Ex Cementificio Unione Cementi Marchino, sito di archeologia industriale presente nella Valle Fontanola di Ozzano Monferrato (© Associazione OperO, foto di Lorenzo Sassone).

Calce, vino e cemento

La storia dei gavadur di Ozzano Monferrato

Martino Pinna
Martino Pinna

Nato a Oristano nel 1984, è autore e documentarista. Specializzato nel reportage narrativo e nel racconto del territorio, ama esplorare e viaggiare, in tutti i modi possibili. Coniuga linguaggi giornalistici e artistici in una costante ricerca sul rapporto tra la realtà umana e l’ambiente, concentrandosi soprattutto su storie e luoghi dimenticati. Al momento abita nel Monferrato, ma ha lo zaino sempre pronto per partire alla ricerca di una storia da raccontare.

  

Circa venti milioni di anni fa, a causa dei movimenti dell'Appennino che andava formandosi, il Monferrato Casalese emerse e divenne un'isola circondata dal mare. Il clima era caldo, i paesaggi erano simili a quelli delle aree subtropicali, acque cristalline, alghe rosse, diverse specie di pesci, compresi squali, e molti ricci di mare. Uno in particolare, appartenente a una specie mai trovata altrove, venne scoperto nella campagna di Ozzano (Ausan, in dialetto), un piccolo borgo di 1.400 abitanti a pochi minuti da Casale. Questo raro invertebrato marino venne chiamato Schizaster ozzanensis.

Un secolo di psichiatria, tre grandi piemontesi: Cesare Lombroso, Luisa Levi e Annibale Crosignani. Ma anche la diva Isa Bluette, un'intervista a Bruno Segre, la lunga tradizione del bollito, le pietre d'inciampo e tanto altro nel dodicesimo numero di Rivista Savej!

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Quando a Ozzano c'erano gli squali

A guardare oggi queste verdi colline, la brina sui filari delle vigne, la chiesa con il suo campanile e il venditore di caldarroste parcheggiato lungo la via principale del borgo, lo scenario tropicale del Cambriano è davvero difficile da immaginare. In milioni di anni vari mutamenti geologici hanno plasmato il territorio. Le colline, caratteristiche del paesaggio di questa zona, sono una evidente eredità di quei movimenti, certo; eppure ci siamo così abituati che è difficile immaginare degli squali tra queste vie. E questo è il sopra; se poi pensiamo al sotto, cioè a quello che abbiamo sotto i nostri piedi, il discorso si complica ancora. Tra le rocce di Ozzano, ad esempio potremmo trovare dei denti di squalo, una delle merci di scambio più ambite tra i minatori: chi ne trovava una poteva barattarla con un pacchetto di sigarette o una bottiglia di birra. Questi depositi, che del tutto casualmente finirono sotto i piedi dei futuri ozzanesi, hanno determinato la storia di questo territorio. Una storia impossibile da non notare osservando il paesaggio dall'alto, dalle colline di fronte, da dove è possibile ammirare le strutture imponenti e le ciminiere altissime. Se invece si percorre la strada con la macchina, di sfuggita, attraversando la statale, è possibile non accorgersi di nulla. È necessario dunque cambiare prospettiva.

Paesaggio di Ozzano (© Associazione OperO).
Paesaggio di Ozzano (© Associazione OperO).

I contadini-cavatori

Oggi tra la collina di Ozzano e il fiume Po c'è quella che qualcuno ha definito la “valle dei templi”. Monumenti di archeologia industriale, imponenti e abbandonati, spesso ricoperti dalla vegetazione, immersi nella campagna. Nello sfondo, il castello e l'immancabile campanile che caratterizza ogni collina del Monferrato.

Sotto i nostri piedi c'è un intero mondo sotterraneo fatto di depositi di arenaria calcarea e di quella che viene chiamata “Marna da Cemento”, a lungo usata nell'edilizia. Così avvenne che, là dove nuotavano gli squali e proliferavano i ricci, milioni d'anni dopo, i contadini scoprirono la “marna”. E così per un bel po', tra un filare e l'altro, ai margini dell'orto che garantiva giusto la sussistenza, i contadini iniziarono a estrarre questo materiale. Già nel XIX secolo uomini e donne si trasformarono in contadini-cavatori. Qua, dalle parti di Ozzano, non si dirà mai minatori, ma sempre “gavadur”. Ci sono testimonianze precedenti di interesse verso la “pietra da calcina”, ma è da questo secolo in poi che si inizia a fare sul serio. Chi si ritrovava della pietra da cavare nel proprio orto, la tirava fuori, senza mai mollare però il lavoro della campagna che garantiva una magra sussistenza. Un'economia famigliare, per arrotondare le esigue entrate.

Fotografie storiche di “gavadur”: gruppo di operai, minatori all'opera e minatori in pausa (© Associazione OperO).

L'imprenditoria ozzanese

Tutto cambia quando arrivano quelli che oggi chiameremmo gli imprenditori. A Ozzano, in particolare, fu decisivo l'arrivo della famiglia Sosso. Un trio di fratelli, capitanati da Tommaso, che ha plasmato il territorio in pochi decenni, così come i movimenti geologici hanno fatto in milioni di anni. I Sosso sono arrivati nel posto giusto al momento giusto e con le idee giuste. Spesso, nelle storie imprenditoriali, è fondamentale il tempismo. Nel cimitero del paese si fa notare ancora oggi, a decenni dalla loro morte, la tomba di famiglia, realizzata ovviamente in cemento. Una tomba di grandi dimensioni con elementi che riproducono la facciata di una chiesa in piccolo. Anche la villa Sosso, quella dove la famiglia abitava, ha numerosi esempi di elementi artistici e decorativi realizzati in cemento.

L'arrivo dei Sosso segna per Ozzano e per i suoi abitanti un prima e un dopo. Le attività fino a quel momento erano piccole e un po' improvvisate. I Sosso avviarono subito una sistematica riconversione degli impianti introducendo il carbone come combustibile e brevettando nel 1869 un forno verticale per calce e cemento ad azione continua. Seguirono altri brevetti e poi la linea ferroviaria Cuneo-Asti-Casale, importantissima per l'arrivo delle materie prime e il commercio di calce e cemento.

Arrivano anche altri imprenditori, come Michele Lombardi, che nel 1880 inaugura un nuovo stabilimento che fornirà la calce per la costruzione della Mole Antonelliana a Torino. In questo periodo sempre di più nelle famiglie numerose ci sono componenti che portano avanti l'attività agricola e altri che lavorano esclusivamente per i padroni delle miniere.

Ex Cementificio Milanese e Azzi a Ozzano Monferrato, foto dell'epoca e foto oggi (© Associazione OperO).

Caccia al cemento

In questi anni aumentano le concessioni, cioè i permessi rilasciati dallo Stato per la coltivazione di giacimenti di minerali, le nuove gallerie e le strutture attigue. La coltura della vite non venne mai abbandonata, è come se esistessero due mondi separati, quello con il sole e quello senza: sotto si scavava al buio, sopra si coltivavano le piante. A fine Ottocento quasi tutti i terreni usati per lo sfruttamento dei minerali venivano coltivati a vigneto, quindi calce, vino e cemento, come si può vedere anche dalle foto aeree dell'epoca. Con la scoperta nel XIX secolo del cemento Portland, il Monferrato, grazie alla sperimentazione di nuove tecniche di estrazione, fu al centro dell’attenzione in tutta Italia. Le nuove tecniche consentirono il passaggio da una produzione di calce e cemento artigianale a una industriale. L'industrializzazione del territorio porta a un ovvio aumento demografico. Dall'inizio della “caccia al cemento”, in meno di cinquant'anni la popolazione di Ozzano è raddoppiata. E continua ad aumentare. Nel 1838 c'erano 1.042 abitanti; nel 1901 erano diventati 2.785. Curiosità: nei censimenti si teneva conto anche degli animali, per cui sappiamo, ad esempio, che nel 1881 c'erano 426 bovini, 21 maiali, 16 asini, 15 capre, 4 pecore. Ovviamente vengono segnati solo quelli edibili, per cui sono del tutto assenti cani e gatti.

Ex Cementificio Milanese e Azzi a Ozzano Monferrato (© Associazione OperO, foto di Davide Ghione).
Ex Cementificio Milanese e Azzi a Ozzano Monferrato (© Associazione OperO, foto di Davide Ghione).

A leggere le testimonianze dei vecchi cavatori, su quel periodo di grandi trasformazioni per il territorio ma anche per la società e l'economia, si ha l'impressione di sentire solo bei ricordi relativi alla giovinezza. Ma naturalmente non era tutto rose e fiori: c'erano spesso incidenti, anche mortali, e basta andare nel vicino santuario di Serralunga di Crea (Seralonga 'd Crea in dialetto) per vedere numerosi ex voto relativi a incidenti proprio in quelle zone. Gli uomini indossavano sempre i loro Scafaròt, i tipici scarponi da minatore in cuoio assemblato con treccia di canapa e pece, con i chiodi nella suola a irrobustire il tacco, e sulla pelle indumenti di lana, anche in estate, per proteggersi dall'umidità. Urti, ustioni e traumi erano all'ordine del giorno. La sicurezza era sempre in secondo piano rispetto alla produttività, dopotutto come in tutte le miniere — in generale in tutte le attività industriali — di quel periodo. Da parte loro gli stessi minatori, un po' per l'incoscienza della gioventù, un po' per ignoranza, non si preoccupavano troppo della sicurezza. Fumavano tutti, senza esclusione, all'interno delle gallerie, andando incontro ai temuti rischi del gas grisù.

Gli scarponi da minatore (© Martino Pinna).
Gli scarponi da minatore (© Martino Pinna).

Storia di un'amicizia

Esemplare è la storia di due vite parallele, riportate nel volume L'industria della calce e del cemento in Ozzano a cura dell'associazione OperO, dove si narra di due amici ambedue nati nel 1904. Alfredo faceva il contadino ed era molto amico di Pietro, che invece faceva il cavatore di marna. Entrambi sposati con due figli, condividevano lo stesso cortile. Alfredo passava i giorni in compagnia dei suoi buoi a lavorare duramente nei campi e nei vigneti. Allora si usava dire, con una frase molto espressiva, che il contadino doveva lavorare “da un sole all'altro”, cioè da quando il sole sorgeva a quando tramontava. Pietro, invece, per mantenere fede alla tradizione di famiglia, coltivava con grandi sacrifici un campo e un vigneto, quando rientrava dai turni della cava. Ciò avveniva soprattutto nella settimana della “disperata” o turno di notte, quando, invece di dormire, coltivava il proprio campo.

Pietro non lesinava mai un aiuto ad Alfredo, il quale ricambiava portandogli a casa, con i buoi, i raccolti. Alfredo, nel parlare con Pietro, sosteneva che per un contadino il raccolto è sempre incerto e aleatorio, perché legato agli eventi atmosferici e ai parassiti, mentre i cavatori, erano sicuri di prendere sempre la “quinzada”, cioè la paga quindicinale. Alfredo non aveva la mutua assistenza e la pensione; l'idea di dover ricorrere all'ospedale o all'ospizio di mendicità da anziano, lo rendeva molto parsimonioso nello spendere il denaro e per questo veniva criticato da Pietro. A mezzogiorno, dalla casa di Pietro, quasi tutti i giorni, si sentiva venire il profumo della cotoletta, mentre a casa di Alfredo solo alla domenica ci poteva essere il pollo o il coniglio.

Il benessere di Pietro rivelò il suo aspetto più tragico negli anni Cinquanta. L'umidità, la fatica e la polvere subite per tanti anni sottoterra, all'umidità e al freddo, con poca aria da respirare, ebbero il sopravvento sulla sua forte fibra. In quegli anni chiusero le miniere e Pietro, minato dalla silicosi, trovò posto nel laboratorio chimico. Ebbe parecchie crisi respiratorie, ansimava giorno e notte e non si poteva fare nulla per aiutarlo. Infine il suo fisico cedette, mentre Alfredo, malgrado una vita di fatiche e di stenti, visse ancora per diciannove anni.

Ciò che è rimasto di uno dei forni (© Associazione OperO, foto di Mauro Gallinaro).
Ciò che è rimasto di uno dei forni (© Associazione OperO, foto di Mauro Gallinaro).

Un museo a cielo aperto

Per oltre un secolo Ozzano significava cemento, ma poi iniziò il declino, qui come altrove. Negli anni Trenta del secolo scorso l’industria cementifera raggiunse l’apice del suo sviluppo con un fiorente indotto di attività artigianali e commerciali. Nel frattempo, però, il cemento artificiale, meno costoso, si andava affermando sul mercato. Era il segnale di un lento ma inesorabile declino del cemento naturale, che scomparve negli anni Sessanta con la chiusura dei siti minerari.

Oggi la valle dei templi è un luogo affascinante e suggestivo dove immergersi nella storia che ha plasmato questo luogo, da quel primo riccio di mare ai bambini che, qualche milione d'anni dopo, attraversano la strada con un gelato in mano. Il paesaggio qua racconta tutto, come una sezione della storia, una sintesi, un museo a cielo aperto. Le colline con i campanili che si sovrappongono alle alte ciminiere delle fornaci, i campi con i vigneti, gli alberi, la strada statale che taglia e divide il vecchio e il nuovo, che oramai è vecchio pure lui, e l'imponente sequenza dei forni che davvero fa pensare a un culto scomparso ma non dimenticato, con le lunghe ombre che alla sera disegnano le colline intorno. Qua uomini e donne hanno vissuto, amato, sofferto, lavorato, sono nati bambini e ne sono morti, spesso per cavare fuori del cemento utile a realizzare opere che loro, i gavadur, non avranno mai visto nella loro vita. Spesso non vedevano nemmeno la vita intorno a loro: da contadini, abituati a cuocere al sole, divennero creature del buio, si adattarono a vivere sottoterra, come ci ricorda in una splendida poesia l'ozzanese Luigi Reposo: “luntan da la cà / för dl'eco dal mund”.

Si ringrazia l'Associazione OperO per la gentile concessione delle immagini.

Ex Cementificio Milanese e Azzi a Ozzano Monferrato (© Associazione OperO, foto di Lorenzo Sassone).
Ex Cementificio Milanese e Azzi a Ozzano Monferrato (© Associazione OperO, foto di Lorenzo Sassone).

"Gavadur" di Luigi Reposo

SIGNUR! Prutegg i GAVADUR!
A Ti, che par la salvessa dl'umanità an si sa tera t'à suffrì tant,
nui, o SIGNUR, par la salvessa nostra e dal nostri famjii,
da sutta sa tera at fumma donu
dla nostra curun-a da spin-i e dulur Calvari ad nui GAVADUR.

Là 'n fund ai pussun, tra nìcci e cunicul fnestrun e binari,
cmè cul ad noss SGNUR, j cmanssipia 'l Calvari
di nocc GAVADUR.

J sun rischj e pericul, fatighi e sudur,
cmè culli 'ns la testa, curun-a 'd nos SGNUR, al spin-i dulenti
di nocc GAVADUR.

Luntan da la cà,
för dl' eco dal mund, sut tera là 'n fund, di nost GAVADUR
la vitta 'rcmandumma 'nt'al man ad nos SGNUR.

Dal min-i j sciarur 'nt'in cel senssa steili, j sun l'unic tò su
e snistr at cumpagnu al smutti, la piöva,
al tuf e 'l grisù.

Là sutta, senss'aria, La strà semp pù citta i' aleggia befarda
pù mort che nen vitta; e quand pròpi smjia che 'd vitta là sutta
j nu sjia pù mjia, na vuss da cà tuu-a nussenta t'implura chè föra la vitta per lur a i'è 'ncura:
papà, papà, sun chi,
ta specc, par mi, par nui, papà, papà, turna cà!

SIGNORE! Proteggi i CAVATORI!
A Te, che per la salvezza dell'Umanità
su questa terra hai tanto sofferto,
noi, o SIGNORE, per la salvezza nostra
e delle nostre famiglie,
da sotto questa terra offriamo
la nostra corona di spine e dolori
Calvario di noi CAVATORI. 

Là in fondo ai pozzoni,
tra nicchie e cunicoli
finestroni e binari
come quello di nostro SIGNORE,
incomincia il Calvario
dei nostri CAVATORI. 

Sono rischi e pericoli,
fatiche e sudore,
come quelle sul capo,
corona di nostro SIGNORE,
le spine dolenti
Dei nostri CAVATORI. 

Lontano dalla casa
fuori dall'eco del mondo
sottoterra là in fondo,
dei nostri CAVATORI
la vita raccomandiamo
nelle mani di nostro SIGNORE. 

I lampi delle mine
in un cielo senza stelle,
son l'unico tuo sole,
e sinistri ti accompagnano
le frane, la pioggia,
mancanza d'aria e grisù. 

Là sotto, senz'aria,
budelli sempre più stretti
aleggia beffarda
più morte che vita;
e quando proprio sembra
che di vita là sotto
non ce ne sia più,
una voce da casa tua
innocente t'implora
che fuori la vita
per loro c'è ancora:
papà, papà, sono qui
ti aspetto, per me, per noi,
papà, papà, torna a casa!
※ ※ ※

Bibliografia

  • Foresto E., Pansecchi V., Zavattaro G., Uomini in miniera, Ozzano Monferrato, OperO, 1998.
  • L'Industria della calce e del cemento in Ozzano, Ozzano Monferrato, OperO, 2012.
  • La magia del cemento, Ozzano Monferrato, OperO, s.d. Reposo L., La Caretta, Ozzano Monferrato, OperO, 2004.
  • Rossi B., Rossino G.M., Appunti di storia dell'Industria dei leganti nel Monferrato, Casale Monferrato, Il Cemento, 2010.
※ ※ ※

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