Giambattista Bodoni, il tipografo dei re

Era saluzzese il creatore del carattere usato in tutto il mondo

Ritratto di Giambattista Bodoni disegnato tramite Midjourney.

Laureato in lingue all’Università di Torino, ha una passione per tutto ciò che è cultura, arte, storia e scienza. Al fascino e alla curiosità per tutti i paesi vicini e lontani, e in particolare per quelli di lingua tedesca, unisce l’interesse ai ben più vicini angoli del natio cuneese.

  

Torino è una città ricca di perle misconosciute, angoli pittoreschi e affascinanti che attendono di essere trovati a pochi passi dalle affollate arterie dello shopping e dalle piazze gremite, e per farlo basta cambiare strada, svoltare a destra o a sinistra rispetto al solito percorso, perdersi volontariamente spinti dal pungolo interiore della curiosità. È capitato anche a chi scrive di trovarsi molte volte, magari all’ora di pranzo, quando la città tutta pare trattenere il suo respiro talmente è vuota, di trovarsi appunto a vagare senza meta per Torino. Tra i luoghi che si possono così scoprire vi è piazza Bodoni, posta a poca distanza da via Lagrange, una sorta di piazza San Carlo in miniatura, con tanto di statua equestre, più sobria, quasi nascosta verrebbe da dire, ma non per questo meno bella.

L’uomo che dà il nome alla piazza potrebbe risultare altrettanto sconosciuto come molti altri nomi che distinguono vie, piazze, corsi e viali, e di cui tuttavia non sappiamo nulla. Eppure non è così, perché Bodoni è anche il nome di una serie di caratteri che anche il meno smaliziato utilizzatore di Microsoft Word conosce. E Bodoni era il nome di un celebratissimo creatore di caratteri, di cui Alfieri nella sua Vita dice: “Ma certo in nessuna più angusta officina io potei mai capitare per la prima volta, né mai ritrovare un più benigno, più esperto e più ingegnoso espositore di quell’arte meravigliosa che il Bodoni, da cui tanto lustro e accrescimento ha ricevuto e riceve”, parole a cui si potrebbero aggiungere quelle di Foscolo, che in una lettera indirizzata a Bodoni scrisse: “Se il mio nome morrà con me, que’ pochi versi vivranno almeno per l’immortalità del vostro.”

Giambattista Bodoni (acquaforte e bulino), autore: Gabriele Ambrosio, incisore: Giacomo Carelli, 1872.
Giambattista Bodoni (acquaforte e bulino), autore: Gabriele Ambrosio, incisore: Giacomo Carelli, 1872.

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L'avventura romana

Giambattista Bodoni nacque il 26 febbraio del 1740 a Saluzzo, la città del marchesato, cantata da Boccaccio, Petrarca e Chaucer nelle varie traduzioni e versioni della novella di Griselda, città del poligrafo Carlo Denina, corrispondente di Bodoni, e più tardi città di Silvio Pellico. L’inchiostro della tipografia doveva averlo nel sangue, in quanto il padre, di origini astigiane, possedeva in città una propria stamperia, presso cui il nostro Giambattista iniziò ben presto a lavorare, assieme ai due fratelli. D’altra parte, già da molti secoli la stampa a caratteri mobili era discesa dalla natia Magonza e s’era insediata in Piemonte. Il primo libro stampato in caratteri mobili in terra piemontese venne realizzato a Mondovì nel 1472, grazie a Baldassarre Cordero, poco meno di vent’anni dopo l’invenzione di Gutenberg.

Per continuare la sua formazione, Bodoni lavorò prima a Torino poi decise di spostarsi a Roma, nel 1758. Il viaggio verso la città eterna non fu privo di elementi picareschi se è vero che Bodoni, finiti ben presto i denari avuti alla partenza, dovette sostenersi vendendo e realizzando intagli in legno, per cui si era già fatto un buon nome in Piemonte, alle stamperie delle città da lui toccate. Giunto a Roma non terminarono i problemi: infatti venne meno l’aiuto da parte di uno zio prelato su cui Bodoni contava. L’avventura romana di Bodoni e tutto quel che ne conseguì sarebbe così potuta finire ancora prima di iniziare se, durante una sua visita alla stamperia della congregazione di Propaganda Fide, preposta all’attività missionaria, il saluzzese non avesse fatto la conoscenza del suo sovrintendente, l’abate Costantino Ruggeri, che lo prese a lavorare con sé. Come stampatore e tipografo, Bodoni non avrebbe potuto scegliere un posto migliore: per esportare il Vangelo ai quattro angoli del globo, servivano una gran quantità di caratteri e lettere da alfabeti stranieri ed esotici. Appresi i rudimenti delle lingue orientali alla Sapienza, Bodoni realizzò un alfabeto tibetano e diede alle stampe opere in arabo-copto.

Passati otto anni e imparato tutto quello che poteva apprendere, Bodoni lasciò l’impiego alla stamperia della congregazione e percorse a ritroso la strada che lo aveva portato a Roma. Direzione Inghilterra. Ma mentre faceva tappa a Saluzzo, si ammalò e rinunciò definitivamente a proseguire oltre. Nella città natale si fermerà due anni, aprendovi una stamperia propria. Non lo sapeva, ma stava per cominciare la parte più importante della sua vita.

Dalla stamperia di Propaganda Fide: Bibbia in arabo del 1671.
Dalla stamperia di Propaganda Fide: Bibbia in arabo del 1671.

Il ducato di Parma, faro di cultura

Nel 1768 avviene infatti la svolta: anche grazie ai contatti che si era creato a Roma, Bodoni è chiamato dal primo ministro del ducato di Parma, Guillaume du Tillot, a dirigere la nuova stamperia reale della città. Il saluzzese vi arriverà il 25 febbraio di quell’anno, non prima però dell’assenso datogli dal re sabaudo Carlo Emanuele III, e vi rimarrà per tutta la vita. Non fu un caso che Bodoni andasse proprio a Parma, in quanto la città viveva allora una stagione di rinnovamenti e di fervore, come spiega Rosa Necchi nel suo articolo dedicato al tipografo. Il colto ministro Tillot intendeva trasformare la città in un faro di cultura, un po’ come avveniva in quegli stessi anni per la Weimar di Goethe, e per farlo aveva iniziato abolendo l’inquisizione e l’ordine dei gesuiti, e vi aveva attirato alcune delle menti migliori dell’epoca, così che Bodoni si trovò fianco a fianco con artisti francesi e con intellettuali del calibro di Condillac, filosofo antesignano della psicologia. Nacquero in quegli anni anche l’accademia di belle arti e la biblioteca parmense, cui si andava ad aggiungere la neonata stamperia reale, tra i cui compiti rientrava anche la stampa di volumi celebrativi per feste e matrimoni, poesie d’occasione e del giornale ufficiale del ducato, la Gazzetta di Parma.

Nella sua attività, il nostro saluzzese si fece amare dai collezionisti e dai bibliofili per le sue edizioni pregiate, artisticamente e tecnicamente concepite al massimo delle possibilità dell’epoca e impreziosite dalle non comuni capacità dello stampatore. Bodoni si dedicava tanto alla creazione dei caratteri in metallo quanto alla stampa propriamente detta sulla carta e considerava la sua come un’arte per pochi: le sue edizioni erano ad appannaggio di una ristretta e facoltosa cerchia di lettori e collezionisti. Oltre a un buon numero di “scritti di occasione di nessun valore” (Antonio BoselIi, Bodoni, Giambattista, Enciclopedia Italiana, 1930), sotto i suoi torchi passarono anche alcuni dei migliori autori del periodo, come Ippolito Pindemonte, che forse qualcuno ricorderà dai tempi delle interrogazioni a scuola per la dedica che Foscolo gli fece nei Sepolcri, e Giuseppe Parini, di cui vennero stampatele Odi, Il Mattino e Il Mezzogiorno. Nonostante l’apprezzamento sopra riportato di Alfieri, Bodoni non realizzò alcuna opera del poeta di Asti.

Museo Bodoniano, vetrina della sezione espositiva
Museo Bodoniano, vetrina della sezione espositiva "La fabbrica del libro, I punzoni" con punzoni e studi di lettere (© Complesso Monumentale della Pilotta — Fotografia di Giovanni Hänninen).
Or tutti questi caratteri ho fatti gettare io in matrici percosse con punzoni perfezionati tutti con molto amore di mano mia.
Giambattista Bodoni

Lingue straniere e commissioni “reali”

L’interesse per le lingue e i caratteri stranieri ed “esotici”, per non parlare di quelle estinte, non gli venne mai meno: in una delle sue numerose opere d’occasione, redatta nel 1775 per il matrimonio del principe ereditario di casa Savoia, riuscì a inserire ben ventisei lingue orientali. Ancora nel 1806 redasse l’Oratio Dominica, in occasione della visita del papa in Francia per l’incoronazione di Napoleone. L’opera è dedicata al suo mecenate, il principe Eugenio Beauharnais, l’introduzione è trilingue (italiano, francese e latino) e contiene la traduzione del Padre Nostro in ben 155 lingue in 215 caratteri. L’opera venne realizzata con la supervisione del cardinale Giuseppe Mezzofanti di Bologna, forse il più grande poliglotta mai esistito, in grado di apprendere il cinese in quattro mesi, di parlare perfettamente il tedesco senza essere mai uscito dall’Italia, e il cui passatempo principale consisteva nello stupire gli incauti viaggiatori e i seminaristi stranieri con cui parlava tranquillamente e perfettamente nella loro lingua, quale che essa fosse.

Se Bodoni era meno versato nelle lingue, non si può negare che conoscesse bene le regole del marketing, come dimostra spesso il tempismo dei suoi lavori, ad esempio un l’Essai de caractères russes, opera realizzata in occasione della visita a Parma dei futuri zar e zarina, nel 1782. Non disdegnò neanche la pubblicazione di opere straniere in lingua originale: a seguito di contatti con il libraio inglese James Edwards, sotto i torchi parmensi videro luce, tra gli altri, il Castle of Otranto, opera dell’iniziatore del gotico Horace Walpole, e due anni dopo, nel 1793, anche i Poems di Thomas Gray. Ulteriore stimolo alla sua attività, Bodoni lo ricevette dalla Spagna. Il re spagnolo Carlo III di Borbone l’aveva infatti nominato tipografo reale nel 1782, e nove anni dopo il suo successore aggiunse al titolo anche una pensione. Da Roma il colto diplomatico José Nicolás de Azara, amico e protettore di Canova e Winckelmann, fratello del naturalista e viaggiatore Felix, lo arruolò per la realizzazione di una serie di opere classiche latine, greche e italiane per cui lo stampatore avrebbe dovuto trasferirsi a Roma. Il duca di Parma Ferdinando di Borbone però si oppose, e diede invece l’assenso all’apertura, nel 1791, di una stamperia privata con cui Bodoni avrebbe potuto realizzare le opere richieste dagli spagnoli.

Alcune pagine con caratteri disegnati da Bodoni: esempi di decorazioni e caratteri non-latini (fonte: Houghton Library, Harvard University)

Cittadino onorario elogiato da Benjamin Franklin

Bodoni era oramai divenuto un parmense onorario. A sugellare ancora di più l’unione tra il piemontese e la sua città adottiva, contribuì anche il matrimonio con Paola Margherita Dall’Aglio, parmense, di diciotto anni più giovane. I due si sposarono il 19 marzo del 1791, e non ebbero figli. Così ne parla in una lettera, poco prima del matrimonio:

Vengo ora ad una faccenda che vi ricolmerà di maraviglia e di sorpresa. Io ho deliberato di prendere una Compagna, a cui affidare la mia domestica azienda, e che mi assista negli incomodi, a quali potessi esser soggetto in avvenire. Dopo di esser giunto al cinquantesimo anno del viver mio, parrà certo strana questa mia risoluzione: pure ho fatto maturo riflesso sulla situazion mia, e tutto stabilito e decretato. La ragazza che ho scelto è povera, non è bella, ed ha 34 anni: l’indole però è ottima, e gaja ed amenissima la sua conversazione.
Riportato in Rosa Necchi, Giambattista Bodoni, p. 239.
Margherita Dall'Aglio
Margherita Dall'Aglio

Dopo la morte di Bodoni, Margherita si occuperà di continuare la pubblicazione della sua opera, come si vedrà nel caso del Manuale Tipografico. Va poi aggiunto che la cittadinanza onoraria, Bodoni la ottenne effettivamente nel 1803.

La fama del tipografo aveva ormai varcato le Alpi per insediarsi stabilmente negli altri paesi europei e persino in America, da dove gli vennero elogi di Benjamin Franklin. Quest’ultimo, che dai più è ricordato come inventore del parafulmine e come diplomatico al servizio dei neonati Stati Uniti, aveva iniziato proprio come tipografo a Philadelphia. Nel 1787 ricevette una serie di caratteri di Bodoni, a cui chiese in una lettera estremamente lusinghiera di riceverne degli altri, domandandone addirittura il prezzo. La cosa, pare, rimase senza seguito. Da Berlino, dove si era trasferito per interesse del re Federico II, che tra una guerra e l’altra si baloccava con la sua corte di filosofi e scienziati fatti arrivare da ogni dove, il concittadino di Bodoni, Carlo Denina, gli parlava dell’interesse che le edizioni e i caratteri bodoniani riscuotevano tra gli stampatori prussiani, e anche di come lo stesso Denina si fosse trovato a dover difendere il lavoro di Bodoni dai critici.

A dispetto del rapporto sempre più stretto con Parma, Bodoni fu sempre molto legato alla sua Saluzzo: è del 1783 un lavoro in onore di un amico, Giuseppe Gioacchino Lovera, divenuto vescovo, e un altro lavoro d’occasione dedicato a Saluzzo è del 1810. Scrive sempre Rosa Necchi nel suo completissimo articolo:

Fra l’aprile e il maggio 1798 Bodoni compirà un viaggio in Piemonte, ricevendo nella città d’origine una calorosa accoglienza. In segno di riconoscenza, prometterà in dono alla municipalità saluzzese la raccolta delle proprie opere. Confermato nel testamento, l’impegno si concretizzerà nel 1814, per volontà della vedova, con la spedizione di quasi duecento edizioni, dalle quali prenderà avvio la collezione bodoniana oggi conservata presso la Biblioteca civica di Saluzzo.
Riportato in Rosa Necchi, Giambattista Bodoni, p. 232.
Pagina tratta dal
Pagina tratta dal "Manuale tipografico" di Giambattista Bodoni del 1788. Nonostante il titolo, “Manuale”, si tratta in realtà di un campionario di caratteri diviso in due parti: la prima reca 100 caratteri latini tondi e 50 corsivi, la seconda presenta 28 caratteri greci minuscoli. I caratteri non sono presentati con la tradizionale serie alfabetica ma tramite testi che descrivono varie città italiane (© Complesso Monumentale della Pilotta).

Sotto il tricolore francese

Dal 1796 Parma fu occupata dai francesi, e la città venne definitivamente annessa alla Francia nel 1802. Bodoni e tutti gli artisti e letterati che si muovevano attorno al vecchio ducato si misero ora al servizio dei nuovi dominatori. Tale era oramai la fama dello stampatore piemontese, che al passaggio di Napoleone a Parma, il 26 e 27 giugno 1805, l’imperatore chiese di incontrarlo. Ma Bodoni, che era costretto a letto dalla gotta, non poté presentarsi all’incontro, cosa che non gli impedì di stampare per l’occasione un foglio volante in onore del generale corso. A ogni occasione possibile, d’altra parte, la stamperia di Bodoni celebrava il nuovo regime con opere realizzate in occasione di avvenimenti militari e trattati o dedicate ai suoi maggiori rappresentanti. Nel 1804 furono stampati gli Annali di Tacito, con dedica a Napoleone, nel 1806 si pubblicò il Bardo della Foresta Nera di Vincenzo Monti, in onore della vittoria di Austerlitz, ed è del 1808 una versione greca in tre volumi dell’Iliade, sempre dedicata a Napoleone.

Due anni prima una selezione di quattordici edizioni bodoniane, presentata durante un’esposizione a Parigi, aveva fruttato al nostro tipografo la medaglia d’oro e nel 1810 ottenne un’altra pensione da Napoleone. L’ultimo suo lavoro fu una serie di classici francesi dedicati al figlio del re di Napoli, il generale francese Gioacchino Murat: la serie includeva tra gli altri tutte le opere teatrali di Racine e le favole di La Fontaine. Ma ecco che nel pieno del lavoro, il 20 novembre del 1813, Bodoni morì:

Nel sabato invano si provò a sorgere dal letto. Crebbe la tosse, che nel terzo dì cessò repentinamente. Sopravvennero sete, affanno e febbre. Nulla giovò la robustezza del suo temperamento, nulla la perizia somma de’ medici, nulla l’assidua attenzione de’ servi, né le cure più sollecite ed amorose della moglie. La febbre ogni volta l’assaliva con più feroce insulto. Quindi nell’undecimo giorno, munito essendosi nel precedente degli spirituali conforti, e dichiarato avendo ai piangenti amici ed ai devoti, che inteneriti circondavano il letto, ch’egli si moriva nella religion de’ suoi padri, qual vi era sempre vissuto, spirò l’ultimo fiato verso le sette e mezzo del martedì mattina, e fu per sempre rapito all’inconsolabile Vedova, agli amici, ai dotti, ai poveri, alla tipografia, all’Italia.
Tratto da Giuseppe de Lama, Vita del cavaliere Giambattista Bodoni, 1816, riportato in Rosa Necchi, Giuseppe Bodoni, p. 244.

Alla sua morte, la campana maggiore del duomo di Parma suonò a lutto. Il suo corpo fu inumato nella stessa chiesa il 2 dicembre.

Frontespizio dell'Iliade stampata da Bodoni nel 1808 (© Complesso Monumentale della Pilotta).
Frontespizio dell'Iliade stampata da Bodoni nel 1808 (© Complesso Monumentale della Pilotta).
Tanto più bello sarà un carattere quanto più avrà regolarità, nettezza, buon gusto e grazia.
Giambattista Bodoni

Buon gusto, nettezza, grazia e regolarità

L’attività della stamperia non si interruppe: a dirigerla c’era ora la moglie Margherita, che portò a termine la serie di classici francesi nel 1813 e stampò altre opere, tra cui il lavoro forse più importante. Nel 1818 vide la luce il Manuale Tipografico, magnum opus risultato di anni di disegni, incisioni e fusioni, una raccolta ragionata dei caratteri creati dall’autore. Una prima versione avente lo stesso titolo era stata pubblicata trent’anni prima, ma questa includeva

[...] nel primo volume diciassette gradazioni di caratteri cancellereschi, sette di caratteri inglesi, centootto di maiuscole latine; nel secondo, trentaquattro alfabeti di caratteri greci, centoventitré di esotici, due di tedeschi, trentadue di russi (fra tondi e corsivi), seguiti dai fregi tipografici e dai caratteri musicali gregoriani e figurati.
Rosa Necchi, Giambattista Bodoni, p. 246.

Così nacquero i celebri caratteri che portano il suo nome, caratteri creati, come scrisse, secondo buon gusto, nettezza, grazia e regolarità. Si tratta del suo lascito più importante e da allora sono stati usati e modificati in innumerevoli occasioni e per la stampa di un numero incalcolabile di opere. Nel 1940 si pensò addirittura di usarli per creare uno stile italiano di tipografia (lo riporta Francesco Barberi, Bodoni, Giambattista, Dizionario Biografico degli Italiani, 1969). Più di recente, come si è detto all’inizio, il “Bodoni” è passato da una matrice fisica a una virtuale, entrando nei personal computer di milioni di utenti intorno al globo.

Manuale tipografico del cavaliere Giambattista Bodoni, 1818 (© Complesso Monumentale della Pilotta).
Manuale tipografico del cavaliere Giambattista Bodoni, 1818 (© Complesso Monumentale della Pilotta).

Bodoni, l'uomo

L’interesse verso Giambattista Bodoni non è mai venuto meno, è anzi cresciuto di recente grazie a pubblicazioni, come quella di Rosa Necchi, e convegni. La Biblioteca Civica di Saluzzo possiede, come si è detto, una collezione di sue opere e un gruppo di ricerca dell’università di Salamanca ha dedicato al tipografo un ottimo sito internet. Il Museo Bodoniano di Parma, anch’esso con un utilissimo sito internet, ha riaperto i battenti dal 30 novembre 2022.

Bodoni era d’indole mite e generoso; avea facile ed arguta la parola, schietto e soave il costume, vivace ed attraente l’aspetto come retto l’animo e i propositi; fu laboriosissimo, instancabile; non invilito mai nelle difficoltà, non superbo, non avaro nella prospera sorte. Ricercato e visitato da grandi e principi, fu modestissimo; e fatto ricco fu caritatevole e pio, largitore spontaneo con ispirito evangelico di soccorsi ai poverelli.
Felice Daneo, Piccolo panteon subalpino, 1858, vol. 2, pag. 231.

A questa descrizione dell’autore Felice Daneo, serve forse aggiungere una valutazione che lo stesso Bodoni fece del suo operato:

Non temerò di esser tacciato di soverchio amor proprio, se oso aserire che la serie delle edizioni da me eseguite negli anni scorsi, è stata come una scossa eletrica, che ha fatto andare in disuso le vecchie consuetudini tipografiche, ed ha introdotto una nuova armonia nella semplice e maestosa formazione de’ frontespizj, ed una migliore e più vaga proporzione nelle pagine addatate alle varie qualità delle carte e de’ formati; e perciò io mi chiamo ben pago di tante fatiche e ben impiegati i miei studi, avendo richiamato il buon gusto che ne era bandito o sconosciuto presso tutti gli impressori d’Europa.
Rosa Necchi, Giambattista Bodoni, p. 227.

Ma forse neanche lui, nel suo “soverchio amor proprio”, avrebbe mai immaginato di essere lodato e discusso in tutto il mondo a duecento e più anni dalla sua morte, che la città di Torino gli avrebbe dedicato una pittoresca piazzetta, e che l'incipit di un articolo come questo, pubblicato cartaceo sul decimo numero di Rivista Savej, avrebbe mai potuto essere scritto con Bodoni, il carattere.

👉 Si ringrazia il Museo Bodoniano di Parma per le immagini.

Interni del Museo Bodoniano (© Complesso Monumentale della Pilotta — Fotografia di Giovanni Hänninen).
Interni del Museo Bodoniano (© Complesso Monumentale della Pilotta — Fotografia di Giovanni Hänninen).

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Bibliografia

  • Alfieri V., Vita, Milano, Oscar Classici Mondadori, 2009.
  • Barberi F., Bodoni, Giambattista, Dizionario Biografico degli Italiani, 1969. Boselli A., Bodoni, Giambattista, Enciclopedia Italiana, 1930.
  • Daneo F., Piccolo panteon subalpino, 1858.
  • De Lama G., Vita del cavaliere Giambattista Bodoni, 1816.
  • Leschiutta S., Beniamino Franklin e il Piemonte, Accademia delle Scienze di Torino, Atti ufficiali, 2000.
  • Necchi R., Giambattista Bodoni, Nuova informazione bibliografica, anno XIV, n. 2, aprile-giugno 2017.
  • Smargiassi M., Riapre a Parma il Museo dedicato a Bodoni, l'inventore del carattere tipografico, in la Repubblica online, 29 novembre 2022.

SITOGRAFIA

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