Alessandro Faraggiana, da Novara al mondo

Viaggi e reportages fotografici tra Suk e Samoiedi

Fotografia di Alessandro Faraggiana del suo viaggio in Egitto effettuato nel 1902 (Foto © Mario Balossini).

Si occupa di storia delle donne, con attenzione specifica alle tematiche riguardanti identità, memoria, istruzione – monastiche e non – lungo i secoli XVI-XIX. In questo percorso di ricerca si è imposto con forza, nel bene e nel male, il ruolo delle famiglie che erano l’ossatura economica e sociale di una città. Lo studio della famiglia Faraggiana continua ad aprire finestre inattese. È pacifista per vocazione ma gioca a scacchi.

  

"Quando gli europei avranno portato a termine le loro conquiste, quando avranno creato i tribunali e le tasse, quando infine un popolo di gente bella, fiera, libera e coraggiosa, domata dalle leggi e dalla fame, dovrà abbandonare la lancia ereditata dai suoi padri per la zappa, strumento dei servi della gleba, e il suo paese, perduto l’aspetto selvaggio ma pittoresco, sarà coperto dalla monotona vernice che la civiltà stende sulle regioni occupate, quei popoli vivranno più felici? Oppure la civiltà europea servirà solo a procurare aurei profitti alla razza che l’ha elaborata e imposta?"

Così Alessandro Faraggiana chiude la relazione sul viaggio tra i Suk e i Turkana. L’ha scritta per la Società Geografica Italiana, della quale faceva parte e che era particolarmente interessata ai suoi percorsi, soprattutto a quelli in Centro-Africa o nelle Regioni Polari. 

Siamo nel primo decennio del Novecento. Alessandro, che ha frequentato l’Accademia militare di Torino, è ufficiale di artiglieria e ha già compiuto altri viaggi: Tunisia, Egitto, Eritrea, India, per citarne alcuni. Nel 1906 pensa all’Africa Orientale, poi nel 1909 si orienterà verso la Nuova Zemlja, sempre in cerca di popolazioni “primitive” e luoghi poco noti. Sono appunto questi i viaggi apprezzati e incoraggiati dalla Società Geografica che non manca di sottolineare il “notevole contributo di conoscenze” che verrà dalle relazioni pubblicate sul Bollettino o dalle conferenze con proiezioni nell’Aula Magna del Collegio Romano.

Alessandro Faraggiana nel suo primo viaggio in Africa centro-orientale, 1907 (© Fondazione Faraggiana).
Alessandro Faraggiana nel suo primo viaggio in Africa centro-orientale, 1907 (© Fondazione Faraggiana).

Un percorso sui sentieri del vino tra eccellenza, cultura e territorio: il nettare degli dei nell'arte, le opere d'artigianato dei bottai, i patriarchi del vino, gli antichi vitigni riscoperti a Grinzane Cavour, lo scandalo del vino al metanolo e tanto altro nel tredicesimo numero di Rivista Savej!

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Alla scoperta dei grandi laghi africani

Alessandro intende, a scopo di studio e di caccia, come sempre a sue spese, dirigersi verso il British East Protectorate — noto anche come Africa orientale britannica, un'area nella zona dei Grandi Laghi africani che occupava all'incirca lo stesso terreno dell'attuale Kenya: dall'Oceano Indiano nell'entroterra fino al confine con l'Uganda a ovest. Prima ancora che arrivi il permesso del Ministero della guerra dal quale dipende, la Società Geografica Italiana gli scrive indicandogli esattamente l’itinerario da seguire: da Mombasa in treno fino a Nakuro, poi con una carovana arriverà al lago Rodolfo e infine al lago Stefania.

Se per Alessandro era un viaggio d’istruzione e sport, la Società Geografica Italiana si riprometteva di trarne informazioni: su territori quasi del tutto sconosciuti e soprattutto sui cambiamenti prodotti presso la popolazione indigena a seguito della costruzione della ferrovia che da Mombasa arrivava al lago Vittoria. Interessavano poi le quote di livello dei laghi Rodolfo e Stefania, essendovi discrepanze tra i dati forniti dagli esploratori. Ma Faraggiana doveva anche osservare le tribù che avrebbe incontrato: la loro organizzazione sociale, gli aspetti morali e materiali del vivere. Per questo la Società Geografica Italiana invitava a fare largo uso della fotografia come mezzo di documentazione antropologico.

Nessun’altra richiesta poteva essere più gradita a chi, nel parco della propria villa di Meina, aveva visto costruire un laboratorio fotografico col quale i genitori, Caterina e Raffaello Faraggiana, esprimevano la passione per la nuova arte. Una passione che coinvolse gradualmente tutta la famiglia, a giudicare dal numero di album rimasti e dalle attrezzature conservate nel laboratorio.

Pagina di diario con la fotografia della ferrovia che da Mombasa arrivava al lago Vittoria (Foto © Mario Balossini).
Pagina di diario con la fotografia della ferrovia che da Mombasa arrivava al lago Vittoria (Foto © Mario Balossini).

La famiglia Faraggiana, tra nobiltà e filantropia

Arrivati a Novara nel 1821, nobili di Sarzana e già ricchi imprenditori liguri, i Faraggiana avevano ricevuto un’eredità strabiliante dallo zio, Giovan Maria De Albertis, con la quale avevano acquistato la villa Durazzo di Albissola, il palazzo di Novara e poi costruito la villa di Meina e il Teatro per la città. Una famiglia ricchissima dunque, con ampie e importanti relazioni sociali, che accanto alla dimensione “mondana” coltiva interessi artistici, culturali, educativi e filantropici.

Caterina, la madre, figlia di quell’avvocato Ferrandi che nella prima metà dell’Ottocento aveva viaggiato per tutta l’Europa, era appassionata di equitazione e di giardinaggio e, nel parco della villa di Meina voluta dai suoceri, Alessandro e Amalia de Bayer, realizzò con il marito Raffaello un parco-serraglio per ospitare la fauna e i trofei di viaggi ed esplorazioni del lontano cugino Ugo Ferrandi e del figlio Alessandro. Se il palazzo di Novara, divenuto abitazione ufficiale della famiglia, era l’espressione monumentale del prestigio raggiunto, la creazione di un Museo naturalistico, aperto al pubblico, dichiara la volontà di contribuire alla diffusione della cultura, evidentemente percepita come valore e fattore di progresso, ben manifestata poi dal regalo alla città di un “Civico Teatro” inaugurato nel 1905.

Caterina e Raffaello ebbero due figli che non avrebbero potuto essere tra loro più diversi: Alessandro, nato nel 1876 e Giuseppe nel 1880. Alessandro, ufficiale di artiglieria a cavallo, divenne attento custode del patrimonio ereditato, Giuseppe era più attratto dai “diritti” e interessato agli “ultimi”. Divenne infatti avvocato e fu vice-pretore a Genova. La nascita privilegiata non gli impedì di vedere le ingiustizie sociali denunciate con energia nei suoi scritti. Un esempio è il commento appassionato che dedicò al Progetto di legge sul lavoro delle donne e dei fanciulli, presentato da Filippo Turati nel maggio 1904. Difficile dire se siano stati i suoi oggetti di interesse a determinare il contrasto e a isolarlo dalla famiglia, come dimostrano i testamenti di Raffaello e Caterina.

È Alessandro però il protagonista assoluto di questo percorso: le foto scattate durante i viaggi serviranno per arricchire un bottino utile anche al Museo di famiglia, un ragguardevole patrimonio di materiale zoologico ed etnografico.

Fotografie di Alessandro Faraggiana del suo viaggio in Egitto effettuato nel 1902 (Foto © Mario Balossini).
Fotografie di Alessandro Faraggiana del suo viaggio in Egitto effettuato nel 1902 (Foto © Mario Balossini).

“Il sapere del ritorno”

C’è un legame assai stretto tra viaggio e narrazione, suggerisce Walter Benjamin: ogni viaggiatore porta nel bagaglio “il sapere dell’andata”, fatto di letture e ipotesi tutte da verificare nel corso del cammino-scrittura, “il sapere del ritorno”. Viaggi e libri sono mossi da interrogativi simili: come partire e dove andare, presente e futuro di entrambi si giocano sulle carte scritte. Ripensare ciò che è stato, ordinarlo nella memoria, è una sorta di viaggio nel tempo condizionato dall’idea che abbiamo del presente.

I reportages di Alessandro hanno il pregio di tramandare immagini e riflessioni sui territori attraversati e sulle caratteristiche dei popoli che vi abitano, elementi che giustificano pienamente la pubblicazione da parte della più autorevole rivista geografica italiana. Nell’area compresa tra il lago Rodolfo a nord e il lago Baringo a sud, accompagnato dalla guida Tobollé, che sapeva parlare swahili, suk e turkana, Alessandro delinea con precisione il profilo idrografico della regione e aggiunge annotazioni sulla posizione sociale delle donne, vendute dal padre allo sposo in cambio di un pagamento corrispondente a “qualche centinaio di vacche, cammelli e capre”, sicché, se l’aspirante marito è povero, può solo rubare una moglie o rubare il bestiame che gli consenta poi di comprarla.

Alessandro si sofferma anche sull’aspetto fisico delle donne:

giudicate col nostro senso estetico, sono qualcosa di spaventosamente ripugnante, per quanto il loro corpo sia alto e ben fatto: le donne Turkana anzi godono fama di Veneri tra i popoli africani. Per rendersi più attraenti ancora, le donne si adornano il ventre ed il petto con disegni regolari formati di cicatrici escrescenti ottenute irritando le ferite o le bruciature fatte sulla pelle con acri succhi vegetali.

Maggiore attenzione è dedicata alle acconciature:

i maschi raccolgono i capelli su tutto il cranio, li stirano all’indietro impastandoli con creta, grasso, sterco di vacca e altri simili cosmetici. Coll’andare del tempo la loro capigliatura diventa una larga falda color grigio scuro che ha tutta l’apparenza di un feltro sporco, dello spessore di quattro o cinque centimetri, e scende lungo il dorso fino alle reni […] nell’interno di questa acconciatura è praticata una tasca in cui il selvaggio (sic) ripone i suoi tesori e le piccole cose necessarie alla vita.

Le donne invece

portano i capelli riuniti in minuscole treccine lunghe 10 o 15 cm.; alcune si radono completamente, altre si radono ai lati, lasciando in mezzo una specie di cresta di capelli lanosi.

La descrizione prefigura quell’analisi delle pettinature utile a leggere una società. Le fogge, attraverso ogni persona, raccontano vicende complessive, la storia individuale infatti non può essere disgiunta da quella dell’intero sistema: la capigliatura delle donne racconta la loro necessaria stabilità, di contro quella maschile è una sacca da viaggio.

Addestrati dai libri di Levi-Strauss, leggiamo gli scritti di Alessandro con lo stesso sguardo che lui posava sulle popolazioni incontrate, ma è difficile sfuggire al fascino potente di alcune sue descrizioni che dimostrano quanto sentisse il richiamo dell’avventura con tutte le difficoltà che comporta. Il resoconto del viaggio in Africa rivela ben presto che l’abito del cacciatore gli si addice poco. Benché immortalato sul rinoceronte abbattuto, ciò che più smuove il suo interesse sono le usanze delle popolazioni che incontra e non riesce a impedirsi di rimpiangere che la loro distanza dal mondo cosiddetto civile sia destinata a durare poco.

Tobollè, guida e interprete (a sinistra e al centro) e un Suk (a destra), 1907 (Foto © Mario Balossini).
Tobollè, guida e interprete (a sinistra e al centro) e un Suk (a destra), 1907 (Foto © Mario Balossini).

Carità e memoria, il lascito di Alessandro

Quando scriverà il testamento, Alessandro lascerà trapelare la preoccupazione per il fratello già malato affinché possa avere tutte le cure necessarie, “aiuto e protezione”. Ma l’attenzione principale è indubbiamente per l’immagine di sé da lasciare in eredità. Le dimensioni del patrimonio gli consentono di ricordare ampiamente tutti i nipoti e i dipendenti mentre cerca di concentrare il grosso dei beni in attività utili alla carità e alla memoria. Alla congregazione delle Poverelle, già destinatarie della villa di Meina, lascia terreni, fabbricati e boschi, oltre a titoli finanziari, a condizione che tutto sia utilizzato per la casa di riposo e assistenza intitolata ai Faraggiana. Al comune di Meina, dove è sepolta la madre, lascia i fondi per una borsa di studio annuale in memoria di lei e vincola i beni assegnati al Comune e alla Fondazione Faraggiana di Novara alla realizzazione di attività culturali, scientifiche, artistiche e all’istituzione di premi intitolati alla famiglia. Non dimentica poi l’orfanotrofio di Albissola e anche per quel territorio vuole una Fondazione con lo scopo preciso di assistere orfani, anziani e tutte le persone bisognose del comune.

La scrittura di libri, la costruzione di teatri, l’istituzione di musei e fondazioni, benefiche o culturali, hanno un’inevitabile valenza autobiografica. Gli album di fotografie ci parlano infatti del suo artefice: un uomo colto e curioso che adorava viaggiare e ha lasciato informazioni a volte sparse qua e là, in brandelli da ricomporre, a volte suddivise in dossier che si direbbero organizzati proprio in vista delle ricerche di chi sarebbe venuto dopo. Pur con tutti i limiti, gli album ci raccontano una storia, la storia di un cammino di ricerca e, se non ancora del tutto illuminata, è perché Alessandro ha voluto renderla tale: forse aveva imparato dall’Oriente che non è saggio voler guardare troppo lontano. Ma gli archivi custodiscono documenti e molto spesso restituiscono anche copie di quelli distrutti, utili a raccontare il tempo e le vite di coloro che li scrissero. Silenziosi testimoni di eventi passati, parlano al nostro presente di quei fatti e di quelle persone; la carta ingiallita e l’inchiostro sbiadito non riescono a nascondere il legame tra le generazioni che hanno rincorso ideali, denaro, potere, affetti, saperi, in una ricerca di senso che accomuna i passi umani sulla terra.

Pagine tratte dall'album relativo al viaggio presso i Samoiedi di Beluscia, Nuova Zemlja, 1909 (Foto © Mario Balossini).

Viaggiare per sentirsi liberi

Al tempo di Alessandro i viaggi, specialmente in paesi lontani, erano privilegio dei ricchi ed egli si colloca tra coloro che potevano permetterseli nel senso più ampio del termine. Certamente si riconosceva più tra i turisti-cacciatori-collezionisti che tra gli esploratori o funzionari coloniali, come Ugo Ferrandi, a cui Alessandro si accosta con curiosità naturalistiche ed etnografiche. Forse è vero, come suggerisce l’avvocato Piras nell’affettuoso elogio funebre, che il suo animo inquieto lo aveva guidato sui sentieri dell’ignoto “per seguir virtute e canoscenza”; ma, se non fu irrilevante l’esempio del notevole cugino della madre, forse la vera spinta a conoscere veniva dal bisogno di sentirsi libero, bisogno che gli suggerì quelle riflessioni per cui ancora oggi potremmo riconoscerlo come stimolante compagno di viaggio. Riflessioni che però vengono espresse in sordina, quasi per timore di turbare l’opinione generale. Non poteva essere più diverso da Giuseppe, ben deciso a dichiarare le sue idee, anche quando vengono percepite “contro” la famiglia.

Il nostro viaggiatore invece sa anche raccontare e raccontarsi con buona dose di autoironia: ha mosso mezzo mondo per cacciare orsi e si ritrova con un bottino di oche e forse, mentre racconta, ha scoperto che non era la caccia agli animali il vero scopo del viaggio. Il maggior numero di fotografie con trofei di animali, compreso il “famoso” rinoceronte, è presente nell’ultimo album, in cui racconta il percorso tra i Masai e i Waikikuyu, e proprio quest’album si interrompe a metà, l’ultima immagine è la zebra uccisa. Siamo nel 1910, Alessandro ha trentaquattro anni e non c’è notizia, fino ad ora, di ulteriori suoi viaggi. Il 29 giugno dell’anno dopo muore il padre.

Certo nella descrizione della strage di oche, o nell’orgoglio per il numero di animali uccisi, traspare una sensibilità ben distante da quella di oggi ma le fotografie rivelano un evidente interesse per le popolazioni ai margini, per le genti “diverse” rispetto al mondo civilizzato. Indubbiamente condizionate dalla mentalità dell’epoca, le immagini parlano soprattutto di una rappresentazione di mondi lontani, ignoti ai più, destinata a parenti e connazionali; ma lasciano spazio anche alla curiosità per la vita quotidiana: il mercato, il barbiere tamil, i pellegrini che da Kairouan partono per la Mecca.

I saperi di popoli e terre sconosciute, bottino dei viaggi di Alessandro, vengono condivisi con i genitori, diventano un patrimonio da esporre, una ricchezza da partecipare; la divulgazione e la diffusione delle nuove conoscenze sono un fiore all’occhiello che illustra l’immagine della famiglia, che consente di costruire una gratificante memoria sibi et suis. L’altrove esotico raccontato da Alessandro sembra ricomporsi nel giardino zoologico di Meina ma, a chi gli chiedeva dei suoi viaggi, amava ricordare una frase letta sul portale di una casa dell’India settentrionale:

Questo mondo è solo un ponte; passaci ma non costruirvi la tua dimora.
"La mia tenda ad Embo", appunto di Faraggiana del suo secondo viaggio in Africa centro-orientale, 1910 (Foto © Mario Balossini).

Dai Samoiedi ai Suk, il rapporto con le religioni

Le riflessioni sulle isole Solovetzki (un arcipelago russo nel Mar Bianco, oggi denominate isole Solovki) al largo di Arcangelsk, sede di un convento fin dal 1429, portano alla nostra attenzione un luogo scelto anticamente come clausura volontaria per inseguire la purezza dell’anima, il cui isolamento attrasse l’attenzione degli zar che lo trasformarono in esilio per avversari scomodi, prefigurando quel luogo di annientamento che sarebbe diventato durante lo stalinismo e oltre.

La sua attenzione viene attratta dai Samoiedi, cacciatori, pescatori e allevatori di renne di origine mongolica e di lingua uralica, sfruttati da avventurieri e commercianti russi e norvegesi, ma anche, in Africa, dal monoteismo dei Suk e dei Turkana dei quali non manca di sottolineare la disponibilità ad accettare la macchina fotografica, l’orologio, la bussola come oggetti utili in quanto abitati da uno Spirito certamente benefico.

Volontario o no, Alessandro finisce per tributare un omaggio a Rousseau nel descrivere la “civiltà” da cui proviene come luogo che rende schiavi gli uomini legandoli a infinite esigenze: “l’americano che crede possedere se stesso, viene incatenato ai comodi, alle cose, ai beni”. I viaggi gli regalano una saggezza molto vicina alla mentalità dei vecchi indù, con gli intimi soleva dire di condividere quei principi che portavano alla credenza in una energia eterna come sostanza del mondo, quasi cercasse nel pensiero buddhista elementi da collegare allo spirito di libertà presente nelle parole di Gesù di Nazareth. Anche la biblioteca, ora conservata ad Albissola, rivela l’attrazione per le religioni orientali, buddhismo e induismo.

Se Alessandro si preoccupava di trovare punti di incontro tra le religioni, la sua fede era totale accettazione della vita e del dolore, quasi un’applicazione (consapevole?) del credo giansenista: un richiamo esplicito alla responsabilità personale. In questa dimensione si colloca l’attività di beneficenza, sempre concreta e tangibile; distante da motivazioni idealistiche e da tutto ciò che poteva essere esibizionismo, lasciò gran parte dei suoi beni proprio a enti religiosi votati alla carità. Forse per questo scelse di privilegiare la congregazione religiosa fondata nel 1869 da don Luigi Palazzolo, impegnata nel soccorrere povertà di ogni tipo e, dal 1952, con sedi missionarie anche in Africa, la mai dimenticata Africa, dove Alessandro si era trovato faccia a faccia con una dimensione biblica dell’esistenza, dove ogni essere vivente affronta in solitudine la brutalità della vita e della morte.

Fotografia del popolo dei Samoiedi durante il viaggio nella Nuova Zemlja, 1909 (Foto © Mario Balossini).
Fotografia del popolo dei Samoiedi durante il viaggio nella Nuova Zemlja, 1909 (Foto © Mario Balossini).

La fotografia, strumento di divulgazione

Oggi il lascito culturale più fruibile dei suoi viaggi comprende non soltanto gli oggetti, in gran parte nascosti a Biandrate, quanto le fotografie, da cui si offrono alla nostra conoscenza, ben più degli animali uccisi, gli abitanti dei luoghi visitati. Alessandro attribuiva grande importanza alla fotografia: vi si specchiava il suo desiderio di conoscere gli altri e capire meglio se stesso, vi riconosceva inoltre un formidabile strumento di memoria e divulgazione.

Alessandro aveva costruito la sua passione grazie anche agli stimoli forniti dalla consistente biblioteca di famiglia: edificata da più generazioni, conteneva edizioni di pregio, libri in tedesco e in francese, storie dei popoli utili al turista non distratto, manuali per giardinieri facoltosi. Egli l’aveva poi accresciuta con libri di argomento medico e psicanalitico, senza trascurare, ovviamente, la letteratura di viaggio.

In quegli stessi anni Jung parlava della stretta relazione tra viaggi in Africa e ricerca di sé: medicina e geografia, psichiatria e antropologia erano avvicinate dal desiderio di esplorare non solo nuove terre ma terreni nuovi nelle scienze umane. I viaggi gli avevano anche offerto uno spazio di rilievo nella già importante famiglia, la collezione che ha lasciato è diventata un museo delle culture che dà voce a prospettive multiple e relativizza le nostre certezze.

Samoiedi a Karmakul, Nuova Zemlja, 1909 (Foto © Mario Balossini).
Samoiedi a Karmakul, Nuova Zemlja, 1909 (Foto © Mario Balossini).

Un museo tra due culture

Il museo naturalistico allestito dai Faraggiana nel parco della villa di Meina venne poi donato alla città di Novara e riallestito, a partire dal 1952, nel palazzo di famiglia. Oggi il Museo di Storia Naturale Faraggiana Ferrandi espone le importanti collezioni scientifiche civiche, tra le quali quella storica della famiglia Faraggiana e quella etnografica dell'esploratore Ugo Ferrandi.

Il nucleo principale della raccolta è costituito da specie locali ed esotiche allevate nel serraglio di Meina, cui si aggiunsero quelle portate dall'Africa e dall'Asia da Alessandro Faraggiana e altre donate da Ugo Ferrandi. Arricchitasi con successive donazioni di privati e di Parchi e Riserve Naturali e acquisti, conta oggi circa 2.400 esemplari, in gran parte mammiferi e uccelli, che illustrano in modo coerente le regioni zoogeografiche di tutto il mondo. Preziosi esemplari di specie ormai rare in pregevoli preparazioni tassidermiche dei primi del Novecento ne fanno una delle più belle raccolte pubbliche del Piemonte.

Nel museo incontriamo alcuni fra i più rari rappresentanti della fauna mondiale: il leopardo delle nevi, il panda minore, il bue muschiato, il fagiano orecchiuto. Attraverso l'esposizione della multiforme varietà degli animali e l'incontro con specie in via di estinzione si svolge una delle funzioni del museo: sviluppare la sensibilità verso la conservazione e la protezione del patrimonio naturale che garantisce la sopravvivenza stessa dell'umanità.

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Bibliografia

La bibliografia per questo lavoro rimanda alla ricerca, compiuta nel corso di circa tre lustri, tra archivi pubblici e privati, italiani ed europei. Poi ci sono i testi di riferimento, indispensabili per contestualizzare i documenti. Questioni di spazio ci obbligano a citare soltanto i lavori di Silvana Bartoli, costruiti su quei documenti e sintetizzati nel presente articolo.

Le fotografie vengono dagli album Faraggiana conservati presso l’Ufficio Musei del Comune di Novara, riproduzione e ottimizzazione sono state curate da Mario Balossini per la Fondazione Faraggiana, che ringraziamo per la gentile concessione.

  • Costruire la memoria: gruppo di famiglia con museo, in Una terra tra due fiumi, la provincia di Novara nella storia, vol. III, Novara, Assessorato provinciale alla Cultura, 2007, pp. 553–566.
  • Appunti per un ritratto, in Sulle orme di Alessandro Faraggiana, Novara, A. Turci Editore, 2010.
  • Una famiglia per Novara: i Faraggiana, Novara, Interlinea Edizioni, 2011.
  • Politica in villa: i Faraggiana a Meina nel secondo Ottocento, in Meina e il Risorgimento, atti del convegno a cura di Polo Friz L., Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, 2013.
  • Immagini Faraggiana. Storia e memoria, Novara, Fondazione Faraggiana-Italgrafica, 2021.
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