amato nel Novarese, dove operò assistendo gli appestati prima di morire, probabilmente a Voghera, tra il 1376 e il 1379. Per esempio, a Fontaneto d’Agogna, in occasione di una precedente ondata pestilenziale, era sorta, nel centro del nucleo originario del paese, una chiesa dedicata al protettore degli appestati; l’edificio sarebbe stato in seguito ristrutturato e ampliato, dotato altresì di una campana acquistata con una colletta avviata nella primavera del 1631. Un voto espresso durante il contagio del 1630-31 portò infine alla celebrazione di una messa settimanale all’interno dell’edificio. Nel 1631, nella vicina Cavaglio d’Agogna, la popolazione decise di erigere un oratorio ex novo in onore di san Rocco. La piccola costruzione si trova al centro del paese e racchiude un dipinto raffigurante la Vergine con i santi taumaturghi Rocco e Sebastiano, alcuni affreschi settecenteschi e una statua in legno di san Rocco. La scultura lignea viene portata in processione ogni anno il 16 agosto, giorno in cui si festeggia il santo e ricorre la festa rionale.

Giovanni Mauro Della Rovere,
Giovanni Mauro Della Rovere, "Madonna del Rosario appare ad un'ammalata". (Foto tratta da: https://catalogo.beniculturali.it)

Tra la fine di agosto e i primi di settembre 1631, di fronte alla “morìa impazzante”, la comunità di Ghemme si impegnò in un “voto solenne e pubblico” a Dio e a san Rocco. La promessa fu decretata con atto del 7 settembre 1631: com’è facile immaginare, si chiedeva alla forze superiori di “compartirci et liberarci da sì horribili, et spaventevoli travaglij, (come è la contaggione, o sia peste)”. Il voto prevedeva la celebrazione di una funzione annuale nonché una processione in occasione della festa di san Rocco e una messa per i defunti da celebrarsi il giorno successivo. La chiesa di San Rocco, già ricordata in documenti del 1532, era in origine una cappella campestre di piccole dimensioni e deve il suo aspetto attuale al voto espresso dai ghemmesi. Nel 1632, una volta conclusa la pestilenza, furono raccolti cinquanta scudi d’oro per completare la costruzione dell’edificio. Il voto fu infine approvato l’8 maggio 1632 sulla pubblica piazza alla presenza delle autorità civili e religiose. Pare che tale voto sia stato rispettato ogni anno almeno fino alla fine del Novecento.

La statua in legno raffigurante San Rocco all'interno dell'oratorio di Cavaglio. La scultura ingloba molti attributi iconografici associati al santo: il cane, simbolo della Provvidenza; il bastone e la zucca, che richiamano le lunghe marce e la fatica; l'abito di tela legato al pellegrinaggio e infine la piaga, che il santo indica sulla gamba destra, segno del contagio.
La statua in legno raffigurante San Rocco all'interno dell'oratorio di Cavaglio. La scultura ingloba molti attributi iconografici associati al santo: il cane, simbolo della Provvidenza; il bastone e la zucca, che richiamano le lunghe marce e la fatica; l'abito di tela legato al pellegrinaggio e infine la piaga, che il santo indica sulla gamba destra, segno del contagio.

La fine della pestilenza

Dopo una breve tregua, nella primavera del 1631 il flagello tornò a colpire il Novarese raggiungendo la massima virulenza nei mesi estivi; poi, poco alla volta, si ritirò. Il 23 giugno 1632 la pestilenza fu dichiarata ufficialmente cessata dal Tribunale della sanità di Novara.

In due anni dalla sua prima comparsa in queste zone, il terrible Yersinia pestis provocò sofferenze, lutti e perdite difficilmente calcolabili, tanto da rendere complicata una semplice stima del numero complessivo dei decessi. Sappiamo senz’altro che la mortalità risultò più alta nel contado che all’interno delle mura di Novara. Si crede che alcune comunità siano state quasi completamente spazzate via: a Nebbiuno, nell’Alto Vergante, il morbo avrebbe risparmiato quattro persone, mentre a Mergozzo, piccolo borgo sull’omonimo lago, solo da maggio a settembre 1630 si piansero ben 500 morti. Quasi metà della popolazione di Grignasco dovette soccombere al contagio; a Oleggio, nell’estate 1631 si contarono più di mille morti su circa 4.850 abitanti, a Cameri, sempre nello stesso periodo, i decessi furono 300 su una popolazione di 1350 anime, mentre a Briona tutte le abitazioni, salvo cinque, furono dichiarate infette o sospette. Nella città di Novara si calcolarono 588 decessi nel periodo compreso tra maggio e dicembre 1630, numero che salì a circa 900 al termine dell’epidemia. In totale, pressappoco un quarto della popolazione novarese dovette chinare il capo di fronte all’incedere del “mal contagioso”.

All'interno del San Rocco di Fontaneto è custodito lo stendardo, ideato da Chiara Monti, che viene portato in processione il 16 agosto.
All'interno del San Rocco di Fontaneto è custodito lo stendardo, ideato da Chiara Monti, che viene portato in processione il 16 agosto.

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Bibliografia

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