Turismo in Granda

La rinascita turistica del Cuneese dal secondo dopoguerra

Sagra dell’uva di Carrù, 1948 (© Archivio dell’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Cuneo).

Cuneese, vive e lavora da tempo immemorabile presso l’Istituto storico della Resistenza dove si occupa di libri e di ricerca. Da sempre attratta dalla storia sociale, ha scritto di guerra e di infanzia, di circoli, di fotografi, di eroi mancati, di avvocati e di criminali. I viaggi sulle note del tango e su quelle olfattive dei profumi sono una grande passione, ma i più entusiasmanti rimangono quelli nel tempo, tra archivi e carte polverose. Meglio se appena scoperte.

  

Erano trascorsi pochi anni dalla fine di una guerra (la Seconda) che sulla provincia di Cuneo si era abbattuta come una tempesta. Le famiglie piangevano i morti e la parola “disperso” teneva in un limbo di dolore chi continuava ad aspettare un sempre più improbabile ritorno, correndo alla finestra a ogni scalpiccìo di passi.

I comuni ricostruivano gli edifici e le comunità, i cittadini votavano – le cittadine per la prima volta – decidendo se riaffidarsi a un sovrano o se saltare nel vuoto di una cosa nuova chiamata "Repubblica". La politica spaccava, le contrapposizioni si facevano feroci, bandiere rosse e madonne pellegrine sancivano gli schieramenti, mentre il denaro del piano Marshall e dell’U.N.R.R.A. (United Nations Relief and Rehabiliation Administration) contribuiva a risollevare il Paese assistendo, riorganizzando le attività.

Voglia di ripartire

Era il fervore della ricostruzione, ben prima di un boom economico di là da venire, e in quel territorio di frontiera, ferito, tra lutti e macerie c’era posto anche per i sognatori, che tornavano a guardare al futuro e a riprendere discorsi interrotti. L’arte, la poesia, la bellezza della natura… Era come se la luce tornasse a illuminare ciò che per anni era stato relegato su uno sfondo in ombra. Alcuni ricominciavano a pensare che quel lembo di terra in cui gli uomini si erano affrontati all’ultimo sangue andasse riscoperto nelle sue sfumature di colore e di paesaggio: le Marittime, gloriose e simboliche; le colline di Langa, ancora poverissime terre di “malora” che gli scrittori stavano già rendendo immortali; le città, sobrie fino al midollo, e orgogliose. Si guardavano attorno, questi poeti, questi uomini delle istituzioni finalmente democratiche  ̶  la Camera di Commercio Industria e agricoltura, l’Amministrazione provinciale  ̶  e si convincevano che occorresse farla conoscere quella loro provincia appartata, sconosciuta ai più. A poco a poco la parola “turismo” cominciò ad assumere un significato nuovo.

27 Luglio 1947, Cuneo. Nel dopoguerra il Club Alpino Italiano di Cuneo organizzava numerose gite in montagna a cui partecipavano moltissime persone. Il viaggio veniva effettuato con una moltitudine di persone stipate, in piedi, sul cassone di tre camion appositamente affittati per la gita. Nell'immagine un gruppo ripreso durante una pausa del viaggio con destinazione Crissolo (Pian del Re). Foto di Mario Zauli, Archivio Zamperin (immagine tratta dalla pagina Facebook Cuneo del secolo scorso).
27 Luglio 1947, Cuneo. Nel dopoguerra il Club Alpino Italiano di Cuneo organizzava numerose gite in montagna a cui partecipavano moltissime persone. Il viaggio veniva effettuato con una moltitudine di persone stipate, in piedi, sul cassone di tre camion appositamente affittati per la gita. Nell'immagine un gruppo ripreso durante una pausa del viaggio con destinazione Crissolo (Pian del Re). Foto di Mario Zauli, Archivio Zamperin (immagine tratta dalla pagina Facebook Cuneo del secolo scorso).

Cibo e folklore nel Ventennio

Il turismo non era un’invenzione del dopoguerra pacificato. Il ventennio in camicia nera aveva creato gli Enti provinciali per il turismo, nel 1935, e prima di essi i Comitati provinciali, alle dirette dipendenze del Sottosegretariato per la stampa e la propaganda. L’Italia intera doveva essere mostrata nella sua grandezza autarchica e ovunque era stato un tripudio di sagre e di esposizioni, di fiere e di “battaglie” più o meno simboliche. A Cuneo, gli animatori del Comitato presieduto dal Conte Gastone di Mirafiori, tutti di nomina prefettizia, per anni si erano scervellati su come promuovere la provincia, con pochi soldi e pochi mezzi. Avevano puntato sugli sport invernali – gite in comitiva e premi per la “sciopoli” a Sant’Anna di Vinadio, per esempio – e per il Ferragosto si era studiato “un periplo della provincia che dovrebbe effettuarsi su torpedoni di lusso”. Piaceva tanto l’idea di queste crociere motorizzate in terra ferma e per le “feste vendemmiali” qualcuno proponeva una “carovana automobilistica per il circuito della Langa”.

Ma la Langa, si sa, era vino e tartufo, e allora fin dal 1928 la città aveva avuto la sua Fiera, con carri allegorici e ministri in visita, e parate di gerarchi grandi e piccini tirati a lucido nelle divise nere. Cibo e folklore, in ogni contrada. Era un’idea di turismo rustico e popolare, tanto apprezzato da un Regime che aveva fatto della ruralità una bandiera, adattissimo al popolino, oltretutto, composto più che altro da contadini. Per i borghesi, invece, per le signore dell’alta società, erano piuttosto consigliati gli stabilimenti termali, primo fra tutti quello delle Terme Reali di Valdieri dove l’aggettivo non era casuale, vista la frequentazione di teste coronate e mogli morganatiche. Le acque radioattive di Lurisia, certificate da Madame Curie in persona nel 1918, sarebbero diventate stabilimento solo nel 1940.

Fiera del marrone, Cuneo, anni Trenta (immagine tratta dalla pagina Facebook Cuneo del secolo scorso).
Fiera del marrone, Cuneo, anni Trenta (immagine tratta dalla pagina Facebook Cuneo del secolo scorso).

Rinascita

Ma poi, appunto, c’era stata la voragine della guerra che aveva sospeso le vite delle persone e certamente i torpedoni di gitanti. Alla ripartenza, nel 1946, anche l’Ente del turismo era risorto e i suoi rappresentanti avevano ripreso a riunirsi. I verbali di quegli incontri da quel momento si sarebbero aperti con le parole “R E P U B B L I C A   I T A L I A N A”. C’erano adesso (e sempre più ci sarebbero stati) “esperti in materia turistica”, rappresentanti di albergatori, di agenzie di viaggi. Tra loro Lorenzo Isoardi, fondatore di quell’Alpitour che per decenni avrebbe mandato in vacanze senza pensieri generazioni di italiani.

Fu bello che nell’aprile di quel 1946 di pace venisse organizzato il “1° gran premio della Liberazione”, da svolgersi il 28, giorno appunto della liberazione di Cuneo. Si trattava di una gara di “marcia libera per pattuglie di tre concorrenti” che nel nome ancora conservava qualcosa di militaresco. I componenti le “pattuglie”, vestiti con gli stessi colori, avrebbero marciato per venti chilometri nei dintorni della città mantenendosi entro cinque metri gli unii dagli altri con l’obbligo di soccorrersi a vicenda in caso di malore. Tra i premi in palio anche un “mastello di marmellata”, un capocollo e un paio di calzoni. Ma fu altrettanto bello che nello stesso anno venisse messo in calendario il premio “Limone” di poesia italiana e dialettale, nel mese di agosto, per ravvivare la località sciistica montana, notoriamente sonnacchiosa d’estate. Tutt’altro che disprezzabili, per i tempi, i premi da 5.000 lire.

Nel 1947 l’Alpitour nasce come Alpi Viaggi, piccola agenzia di viaggi di Cuneo che organizza servizi turistici in pullman e in treno (foto tratta da www.alpitourworld.com).
Nel 1947 l’Alpitour nasce come Alpi Viaggi, piccola agenzia di viaggi di Cuneo che organizza servizi turistici in pullman e in treno (foto tratta da www.alpitourworld.com).

Dai raduni automobilistici alle sagre

Le sagre dell’uva continuavano a spopolare, in continuità con il passato. Nel settembre del 1948 quelle di Carrù e di Dogliani si svolsero negli stessi giorni (dal 12 al 19 settembre), litigandosi la presenza del Presidente della Repubblica Luigi Einaudi che proprio a Carrù aveva visto i natali. Per lui cerimonie solenni, “prime pietre” da posare, ma anche sfilate di carri allegorici e fuochi d’artificio. Lontane anni luce dall’essere dichiarate presidi di enogastronomia assaltate da smaniosi turisti stranieri gli anni Cinquanta si aprivano su contrade di Langa in cui ancora si prelevava l’acqua dai pozzi e si trasportavano merci sui birocci. Tra “belle trifolere” e balòn che saettavano nei cieli, si agognavano acquedotti e mezzi veloci con cui svalicare le colline. Per anni “La ruota d’oro” organizzata dall’Automobile Club di Cuneo riempì di rombi la quiete provinciale in una gara “di regolarità e resistenza su strade aperte al traffico”, 440 chilometri di circuito con un regolamento degno di altrimenti blasonate competizioni, e non c’era fiera senza un “automotoraduno”, spesso affiancato a esposizioni di veicoli d’occasione e macchine agricole. Il Cuneese, in ogni suo angolo, rimaneva pur sempre terra contadina. Contemporaneamente cominciarono i raduni “vespistici” sponsorizzati dall’ “Americano Marenco”, il vermuth dell’aperitivo quando ancora l’aperitivo non era rito di massa. La “Vespa”, quella sì fu vera rivoluzione del costume.

Sagra dell'uva a Dogliani, 1968 (© Archivio dell’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Cuneo).
Sagra dell'uva a Dogliani, 1968 (© Archivio dell’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Cuneo).

Se la provincia di Cuneo era “Granda” per definizione, con i suoi paesaggi contraddittori riflessi nello spirito dei suoi abitanti, alla gaudente collina si opponeva la montagna ruvida dell’etica della fatica. E allora ecco i giri sciistici di fondo perfino in quel cuore cittadino che era la cuneese piazza Galimberti innevata del mese di gennaio. In quegli anni, tuttavia, aveva inizio l’epopea dello sci di discesa, che si voleva per tanti, per tutti, con le “slittovie”, gli “Ski lift”, le seggiovie, i tralicci piantati sui fianchi e sulle vette per favorire le risalite di chi al sapore della fatica preferiva quello dell’ebbrezza ludica. Insieme ai tralicci ecco quindi gli alberghi, le palazzine, i condomini, le seconde case disabitate nove mesi l’anno: la montagna cuneese si spopolava di uomini e si riempiva di cemento, senza peraltro mai “esplodere” come meta alla moda. Limone non fu mai Courmayeur.

Gara automobilistica Cuneo-Colle Maddalena 1961 e 1962 (© Archivio dell’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Cuneo).

Cuneo, provincia tranquilla

Terra di frontiera troppo estesa e dalle molte anime, era – lo rimarrà – terribilmente fuori dalle rotte, e non solo per la cronica carenza di vie di comunicazioni. L’understatement connaturato a questa landa del Piemonte (l’esageruma nen specifico dei cuneesi) sarà anche la cifra degli animatori dell’Ente provinciale del turismo che soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta ne incarneranno lo spirito. Ed erano teste fini, raffinati cultori d’arte in tutte le sue forme, ma amanti loro stessi delle brume e delle ombre dei portici scuri più che dello sfavillìo delle città. Il poeta Gino Giordanengo fu cuore instancabile dell’EPT e direttore della rivista dell’ente, Cuneo provincia granda, miracolo di longevità editoriale che riuscì a radunare attorno a sé penne sopraffine (vi scrisse Carlo Levi, vi disegnò Giulio Boetto, per dire). Il saluto ai lettori sul primo numero del 1952 (non ancora di Giordanengo, ma di Giovanni Carlo Giraudo) aveva quasi un esordio letterario  ̶  “Questa rivista nasce d’autunno…”  ̶  ed era il manifesto di un certo modo di intendere il territorio e la vita stessa: “E’ la nostra una voce familiare, per gente familiare, voce pacata e serena che non ama tanto discutere, quanto discorrere, segnalare, illustrare, rievocare piccole e grandi cose di casa nostra…”. Come dirlo meglio? Con uno slogan, forse: “Cuneo provincia tranquilla”, ed è tutto dire.

Manifesti di promozione turistica dell’Ente Provinciale del Turismo (© Archivio dell’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Cuneo).

Con coerenza stupefacente la rivista continuerà a uscire per cinquant’anni. E tuttavia il basso profilo dei modi non lo fu dei contenuti perché la rivista crebbe in stile, importanza e diffusione lasciando un segno nella vita culturale della provincia. Ad essa si deve l’esplorazione sistematica del territorio alla scoperta dei gioielli d’arte nascosti nelle cappelle montane e nei palazzi signorili, o di quelli che lo sarebbero diventati, le “eccellenze” gastronomiche diremmo oggi (purtroppo). Ma poi l’immenso serbatoio di tradizioni e personaggi illustri e meno noti, con un occhio rivolto alle realtà artigianali, all’industria che non spadroneggiava, ma che pure era presente… con una vena di ironia disincantata che tutto legava.

Dal vocabolario Treccani, alla voce “Provinciale”: “Che è proprio, tipico, caratteristico della provincia, cioè dei centri periferici e minori, con riferimento a una reale o presunta arretratezza economica, sociale e culturale delle piccole città e dei paesi riguardo alle grandi città: mentalità provinciale; modi, abitudini, gusti provinciali”. E sembra di vederlo spuntare sulle labbra di quegli uomini il sorriso per nulla indignato di chi provinciale si sentiva fin nelle ossa, e lo dichiarava con orgoglio mentre, osservando gli alberi dei viali e le pietre dei fiumi sotto casa, trovando il suo mondo trovava il mondo intero.

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