Giuseppe Siccardi e l’obelisco di piazza Savoia

Le leggi e il monumento del 1850 contro i privilegi del clero

Luigi Quarenghi, Obelisco alle leggi Siccardi, 1853. Fotografia di Fabrizia Di Rovasenda, 2010. © MuseoTorino.

Laureato in lingue all’Università di Torino, ha una passione per tutto ciò che è cultura, arte, storia e scienza. Al fascino e alla curiosità per tutti i paesi vicini e lontani, e in particolare per quelli di lingua tedesca, unisce l’interesse ai ben più vicini angoli del natio cuneese.

  

Siccome, come diceva l’egittologo Champollion, la via per Menfi e Tebe passa per Torino, l’obelisco che spunta da lontano su di un lato di via Garibaldi deve destare ben poca sorpresa nella massa di persone che ogni giorno affolla l’arteria principale dello shopping torinese. Eppure, è sufficiente avvicinarsi al monumento, che si trova al centro di una piccola ma graziosa piazza rettangolare, cinta da alti edifici ottocenteschi dall’aspetto sereno, per accorgersi che l’obelisco non ha nulla a che fare con l’antico Egitto, né con le riproduzioni di statue e sfingi poste nei diversi angoli della città. La sua origine si colloca infatti in un’epoca molto più vicina a noi, per quanto a tratti ci appaia altrettanto remota.

Obelisco alle leggi Siccardi, 1853. Fotografia di Mario Gabinio, 1920 ca. © Fondazione Torino Musei - Archivio fotografico
Obelisco alle leggi Siccardi, 1853. Fotografia di Mario Gabinio, 1920 ca. © Fondazione Torino Musei - Archivio fotografico

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Tra passato e futuro

Un’epoca che

sembra posta in mezzo ad ordini vecchi di cose che vanno cadendo, ed altri nuovi che sorgono: divisa fra le memorie del passato, e gli incerti desideri dell’avvenire, e perciò di continuo agitata da speranze e da timori, e da un certo infinito e tormentoso desiderare, che affannosamente la combatte
Riportato in Silvio Ferrari, “La politica ecclesiastica subalpina e le leggi Siccardi”, pag. 65, in “Giuseppe Siccardi, magistrato, giurista, ministro, nel bicentenario della nascita”, Società per gli studi storici, archeologici ed artistici della Provincia di Cuneo, Cuneo, 2005.

come scrissero nel 1849 i vescovi della provincia ecclesiastica di Torino. Siamo dopo la disfatta contro gli austriaci nella prima guerra d’indipendenza. A Carlo Alberto, che ha dato speranze ai liberali del suo regno e ai patrioti di tutto lo stivale, prima con lo Statuto Albertino, e poi con l’inizio della guerra, gli è succeduto il figlio, che sarà poi primo re dell’Italia unita. Vittorio Emanuele II è dubbioso sull’opportunità di mantenere la costituzione. I partiti politici, del resto, sono ostili al trattato di pace con l’Austria da lui sostenuto, considerato troppo oneroso, e solo l’intervento del primo ministro, Massimo d’Azeglio, riesce a risolvere la situazione, salvando lo Statuto e facendo ratificare il trattato con gli austriaci.

Ed è in questo ambiente che va a inserirsi la vita e il lavoro dell’uomo alle cui leggi è dedicato l’obelisco in piazza Savoia.

Scontro di Rivoli, episodio della Battaglia di Custoza. I bersaglieri contrastano l'attacco austriaco il 22 luglio 1848.
Scontro di Rivoli, episodio della Battaglia di Custoza. I bersaglieri contrastano l'attacco austriaco il 22 luglio 1848.

Scalando le gerarchie sabaude

Giuseppe Siccardi, impiegato e avvocato prestato alla politica, era nato a Verzuolo, non lontano da Saluzzo, nel 1802. La sua famiglia di origine era agiata ma non nobile e non particolarmente distinta e gli importanti risultati della sua carriera Siccardi li ottenne grazie alle “doti di ingegno” e agli “ottimi studi e servigi”, come indicato nelle motivazioni per l’ottenimento del titolo di conte, nel 1846. Si era laureato nel 1824 a Torino, dove vigeva allora una forte tendenza giurisdizionalista, ovvero quella corrente giuridica e politica volta a porre il potere religioso sotto il controllo di quello dello stato. Già agli inizi del suo percorso di studi, come si vede, erano presenti quei temi e quelle problematiche che avrebbero reso Siccardi celebre. Subito dopo la laurea, nel dicembre del 1824, Siccardi iniziò la sua carriera come funzionario dello stato, lavorando per due anni come volontario nell’equivalente sabaudo dell’attuale ministero degli esteri, divenendone impiegato a tutti gli effetti nel 1827. A tal proposito scrive Paola Casana:

Era una prassi piuttosto diffusa a quei tempi, per coloro che volevano intraprendere la carriera statale, prestare la propria opera di volontari presso qualche amministrazione pubblica per «fare pratica», senza contare che la stessa amministrazione statale poteva trarre cospicui vantaggi dalla collaborazione di questi giovani  che avevano assorbito la cultura giurisdizionalista e che potevano contribuire a svecchiare e modernizzare l’ordinamento dello stato, dominato ancora dalla «vecchia guardia» dei funzionari pubblici, ritornati in auge dopo la restaurazione.
Paola Casana, “La vita di Giuseppe Siccardi e la sua attività di magistrato”, pag. 39.

Ad ogni modo, Siccardi iniziò in questa maniera una brillante carriera da funzionario e magistrato, che lo vide scalare rapidamente le gerarchie della pubblica amministrazione sabauda. Entrò infatti nella magistratura nel 1829, presso il Senato del Piemonte, che come spiega Casana non era ancora, come si potrebbe immaginare, una camera del parlamento, ma uno dei massimi tribunali allora esistenti nel regno. Nel 1840 entrò nella Gran Cancelleria, paragonabile al moderno ministero della giustizia. Siccardi si trova in un ambiente stimolante: si era nel pieno dei tentativi di riforma liberale dello stato, a cui lavorava, proprio in quella stessa cancelleria, in carica di guardasigilli, il valente e sfortunato avvocato cuneese Giuseppe Barbaroux, il cui lavoro e le reazioni di invidia e sospetto da esso causato, dovevano portarlo di lì a pochi anni, nel 1843, a gettarsi dalla finestra della sua casa di Torino, in quella che oggi è in effetti via Barbaroux. Tornando a Siccardi, che fortunatamente per lui non venne condotto a una fine simile dal proprio lavoro, fu fatto conte nel 1846, e nel 1847 divenne consigliere del nuovo tribunale supremo, la corte di cassazione. Dal 1848, entrato in vigore lo Statuto Albertino, lo troviamo impegnato a revisionare i codici e la legislazione per adattarle al nuovo regime costituzionale.

Ritratto di Giuseppe Siccardi, 1850 (© Archivio storico dell'Accademia delle Scienze di Torino).
Ritratto di Giuseppe Siccardi, 1850 (© Archivio storico dell'Accademia delle Scienze di Torino).

Le tensioni tra stato e chiesa

La promulgazione della nuova costituzione coincise con un crescendo di tensione nei rapporti tra lo stato e l’autorità ecclesiastica. Sempre nel ‘48, l’arcivescovo di Torino, Luigi Fransoni, fu costretto a lasciare la città a causa delle proteste della popolazione, che gli rinfacciarono un atteggiamento ostile alle riforme, lasciando il suo posto vacante, e lo stesso avvenne per il vescovo di Asti. Altrettanto presi di mira furono i gesuiti, accusati di atteggiamenti reazionari. Le sollevazioni contro la compagnia di Gesù iniziarono in Sardegna, arrivarono a Genova e si estesero poi al Piemonte e a Torino. Le loro sedi vennero saccheggiate e invase. Coerentemente con gli umori della popolazione, il governo sabaudo, prima per azione del parlamento, poi per decreto governativo, stabilì che

La Compagnia di Gesù era definitivamente esclusa da tutto lo Stato: le sue case (noviziati di Cagliari, Chambéry, Chieri, e casa professa di Genova) e i collegi che essa teneva in Aosta, Cagliari, Chambéry, Genova, Melan, Nizza, Novara, Sassari, Torino e Voghera furono sciolti. I fabbricati, i beni mobili e immobili, le rendite e i crediti appartenenti alla Compagnia vennero dati in amministrazione all’Azienda Generale delle Finanze, per essere poi destinati alla istituzione e al funzionamento dei collegi-convitti nazionali, previsti da un decreto del 20 marzo 1848. Ai Gesuiti non regnicoli fu imposto di abbandonare lo Stato entro 15 giorni, mentre ai regnicoli venne fatto ordine, entro 8 giorni dalla pubblicazione della legge, di dichiarare all’autorità di polizia il domicilio prescelto.
Giuseppe Griseri, “Giuseppe Siccardi e il suo tempo. Monarchia costituzionale e partiti politici dopo la sconfitta di Novara”, idem, pag. 34.
Luigi Fransoni in un'illustrazione del 1862.
Luigi Fransoni in un'illustrazione del 1862.

A queste misure, l’ala più reazionaria del clero e dei cattolici rispondeva già da anni con un atteggiamento di intransigenza verso le nuove idee liberali che rendeva complesso trovare un terreno comune riguardo alla ridefinizione dei ruoli tra chiesa e stato. Ad esempio già nel 1844, ancora sotto il regno di Carlo Alberto, un re che non si può certo definire di tendenze anticlericali, l’arcivescovo Fransoni aveva tuonato contro l’invito a Torino del pedagogista cremonese Ferrante Aporti, che pure era sacerdote, considerato troppo vicino alle idee dei liberali.

Lo Statuto Albertino, in effetti, si dimostrava ambivalente nei rapporti tra potere temporale e secolare. Nell’articolo 1, ad esempio, si affermava che la religione cattolica era la sola religione di stato, contemplando al contempo tolleranza per gli altri culti, “conformemente alle leggi”. Nell’articolo 28 si sanciva che le Bibbie, i catechismi e i libri e materiali religiosi non potessero venir stampati senza il preventivo permesso del vescovo. Si affermava anche, in un altro articolo, che tra le categorie di cittadini che il re poteva scegliere tra i membri del senato, vi erano ai primi posti proprio vescovi e arcivescovi. D’altra parte, l’articolo 24 stabiliva l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, e sempre l’articolo 28 sanciva la libertà di stampa, due principi che cozzavano contro le norme allora vigenti nei rapporti tra stato e chiesa. La questione non mancò di stimolare un vivace dibattito pubblico sui giornali piemontesi, vedendo contrapposti il giornale di Cavour e Cesare Balbo, Il Risorgimento, che sul tema si faceva portavoce di idee liberali ma moderate, all’organo della sinistra, l’Opinione, che invece titolava, “Fuori i preti dalla politica!”, lasciando pochi dubbi su quale fosse la sua posizione.

In questa atmosfera surriscaldata, ma pregna di idee e progetti, Siccardi veniva incaricato, nel 1849, di recarsi presso la Santa Sede per cercare di ristabilire le condizioni per un nuovo concordato, oltre che per risolvere la situazione degli episcopati di Torino ed Asti. Ma il Vaticano fu irremovibile, e il tentativo fallì, tanto da far dire a Siccardi che “un concordato ragionevole” era “cosa del tutto impossibile”. Non restava a Torino che regolare da sola la questione, senza il consenso di Roma.

Testata del giornale
Testata del giornale "L'Opinione", numero del 4 dicembre 1849.

Le leggi Siccardi sono due, e vennero presentate l’anno dopo, nel 1850. La prima di esse prevedeva l’abolizione del foro ecclesiastico, ovvero della consuetudine, sopravvissuta fin dai tempi antichi, per cui un membro del clero poteva essere giudicato solo da un tribunale ecclesiastico, e non da uno secolare. Il foro ecclesiastico era sopravvissuto in forma più o meno ridotta anche in Piemonte: nel caso di cause civili, si prevedeva che l’imputato, nel caso fosse stato un ecclesiastico, potesse essere giudicato da un tribunale religioso assieme ad uno secolare. Nel caso di reati penali, con l’eccezione di crimini gravi e di semplici contravvenzioni, si prevedeva invece che ad agire fosse esclusivamente un tribunale religioso. Questo però strideva con le disposizioni del nuovo statuto, per cui tutti i cittadini erano uguali davanti alla legge, e che assegnava ai soli organi statali l’amministrazione della giustizia. Di importanza secondaria era invece una norma che aboliva il diritto d’asilo, ovvero il diritto in base a cui le chiese e altri edifici religiosi potevano offrire rifugio a chi fosse perseguito dalla giustizia secolare. Nonostante le proteste di una parte dei cattolici del parlamento, la legge venne approvata in entrambe le camere del parlamento subalpino, con ben 130 voti favorevoli e solo 26 contrari alla Camera, e con un vantaggio meno netto al Senato.

La seconda legge prevedeva invece la necessità di una autorizzazione dello stato per l’acquisto di beni e di donazioni da parte degli enti morali, ovvero delle organizzazioni religiose. Tra gli stati preunitari, il regno di Sardegna era infatti rimasto indietro su questo punto, al punto che la sua legislazione in merito era paragonabile solo a quella dello Stato Pontificio. La misura contro l’accentramento di beni nelle mani di congregazioni religiose toccava sì il rapporto tra stato e chiesa, ma riguardava anche e soprattutto l’assetto economico che il regno di Sardegna voleva darsi. Come disse lo stesso Siccardi, durante una discussione parlamentare, “quanto concerne gli stabili, il loro soverchio e progressivo concentramento nelle manimorte nuoce al commercio, nuoce alle libere contrattazioni, nuoce all’industria” (riportato in Silvio Ferrari, “La politica ecclesiastica subalpina e le leggi Siccardi”, op. cit. pag. 75-76). Non più quindi latifondi e grandi appezzamenti che potessero far vivere di rendita i loro pigri possessori, ma un tessuto economico moderno, dove i privati cittadini con i loro beni si potevano far largo sul mercato.

Com’era facile prevedere, il nuovo corso dello stato sabaudo, di cui le leggi Siccardi non furono che la punta dell’iceberg, scatenarono la resistenza non solo di una parte del parlamento subalpino, ma anche dei religiosi. Dopo l’approvazione delle leggi Siccardi, l’arcivescovo Fransoni ordinò ai religiosi di rifiutare di collaborare con i tribunali civili, e soprattutto, rifiutò l’estrema unzione al ministro Pietro di Santa Rosa, che aveva sostenuto le leggi. Questo fatto provocò un’ondata di indignazione popolare nei suoi confronti, che lo condusse prima dietro le sbarre, a Fenestrelle e poi in esilio a Lione. Le differenze di vedute tra la Santa Sede e il regno di Sardegna non furono appianate neanche da un incontro nel settembre del 1850, poco dopo l’entrata in vigore delle leggi Siccardi, tra il papa Pio IX e l’inviato piemontese, Pier Dionigi Pinelli. Si potrebbero quindi vedere le leggi Siccardi come il punto di partenza dello scontro tra il Vaticano e l’incipiente nazione italiana, che caratterizzò tutto il Risorgimento, toccando il culmine con la presa di Roma, nel 1870. Paradossale, se si pensa che tutto questo era partito da un uomo, Siccardi, che si considerava un buon cattolico.

Luigi Quarenghi, Obelisco alle leggi Siccardi (iscrizione, dettaglio), 1853. Fotografia di Mattia Boero, 2010. © MuseoTorino
Luigi Quarenghi, Obelisco alle leggi Siccardi (iscrizione, dettaglio), 1853. Fotografia di Mattia Boero, 2010. © MuseoTorino

L’addio a un grande funzionario politico

Quanto a Giuseppe Siccardi stesso, a parte i suoi exploit nei rapporti tra stato e chiesa per cui è giustamente ricordato, non mancò di occuparsi di quella provincia piemontese da cui proveniva. Già nel 1850, fu eletto nel consiglio divisionale di Saluzzo. L’anno successivo ne fu eletto presidente. Nel 1853 divenne presidente del consiglio provinciale di Saluzzo. Sempre nello stesso anno, fu fatto consigliere comunale a Verzuolo, racimolando dieci voti. Una quantità esigua, ma riflette la limitatezza della fascia di popolazione che aveva allora diritto di voto. Questo non gli impedì di continuare ricoprire al contempo vari incarichi a livello statale.

La sua vita di funzionario e politico ebbe termine pochi anni dopo, nel 1857. Come scrisse in modo un po’ partigiano La Civiltà Cattolica:

Egli non aveva che 53 anni, ma da molto tempo era stato colto da una paralisi alle mani che l’impediva di trarre la penna. Fe replicatamente la cura dei bagni, e parea che se ne trovasse meglio; quando fu colto all’improvviso come da un colpo apoplettico, e mandò egli istesso pel Parroco. Questi giunse in tutta fretta al letto dell’infermo, e gli chiese se era pronto a ritrattare quanto avesse fatto contro la Chiesa cattolica. Il moribondo rispose che sì, e fu l’ultima parola che gli uscisse di bocca. Gli venne amministrata l’estrema Unzione, e pochi minuti dopo spirò. Il Siccardi fu il primo che proponesse in Parlamento disegni di legge ostili alla Chiesa.
Idem, pag. 102.

Un personaggio proveniente dallo spettro opposto della politica e piemontese di grido, Angelo Brofferio, a cui Siccardi doveva sembrare un esponente politico eccessivamente moderato, scrisse in un ritratto forse troppo severo:

Magistrato era Siccardi di bella fama: limpido ingegno, copia di dottrina legale, modi cortesi, parlare ornato lo ponevano in evidenza. Di politiche controversie in libero paese non aveva perizia alcuna. Anima onesta, ma timida natura: ottime intenzioni e mancanza di energia per tradurle in fatti: sempre svegliato legislatore, sempre esitante uomo di Stato. Consapevole delle piaghe della magistratura, desideroso di curarle, non seppe recare farmaco mai. Accertato in Roma stessa della nequizia del potere temporale, parve un momento voler alzare la fronte contro la nuova Babilonia, ma poco stante si ritrasse, lasciando imperfetto il proprio lavoro.
Idem. pag 118.
Fotografia di Angelo Brofferio, 1880 ca.
Fotografia di Angelo Brofferio, 1880 ca.

Un obelisco per il popolo piemontese

Eppure non tutti furono così duri sul suo operato. Non solo la città di Torino gli ha dedicato un bel corso verdeggiante in centro, ma già nel 1850, all’indomani dell’approvazione delle leggi e col loro creatore ancora vivente, si decise di dedicare alle leggi, quindi all’opera dell’uomo, e non all’uomo stesso, un monumento. Per usare anzi le parole di allora:

Nostro malgrado dobbiamo nuovamente affermare all'onorevole Siccardi, affinché la sua modestia non abbia a risentirsene, che la Nazione non intende di onorare l'individuo, ma la LEGGE, e che il monumento non ricorderà l’uomo, ma il fatto, cioè la LEGGE quelli tutti che la convertirono in un fatto compiuto, la Nazione, il Re, le Camere, il Ministero.
La Gazzetta del Popolo, Anno III, n.142, 1850, p. 1

Questo dà idea dell’entusiasmo provocato da un evento che “segnò un rialzamento di temperatura, un grado maggiore d’incivilimento, leggero se vuolsi, ma pur effettivo.” A farsi carico dell’impresa fu la Gazzetta del Popolo, un venerando giornale di Torino che oggi appartiene alle specie estinte, ma che ai suoi tempi era trai i più letti in Piemonte, e poi in Italia. Pochi anni più tardi, in modo analogo a quanto avvenuto per l’obelisco in piazza Savoia, acquistò tramite donazioni ben cento cannoni per la fortezza di Alessandria. Fu lanciata una sottoscrizione, a cui parteciparono privati, comuni e anche collegi di avvocati, per raccogliere il denaro sufficiente. Con queste parole la Gazzetta arringava i suoi lettori contro “Le vipere pretine e vescovili […] i rettili semivivi”, ovvero il clero:

Piemontesi, i sagrestani fanno una sottoscrizione a favore di Fransoni in odio vostro, perché avete applaudito alle leggi Siccardi, in odio a Siccardi, in odio alla Camera, al Senato, in odio al vostro Re, che si mantenne fermo, e che le volle sancite. Piemontesi, prima che questa turpitudine si sappia fuori paese, bisogna soffocarla legalmente con un’altra sottoscrizione, bisogna che voi, Piemontesi liberi, dimostriate che siete in maggioranza, bisogna che facciate vedere ad evidenza che i codini fra noi sono in assoluta minoranza, bisogna che li facciate annegare nel loro miserabile cucchiaio d'acqua.
La Gazzetta del Popolo, Anno III, n. 141, 1850, p. 1

Si decise per l’erezione di un obelisco, sulle cui facce vennero incisi i nomi dei comuni che avevano contribuito al suo finanziamento. Ma soprattutto, ricorda sornione il cronista della vecchia Torino, Alberto Viriglio

il Municipio, con previdenza lodevolissima, ha seppellito nella base dell’obelisco Siccardi i numeri 141 e 142 del 1850 della Gazzetta del popolo che contengono il progetto del monumento, copia della Legge d’abolizione del foro ecclesiastico, alcune monete, semi di riso ed altri cereali, una bottiglia di barbera ed…una cassetta di grissini: tesoro inestimabile per gli archeologhi del prossimo venturo secondo millennio.
Alberto Viriglio, Torino e i Torinesi, Viglongo, 1980, p. 326

Un monumento, quindi, non solo alla laicità e all’eguaglianza di fronte alla legge, ma alla terra e al popolo, il Piemonte e i piemontesi, che quelle leggi le vollero, le crearono, e le misero in atto.

Luigi Quarenghi, Obelisco alle leggi Siccardi (iscrizione), 1853. Fotografia di Mattia Boero, 2010. © MuseoTorino
Luigi Quarenghi, Obelisco alle leggi Siccardi (iscrizione), 1853. Fotografia di Mattia Boero, 2010. © MuseoTorino

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Bibliografia

  • AA.VV., Giuseppe Siccardi, magistrato, giurista, ministro, nel bicentenario della nascita, Cuneo, Società per gli studi storici, archeologici ed artistici della Provincia di Cuneo, 2005.
  • Rosboch M., Giuseppe Siccardi, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 92, 2018.
  • Viriglio A., Torino e i Torinesi, Viglongo, 1980.
  • La Gazzetta del Popolo
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