Carlo Greppi: tutti noi possiamo fare la storia

In dialogo con lo scrittore torinese autore di "Un uomo di poche parole"

Carlo Greppi

Cuneese, vive e lavora da tempo immemorabile presso l’Istituto storico della Resistenza dove si occupa di libri e di ricerca. Da sempre attratta dalla storia sociale, ha scritto di guerra e di infanzia, di circoli, di fotografi, di eroi mancati, di avvocati e di criminali. I viaggi sulle note del tango e su quelle olfattive dei profumi sono una grande passione, ma i più entusiasmanti rimangono quelli nel tempo, tra archivi e carte polverose. Meglio se appena scoperte.

  

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L’appuntamento con Carlo Greppi per questa intervista è al termine di una presentazione de Un uomo di poche parole, di fronte a un centinaio di studenti che affollano una enorme sala conferenze. Quando arrivo sta parlando ormai da due ore e mezza rispondendo alle domande che si susseguono. Quando l’incontro si conclude, ben oltre l’una del pomeriggio, non ho il cuore di trattenerlo con altre domande, né, d’altra parte mi sento di consumare questa conversazione al tavolo di un locale affollato, tra camerieri che sfrecciano e i piatti di un meritato pasto. Per il momento rimando, ma ho tenuto in serbo molte questioni di cui vorrei parlare e l’immagine della folla di studenti che, malgrado l’attrazione per i cellulari tra le mani, restano in ascolto, è una suggestione che non voglio abbandonare. Per una volta, dunque, ringrazio la tecnologia che permette di compensare la distanza. E allora chiedo:

Copertina di
Copertina di "Un uomo di poche parole", editore Laterza, 2023.

Ti ho visto parlare di fronte a platee di ragazzi ai quali le vicende della Seconda guerra mondiale appaiono remote quanto alla mia generazione apparivano quelle del Risorgimento o della Prima guerra mondiale. Non hanno nemmeno più un nonno che racconti loro qualcosa. Come si cattura l’attenzione di questi ragazzi parlando di storia?

In questi anni ho imparato che, se si parte dalla storia delle persone, è difficile non catturare l’attenzione dei ragazzi e delle ragazze perché si rendono conto che alla fine la storia è lo studio dell’essere umano nel tempo. È chiaro che se vedono che c’è anche una soggettività da parte di chi gliela racconta, la scrive e ci riflette su con loro, questo messaggio è assolutamente potenziato. Se la storia viene umanizzata ha come effetto positivo quello di aprire un dialogo con i ragazzi.

Cosa impari ogni volta da questi ragazzi (se impari qualcosa)?

Ho imparato tanto da loro in questi anni. Sicuramente in adolescenza e in preadolescenza si ha una schiettezza che poi da adulti si perde. A quell’età le persone sono molto dirette per cui spesso, attraverso le loro domande, vedo le cose da un’altra prospettiva, sotto un’altra luce, e considero elementi che non avevo considerato. Negli ultimi mesi, per esempio, i ragazzi mi hanno domandato più volte cosa chiederei a Lorenzo Perrone [il muratore che aiutò Primo Levi ad Auschwitz, protagonista de Un uomo di poche parole ndr] se lo incontrassi. Sono rimasto sorpreso da questa domanda perché gli storici in genere non ragionano così. Sono talmente abituati a dover tener conto della mediazione delle fonti che non si pongono ipotesi irreali, però la domanda è molto stimolante.

Incontro con gli alunni della secondaria di Sant’Albano Stura, a cui lo storico ha presentato il suo libro “Un uomo di poche parole. Storia di Lorenzo, che salvò Primo” (8 marzo 2024).
Incontro con gli alunni della secondaria di Sant’Albano Stura, a cui lo storico ha presentato il suo libro “Un uomo di poche parole. Storia di Lorenzo, che salvò Primo” (8 marzo 2024).

Il Giorno della Memoria, il Giorno del Ricordo, il Giorno dedicato alle vittime della mafia, a quelle del terrorismo, ecc. Il nostro calendario civile è scandito da date simboliche che si fanno sempre più numerose, ma non mancano le voci critiche verso questa “istituzionalizzazione” della memoria, una sorta di “memoria per legge”. Cosa pensi a proposito?

Ho creduto a lungo nel senso profondo del Giorno della Memoria come data istituzionale da vitalizzare in maniera “orizzontale” nella società. Sono invece radicalmente critico nei confronti del Giorno del Ricordo, che penso vada abolito, e sono assolutamente favorevole all’istituzione del Giorno della memoria dei crimini del colonialismo italiano, il 19 febbraio. Detto questo mi rendo conto che dopo due decenni di giornate memoriali iniziamo a vedere una serie di limiti strutturali nel format, se così possiamo chiamarlo, perché genera una pioggia di iniziative retoriche, liturgiche, vuote di sostanza e di contenuto, oltre che calate dall’alto. Si genera così un sentimento di rifiuto spesso proprio in quei segmenti delle nuove generazioni che sarebbero quelle cui più ci si rivolge. Questo non è necessariamente un male, come nel Giorno del ricordo; lo è invece nel caso del Giorno della memoria e lo sarà, se mai arriverà, nel caso dello “Yekatit 12” [Giorno in memoria delle vittime dei crimini del colonialismo ndr].

Rispetto al Giorno della Memoria, quest’anno in particolare è stato difficilissimo svincolarlo dai fatti legati alla più stretta attualità…

Quest’anno il Giorno della Memoria è stato particolarmente doloroso perché ha svelato tutta una serie di usi strumentali del passato che ci sono sempre stati, ma che sicuramente sono stati intensificati, direi radicalizzati, e mi hanno gettato nello sconforto. Le questioni sollevate dagli eventi degli ultimi mesi sono enormi e hanno sollevato un grande dibattito anche tra gli storici. Ci ho riflettuto a lungo e ancora lo farò.

Carlo Greppi durante un incontro del Festival
Carlo Greppi durante un incontro del Festival "Una torre di libri", il 28 luglio 2019 a Torre Pellice (foto di Edoardo Pivi).

Parliamo di Un uomo di poche parole. È stato un caso editoriale che forse nemmeno tu ti aspettavi. Migliaia di copie vendute, traduzioni all’estero… Cosa, della storia di Lorenzo, ha toccato il cuore dei lettori?

Secondo me c’è prima di tutto una questione di sostanza, nel senso che la storia di Lorenzo era davvero uno dei tasselli mancanti della biografia di Primo Levi, uno dei più importanti. Portare alla luce la bellezza, la tragicità e l’umanità di questa storia è stato considerato quindi di per sé degno d’attenzione, a prescindere dal libro. Quanto alla forma, credo sia stato apprezzato il fatto che, essendo un tentativo di scrivere la biografia di un uomo che lascia poche tracce, è molto esibito il piano della ricerca e della soggettività di chi l’ha compiuta, lavorando “in comunità”. Ho voluto raccontare questo aspetto del mestiere perché la ricerca non è mai qualcosa di individuale, ma è sempre un lavoro corale in cui c’è una sorta di capofila, di portavoce, che è lo storico o la storica che la conduce. So che questo ha convinto molti lettori e lettrici e io stesso da lettore penso che sul piano epistemologico e narrativo possa avere molto da dirci.

Proprio a proposito di questo modo di portare i lettori nelle pieghe del lavoro ho letto un tuo articolo sul Secolo XIX a proposito del “backstage” della ricerca. Citi Carrère, con l’ultimo libro V13, ma sono numerosi gli esempi di scrittori che lo hanno sperimentato. Per rimanere vicino a noi, penso a Nuto Revelli, al suo Il disperso di Marburg che, al di lá contenuti, è un libro avvincente. Non c’è il rischio però che in questo modo il centro del libro diventi la ricerca stessa? O che la voce dell’autore possa alla lunga risultare “invadente”?

Il rischio che l’io di indagine diventi troppo invadente o un io di posizione evidentemente c’è. Ricordo a questo proposito il libro La tirannide dell’io di Enzo Traverso, che tra i primi ha esplorato questo modo di scrivere il passato in prima persona. Però se lo svelamento della soggettività, o di quello che sta dietro una ricerca, aiuta a comprendere come ci si possa avvicinare a dei dati di realtà attraverso l’uso delle fonti, penso che il risultato non possa che essere positivo. Naturalmente come per tutto è necessario calibrare. Non so dire se io ci sono riuscito, ma cerco sempre di tenere in equilibrio la dimensione fattuale, cioè quei dati di realtà di cui parlavo, con il “come” ci si è arrivati attraverso lo studio, la ricerca e le indagini. Per questo credo che anche i cosiddetti “vuoti” della ricerca non debbano essere celati.

Copertina di
Copertina di "La tirannide dell'io", Enzo Traverso, editore Laterza, 2022.

Recentemente una giovane editrice mi ha detto che oggi non basta scrivere un libro, bisogna “dargli le gambe”. Sembra una frase ritagliata su di te. La tua è quasi una “militanza” di cui il ruolo di scrittore è solo una parte. Quante presentazioni hai fatto di Un uomo di poche parole, unendo al lavoro di ricercatore e di scrittore quella di divulgatore instancabile?

In gergo si dice “muovere il libro”, in effetti. Solo per Un uomo di poche parole credo di aver fatto oltre cento presentazioni, tra eventi pubblici ed eventi nelle scuole, ma in questi anni siamo sull’ordine delle migliaia. È una dimensione anche molto faticosa, chiaramente, che sottrae tempo allo studio, alla ricerca e alla scrittura, ma è inscindibile dalla dimensione prevalente del mio mestiere, ed è così da quando ho iniziato. Sotto certi aspetti è un impegno di tipo nuovo per chi scrive, di storia in particolare, che ha avuto un picco negli ultimi lustri. E, come si dice, “hai voluto la bicicletta, adesso pedala”. Al netto delle fatiche che questo aspetto del mestiere trascina con sé è comunque sempre molto bello, poi, nei singoli momenti pubblici, confrontarsi, discutere, andare avanti sui lavori in corso, sentirsi parte di una comunità che riflette sulla storia, sul fare storia, sul raccontare la storia.

Carlo Greppi durante una presentazione.
Carlo Greppi durante una presentazione.

Mi sembra che tu sia attratto da vicende che da un lato ti consentano di condurre un’indagine storica, dall’altro però siano storie “buone”, di riscatto umano. Cosa ti fa scattare l’interesse per una storia?

Non so esattamente cosa sia. Mi piace usare la metafora della scintilla. Di solito per vie traverse, grazie a un accenno in un documentario, in un libro, in una testimonianza, a un certo punto mi rendo conto che c'è una storia rimasta in ombra, o che è stata “trascurata” (gli storici mettono sempre questo termine tra virgolette) che merita molta più attenzione di quella che ha ricevuto fino a quel momento. Da lì entra nel mio raggio visivo, tra decine di ipotesi che ho tradizionalmente in campo, quale possibile storia su cui lavorare. C’è sempre però una dimensione etica fortissima, la dimensione della scelta, del riscatto. Cerco vite che hanno avuto un impatto sul loro tempo, vite di persone che a un certo punto hanno capito, o non hanno capito, che tutti noi possiamo fare la storia.

Nel 2023 è uscito I pirati delle montagne, che è un’opera narrativa, di finzione, a tutti gli effetti. È il bisogno di sbrigliare completamente la scrittura? Senza più i lacci delle fonti, del rigore storico?

È il mio primo romanzo storico, con un occhio di riguardo nei confronti dei giovani adulti, dei ragazzi e delle ragazze. Mi è venuta voglia di mettere in forma quasi fiabesca il tema sul quale stiamo lavorando in tanti, il tema della Resistenza internazionale ovviamente ispirato dai grandi maestri, Italo Calvino, Roman Gary, Beppe Fenoglio, Angelo Del Boca, Luigi Meneghello, sulla scia di una tradizione di narrativa resistenziale concentrata perlopiù tra l’immediato dopoguerra e gli anni Sessanta. Avevo voglia di sfidarla, sapendo che è una sfida assolutamente perduta in partenza, cercando di inserire anche in un romanzo resistenziale uno sguardo nuovo e fresco dello stato della ricerca di oggi. È stato entusiasmante scriverlo, spero che il risultato sia degno.

Copertina de
Copertina de "I pirati della montagna", Rizzoli, 2023.

Un’ultima domanda sul rapporto del nostro Paese con la memoria del Novecento. Come siamo messi e quanto siamo indietro rispetto ad altri paesi?

Non sono sufficientemente esperto sulla memoria degli altri paesi sebbene ne conosca abbastanza alcuni, ad esempio la Germania, la Francia, l’Argentina, la Spagna, ma penso che la peculiarità italiana sia una spaventosa regressione lunga decenni, con un’impennata negli ultimi vent’anni, e poi di nuovo nell’ultima manciata di anni, che ha in gran parte ribaltato di segno il giudizio storico sul Novecento italiano. Ovviamente c’è una grossa fetta della società che resiste: cittadini, cittadine, istituzioni, come la rete degli Istituti storici della Resistenza, però il vento che spira è assai preoccupante. Io (ma non solo io) intendo la memoria pubblica come una battaglia e, se posso utilizzare questa metafora, dico che ci sarà molto da lottare.

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Bibliografia

Breve bibliografia di Carlo Greppi

  • L’ultimo treno. Racconti del viaggio verso il lager, Roma, Donzelli, 2012.
  • Uomini in grigio. Storie di gente comune nell’Italia della guerra civile, Milano, Feltrinelli, 2016.
  • Non restare indietro, Milano, Feltrinelli, 2016.
  • Bruciare la frontiera, Milano, Feltrinelli, 2018.
  • L’età dei muri, Milano, Feltrinelli, 2019.
  • La storia ci salverà. Una dichiarazione d’amore, Torino, Utet, 2020.
  • L’antifascismo non serve più a niente, Roma-Bari, Laterza, 2020.
  • Il buon tedesco, Roma-Bari, Laterza, 2021.
  • 25 aprile 1945, Roma-Bari, Laterza, 2021.
  • Si stava meglio quando si stava peggio, Milano, Chiarelettere, 2021.
  • Un uomo di poche parole, Roma-Bari, Laterza, 2023.
  • I pirati delle montagne, Milano, Rizzoli, 2023.

Per approfondire il pensiero di Greppi sul Giorno della Memoria: Greppi C., Per un buon uso della storia. Attorno al Giorno della memoria, su Gariwo Mag, 19 gennaio 2024.

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