Novara, Portici nuovi dei Mercanti, medaglioni di personalità cittadine illustri (© foto Mario Finotti).

Livia Torniella Borromea, rimatrice novarese

Fu una delle più illustri poetesse del Cinquecento

Si occupa di storia delle donne, con attenzione specifica alle tematiche riguardanti identità, memoria, istruzione – monastiche e non – lungo i secoli XVI-XIX. In questo percorso di ricerca si è imposto con forza, nel bene e nel male, il ruolo delle famiglie che erano l’ossatura economica e sociale di una città. Lo studio della famiglia Faraggiana continua ad aprire finestre inattese. È pacifista per vocazione ma gioca a scacchi.

  

Livia Tornielli, o Torniella secondo la declinazione cinquecentesca, volle scrivere poesie in un tempo che alle donne consentiva soltanto ignoranza e devozione. Se riuscì a farlo fu certamente in virtù del suo talento, e forse anche grazie alla nascita in una famiglia nobilissima. La loro abitazione era l’attuale palazzo Bellini a Novara, passato attraverso varie proprietà dopo l’estinzione del ramo Tornielli che vantava tra i suoi esponenti il conte Filippo, luogotenente dell’imperatore Ferdinando, Manfredi, capitano di Carlo V, e Livia, appunto, illustre poetessa moglie di Dionigi Borromeo.

Palazzo Bellini a Novara.
Palazzo Bellini a Novara.

Filippo Tornielli e la vita nobile a Novara

Filippo Tornielli era stato governatore di Novara tra il 1522 e il 1529; così abile che Francesco II Sforza lo considerava un pericoloso rivale. Generale di cavalleria al servizio di Carlo V, era nell’elenco dei gentiluomini “muy ricos de desseo y boluntad de servir”. Il successore Ferdinando d’Austria lo definì “magnifice et generose fidelis sincere nobis dilecte”; combatté contro i Turchi, difendendo valorosamente la Pannonia e fu determinante nell’aiutare il viceré Antonio de Leyva a cacciare i francesi dalla Lombardia. Divenne così Senatore dello stato di Milano e poté accrescere i suoi possedimenti: Lugano, Fara, Briona, Barengo, Galliate, Treviglio, Caravaggio, Vailate e Vergano, oltre a una rendita annua di 800 aurei sulle entrate daziali milanesi e la contea di Biandrate.  

Livia, figlia di Filippo, visse dunque in quel turbolento periodo durante il quale il ducato gravitò nell’orbita imperiale e Novara venne concessa in feudo a Pier Luigi Farnese pur mantenendo sempre un presidio spagnolo. Sede di tanti scontri, era un luogo “dalle vie strette e fangose, e da ogni parte si vedevano rovine lasciate dalle guerre”.  I Farnese svolsero quasi un ruolo di intercapedine tra la città e il governo spagnolo ma non riuscirono a salvarla dal rovinoso progetto di fortificazioni che la coinvolse a partire dalla metà del Cinquecento.

Pier Luigi Farnese ritratto da Tiziano, 1546.
Pier Luigi Farnese ritratto da Tiziano, 1546.

Filippo Tornielli ebbe tre mogli: Antonia Gonzaga, Costanza Bentivoglio e Isabella Boschetti. Quest’ultima colpì la fantasia dei contemporanei essendo considerata una delle più belle donne di Novara; la sua eleganza era leggendaria e molto chiacchierata poiché aveva contratto debiti anche con banchieri di Mantova per acquistare diamanti. Non era la sola in città, le dame gareggiavano a tal punto nello sfarzo che, nel 1574, si rese necessaria una legge suntuaria, la Pragmatica circa vestitum et funeralia, per porre limiti alle esibizioni regolamentando gli abiti, di donne e uomini, e le cerimonie. I tessuti preziosi, gli ornamenti d’oro e d’argento, venivano concessi unicamente alle nobili. Le altre, dalle mogli dei “merzari” in giù, dovevano accontentarsi di vestiti “di panno e saio” e niente gioielli. Tra gli uomini, solo coloro che avessero potuto provare la nobiltà adeguata ad essere ammessi nel Collegio dei Dottori, potevano portare “zebellino, volpe ed altre pelli”. La legge prevedeva anche controlli sul cibo, era infatti comandato “a sbirri de andar in casa de gentilhuomini a vedere quello che si mangia”. Appena approvata dal Consiglio, la legge scatenò una rivolta: le leggi suntuarie avevano ufficialmente il compito di limitare il lusso e gli sprechi ma anche di controllare l’aumento delle ricchezze dei non nobili e quindi l’accesso alla classe dominante. Sicché mercanti e borghesi, che si vedevano umiliati, protestarono sulla pubblica piazza e il Re accolse il ricorso perché era prevedibile un danno all’erario a causa del crollo dell’importazione delle sete.

La pia Antonia Gonzaga

La madre di Livia era la prima moglie di Filippo Tornielli, Antonia Gonzaga, cugina germana del duca di Mantova. Pia e devota, era singolarmente legata alle monache di Sant’Antonio che risiedevano in Borgo Barazzuolo, dove offrivano ospitalità a vedove, mogli ripudiate o donne che volevano ritirarsi temporaneamente dal mondo. Ma era un luogo esposto ai pericoli, infatti un religioso di “limpida fama” venne trucidato all’interno del monastero da uomini malvagi che perseguitavano le religiose. Quest’ultime non ebbero altra scelta che trasferirsi all’interno delle mura e, nel 1546, accettarono di unirsi alle monache di Sant’Agostino. Antonia Gonzaga Tornielli, che molto si spese per facilitare l’unione tra le due case religiose, aveva scelto come sua residenza la rocca di Briona, da dove scriveva lettere accorate per proteggere il suo unico figlio maschio, valoroso capitano di eserciti. Scriveva soprattutto al duca di Milano, di cui era noto il carattere vendicativo, per garantire protezione a Manfredi:

All’Ill.mo Duca di Milano, patron mio osservandissimo.
Non saperìa in qual modo principiar a voler ringraziar V.Exc. de l’umanità qual si è degnata di usar in scrivermi e tanto più de la escusa qual dice non avermi visitata, sichè scopo mio me restarà solo per satisfar a questo tanto obligo pregar nostro Signor dio
[sic] de due cose: l’una che prosperi V.Exc., l’altra de donarme tanta gratia che mio figliolo sia tale che con la vita metendola a tutti i pericoli dove sia al suo servizio acciò li possi mostrar il bonissimo animo nostro e del ditto mio figliolo sempre al suo servizio. E così supplico la Exc.V. tenerlo per tale con la zonta de quel poco che io valio qual me par vergognoso a proferirlo per esser purtroppo de pocho valore.

De Briona, a li 20 de zugno 1534
Antonia Gonzaga Torniella
manu propria

La retorica della debolezza, cifra consueta dello scrivere femminile anche quando non è impacciato, non riesce a nascondere il bisogno che ha dettato la lettera: ricucire un rapporto guastato da antiche divergenze, superate ma non dimenticate. Il ruolo di mediatrice si giustifica con l’affetto rivelato dagli inattesi gesti di cortesia usati dal duca verso Antonia.

Manfredi, soldato come il padre Filippo, Cavaliere di San Giacomo, “prudentissimo capitano di cavalleria pesante e fortissimo colonnello di fanteria”, era al servizio di Filippo II di Spagna ed era un punto di rifermento per tutti i rami della potente famiglia Tornielli. Bartolomeo Taegio, illustre poeta milanese che fondò a Novara l’Accademia dei Pastori d’Agogna, dedicò a Manfredi il componimento Della dignità dell’arte militare.

Castello di Briona (© foto Mario Finotti).
Castello di Briona (© foto Mario Finotti).

Tra “illustrissime, lodatissime et onoratissime signore”

La più nota rimatrice novarese del Cinquecento appartiene dunque alla famiglia che aveva congiurato contro Ludovico il Moro, considerato un tiranno, introducendo segretamente in città, l’11 giugno 1495, Luigi duca d’Orléans. Ma Livia si trovò poi legata alla corte di Milano perché sposò un Borromeo, Filippo Dionigi conte di Arona e signore di Peschiera; il matrimonio collocò i Tornielli in rapporti di duratura amicizia con i Borromeo e pose Livia al centro di un salotto culturale frequentato dagli intellettuali più in vista dell’epoca.

“Gloria novarese”, la nostra poetessa sembra spiccare tra le “illustrissime, lodatissime et onoratissime signore” della città cinquecentesca: la marchesa Ippolita Caccia, la contessa Portia Toralta Tornielli, Beatrice Casati, Lelia Sangiorgi Tornielli, Angela Tornielli Piotti, Isabella Tornielli, Francesca Avogadro, Livia Portia de’ Pernati, Barbara Leonardi, Caterina Revislati Brusati, Camilla Bruti, Antonia Caccia, Anna Cattaneo, Ludovica Nibbia, Caterina Bianca Nibbia, Isabella Nola, Laura Avogadro, Francesca Langhi, Daria Carli, Caterina Trinchera Caccia, Camilla Brusati, Leonora Caccia Berchiocca, Costanza Tornielli, Margherita della Porta, Angela Brusati.

Le notizie su di loro sono scarse o nulle e la prima domanda suggerita da questo elenco è se sono nominate per se stesse o per la nobiltà dei padri e dei mariti. Si tratta però di una domanda prodotta dalla sensibilità odierna. Forse è più utile un’altra domanda: come mai in un secolo che, non diversamente da tanti altri, riteneva interessanti solo le opere e le presenze maschili (anche nelle discendenze la sequenza è spesso solo di padre in figlio) come mai dunque si sentiva il bisogno di elencare nomi di donne?

Livia Torniella Borromea (Archivio di Stato di Novara, Fondo Disegni e ritratti, Donne illustri).
Livia Torniella Borromea (Archivio di Stato di Novara, Fondo Disegni e ritratti, Donne illustri).

La scrittura di Livia

La vita in città nel corso del Cinquecento non era né quieta né ordinata: alla divisione tra guelfi e ghibellini che continuava a persistere, si aggiungeva la collocazione di Novara sul confine francese dello Stato di Milano: “Franza o Spagna pur che se magna” a Novara non era soltanto un modo di dire.

Tempi poco tranquilli si diceva (ne esiste qualcuno che non lo sia stato?) ma la poesia di Livia riuscì a ritagliarsi uno spazio e attirò l’attenzione di illustri letterati dell’epoca: Landi, Ruscelli, Domenichi, Rocchetta, Betussi, Gelli. Quest’ultimo le dedicò lezioni su un sonetto del Petrarca e Lodovico Domenichi, nel suo Ragionamento… delle imprese d’armi et d’amore, compose per lei L’Eliotropio unito al motto vertitur ad solem:

siccome questo fiore cerca sempre d’illuminarsi con lo splendore del sole, così l’animo virtuoso di lei si rischiarava e si riscaldava ai raggi del vero e del bene.

Stimata e lodata per saper scrivere “eccellentissimamente e verso e orazione sciolta”, l’attività di rimatrice le consentì di pubblicare i suoi sonetti in varie raccolte. Queste pubblicazioni le hanno fatto ottenere una ghirlanda d’alloro e Pina Ballario – scrittrice, insegnante, traduttrice e giornalista del primo Novecento – amava ricordarla anche come apprezzata studiosa di Dante, cosa che, nel Cinquecento dominato dalla precettistica petrarchista del Bembo, “costituisce non piccolo merito”.

La scrittura di Livia, irreprensibilmente inserita nello schema di figlia, moglie, madre, devota, riverbera onore sulla famiglia d’origine, onore ampiamente spendibile nel gioco di squadra e orna la città di un vantaggio d’immagine. Per quanto appartenente alle classi più elevate, le uniche che consentissero alle donne l’accesso alla scrittura, e coralmente apprezzata, i suoi sonetti non le aprirono però la porta del più importante cenacolo culturale novarese: l’Accademia dei Pastori d’Agogna, di cui Giovanni Agostino Caccia era uno dei fondatori: era pur sempre una donna.

"Rime diverse di alcune nobilissime et virtuosissime donne", raccolte per M. Lodovico Domenichi, in Lucca, per Vincenzo Busdragho, 1559.

Mater dolorosa

Livia ebbe una figlia, Apollonia Costanza, istituita erede universale dal padre, la quale, il 9 gennaio 1567 sposò il marchese Ferrando Castaldo di Cassano. La loro figlia Livia divenne marchesa Medici di Marignano: era una donna assai ricca, ma spendacciona e fu l’ultima del suo ramo che poi si estinse.

La nostra rimatrice ebbe anche un altro figlio che morì improvvisamente ancora bambino. Anche quando il lutto pose termine a qualunque apparizione pubblica, continuò una sociabilità privata attraverso i suoi scritti, sicché il dolore vissuto attraverso l’espressione poetica, dà voce e volto all’immagine letteraria della mater dolorosa, pienamente consapevole del valore salvifico di tutto ciò che arriva da Dio:

Lo desti a noi Signor; Signor l’hai tolto;
  Così piaciuto t’è; di Te Signore
  Sia benedetto il nome a tutte l’hore,
  Ch’io non mi dorrò più, poco né molto.
Et, se ben ho di pianto humido il volto;
  La carne, e non lo spirto ha in sé l’errore;
  Quella, ch’è inferma e fral, manda duol fore;
  Ma questi, ch’è immortal, è in Te raccolto.
Ringratio Te, ch’al parto m’aiutasti;
  Et che nodrito l’ho questi pochi anni,
  Per renderlo, ancor puro e innocente.
Ti prego sol, che s’unqua Tu m’amasti
  Come fattura tua; me fuor d’inganni
  Levi del mondo, e guidi a Te presente.

Disperata per quel lutto, secondo alcuni biografi si ritirò in convento in quanto nemmeno più la poesia riusciva a darle conforto:

La corda e’l bigio questa spoglia veste,
  Ch’un tempo sol vestì delitie e pompe,
  et veggendo che Morte il tutto rompe,
  S’adorna il cor duna beltà celeste.
Così havess’io pria d’hor lasciato queste
  Vane sciocchezze, ond’huom mortal corrompe
  L’anima spesso, e spesso ancho interrompe
  le vie, per gir al ciel secure e preste.
Pur spero che se ben son stata tarda
  A Te signor drizzar mio cor pentito,
  Men non sarò che Maddalena accetta.
So ben ch’al mio fallir non si risguarda,
  Et c’hai più caro un peccator contrito,
  Che non mill’altri de la schiera eletta.

Sembra sia morta il 30 luglio 1553, esiste infatti una lettera, collocabile in quell’epoca, inviata dal marito Filippo Dionigi a diverse persone alle quali comunica che:

per soddisfare quello che si conviene tra li parenti et amici, con summa mestizia gli faccio sapere essere piaciuto al summo Idio de dar vita da questo a l’altro mondo alla Ill.ma Signora Contessa Livia Torniella, mia consorte, quale circa alle diece hore restituì il spirito al suo creatore al quale tutti preghiamo habbia l’anima sua nel numero de angeli et così mi racomando.
dalla Peschiera
Medaglione dedicato a Livia Tornielli nei Portici nuovi dei Mercanti a Novara.
Medaglione dedicato a Livia Tornielli nei Portici nuovi dei Mercanti a Novara.

La presenza femminile nei salotti letterari

Le poche, per ora, notizie su Livia rimandano all’esistenza di un salotto letterario, un cerchio in cui erano ammesse anche le donne, nell’ambìto ruolo di gradevole sfondo. Ma i salons francesi rivelano che proprio la presenza femminile contribuiva a rendere più ricercato e meno volgare il linguaggio maschile. Inoltre le chiacchere consentite da una ‘civil conversazione’ alimentavano le lettere, fondamentali mezzi di comunicazione nella società di antico regime. E a uno scambio epistolare in versi allude al componimento dedicato all’amica e collega Leonora Falletti di Villafalletto:

Felice Donna che co’l chiaro stile
  I più famosi aguagli e il nostro sesso
  Di tanto passi, quant’è al sol concesso
  Vincer qual lume a Lui paia simile;
Me non sdegnar, che reverente e humile,
  Per le virtù c’ha il tuo valor espresso;
  T’inchino di lontano e sol d’appresso
  Bramo che Tu mi sia cortese Aprile:
Perché, s’a Me non mostri Primavera;
  Io, che steril fui sempre, altro che verno
  Veder non spero, e notte innanzi sera.
Leonora, ch’in man hai l’alto governo
  Di condur altri a vita eterna e vera,
  Guidami, che sì adentro io non discerno.

Certamente uno dei più interessanti fatti culturali del XVI secolo è l’accesso ufficiale delle donne alla società letteraria, sia pure nell’adesione massiccia ai modelli petrarcheschi allora dominanti. Resta in sospeso la domanda: a quale pubblico si rivolge Livia? Non sembra così temeraria da voler invadere una riserva di caccia maschile, mentre il formarsi di un pubblico femminile viene suggerito dal numero di edizioni, difficilmente casuale, di raccolte poetiche esclusivamente ‘donnesche’ attorno alla metà del Cinquecento.

Un’analisi dei componimenti consente di cogliere interessanti differenze: se gran parte della scrittura femminile della prima metà del secolo predilige il genere lirico, nella seconda metà domina la scrittura mistico-religiosa, ma la vera novità è rappresentata dal tentativo di cimentarsi col genere del trattato. Infatti verso la fine del Cinquecento il rinnovarsi di scritture misogine, prodotte soprattutto a Padova, stimola alcune letterate veneziane a rispondere alle accuse. Quelle donne “dissennate” anziché accettare con gioia la naturale collocazione al servizio di un uomo, coltivavano interessi personali.

L’esistenza di un canzoniere di Livia Tornielli, costruito su modelli di derivazione dantesca e petrarchesca, è sostenuta da molte e autorevoli testimonianze. Quasi tutti i letterati che la lodarono e che furono in corrispondenza, poetica o epistolare, con lei, parlano anche di sue “orazioni” e scritti in prosa oltre ai nove sonetti che sono stati riportati in varie raccolte, probabilmente gli unici ad essere stati pubblicati e rintracciati, allo stato attuale della ricerca, mentre gli altri circolarono manoscritti.

Se, come afferma gran parte della tradizione, Livia era figlia di Antonia Gonzaga, allora val la pena di tornare per un attimo a Briona nel castello in cui la prima moglie di Filippo Tornielli aveva collocato la propria residenza. Dalle torri si vede Castellazzo, dove quattro secoli dopo avrebbe abitato una discendente di Antonia: Maria Gonzaga, moglie di Giuseppe Faraggiana. Chissà se Maria lo sapeva quando, dalle finestre, rivolgeva lo sguardo alla torre di Briona.

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Bibliografia

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  • Archivio di Stato di Milano (ASM), Fondo Notai, G.G. Bosco, min.15391; Notai, F.Bossi, min.9671.
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  • Bergalli L., Componimenti delle più illustri rimatrici d’ogni secolo, Venezia, Mora, 1726.
  • Caccia G.A., Le rime spirituali, Novara, Sesalli, 1552, c.25r.
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  • Leydi S., Le cavalcate dell’ingegnero: l’opera di Gianmaria Olgiati, ingegnere militare di Carlo V, Modena, Panini, 1989.
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  • Lomaglio E., La ‘Novaria’ di Giovan Battista Piotti, Novara, 1983, p. 102.
  • Merula G., Dialogus Terentianus, ex Forolebetiorum, pridie KL Iuniÿ MDXLIII, per i tipi di Betaceo Tortelio.
  • Negroni C., Lettera dedicatoria delle Lezioni petrarchesche del Gelli, Bologna, 1884, p.V.
  • Ragionamento di m. Lodouico Domenichi nel quale si parla delle imprese d’armi et d’amore. Interlocutori m. Pompeo Dalla Barba, m. Arnoldo Alieno & m. Lodouico Domenichi, in Milano, appresso Giovann’Antonio de gli Antonij, 1559.
  • Ranza A., Raccolta di rime, Vercelli, 1769.
  • Rime di cinquanta poetesse illustri, Napoli, Bulifon, 1695.
  • Rime di Gio.Agostino Cazza Gentilhuomo nouarese detto Lacrito nell’Accademia dei Pastori, in Vinegia, appresso Gabriel Giolito de’ Ferrari, 1546.
  • Rime diverse d’alcune nobilissime et virtuosissime donne, raccolte per Lodovico Domenichi, e intitolate al signor Giannoto Castiglione Gentil’huomo milanese”, in Lucca per Vincenzo Busdragho, MDLIX.
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  • Ruscelli G., Lettura sopra un sonetto dell’illustrissimo signor marchese della Terza alla divina signora marchesa del Vasto, Venezia, Griffio, 1552, p. 67.
  • Taegio B., Le Risposte, Novara, Sesalli, 1554.
  • Vallauri T., Delle società letterarie del Piemonte, Torino, Favale 1843, pp. 38-41.
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