Il cembalo scrivano di Giuseppe Ravizza

È novarese l’invenzione della prima macchina per scrivere

Dattilografa che digita sul cembalo scrivano, fotografia del C.R.A.L. “IGEA” della Banca Popolare di Novara (© Centro di Documentazione dei Musei Civici di Novara).
Piera Briani
Piera Briani

Ha svolto la sua attività professionale in ambito museale. Per i Musei Civici di Novara si è occupata di didattica museale, di catalogazione e di gestione del Centro di Documentazione (biblioteca, fototeca, archivi storici). Ha collaborato con i Musei Civici del Castello Sforzesco di Milano a due grandi progetti: il restauro delle pitture murali di Leonardo Da Vinci nella Sala delle Asse e la costruzione del museo della Pietà Rondanini. Fa parte del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Faraggiana di Novara.

  

Giuseppe Ravizza, nato nel 1811 da un’agiata famiglia dell’alta borghesia novarese, anziché trascorrere il suo tempo in divertimenti e futili occupazioni propri della sua classe sociale, dedicò gran parte della sua vita a inseguire la sua passione per la meccanica, che gli consentì di realizzare una macchina per scrivere in grado di  “[…] Chiamare la meccanica in aiuto all’estesa ed importante operazione dello scrivere, sostituire nell’uso generale alla mano che traccia le lettere, l’azione d’un meccanismo, in cui le lettere sono già formate perfette ed uniformi, invece che operare con una mano, operare con ciascuna  delle dieci dita, ecco il problema che mi sono  proposto ed alla cui soluzione attendo da ben diciannove anni …” , come scrisse lui stesso nel suo diario.

Fotografia di Giuseppe Ravizza (© Centro di Documentazione dei Musei Civici di Novara).
Fotografia di Giuseppe Ravizza (© Centro di Documentazione dei Musei Civici di Novara).

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Un avvocato con la passione per le invenzioni

Rimasto orfano ancora molto giovane, si laureò in legge all’Università di Torino per volere del suo tutore – il titolo di avvocato a quel tempo conferiva una vera e propria rispettabilità sociale e se ne fregiò sempre con orgoglio – ma esercitò ben poco quella professione. D’altro canto, Ravizza poteva vivere agiatamente (persino quando prese moglie ed ebbe ben sei figlie) con le rendite di una tenuta agricola, ereditata alla morte dei genitori,­ ubicata nel comune di Nibbiola, dove si trasferì. E fu proprio nella fertile e assolata campagna ai confini con la Lomellina che conobbe Pietro Conti di Cilavegna, il quale stava progettando una macchina per scrivere e stampare celermente, da lui chiamata il “tachigrafo”. Dopo questo incontro, il Ravizza si convinse a intraprendere gli studi sulla meccanica per progettare la sua “macchina per scrivere”, come amava definirla.

La passione per le arti meccaniche lo portò anche a costruire un telaio per riprodurre in serie i disegni sui tessuti, che cercò di vendere ad alcuni industriali di Lione. Nonostante la sua idea si inserisse perfettamente in quel clima di innovazioni tecniche che lo sviluppo industriale dell’Ottocento richiedeva, il suo telaio non suscitò un interesse tale da essere commercializzato. Se ne tornò pertanto in Italia a mani vuote o per usare le sue parole senza “né denari né fama”.

Nel 1833, lasciata Nibbiola per Novara, attrezzò un piccolo laboratorio in un ammezzato di Palazzo Orelli che affacciava direttamente su quella che dal 1926, per volere dell’amministrazione comunale, divenne via Giuseppe Ravizza. Nel 1931, sotto i portici, fu posta una lapide a lui dedicata, con la seguente epigrafe:

Giuseppe Ravizza/balza in gloria da penombre obliose/e s’erge nella schiera degli inventori/per quel Cembalo scrivano/entrato nella vita delle genti civili/ordigno indispensabile/benefico nitido rivelatore del pensiero umano.
Il cembalo scrivano n. 10 conservato al Museo di Storia Naturale di Novara.
Il cembalo scrivano n. 10 conservato al Museo di Storia Naturale di Novara.

Il primo prototipo e il modello a scrittura visibile

Dopo un intenso lavoro di studio e di progettazione, nel 1837 mise a punto il primo dei 17 prototipi che avrebbe costruito in tanti anni. Solo nel 1855 chiese e ottenne dall’ufficio centrale di Torino il brevetto per la sua macchina per scrivere a tasti che chiamò, con un’espressione decisamente aulica, il “cembalo scrivano” per la somiglianza della tastiera con quella del cembalo o del pianoforte, strumenti musicali sempre presenti nelle case della ricca borghesia ottocentesca. Il prototipo brevettato era il n. 9.

Il cembalo scrivano presentava già i caratteri fondamentali della macchina per scrivere che oggi conosciamo: la tastiera fissa che muoveva le leve, i caratteri minuscoli e maiuscoli interscambiabili, lo spostamento del carrello con un campanellino che segnalava la fine della riga, dato che la scrittura era cieca. Però era una macchina troppo rumorosa, che si inceppava facilmente e con i tasti disposti in ordine alfabetico. Ci vollero anni di studio da parte del Ravizza per comprendere le frequenze dattilografiche e disporre le lettere sulla tastiera così come le usiamo ancora oggi, per ridurre i troppo ingombranti tasti a “bottoncini” che rendevano la battitura più veloce e per elaborare modelli a scrittura visibile. In merito a quest’ultimo punto, alcune pagine del suo diario sono interamente dedicate ai suoi sforzi per risolvere il problema che lo assillava. Scrive Ravizza:

“[…] finalmente un cembalo scrivano a scrittura visibile è finito…” (1876); “[…] è troppo complicato e delicato […]” (1877); “[…] il mondo alla fin fine manderà al diavolo me e la mia scrittura visibile […]” (1878); “[…] comincio a disperare sull’esito finale […]” (1879); “[…] ecco sciolto finalmente il gran problema […] finita la macchina n. 14 a scrittura visibile […]" (1880)
Fotografia del modello di cembalo scrivano a scrittura visibile conservato presso il  Museo della Scienza e della Tecnologia “Leonardo Da Vinci” di Milano (© Centro di Documentazione dei Musei Civici di Novara).
Fotografia del modello di cembalo scrivano a scrittura visibile conservato presso il  Museo della Scienza e della Tecnologia “Leonardo Da Vinci” di Milano (© Centro di Documentazione dei Musei Civici di Novara).

In realtà aveva concepito l’idea del meccanismo, ma non ancora la realizzazione pratica. Solo nel 1881, Ravizza presentò all’Esposizione Nazionale di Milano un modello a scrittura visibile che, pur ottenendo una menzione d’onore, riscosse ben scarso successo nel mondo industriale che non ne comprese l’utilità. Questo prototipo, che insieme a quello novarese è uno dei due modelli ancora conservati, fu donato nel 1955 dalla famiglia Olivetti al Museo della Scienza e della Tecnologia “Leonardo Da Vinci” di Milano, dove è tuttora custodito nei depositi.

Un precedente in un altro settore della meccanica lo induceva a insistere: le macchine da cucire Singer. Dal suo diario: “[…] se le macchine da cucire, cucissero alla cieca, non avrebbero mai messo in giro tanti milioni […]”. Da queste parole si coglie anche una certa apprensione per i costi che stava sostenendo: la famiglia gli rimproverava di avere speso troppo per la costruzione dei vari prototipi, ben più di 100.00 lire! Una somma ingente nell’Ottocento.

Biglietto che consentiva l’ingresso a Ravizza come espositore all’Esposizione Nazionale di Milano del 1881 (© Centro di Documentazione dei Musei Civici di Novara).
Biglietto che consentiva l’ingresso a Ravizza come espositore all’Esposizione Nazionale di Milano del 1881 (© Centro di Documentazione dei Musei Civici di Novara).

Le esposizioni e l'accoglienza della stampa

Seguirono anni dedicati a perfezionare la sua macchina e alla partecipazione del cembalo scrivano alle numerose fiere ed esposizioni che, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, diventarono veicolo di conoscenza delle innovazioni e stimolo per nuove idee. Nel 1856, Ravizza presentò il suo cembalo scrivano – il prototipo n. 9 per la precisione – all’Esposizione di Prodotti delle Arti e delle Industrie a Novara, dove fu premiato con la medaglia d’argento con questa motivazione: “Per l’ingegnosa invenzione del cembalo scrivano e per le gravi difficoltà superate nella sua esecuzione”.

Due anni dopo, si guadagnò un’altra medaglia, questa volta in bronzo, partecipando all’Esposizione Nazionale a Torino, dove il re Vittorio Emanuele II volle digitare il suo nome con la macchina del Ravizza. Il prototipo presentato a Torino era il n. 10, che ora appartiene alle collezioni cittadine ed è esposto nel Museo di Storia Naturale e, seppur avulso dal contesto, permette di conoscere una delle più importanti invenzioni meccaniche dell’Ottocento, frutto dell’ingegno di un novarese.

Il cembalo scrivano n. 10, particolare dei martelletti e della targhetta con iscrizione. Museo di Storia Naturale, Novara.

Lo stesso modello, nel 1861, meritò ancora una medaglia di bronzo nell’Esposizione Universale di Firenze. Nonostante questi successi, nessun imprenditore si impegnò per la produzione in serie del cembalo scrivano. Forse anche a causa della stampa che non fu mai generosa nei suoi giudizi verso il Ravizza. Come nel caso del periodico romano La Civiltà Cattolica che in un articolo, dopo aver elogiato le qualità della macchina, così concluse:

Ma più vantaggiosa assai per gli scrittori vuol essere un’altra invenzione dell’Avvocato Giuseppe Ravizza di Novara, alla quale egli ha posto il nome di “cembalo scrivano”. Qui all’uso delle penne sempre lento e faticoso, viene ingegnosamente sostituito il volar delle dita sopra una tastiera, i cui tasti rispondono per ordine alfabetico a tutte le lettre, interpunzioni e segni della scrittura, in modo che battendo un tasto, il segno rispettivo, mediante un ingegno non difficile ad immaginarsi, viene impresso di colpo sopra una carta opportunamente disposta nella cassa del cembalo. Questo scrivere a macchina supposta nello scrivente una bastevole pratica della tastiera, produrrebbe non pochi vantaggi. In primo luogo, gran risparmio di tempo, bastando col cembalo la terza o quarta parte del tempo richiesto dalla penna, poi gran risparmio di fatica non sol della mano, ma del petto e degli occhi. Inoltre il cembalo potrebbe divenire facilmente ottimo stenografo, darebbe agli scritti il pregio della stampa, e renderebbe agiato lo scrivere anche agl’infermi dell’una o dell’altra mano, e agli stessi ciechi, i quali, con lettere scolpite a rilievo sui tasti potrebbero scrivere al pari di qualunque veggente. A questi vantaggi però reca grave difficoltà il volume e il dispendio della macchina; donde avverrà senza dubbio che l’ingegnoso trovato del Ravizza non entrerà nell’uso volgare.

Dopo tanti elogi, sicuramente il Ravizza si sarebbe aspettato ben altra profezia!

Medaglia di bronzo ricevuta all’Esposizione Nazionale di Prodotti d’Industria a Torino nel 1858. Museo di Storia Naturale, Novara.    
Medaglia di bronzo ricevuta all’Esposizione Nazionale di Prodotti d’Industria a Torino nel 1858. Museo di Storia Naturale, Novara.    

E anche il periodico cittadino Iride Novarese del 27 maggio 1856 così si esprimeva:

[…] n. 15 Ravizza Giuseppe Novara. Cembalo Scrivano. Questo congegno è pregevolissimo, ed il signor Avv. Ravizza può andare superbo del suo lavoro, avendo egli superate molte difficoltà, che si sarebbero dette invincibili. La sua macchina è meravigliosa, e degno l’inventore dei più sinceri encomj, per cui il Governo gli rilasciò un Brevetto d’invenzione. Se l’utilità corrispondesse alla preziosità di sì ingegnosa macchina, il signor Ravizza vedrebbe l’opera sua nel novero dei più celebri trovati…

Insomma si elogiava il cembalo, ma lo si riteneva inadatto a diventare uno strumento utile al progresso. Quanto si sbagliavano!

Costanzo Benzi, amico di Giuseppe Ravizza e come lui avvocato, nel 1856 fece pubblicare un lungo e dettagliato resoconto sui vantaggi della macchina per scrivere, ma soprattutto, sulle sue possibilità di utilizzo in diversi e vari contesti, con la speranza di favorirne la conoscenza e l’interesse. Scrive Benzi:

[…] il Cembalo-scrivano è destinato a moltiplicare i mezzi di comunicazione, a renderli più facili ed a soccorrere la tipografia non solo quando l’urgenza delle bisogne non è conciliabile col tempo e con l’indugio, ma piuttosto a vincere la stenografia, colla quale se per velocità si trova allo stesso grado, nei risultati di gran lunga superiori non soffre paragone, perché senza interruzioni, senza abbreviature ci trasmette il pensier nostro con nitidezza, colla stessa integrità che potrebbe mai farlo la mano di un proto[…] Svariate sono le circostanze, le esigenze, i bisogni della vita: ma questa macchina dovunque, in ogni tempo e sempre può venirci in aiuto[…] Essa può giacere senza noia sulle ginocchia del viaggiatore quasi elegante cofanetto, [la macchina da scrivere portatile!] […] Essa può lavorare in un’assemblea politica con maggior utilità della stenografia […] Essa può adoprarsi nei convegni letterarii quando gl’improvvisi sgorgano in tutta la loro veemenza e la fantasia non ha più freno […]

Tentativo ammirevole, anche se infruttuoso, che metteva però in evidenza le capacità intuitive e la modernità del nostro inventore.

Diploma di medaglia di merito ricevuta all’Esposizione Nazionale di Firenze nel 1861 (© Centro di Documentazione dei Musei Civici di Novara).
Diploma di medaglia di merito ricevuta all’Esposizione Nazionale di Firenze nel 1861 (© Centro di Documentazione dei Musei Civici di Novara).

La concorrenza Remington

Momento fondamentale in questa storia, fu la presenza del cembalo scrivano all’Esposizione Universale di Londra del 1865, dove si meritò una medaglia commemorativa e un diploma. La macchina per scrivere del novarese suscitò un tale interesse che molti periodici gli dedicarono numerosi articoli con minuziose descrizioni, compreso lo Scientific American di New York.

Due anni dopo lo statunitense Christopher Lathman Sholes, giornalista di professione, otteneva il brevetto per una macchina che sfruttava gli stessi principi meccanici di quella del Ravizza. Nel 1873 Sholes cedette brevetto e diritti di produzione all’industriale – un armaiolo per la precisione – Philo Remington che, grazie ai mezzi tecnici e alle risorse economiche a sua disposizione, iniziò in tempi brevi la fabbricazione in serie: già nel 1876 le macchine Remington erano diffuse in tutta l’Europa. La macchina di Sholes era straordinariamente simile al cembalo scrivano novarese!

Fotografia del prototipo della macchina da scrivere di Sholes (Buffalo History Museum).
Fotografia del prototipo della macchina da scrivere di Sholes (Buffalo History Museum).

Nel 1877 al Ravizza era giunta notizia delle macchine per scrivere prodotte dalla Remington, ma fu nel 1882 che vide a Genova uno dei modelli americani arrivati in Italia. Da quel momento l’inventore novarese si rese conto che la sua era stata un’impresa quasi impossibile, che era stato lasciato solo, senza una struttura imprenditoriale di supporto e con limitate risorse economiche, a realizzare un progetto destinato a entrare nel pantheon delle grandi invenzioni, come richiedeva il clima della sua epoca dominato da uno sviluppo industriale ed economico inarrestabile, da un’ansia insaziabile di progresso.

La capacità imprenditoriale americana aveva avuto la meglio.

Annotò nel suo diario: “[…] il mio imitatore e contraffattore Remington nuota nei milioni, mentre io sono malato e invecchio”. Nel febbraio del 1885, pochi mesi prima della sua morte, scrisse: “[…] ormai di questa povera macchina, cura precipua di tutta la mia vita, comincio a disperare. Benché così presso al trionfo, vedendo che la mia salute non accenna a migliorare, temo che non mi basti la vita. Sia fatta la volontà di Dio […]”. Non si può fare a meno di esprimere ammirazione per un uomo che, nonostante ansie, preoccupazioni, tormenti e insuccessi, ha perseguito con una determinazione incrollabile il suo obiettivo, dimostrando altresì una lungimiranza che non sempre e non tutti i suoi contemporanei hanno posseduto.

Riconoscimenti postumi

Mentre continuava gli studi sulla meccanica, Giuseppe Ravizza, uomo di grande cultura e amante degli studi umanistici, si dedicò a molte altre attività. Diresse le Scuole Canobiane, primo istituto scolastico di Novara, fu presidente di importanti istituzioni cittadine, quali l’Ospedale di San Giuliano e il Monte di Pietà, fu consigliere provinciale e sindaco di Nibbiola per diversi anni. Si interessò anche di archeologia: nel 1872, dopo i ritrovamenti occasionali di materiali epigrafici romani a Suno, scrisse un saggio sulla storia del piccolo borgo dal titolo Memorie storiche di Suno e dei Santi Genesii Martiri e fondò un museo, che però ebbe una vita molto breve. Appassionato di storia, fece pubblicare la ristampa del volume Museo Novarese, opera di Lazzaro Agostino Cotta. Sempre in quegli anni si dedicò alla traduzione della Novaria Sacra pubblicata nel 1612 dal vescovo Carlo Bascapè, impresa questa che gli fruttò un po’ di quella fama da lui tanto ambita, poiché la sua traduzione fu la più apprezzata.

Nel 1872 si trasferì a Livorno con tutta la famiglia e lì visse gli ultimi anni della sua vita senza mai trascurare i suoi studi per perfezionare la macchina per scrivere, come registrava puntualmente sul suo diario. Morì il 30 ottobre 1885 a Livorno, senza avere ottenuto il riconoscimento che meritava: essere dichiarato l’inventore della macchina per scrivere. Fu sepolto a Livorno e nell’epigrafe posta sulla sua tomba, dettata dal genero, il senatore Emilio Caracciolo di Sarno, marito della sua quinta figlia Teodolinda detta Linda, vennero rievocate le sue doti di “latinista, storico, archeologo e filosofo”: mancava la parola inventore e nessun cenno al cembalo scrivano, e questo la dice lunga sulla considerazione che godeva in famiglia la sua impresa.

Giuseppe Ravizza con la moglie Ernesta Crosio e la figlia Elisa in una fotografia del 1864.
Giuseppe Ravizza con la moglie Ernesta Crosio e la figlia Elisa in una fotografia del 1864.

Tutto ciò che rimase dei suoi studi, dei suoi progetti e dei suoi cimeli furono conservati dalla famiglia. Nel 1926 vennero presentati in un’esposizione a Novara nel padiglione della Olivetti, che dai primi anni del Novecento aveva iniziato la produzione di macchine per scrivere. Camillo Olivetti, nella sede del Rotary Club di Milano, tenne un lungo e appassionato discorso in cui affermò che l’unico e vero inventore della macchina per scrivere era stato il novarese avvocato Giuseppe Ravizza, al quale riconobbe il merito di avere concepito uno strumento moderno e perfetto, il precursore delle macchine per scrivere moderne. Il 29 gennaio 1940 nel luogo storico più rappresentativo di Novara, il Broletto, il podestà di Ivrea consegnò alla città il cembalo scrivano n. 10 e tanta parte della documentazione dell’intensa attività del Ravizza. Con parecchi anni di ritardo, l’inventore novarese ricevette gli onori che avrebbe meritato già in vita, per quello che, nella lapide posta sulla via che porta il suo nome, venne definito “ordigno indispensabile … rivelatore del pensiero umano”.

Alcune curiosità

Alla fine di questa storia rimangono alcune curiosità.

Giuseppe Ravizza ha mai venduto qualche esemplare di cembalo scrivano? Dopo l’esposizione di Torino, nel 1858, gli furono ordinate 5 o 6 macchine che vendette per 200 lire ciascuna, un prezzo molto alto per i tanti componenti e i tempi molto lunghi di lavorazione, poiché assemblava da sé ogni macchina.

Esistono ancora i 17 prototipi del cembalo scrivano? Si conservano solo i due modelli già citati perché, per contenere le spese troppo gravose, Ravizza smontava le macchine e le rimontava con gli stessi pezzi, apportando le modifiche che di volta in volta progettava.

L’inventore della macchina per scrivere la usava? La risposta la troviamo nel suo diario: poche volte! 16 novembre 1879: “[…] scrivo con quello (il n. 10) una lettera alla direzione del GiornaleLa scienza per tutti’…”; 24 novembre 1881: scrive con il cembalo “un saggio” che invia alla Gazzetta di Napoli che aveva pubblicato un articolo sulla macchina Remington; marzo 1884: scrive al Fantoni “a macchina”. Fantoni di Genova era in contatto con Ravizza per una proposta di commercializzazione del cembalo – non andata a buon fine – e gli scriveva servendosi di una macchina Remington, di cui aveva la rappresentanza per l’Italia, per questa ragione Ravizza rispondeva scrivendo con il suo cembalo.

È altresì curioso il fatto che, dopo i riconoscimenti pubblici, per alcuni anni si siano perse le tracce del cembalo scrivano. Solo il ritrovamento fortuito in un deposito da parte di un soldato tedesco riaccese l’interesse verso la macchina per scrivere del Ravizza e da quel momento, con la sua presenza nelle collezioni cittadine, non ha più cessato di testimoniare l’ingegno del suo inventore.

Un’ultima considerazione: il prototipo n. 10, esposto nel civico Museo di Storia Naturale, è stata la macchina più amata dal suo ideatore. Sappiamo dal suo diario che il Ravizza lo definiva “adorabile”, “insuperabile”, “impareggiabile” e aveva disposto che rimanesse “in famiglia come una cosa sacra”. Per nostra fortuna la famiglia ha preferito metterlo a disposizione della collettività e questo rende questo cimelio ancora più prezioso ai nostri occhi.

Inaugurazione del Primo Congresso nazionale della dattilografia e la rivendicazione dell’invenzione della macchina da scrivere. Sul tavolo si vede il cembalo scrivano n. 10 accanto ad una moderna macchina dell’industria italiana. Da Il Popolo D‘Italia, 28 novembre 1933, Anno XII.
Inaugurazione del Primo Congresso nazionale della dattilografia e la rivendicazione dell’invenzione della macchina da scrivere. Sul tavolo si vede il cembalo scrivano n. 10 accanto ad una moderna macchina dell’industria italiana. Da Il Popolo D‘Italia, 28 novembre 1933, Anno XII.

👉 Sono grata al professor Eugenio Alessandro Bonzanini per aver raccolto questa fonte orale e avermene fatto dono.

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Bibliografia

DOCUMENTI

  • Comune di Novara, Ufficio Musei, Archivio Vecchie Pratiche, cartella 46

FONTI A STAMPA

  • L’Avv. Giuseppe Ravizza e l’invenzione della macchina da scrivere, conferenza tenuta al Rotary Club di Milano dall’Ing. Camillo Olivetti, Milano 1927.
  • Aliprandi G., Giuseppe Ravizza inventore della macchina da scrivere, Novara, 1931.
  • Aliprandi G., Giuseppe Ravizza attraverso le pagine del suo diario, Novara, 1955.
  • Benzi C., Il Cembalo Scrivano dell’Avvocato Giuseppe Ravizza di Novara, Torino, 1856.
  • Mongiat E., Morreale G., Porzio M.G., Medaglioni novaresi, Novara, 2013, pp. 10-11.

PERIODICI

  • Iride Novarese, 27 maggio 1856.
  • Savorgnan Di Brazza F., Tre grandi inventori italiani misconosciuti, in Nuova Antologia Rivista di Lettere-Scienze ed Arti, Anno 62°, fascicolo 1334, 16 ottobre 1927.
  • Aliprandi G., Giuseppe Ravizza e il suo cembalo scrivano, in Bollettino Storico per la Provincia di Novara, [BSPN] XXIV, 1932, pp. 44-67.
  • Argenta F., Il “Cembalo scrivano” dell’avv. Giuseppe Ravizza affidato dopo 90 anni al Comune di Novara, in La Stampa, Anno XVIII, 30 gennaio 1940.
  • Aliprandi G., Giuseppe Ravizza attraverso le pagine del suo diario, in Bollettino Storico per la Provincia di Novara, [BSPN] XXXV, 1941, pp. 151-189, 323-348.
  • Corriere di Novara, Dossier n. 6, supplemento al n. 21 del 28 maggio 1981.
  • Omodei Zorini G.V., Giuseppe Ravizza in Famiglia Nuaresa, n. 16, Anno III, settembre 1985.
  • Silengo G., Giuseppe Ravizza e la macchina per scrivere in Bollettino Trimestrale 4/89, n. 4, Anno LV, ottobre 1989, pp. 68-79.
  • Rossari M.C., “Tempi di felici speranze”. Nibbiola ai tempi del sindaco Ravizza e del parroco Bignoli, in Bollettino Storico per la Provincia di Novara, [BSPN] CII, 2011, pp. 163-212.

SITOGRAFIA

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