Dipinto della battaglia di Olszynka Grochowska (Varsavia), parte della guerra russo-polacca del 1830-31, W. Kossak, 1886.

Una scuola militare polacca a Cuneo

La vicenda dei 100 cadetti polacchi che nel 1862 stazionarono nel capoluogo della Granda

Laureato in lingue all’Università di Torino, ha una passione per tutto ciò che è cultura, arte, storia e scienza. Al fascino e alla curiosità per tutti i paesi vicini e lontani, e in particolare per quelli di lingua tedesca, unisce l’interesse ai ben più vicini angoli del natio cuneese.

  

Non sono bastati i numerosi esploratori, e neanche i viaggiatori muniti di carta e penna, da Alfieri, a Baretti fino a Faldella, a cancellare il luogo comune dei piemontesi come popolo di bugianen. Tuttavia, se anche dovessimo credere al cliché del piemontese come incallito pantofolaio, non sono pochi i visitatori, anche famosi, che hanno toccato la regione, smentendo così le parole del celebre naturalista Michele Lessona di Venaria, che nell’Ottocento diceva di Torino:

"la città figurava appena sulle Guide. E se qualche viaggiatore la vide e parlò più tardi di lei fu per lamentare la via delle strade troppo lunghe e troppo dritte, l’aspetto severo dei cittadini, la vita uniforme, raccolta, quieta, che non offriva campo ad osservazioni curiose od a descrizioni brillanti.”

(Citato in Viriglio A., Torino e i Torinesi, 1980)

Torino, l'imbocco di via Po da piazza Vittorio raffigurato nel 1835 da Francesco Gonin.
Torino, l'imbocco di via Po da piazza Vittorio raffigurato nel 1835 da Francesco Gonin.

Dal povero Fetonte, caduto secondo i poeti nel Po, ai moderni turisti che accorrono per un buon bicchiere di vino e un bello scorcio sulle colline, il Piemonte è stato meta di tanti visitatori esteri nel corso dei secoli. Alcuni di loro ebbero una storia talmente particolare alle spalle, da lasciare un segno fino ad oggi.

Il 10 marzo 2012 si tenne a Cuneo una commemorazione per i 150 anni della scuola militare polacca, celebrazione a cui presero parte anche personalità politiche di quel paese. Chi oggi volesse trovare anche un solo polacco a Cuneo potrebbe girare a lungo senza peraltro trovarne nessuno, ma la situazione era diversa a metà del diciannovesimo secolo, quando la questione polacca era discussa da mezza Europa, proprio come oggi lo è quella ucraina.

L'oppressione sulla Polonia

Nell’arco di pochi mesi dell’anno 1862 più di un centinaio di cadetti stazionarono a Cuneo col beneplacito del governo: un’esperienza che lo stesso stato italiano dovette far terminare per questioni di politica internazionale. La vicenda è stata raccontata in due ottime pubblicazioni, una del 2012 di Walter Cesana, Agnieszka Krzykawska e Roberto Martelli, e l'altra, ancora più ampia, del solo Martelli pubblicata nel 2022.

Il motivo che spinse i patrioti polacchi ai piedi delle Alpi, nonché l’origine di tutta la questione polacca, aveva per colpevoli tre teste coronate che nulla avevano a che fare con Cuneo e col Piemonte: una russa, una austriaca e un prussiano passati a miglior vita da quasi un secolo. Dal 1772 al 1795, infatti, il regno polacco, una volta potente ma afflitto da tempo da arretratezza e dalla debolezza del potere centrale, venne progressivamente smembrato dai suoi vicini, impersonati da Caterina di Russia, Maria Teresa d’Austria e Federico II di Prussia, una “Trinità satanica”, come la chiamò il massimo poeta polacco Adam Mickiewicz. La scomparsa della Polonia tuttavia, e i tentativi di Prussia e Russia soprattutto di opprimerne e vietarne la lingua, la cultura e la religione cattolica (solo sotto gli austriaci i polacchi poterono godere di un minimo di tranquillità) non fece altro che infiammare lo spirito patriottico della popolazione. Dopo una prima rivolta nel 1794 guidata dal veterano della guerra d’indipendenza americana Tadeusz Kościuszko, i polacchi appoggiarono entusiasticamente Napoleone, che in cambio ricostituì parte del loro stato.

Sul finire del 1830, con le rivolte in Francia a fare da miccia, scoppiò nella parte della Polonia controllata da Mosca una nuova grande rivolta, che i russi impiegarono molti mesi a soffocare. La reazione fu particolarmente dura: non solo annullarono le poche libertà rimaste alla Polonia e ne sciolsero il parlamento, ma imposero una russificazione forzata chiudendo tutte le università e le scuole, vietarono la lingua polacca e arrivarono persino al rapimento dei bambini maschi, inizialmente degli orfani, poi anche di quelli delle famiglie più agiate. A quelli che arrivavano vivi e vegeti in Russia, cosa tutt’altro che scontata, veniva insegnata la religione ortodossa e il russo ed erano impiegati nell’esercito. Il fallimento della rivolta spinse molti a emigrare, soprattutto a Parigi, dove i profughi incontrarono supporto e simpatia per la loro causa: proprio nella capitale francese si esibiva in quegli anni Chopin e il già citato Mickiewicz vi tenne nel 1840 un celebre corso, tra i primi al mondo, sulla cultura slava. Secondo calcoli dello stato francese, c’erano nel 1831 più di cinquemila esuli a Parigi, di cui, due anni dopo, almeno quattromila solo tra i polacchi.

Litografia del pittore francese Nicolas Eustache Maurin raffigurante il rapimento dei bambini polacchi a Varsavia nel 1831.
Litografia del pittore francese Nicolas Eustache Maurin raffigurante il rapimento dei bambini polacchi a Varsavia nel 1831.

Il "sangue polacco" in Italia

La vita tranquilla non poteva però bastare per molti profughi che ardevano dallo spirito rivoluzionario, e in questo periodo si consolidò il legame tra i polacchi e l’Italia e il Piemonte in particolare. Già nel 1797, del resto, venne composto a Reggio Emilia quello che oggi è l’inno nazionale polacco in cui si cita esplicitamente il nostro paese, cosa che il nostro inno contraccambia con il suo riferimento al sangue polacco. Dovunque lungo lo Stivale vi fosse una insurrezione, accorrevano volontari polacchi a fare la loro parte.

Particolarmente sfortunato fu il generale Wojciech Chrzanowski, già reduce delle guerre napoleoniche, che Carlo Alberto decise di mettere a capo dell’armata sarda nel 1848, durante la Prima guerra d’indipendenza. Nonostante i suoi tentativi di riorganizzare l’esercito, dovette andarsene dopo la sconfitta contro gli austriaci a Novara. Nel complesso, furono trentaquattro i polacchi al servizio dell’esercito sardo tra il 1848 e il 1849, tra maggiori, luogotenenti, ufficiali e anche un cappellano militare. Altri volontari combatterono negli stessi anni a fianco di Garibaldi per la Repubblica Romana, durante la spedizione dei Mille e in altri campi di battaglia. Come segno della vicinanza tra italiani e polacchi in questo periodo, basta ricordare che nel 1861 Garibaldi scrisse a Ludwik Mierosławski, capeggiatore delle rivolte nella parte della Polonia controllata dai prussiani nel 1846, che

Voi, generale, e voi amici, siete pronti a dare la vostra vita per l’Italia. Ebbene, io e gli amici faremo altrettanto per la Polonia.
Ludwik Mierosławski, grafica di Eugène Louis Charpentier, prima del 1890.
Ludwik Mierosławski, grafica di Eugène Louis Charpentier, prima del 1890.

L'esperimento di Genova e Garibaldi

Per capire come e perché i polacchi arrivarono proprio a Cuneo, bisogna tornare alla metropoli francese. Già qui, non lontano dall’Hotel Lambert, allora quartier generale degli esuli, sorse per volontà di Mierosławski

[…] una sala di lettura dove di tanto in tanto veniva a parlare, all’uditorio riunito, della storia militare della Polonia. Questo periodo lo si può considerare come l’inizio della futura scuola degli istruttori di Genova, nonché il momento in cui iniziò a manifestarsi lo spirito guerresco in mezzo alla piccola emigrazione.
Citato in Martelli R., Genova e Cuneo nel Risorgimento. La Scuola Militare Polacca in Italia (1861-1862), 2022.

Nel 1860-61 quel primo abbozzo si era poi sviluppato in una scuola più strutturata, che a causa dei controlli della polizia francese dovette però ben presto chiudere i battenti. Il testimone passò quindi all’Italia e nello specifico a Genova, città mazziniana e rivoluzionaria per eccellenza. La rinata scuola polacca aveva sede in una zona non troppo distante dall’attuale stazione piazza Principe. Come riassunse un giornale di Pinerolo nel giugno del 1861:

Da pochi giorni abbiamo in Genova venti esuli polacchi, parte de’ quali studenti, compromessi negli ultimi deplorevoli fatti di Varsavia: sono pressoché sforniti di mezzi, essendo sfuggiti precipitosamente per sottrarsi alle ricerche della polizia. Qui giunti, dopo un viaggio faticoso, chiesero e ottennero ospitalità dal Municipio, il quale metteva a loro disposizione uno dei locali mobiliati che tiene a fitto per gli alloggi degli ufficiali di passaggio. Ci si dice che provengano dalla Francia.
Citato in Martelli R., Genova e Cuneo nel Risorgimento. La Scuola Militare Polacca in Italia (1861-1862), 2022, pp. 40-41.
Ludwik Mieroslawski in visita a Giuseppe Garibaldi a Caprera, dicembre 1860.
Ludwik Mieroslawski in visita a Giuseppe Garibaldi a Caprera, dicembre 1860.

I mezzi agli alunni, che furono molti più di venti, almeno una settantina, vennero forniti per l’interessamento di Garibaldi, che si prodigò dando loro 100 camicie rosse, fucili, fondi, oltre che spazi dati al comune e cavalli per le esercitazioni. Nell’ottobre del 1861 prese così avvio la scuola, sotto il comando di Mierosławski, giunto per lo scopo da Parigi. Ben presto sorsero i primi problemi, quando alla mancanza di fondi si aggiunse il comportamento dittatoriale del direttore della scuola, che arrivò a controllare le lettere spedite e ricevute dagli allievi. I dissapori divennero pubblici quando su di un giornale polacco venne pubblicata una lettera di denuncia firmata da quarantanove tra studenti e allievi e tanto in Italia quanto in Francia, nella comunità degli esuli, si mossero i fili per trovare una soluzione. Mierosławski fu destituito e dovette tornare a Parigi. Al suo posto fu messo il generale Józef Wysocki e, dopo un colloquio con Rattazzi a Torino, si decise infine di spostare la scuola a Cuneo.

Perché proprio a Cuneo?

Inizia così la storia della scuola militare polacca vera e propria, quella che doveva lasciare il segno anche a decenni di distanza, tanto negli esuli quanto nei cuneesi. Viene da chiedersi perché la scelta ricadde proprio sul capoluogo della Granda. Le spiegazioni sono molteplici: innanzitutto, Cuneo poteva vantare una lunga tradizione militare, proprio qui, ad esempio, erano stati fondati nel 1859 i Cacciatori delle Alpi da parte di Garibaldi, e disponeva inoltre delle strutture e degli spazi necessari per l’alloggio e l’addestramento delle truppe. A questo si aggiunga il fatto che Cuneo era una piccola cittadina vicina però a Torino quanto alla Francia, mentre Genova, sede di traffici importanti, di rivoluzionari e luogo di arrivo e partenza per persone e merci, rappresentava una sede troppo in vista per una scuola militare di esuli e profughi politici.

I polacchi iniziarono ad arrivare il 26 aprile del 1862 e fecero il loro ingresso ufficiale il 30 aprile. Ecco come parve la città agli occhi di un giovane cadetto allora ventenne, Roman Rogiński, che a decenni di distanza, passati gli anni e le sofferenze patite, rievocò tutta la vicenda in un diario che ora è una preziosa fonte storica sulla vicenda:

Cuneo è adagiata in una località molto pittoresca, all’angolo di congiunzione delle Alpi con gli Appennini. Nelle vicinanze, a quindici verste [unità di misura russa dell’epoca, corrispondete a poco più di un chilometro], sulle montagne si trovano uno stabilimento di cura dove giungono delle graziose ladies inglesi a dondolarsi sulle amache finché non arriva lo spleen. Ogni secondo martedì veniva a Cuneo, durante la nostra permanenza, Vittorio Emanuele per una battuta di caccia, alla quale si faceva sempre accompagnare dal nostro Dulfus, poi ci faceva avere delle capre che erano state cacciate. Camminava con una giacca di morbida lana, con una piccola piuma sul cappello e il fucile da caccia a spalla. Gli facevamo il saluto militare quando lo incontravamo, come si fa nell’esercito, e lui ci riveriva in modo molto cortese, era davvero il Re galantuomo
Citato in Martelli R., Genova e Cuneo nel Risorgimento. La Scuola Militare Polacca in Italia (1861-1862), 2022, pp. 128-129.
Roman Rogiński (a destra) alla scuola di Cuneo.
Roman Rogiński (a destra) alla scuola di Cuneo.

Al loro arrivo, i cadetti vengono accolti dai bersaglieri che intonano L’Inno di Garibaldi e il già citato attuale inno polacco, la Mazurka di Dąbrowski (Mazurek Dąbrowskiego). Un giornale cuneese oggi scomparso, La Sentinella delle Alpi, riporta con entusiasmo la notizia:

mercoledì col penultimo convoglio giunsero i bellicosi figli della martire Polonia. La popolazione cuneese è ben lieta di ricevere sotto il suo cielo i discendenti di quel Kociusko intorno alla cui tomba il genio della libertà veglia continuamente.
Citato in Martelli R., Genova e Cuneo nel Risorgimento. La Scuola Militare Polacca in Italia (1861-1862), 2022, p. 61.
"La Sentinella delle Alpi", giornale della provincia di Cuneo, 1898.

109 studenti

I polacchi furono alloggiati nell’allora già sconsacrato complesso monumentale di San Francesco, nell’attuale piazza Vincenzo Virginio, che oggi ospita il Museo civico cuneese. L’edificio era stato da poco restaurato ed era abbastanza ampio da poter accogliere i suoi nuovi ospiti in stanze da due o anche una sola persona. Venne messa a loro disposizione anche la piazza d’armi, oggi scomparsa ma che si trovava accanto all’attuale Foro Boario. I cadetti erano inizialmente 84, poi con l’arrivo di nuovi elementi raggiunsero sicuramente un numero oltre il centinaio. Rogiński nel suo diario afferma che il numero complessivo fosse di 159 alunni, ma Martelli scrive che una cifra più credibile sia di 109 studenti al 15 giugno 1862.

Secondo i progetti di Wysocki, che dal suo appartamento a Parigi dirigeva la scuola coadiuvato dagli altri insegnanti in loco, ogni studente seguiva un percorso specifico (cavalleria, fanteria, artiglieria…) pur con corsi comuni e obbligatori in topografia, tattica e l’addestramento vero e proprio. I corsi duravano tre mesi, sei per chi voleva diventare ufficiale, con tanto di esami periodici. La sveglia era alle 6 e dopo l’appello iniziava l’addestramento in piazza d’armi. Dopo iniziavano le lezioni, con pranzo al mezzogiorno seguito da ulteriore addestramento e lezioni. Dalle 19 alle 22 i cadetti erano liberi. Come si conviene a un autentico pasto piemontese, pranzo e cena erano accompagnati da vino abbondante. Scrive ancora Rogiński:

Mettemmo le divise delle legioni polacche in Ungheria del 1848: giacche blu scuro, con cinture di stoffa amaranto e berretti militari rossi; le giacche estive erano invece bianche. Per il nostro mantenimento fu invece stabilita 1 lira al giorno; per chi non aveva niente da casa, 4 soldi al giorno per il caffè. […] A tutti gli istruttori veniva pagato uno stipendio, solo Dulfus e Padlewski non lo prendevano.
Cesana W., Krzykawska A., Martelli R., I polacchi a Cuneo nel 1862, 2012, p. 24.
Complesso monumentale di San Francesco a Cuneo.
Complesso monumentale di San Francesco a Cuneo.

Una grande accoglienza

La città di Cuneo seppe accogliere con calore i nuovi venuti. La già citata Sentinella delle Alpi, di tendenze garibaldine, nella persona del suo diretto Nicolò Vineis, dedicò numerosi entusiastici articoli alla scuola militare di Cuneo e alle rivolte in Polonia. I direttori della scuola ricambiarono visitando la redazione il 5 maggio, come scriveva il giornale:

Lunedì siamo stati onorati della visita dei gentili principali superiori dell’emigrazione Polacca i quali vennero per ringraziarci dell’articolo nostro I Polacchi in Cuneo inserito nel numero 106. Questo atto di squisita gentilezza reso alla libera stampa dimostra che i Figli della martire e sublime Polonia hanno nobile cuore, delicato sentire, ed una venerazione alla potenza della stampa.
Citato in Martelli R., Genova e Cuneo nel Risorgimento. La Scuola Militare Polacca in Italia (1861-1862), 2022, p. 66.

Venti giorni dopo, il giornale pubblicò una lettera da Parigi, in cui il direttore Wysocki scriveva:

La Sentinella delle Alpi ha salutato l’arrivo dei giovani Polacchi a Cuneo con un brillante articolo in favore della Polonia. A nome delli miei compatrioti io vi ringrazio dal fondo del mio cuore. Non dimenticheremo mai la cordiale accoglienza che la popolazione e il presidio di Cuneo, ed il suo valoroso capo, il colonnello Pallavicini, fecero alla nostra gioventù. […] Questi giovani Polacchi, che andranno debitori della loro educazione alla vostra ospitalità ed alla generosità del vostro Governo, amano la vostra causa e per lei sono pronti a versare il loro sangue.
Citato in Martelli R., Genova e Cuneo nel Risorgimento. La Scuola Militare Polacca in Italia (1861-1862), 2022, pp. 74-75.
Józef Wysocki nel 1870.
Józef Wysocki nel 1870.

Quando non erano occupati con le lezioni, i cadetti se ne andavano al “Caffè Grande”, un locale oggi scomparso. Altri si fecero ritrarre in atteggiamento guerresco dal fotografo Francesco Iavelli, che aveva uno studio in Contrada Saluzzo. Un testimone d’eccezione, il piemontese d’adozione Edmondo de Amicis, che a Cuneo trascorse parte della giovinezza scrisse:

[…] La cittadinanza […] li circondava di rispetto e li colmava di cortesie. E alle cortesie essi rispondevano con viva gratitudine […] Di molti di quei giovani votati alla morte ho ancora nella mente l’immagine, che mi si presenta sempre accompagnata dal suono armonioso della loro lingua, di cui raccoglievo curiosamente qualche parola passando ai loro crocchi, mentre commentavano le notizie giornaliere della guerra santa che li aspettava.
Citato in Martelli R., Genova e Cuneo nel Risorgimento. La Scuola Militare Polacca in Italia (1861-1862), 2022, p. 70.

Lo scioglimento

Il connubio tra Cuneo e i polacchi della sua scuola avrebbe potuto crescere e dare risultati inaspettati, se una voce dall’est non avesse disfatto tutto quanto era stato costruito con fatica fino a quel momento. Il 19 giugno di quel fatidico 1862, Rattazzi impose con una lettera lo scioglimento dell’istituto. La Russia aveva infatti posto la chiusura della scuola, che evidentemente vedeva come un pericolo serio, tra le condizioni da soddisfare per il riconoscimento della neonata nazione italiana. Il riconoscimento fu effettivamente ottenuto cinque giorni dopo, seguito a breve distanza da quello dell’altra nazione avversa alla Polonia, la Prussia, il cui Kaiser Guglielmo I aveva del resto già richiesto in maggio al suo diplomatico a Bologna la chiusura della scuola, descritta come luogo di “[…] futuri cospiratori, sovversivi e gente capace di lotte partigiane nelle terre dei nostri amici russi […]”.

Wysocki e i suoi allievi avevano frattanto accettato l’imposizione del governo italiano di sciogliere la scuola militare. Tramite una votazione interna, si decise di accogliere la proposta di spostare la scuola in un altro paese, a cui il governo italiano avrebbe dovuto contribuire col versamento di 200.000 franchi. Quando però la notizia giunse a Mierosławski, questi criticò duramente la scelta fatta da Wysocki e svelando il patto con Rattazzi all’opinione pubblica, lo rese nullo. Agli studenti polacchi non rimase che partire, spesso senza una destinazione precisa. Dopo la partecipazione di molti di loro al funerale del sindaco di Cuneo Francesco Lovera, portandone persino la bara, la maggior parte tornò chi a Parigi, chi a Torino, mentre altri rimasero a Cuneo fino a fine agosto. L’eco della chiusura della scuola si fece sentire sulla stampa nazionale e internazionale, soprattutto francese e belga, e a parte la governativa Gazzetta di Torino, che tentò di addossare la causa della chiusura a dissidi interni, la maggior parte dei giornali condannarono la decisione del governo italiano. Vineis prese congedo con un articolo intitolato L’Addio dei cuneesi ai Polacchi:

Bravi Polacchi voi abbandonate Cuneo costretti da una dura ed imperiosa necessità politica imposta al nostro governo per parte del vostro nemico la Russia; ma i cuori degli italiani, principalmente dei Cuneesi, vi seguiranno dappertutto […] Ricordatevi, a qualunque zona di cielo europeo si rivolgano i vostri sguardi, dell’Italia e di Cuneo, la quale vi accolse come figli e v’amerà sempre […]
Citato in Martelli R., Genova e Cuneo nel Risorgimento. La Scuola Militare Polacca in Italia (1861-1862), 2022, pp. 83-84.
La lapide che ricorda la presenza della scuola polacca a Cuneo.
La lapide che ricorda la presenza della scuola polacca a Cuneo.

Epilogo

La vicenda della scuola e dei suoi alunni non finisce qui. Molti di essi parteciparono a una nuova, grande rivolta nel 1863 contro i russi, finendo uccisi o deportati in Siberia. Tra questi anche il povero Rogiński che, dopo essere stato internato per quasi trent’anni, morì libero nella sua non ancora libera Polonia nel 1915. Anni dopo Józef Piłsudski, eroe di guerra, padre fondatore della Polonia e dittatore, scrisse che

[…] io stesso, prima della guerra europea, ho creato una simile scuola militare, […] Cuneo è per l’appunto il nome di questa scuola di tiratori […]
Citato in Martelli R., Genova e Cuneo nel Risorgimento. La Scuola Militare Polacca in Italia (1861-1862), 2022, p. 103.

E dopo centocinquant’anni da quel primo ardito esperimento, cuneesi e polacchi, questi ultimi finalmente liberi, si ritrovarono ai piedi delle Alpi per ricordare quando la storia, in un momento di follia, creò questa coppia improbabile quanto riuscita.

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Bibliografia

  • Cascioli A., Quando Cuneo divenne la capitale del Risorgimento polacco, in Cuneodice.it, 23 aprile 2022.
  • Cesana W., Krzykawska A., Martelli R., I polacchi a Cuneo nel 1862, Cuneo, Nerosubianco, 2012.
  • Jaworska K., Per la nostra e la vostra libertà. Polacchi nel Risorgimento italiano, Torino, 2011.
  • Martelli R., Genova e Cuneo nel Risorgimento. La Scuola Militare Polacca in Italia (1861-1862), Torino, Accademia University Press, 2022.
  • Viriglio A., Torino e i Torinesi, Torino, Viglongo, 1980.
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