Quando lo sport più amato era il tamburello

Passato e presente del "tambass" in Monferrato

Sferisterio di Moncalvo negli anni Settanta.
Martino Pinna
Martino Pinna

Nato a Oristano nel 1984, è autore e documentarista. Specializzato nel reportage narrativo e nel racconto del territorio, ama esplorare e viaggiare, in tutti i modi possibili. Coniuga linguaggi giornalistici e artistici in una costante ricerca sul rapporto tra la realtà umana e l’ambiente, concentrandosi soprattutto su storie e luoghi dimenticati. Al momento abita nel Monferrato, ma ha lo zaino sempre pronto per partire alla ricerca di una storia da raccontare.

  

È un pomeriggio di una domenica d'agosto a Grazzano Badoglio – Grassan in piemontese – paesello di circa 600 anime in provincia di Asti, che prende il nome da Pietro Badoglio, qui nato e morto. Nonostante la canicola del primo pomeriggio sembra che tutti, nel Monferrato, si stiano dirigendo qua. C'è perfino la coda per imboccare la strada che porta nella parte alta del paese, sulla collina. Il traffico viene gestito da anziani signori con la pettorina arancione, tutti molto concentrati. Spiegano dove parcheggiare e indicano dove incamminarsi per arrivare in centro. La meta si intravede da lontano: è la piazza del campanile. Da lì provengono cori da stadio, grida e una voce amplificata che rimbomba nelle viuzze del borgo. "Ci aspettiamo un migliaio di persone" spiega uno dei signori con la pettorina arancione.

Entro al bar, prendo dell'acqua e chiedo al barista chi vincerà secondo lui. "Te lo dico fra tre ore" risponde. Lui la partita non la potrà vedere, deve lavorare al bancone. "Ascolto i rumori e le urla del pubblico, da quelli capisco come sta andando. E poi ogni tanto entra qualcuno e mi aggiorna". Una partita di tambass, il tamburello a muro, può durare molto, sicuramente molto più di una partita di calcio. "Qua non ci interessano Inter, Milan e Juventus" aggiunge la cameriera. "Qua ci interessa il tamburello".

Finale Serie A Tamburello a muro tra Vignale e Calliano. Grazzano Badoglio, domenica 7 agosto 2022. Fotografie di Martino Pinna.

Dagli amplificatori viene fatto suonare l'inno di Mameli, il pubblico è avvolto dalla nube dei fumogeni. Grida, fischi e applausi riempiono la piazza e il capo ultras scandisce i canti con un tamburo. È un pubblico misto: a pochi metri dai più scalmanati ci sono le signore del posto, ben vestite, sedute sulle seggiole, pronte anche loro a seguire e commentare la partita. Dopotutto non si tratta di un incontro qualunque: è la finale di serie A, "una partita molto attesa" mi dicono. Alla fine durerà ben quattro ore e mezza. Durante queste ore, tra una battuta e l'altra, si alternerà il sole con le nubi, la pioggia e perfino l'arcobaleno.

Il rumore della pallina colpita dai tamburelli scandisce l'incontro. Nessuno sembra stancarsi. La domanda, che rivolgo anche a un anziano signore ex giocatore di tambass, è ovviamente una: com'è possibile? Com'è successo che nel Monferrato il tamburello sia diventato lo sport per eccellenza, quello capace di richiamare carovane di persone in piccoli e normalmente sonnecchianti paesini, addirittura più del calcio? L'ex giocatore alza le spalle: “Guardi, non so: quando io avevo 14 anni giocavano tutti a tamburello, e allora ho giocato anche io. Poi ho continuato per trent'anni. Non so perché. Mi piaceva”.

Moncalvo – Grazzano, 2010, partita giocata a Moncalvo.
Moncalvo – Grazzano, 2010, partita giocata a Moncalvo.

"Non c'è Juventus che tenga"

Facciamo alcuni passi indietro. Il primo, agli anni Sessanta. La trasmissione della Rai “Cronache italiane” dedica alcuni servizi all'argomento. "La domenica, nel Monferrato, appartiene al tamburello. Non c'è Juventus che tenga" dice il cronista in un servizio di fine anni Sessanta. Sotto sentiamo le urla dei tifosi e vediamo le immagini delle partite, del tutto simili a quelle del 2022, fatta eccezione per la misteriosa presenza di una mucca sotto il segnapunti. Si giocano ben 36 partite in contemporanea, tutte in questa zona del Piemonte. In palio per chi vince il torneo, oltre al prestigio e alla coppa, c'è un cinghiale, un certo Pasqualino, catturato e allevato appositamente come premio per la squadra vincitrice. Forse anche la mucca fa parte del bottino.

"Le strade di collina sono gremite di macchine, sono tutti qui per il tamburello. Qua il calcio minuto per minuto non ha ascoltatori” continua il cronista. Tanto che si improvvisa un surreale “tamburello minuto per minuto” con le radiocronache dai vari paesi dove si sta giocando. Vengono intervistati alcuni bambini: "A te non piacerebbe andare a vedere la Juventus o il Torino?". "No, mi piace il tamburello" risponde deciso uno. Gli viene chiesto chi sono i loro idoli sportivi – il cronista accenna ad Anastasi, Domenghini, Zoff, i calciatori del momento – ma i piccoli monferrini rispondono con cognomi mai sentiti fuori dalle province di Asti e Alessandria. Tutti, ovviamente, giocatori di tamburello. Vengono mostrati campi di calcio abbandonati, con l'erba alta e addirittura le mucche che pascolano in area di rigore. A fianco i campi di tamburello, frequentatissimi. "Dopo l'alluvione qual è stata la prima cosa che avete messo a posto?" chiede il cronista a un abitante di Cerrina. "Il campo di tamburello. Prima dei campi e prima dei vigneti". Per vedere una partita si paga 300 lire e non è raro che ci siano anche mille persone. "Baci, lacrime, mortaretti. La partita è finita, domani ci sono i campi da zappare. Ma fra sette giorni si ricomincia" è la conclusione.

“Giuoco del pallone, allo sferisterio di Piazza Vittoria a Milano” di Ruggero Focardi, 1905.
“Giuoco del pallone, allo sferisterio di Piazza Vittoria a Milano” di Ruggero Focardi, 1905.

Dall'infernot al campo

Un servizio di qualche anno dopo ci riporta fra le colline di questa zona del Piemonte. Inizia con un montaggio alternato dal rumore di bottiglie di vino stappate a quello della pallina colpita dal tamburello. Seguono immagini oscure e un po' inquietanti con musiche che sembrano provenire dalla serie "Ai confini della realtà": siamo all'interno di un infernot, la tipica struttura scavata nel sottosuolo per la conservazione dei vini. "È domenica e sopra di noi, come ogni anno sulle colline, il Monferrato segue il rimbalzare della palla di un tamburello". Sottoterra il vino, sopra la terra il tamburello. Vediamo i vari campi dove si svolgono le partite, una toponomastica che può suonare familiare solo a chi abita in queste zone: Scurzolengo, Cremolino, Odalengo, Codana, Monale, Tonco, Cunico, Cocconato, Ovada e ovviamente Murisengo, definita "la capitale morale del tamburello". Sono tutti piccoli paesi del Monferrato dove ancora oggi si pratica questo sport.

Una certa ironia nella scrittura dei testi, sottolineata dalla scelta delle musiche, e un montaggio spesso ardito, quasi sperimentale, sono la cifra stilistica tipica dei servizi Rai di quel periodo, soprattutto quando si tratta di raccontare la provincia italiana. Alcune scene sono evidentemente costruite ad hoc; in altri punti si spinge al massimo il pedale del folklore, ma restano comunque documenti eccezionali perché, pur con tutte le licenze poetiche del caso, restituiscono l'atmosfera del periodo, di quelle piazze, di quei borghi. Ci sono anche momenti decisamente surreali, come quando fanno cantare una canzone d'amore ad "Attila", il più noto tifoso del Guazzolo, nonché aspirante cantante, mentre affetta salame e prepara il pane, in canottiera, davanti a un forno a legna. In quel periodo i capi delle tifoserie erano noti quanto i giocatori, diventando vere e proprie leggende paesane ricordate ancora oggi dai più anziani con i vari stranomi, ovvero i soprannomi.

Una giocatrice americana di origini italiane, Paola Ferrando. Fotografia tratta dal libro
Una giocatrice americana di origini italiane, Paola Ferrando. Fotografia tratta dal libro "Storia del gioco del tamburello" di Filippo Piana, 1995.

Si passa anche per Grazzano Badoglio. È passato solo qualche anno ma la piazza dove si giocava a tamburello ora è vuota e ci cresce l'erba. Uno degli organizzatori delle partite spiega che è colpa dell'improvviso – e temporaneo, come vedremo – innamoramento per il gioco del calcio; ma il vero motivo sembra piuttosto il fatto che il tamburello stesse diventando un fenomeno troppo grosso e costoso: "Non abbiamo più le risorse per comprare i giocatori che costano più di una di queste botti" spiega indicando una botte della sua cantina. "Una botte costa due milioni, ingaggiare un giocatore almeno quattro o cinque!". Alcuni giocatori vengono pagati con le cambiali, ci sono sempre più scommesse, il biglietto per il pubblico è aumentato. Il finale del servizio è una pallina da tamburello che rimbalza lungo le scale per finire nell'oscurità sotterranea di un infernot, dove il servizio era iniziato. Immagine senza dubbio suggestiva, ma forse anche simbolica: sembra alludere a un momento di declino del tamburello, che effettivamente ci sarà. Ma si tratta di cicli: si alterneranno diversi periodi di crisi, alti e bassi, ma questo sport resterà sempre nei cuori e nei campi del Monferrato, perché intrinsecamente radicato nella tradizione popolare delle comunità.

Il campionissimo Marino Marzocchi (Mara). Fotografia tratta dal libro
Il campionissimo Marino Marzocchi (Mara). Fotografia tratta dal libro "Storia del gioco del tamburello" di Filippo Piana, 1995.

Le origini del "tennis della buona gente"

Il cronista Rai nel suo servizio definiva il tamburello “il tennis della buona gente". Dove per “buona gente” si intende la gente non benestante, fondamentalmente contadini e allevatori. Ed è proprio così: il tamburello, nelle sue varie declinazioni, è nato come parente povero della pallapugno e “gioco al bracciale”, il vero sport nazionale italiano, prima del calcio. Giochi simili si praticavano fin dal Medioevo e ogni secolo ha avuto le sue versioni. In un modo o nell'altro si trattava sempre di colpire una pallina con le braccia.

Erano sport diffusi a macchia di leopardo soprattutto nel centro e nord Italia, Toscana, Veneto, Liguria, Lombardia e ovviamente Piemonte. Seguitissimi dal pubblico e adorati anche da alcuni scrittori famosi, piemontesi e non, come Cesare Pavese, Beppe Fenoglio, Giovanni Arpino e Edmondo De Amicis. Quest'ultimo dedicò al “pallone col bracciale” un libro nel 1897, Gli azzurri e i rossi, una delle prime opere letterarie italiane di genere sportivo. Lui stesso, da giovane, aveva giocato e frequentava spesso gli sferisteri piemontesi. E, prima ancora, perfino Giacomo Leopardi, nel 1821, aveva dedicato dei versi a un divo della sua epoca, il giocatore Carlo Didimi, di cui canta le eroiche gesta nel campo nel componimento A un vincitore nel pallone. Anche Goethe nel celebre Viaggio in Italia descrive estasiato, e nel dettaglio, una partita fra "quattro gentiluomini di Verona... contro quattro di Vicenza" di fronte "a non meno di quattro o cinquemila spettatori".

Augusto Manzo e Massimo Berruti, due famosissimi campioni della pallapugno.

Ma cos'era il gioco del pallone col bracciale, lo sport italiano per eccellenza oggi quasi del tutto dimenticato? Di giochi col pallone, nella penisola, ne esistevano dai tempi dei romani. Il primo a dare informazioni dettagliate fu Antonio Staino, un prete, autore del Trattato del giuoco della palla, stampato a Venezia nel 1555. Le origini sono sicuramente più antiche – in alcuni statuti comunali viene citato già nei primi anni del 1400 – ma quel che è certo è che per circa quattro secoli è stato lo sport più famoso nella penisola, in particolare nel centro e nel nord. Si giocava con un cilindro di legno infilato nell'avambraccio, a coprire mano e polso, con lo scopo di spedire la palla, realizzata in pelle di manzo, nel campo avversario. Il campo di gioco era lo sferisterio, nome che tuttora indica i campi di tamburello. Le partite attiravano migliaia di persone e grande entusiasmo, tanto da degenerare spesso in risse. I giocatori erano tra gli italiani più ricchi e popolari dell'epoca, strapagati e venerati. Attorno alle partite c'era un grande giro di scommesse. Secondo molti l'espressione “Anduma a giüghé al balun” (dove “giocare”, probabilmente allude allo scommettere) ha dato il nome a uno dei rioni storici di Torino, il Balun, ovvero la zona dove si svolge l'omonimo mercatino delle pulci di Porta Palazzo.

Lo sferisterio Mermet di Alba.
Lo sferisterio Mermet di Alba.

Sport nazionale

L’attuale gioco del tamburello è più simile a quello dello “scanno”. Si giocava con un attrezzo di legno con un manico per l’impugnatura, qualcosa di simile a una racchetta molto grezza. Ancora più simile al tamburello era forse il gioco della “paletta”: si colpiva la pallina con un semplice pezzo di legno. Questi giochi dove la palla veniva colpita con la mano o con una paletta di legno erano l’alternativa popolare al gioco del bracciale, praticato più che altro da nobili o ricchi che potevano permettersi un’attrezzatura costosa. Costruire un bracciale da gioco richiedeva anche quaranta ore di lavoro, mentre costruire una paletta in legno con l’impugnatura in cuoio, era molto più veloce ed economico. Loro, je sgnur, i signori, erano osannati e premiati come i moderni idoli sportivi, mentre i ragazzi che nei paesi giocavano alla palla nelle vie o nelle piazze erano spesso considerati dei perditempo.

A inizio Novecento in un una rivista inglese il gioco a bracciale viene definito "Italy's National Game", lo sport nazionale italiano. Ma in decine di piccoli paesi del Monferrato prenderà piede il tamburello, in particolare nella versione “a muro”, il tambass. Si giocava sui fianchi delle chiese, nei cortili dei castelli e si basava sulla partecipazione collettiva dell'intera comunità: bisognava segnare il campo, trovare le maglie, le palline, le squadre avversarie, l'arbitro, i segnapunti, e ogni abitante faceva la sua parte. Il tamburello a muro aggiunge anche un'incognita al gioco, dato che, lanciando la pallina contro la parete, la traiettoria può variare in modi imprevedibili e sta alla bravura dei giocatori capire come. In più, rispetto alla versione in campo aperto, gli sferisteri di questo tipo hanno dimensioni e forme diverse, essendo di fatto delle semplici piazze. Questo, il tambass, è senza dubbio la versione del tamburello più tipica del Monferrato. Tanto che, quando il regolamento federale stabilì di abbandonare il muro esclusivamente in favore dei campi, le persone continuarono a giocare così, e alla fine si decise, dal 1976 in poi, di creare un campionato apposito, il “Torneo a muro del Monferrato” con decine e decine di squadre di paesi che distavano pochi chilometri l'uno dall'altro.

Cerrina, finale di tamburello del 16 aprile 1967. Per la fotografia si ringrazia il signor Pier Carlo Cavallo.
Cerrina, finale di tamburello del 16 aprile 1967. Per la fotografia si ringrazia il signor Pier Carlo Cavallo.

In un articolo de La Stampa del 14 marzo 1967 si legge:

Il successo del torneo monferrino e l'eccezionale ripresa di questo vecchissimo sport tradizionale del Monferrato hanno messo addirittura in crisi alcune fabbriche di tamburelli, che non riescono a dare una produzione pari alle necessità del consumo. Ogni squadra usufruisce in media per stagione di un centinaio di tamburelli (del costo di circa seimila lire l'uno) e le compagini partecipanti al torneo son ben quattordici.

Qualche anno dopo, nel 1973, sempre nelle pagine sportive del quotidiano di Torino, tra le varie notizie sportive troviamo il seguente titolo: "Tamburello, Murisengo in festa. Nuova affermazione del Lavazza – Lanciati persino fuochi artificiali". La cronaca parla di mortaretti e "delle belle majorettes di Trino" per la vittoria del Lavazza Murisengo, mentre un "aeroplano lanciava sul terreno di gioco migliaia di scudetti tricolore" fra “gente che sembrava impazzita".

Il gioco della tamburella, tratto da
Il gioco della tamburella, tratto da "L'Illustrazione italiana".

Tutti pazzi per il tambass

Negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, nonostante alcuni momenti di apparente crisi, il gioco è sicuramente al suo apice in Piemonte e in particolare nel Monferrato. Molti giocatori lombardi e veneti emigrarono nelle squadre piemontesi, non solo del Monferrato, ma anche a Torino. La Fiat aveva la sua squadra e, oltre a pagare i giocatori, spesso li assumeva in fabbrica, concedendo naturalmente dei permessi per le gare e gli allenamenti. Nel 1965, quando si giocò il primo torneo del Monferrato, le squadre partecipanti erano sei. Tre anni dopo erano diventate diciotto, e nei decenni successivi erano destinate ad aumentare. La proliferazione di squadre in questa zona è da attribuirsi all'aumento della popolarità del tamburello e al fatto che ogni paese aveva diverse frazioni, e ogni frazione la sua squadra. Anche quando si inizia a diffondere il calcio, trovare undici persone non è facile in questi minuscoli borghi di collina dove di bambini ne nascono sempre meno. Per il tamburello invece bastano quattro giocatori. Così poteva capitare che un solo comune avesse più squadre di tambass che rivaleggiavano tra loro.

L'ossessione per questo gioco era tale che anche quando emigravano all'estero gli appassionati si portavano dietro il tamburello. Letteralmente. Ci sono diversi articoli di giornali statunitensi, ad esempio, che parlano degli italo-americani che giocano a tamburello negli anni Settanta. Giocatori, ma anche giocatrici. Il tamburello infatti fu uno dei primi sport in Italia ad avere una regolamentazione per gli incontri femminili. Già nel 1910 esisteva un "Regolamento Tecnico" per le gare i tornei femminili di "Palleggio col tamburello". Si sa di un torneo femminile del 1938, di cui però la stampa non cita né le squadre né, tanto meno, i nomi delle giocatrici, al contrario di quanto accadeva con gli sportivi maschili. Oggi, come per il calcio, esiste il campionato femminile di tamburello, ma all'epoca – come nota Filippo Piana nella sua Storia del gioco del tamburello – “era più diffuso tra le emigrate italiane all'estero che non in Italia. Il motivo di ciò era la maggiore emancipazione femminile o la volontà di ritrovarsi insieme nella pratica di uno sport che tanto ricordava la patria lontana?".

Un articolo dedicato al tamburello uscito sul “Palo Alto Times”. La fotografia è tratta dal libro
Un articolo dedicato al tamburello uscito sul “Palo Alto Times”. La fotografia è tratta dal libro "Storia del gioco del tamburello" di Filippo Piana, 1995.

Non solo calcio

Il calcio non era del tutto ignorato: già negli anni Venti il “football” si diffondeva sempre di più in Italia. A Gabiano, ad esempio, altro storico centro del tambass in provincia di Alessandria, venne costruito un campo di calcio, ma gli abitanti lo usarono immediatamente per giocare anche a tamburello, e così continuarono negli anni successivi. Come in una realtà parallela, le cose nel Monferrato erano capovolte e, una volta tanto, era il calcio lo sport secondario. Se nel resto d'Italia la palla si colpiva sempre di più con i piedi e non con le mani, qua, in maniera ostinata e fedeli alle proprie tradizioni, si continuava a fare il contrario. E infatti, nonostante le crisi cicliche e l'ennesima apparente scomparsa del gioco negli anni Novanta, in realtà non si è mai smesso di giocare.

Certo, oggi i bambini monferrini conoscono anche i nomi dei calciatori, al contrario degli anni Sessanta, quando sembravano snobbarli completamente. Ma oggi come quarant'anni fa il compromesso è stato quello di giocare a entrambi gli sport. Questa soluzione persiste ancora: ci sono alcuni giovani giocatori di serie A di tamburello che militano anche nei campionati minori di calcio, riuscendo a far convivere le due passioni, spesso con problemi logistici – dato che si gioca quasi sempre la domenica – risolvibili solo con il dono dell'ubiquità, o con tanta passione. E se dovessero scegliere fra il calcio e il tamburello, per loro stessa ammissione, sarebbero seriamente combattuti. “Dopotutto non c'è solo il calcio” ribadisce, ancora una volta, la cameriera del bar di Grazzano Badoglio, mentre da fuori sentiamo esultare per qualche punto segnato. “Allora c'è solo il tamburello?” chiedo. Ci pensa e poi risponde: “Mmm, no. Molti ragazzi qua giocano anche ad hockey”. Ma questa è un'altra storia.

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Bibliografia

  • Federazione Italiana Palla Tamburello, Un po' di storia, Roma, 2018.
  • Mogliotti G., Il muro – 30 anni di storia del Tamburello in Monferrato, Torino, Neos edizioni, 2005.
  • Piana F., Storia del gioco del tamburello, Ovada, Accademia Urbense, 1995.
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