Il revival della musica occitana

Danze e suoni della tradizione rivivono nelle valli cuneesi

Fisarmonica cromatica a bottoni e clarinetto: il connubio protagonista delle feste in Val Vermenagna (© Museo della fisarmonica di Robilante).

D’origine savonese ha studiato filosofia all’Università di Genova, ma da anni vive a Cuneo, dove insegna. Si occupa di storia e di letteratura, con un occhio alle figure un po’ dimenticate del territorio, su cui ha pubblicato diversi studi, e una passione per gli archivi e le carte vergate a mano. Le piace camminare in montagna e andare in bicicletta, e spesso, se ha dubbi su un articolo, lascia che il ritmo della pedalata glielo suggerisca.

  

"Il centro innova, la madrepatria innova, cambia, inventa. Ma le periferie invece conservano: le periferie, gli esuli, le comunità, più distaccate e più lontane dalla loro origine, conservano usi e costumi, idee e tecniche, conservano per nostalgia dei padri, per fedeltà ai padri, e per l’orgoglioso bisogno di affermare la propria identità di fronte alle comunità estranee e più potenti dalle quali si trovano circondate e a volte oppresse."

Così un racconto di Mario Soldati del 1979, dal titolo Estate gelati nicotina, pubblicato poi in volume nel 1982 nella raccolta La Casa del perché. La storia prende lo spunto dalla ricerca da parte di Soldati, ormai vecchio, di un tipo particolare di gelato “il pezzoduro” che mangiava a Torino all’inizio del secolo e dal fatto che sia passato di moda in modo irreversibile. Ebbene, dopo molte ricerche, il “pezzoduro” verrà ritrovato proprio a Torino, da un gelataio di origine siciliana che conserva le vecchie tradizioni, mentre sarebbe impossibile trovarlo in Sicilia, o in altre città più tipiche nell’innovazione dell’arte gelataia.

Un simile senso di vertigine per l’affiorare di un passato remoto si può provare scorrendo i nomi delle danze occitane più tradizionali e ancora oggi ballate nelle feste tipiche di molte valli montane della provincia di Cuneo: Contraddanza (che è probabilmente una deformazione di Countrydance), Rigoudin, Giga, Courenta (o Correnta in italiano) ecc. Sono forme che già nel nome parlano di tradizioni antiche: la periferia conserva, appunto, come dice Soldati. Le valli piemontesi occidentali, quelle che chiamiamo “occitane”, da sempre più in contatto con la Provenza e il Delfinato che con la tradizione della pianura padana, le hanno ereditate. Passaggi di eserciti, emigrazioni, contatti secolari: chi balla queste danze dai nomi antichi nelle feste popolari estive della Val Varaita non ne è sempre consapevole, ma lo sono stati tutti coloro (e sono tanti ormai) che dagli anni Settanta si sono impegnati per il recupero della musica tradizionale delle valli piemontesi e che è di fatto oggi spesso un tuffo nel passato con uno sguardo al futuro. Cominciamo da loro: i raccoglitori.

Veduta dall'alto del Santuario di San Magno a Castelmagno al concerto di Ferragosto del Festival Occit’amo 2021 (© Chiara Bruno e Fondazione Amleto Bertoni).
Veduta dall'alto del Santuario di San Magno a Castelmagno al concerto di Ferragosto del Festival Occit’amo 2021 (© Chiara Bruno e Fondazione Amleto Bertoni).

Un secolo di psichiatria, tre grandi piemontesi: Cesare Lombroso, Luisa Levi e Annibale Crosignani. Ma anche la diva Isa Bluette, un'intervista a Bruno Segre, la lunga tradizione del bollito, le pietre d'inciampo e tanto altro nel dodicesimo numero di Rivista Savej!

Rivista Savej 12 è nelle edicole delle province di Torino, Biella, Asti, Alessandria e Vercelli, oppure in vendita su questo sito!

I pazienti raccoglitori: Andè a spas

Nelle valli cuneesi (o nelle prime valli torinesi come la Val Germanasca o Chisone) dagli anni Settanta partì un movimento che puntò al recupero della musica tradizionale con i suoi strumenti: da quelli più antichi e medievali come ghironda e cornamusa, fino ai più moderni suonati magari con tecniche popolari come il violino, l’organetto diatonico o semidiatonico (il semitoun), la fisarmonica, il clarinetto. I primi “raccoglitori” cercarono innanzitutto di salvare una tradizione che in gran parte era orale, e che si stava spegnendo con la morte dei suonatori tradizionali. Complice di questa decisione è stato il fatto che negli anni Settanta lo spopolamento della montagna si stava compiendo ma sia il gruppo Comboscuro delle origini, sia libri di linguisti come Corrado Grassi, il cui Correnti e contrasti di lingua e cultura nelle valli Cisalpine di parlata provenzale e franco-piemontese è del 1958, mossero molti alla riscoperta di quelli che allora venivano chiamati “i provenzali d’Italia” e ci si cominciò a interessare alla cultura e alla lingua peculiari delle valli montane.

Notou Sounadour (Giuseppe Vallauri) di Robilante al semitoun — Paesana Escola de musica occitana estate 1980 (foto elaborata da Renata Foto).
Notou Sounadour (Giuseppe Vallauri) di Robilante al semitoun — Paesana Escola de musica occitana estate 1980 (foto elaborata da Renata Foto).

Di questo momento abbiamo parlato con Gianpiero Boschero (Jan Peire de Bousquìer), avvocato di Saluzzo ormai in pensione, che nella sua casa di Borgata Grande di Frassino conserva i risultati di questo straordinaria stagione di raccolta e di queste autoproduzioni: vinili, musicassette, riviste, o addirittura dispense per spiegare le tecniche delle danze. Il pathos di conservare lo accompagna da tutta la vita. È in gran parte grazie a lui se queste melodie sono ancora note. Lo abbiamo incontrato dopo la grande fatica di partecipare e contribuire alla Baìo, la grande festa della Val Varaita che nel 2023 si è ripresa dopo 6 anni, e gli abbiamo chiesto un bilancio del suo lavoro:

Ho respirato il profumo delle radici e so che i miei avi discendono da queste borgate di Frassino almeno dal 1500. Già a 17 anni, mentre studiavo a Saluzzo, ho cominciato a trascorrere lunghi periodi estivi nella baita di un mio zio a Carlevari, sopra la frazione di S. Maurizio (nel comune di Frassino ndr.) e lì a conoscere qualche suonatore. Ce n’era uno che suonava l’armonica, Bartolomeo Civalleri, e si provava a ballare con qualche amico. Ma io non conoscevo le danze e mia mamma, che pure le conosceva subito non me le insegnò. Le vidi anche a qualche festa estiva nei paesi, a Elva, a Vinadio, e ne fui affascinato. Piano piano cominciammo a fare dei gruppi misti di villeggianti e turisti e a chiedere ai vecchi delle frazioni di insegnarcele. Imparammo e facemmo rivivere danze difficili che grazie a noi sono sopravvissute e che ora tutti ballano.
Abbiamo poi cominciato negli anni ‘70 ad andare con il registratore a cassette in giro a farci eseguire danze e melodie. Qui a Frassino lo fece anche Antonio Bodrero
(Barba Toni è il grande poeta di Frassino, in lingua occitana, ndr.) che accompagnò l’etnomusicologo Roberto Leydi. E quindi, di famiglia in famiglia, ho cominciato a registrare le danze. Il nostro intento era conservarle ma anche tenerle in vita, e per questo abbiamo affittato una sala da ballo a Venasca e cominciato a provare. Da questo lavoro sono emerse le nostre prime raccolte, come il primo LP del 1979 che fece storia, Muzìques ousitanes 1 (eseguito dal gruppo nizzardo dei Bachas) e che poi abbiamo ristampato in cassetta e ora in CD.
La difficoltà inizialmente era di convincere la gente di montagna che queste danze e queste musiche erano un valore e non qualcosa di cui vergognarsi, ma quando vedevano i giovani turisti che cominciavano ad apprezzarle, anche loro, piano piano, presero coraggio e le tornarono a ballare. Il mondo di montagna era infatti convinto che la propria tradizione fosse senza valore, e andasse abbandonata e basta, e invece la musica tradizionale è una piccola perla, preziosa e antichissima che deriva dal medioevo o forse ancora da più lontano. Per questo abbiamo registrato e salvato una tradizione che era solo orale e che senza di noi si sarebbe persa per sempre.
Nel 1980 quando morirono tre dei più grandi suonatori della Val Varaita: Juzep da’ Rous, (violinista), Jouan Bernardi e Batistin Galion capimmo che, se avessimo voluto conservare davvero, avremmo dovuto eseguire di nuovo quei brani e insegnare le melodie e le loro danze, alcune volte così difficili (il caso della Mesquìo) che alcuni ballerini non le sapevano più neppure eseguire.

Fu un lavoro che si incuneava nell’ambito di un recupero della tradizione linguistica occitana, in quegli anni in pieno fervore e, se per un certo periodo aveva trovato anche nella tradizione autonomista una strada politica, ormai si concentrava soprattutto su un discorso di risveglio culturale. Emersero storie eccezionali come quella di Martinot dla Mazouerìa de Girba Bassa e dë Brousasc (Giovanni Martina) che tornava tutte le estati da Parigi e raccontava di avere suonato tanti anni prima una sua contradanza per un film. Sembrava impossibile rintracciarne la melodia ma poi Boschero capì che si trattava del primo film sonoro di J. Renoir La cagna, del 1931 e che Martinot vi eseguiva la melodia di apertura e chiusura della colonna sonora. O la storia della Sonadoura: Anna Luigia Bianco (Anin de Din ‘d Marietta) una donna di Tetti di Dronero (nella Val Maira) che da bambina girò con i genitori per la Francia e il Belgio con un carrozzone trainato a cavalli in cui suonava la fisarmonica. Nei primi del Novecento Anna si guadagnò da vivere facendo la suonatrice in Val Maira. Poi smise, si comprò una pensione in Belgio e non tornò più in Italia, ma la sua storia (che ha ispirato la bella canzone di Silvio Peron: La sounadoura di Tech) è un raro esempio di protagonismo femminile nella musica tradizionale.

Jouan Bernardi alla Baìo di Sampeyre nel 1972.
Jouan Bernardi alla Baìo di Sampeyre nel 1972.

I nuovi esecutori: Balà

Per eseguire questa musica dopo la scomparsa degli ultimi suonatori tradizionali ci volevano anche i musicisti. Protagonisti di questo movimento furono dei giovani, che talvolta si erano avvicinati alla musica folk magari attraverso quella di nicchia, come quella irlandese o celtica, e che a un certo punto capirono che c’era tanto da fare anche molto vicino a loro e che avevano la loro Irlanda sui monti. Silvio Peron, uno dei maggiori organettisti piemontesi, che vive oggi a Robilante, in Val Vermenagna, sul finire degli anni Settanta si è avvicinato a questa tradizione, con attività di ricerca ma soprattutto di esecuzione e ci racconta i suoi inizi:

Prima degli anni ’70 esisteva solo quella che possiamo definire la musica tradizionale vera e propria, intesa come quella musica trasmessa oralmente di generazione in generazione, suonata e cantata da persone legate strettamente al proprio paese o al massimo alla propria valle. Non esistevano quindi gruppi musicali, ma la musica era eseguita per il ballo da singoli suonatori, o al massimo in coppia (tipo fisarmonicista e clarinettista in Val Vermenagna). Questi suonavano per le feste del proprio paese o dei paesi vicini e praticamente non si spostavano mai in altre valli. Per quanto riguarda il canto, era praticato in svariato numero di persone perlopiù nelle osterie o all’interno di una festa nella forma spontanea tipica del nord Italia, con un “primo” che “lancia” la canzone decidendone istintivamente la tonalità, dei “secondi” a seguire cantando normalmente una terza sotto, ed eventualmente dei “bassi”.
Da sinistra: Severin Giordano e Letou di Fase (Nicolao Giordanengo) davanti all'Osteria S. Sebastiano di Vernante.
Da sinistra: Severin Giordano e Letou di Fase (Nicolao Giordanengo) davanti all'Osteria S. Sebastiano di Vernante.

Ecco, seguendo Silvio Peron nel suo racconto, la cosa notevole di quel repertorio, era che questi musicisti tradizionali, anche se vivevano a pochi chilometri uno dall’altro, ma in valli diverse, neppure si conoscevano: ognuno aveva il suo stile e le sue peculiarità. Così se la Val Vermenagna (Vernante, Robilante) si era specializzata nella courenta (un ballo danzato in questa valle in modo molto veloce e quasi frenetico) utilizzando soprattutto organetti e fisarmoniche (e proprio a Robilante oggi è possibile visitare un bel museo dedicato alla tradizione di costruzione e esecuzione di questo strumento), nella Val Varaita il violino era più praticato, le courenta meno veloci ma fervevano altre danze elaborate, come le gigo, le countroudanse di cui si accennava all’inizio.

Ma quando si è passati dalla musica tradizionale a una “musica nuova”, suonata da musicisti che inventavano melodie, anche se magari sulla base dei modelli antichi, o spesso utilizzavano strumenti che nella tradizione certamente non erano presenti, come la batteria o la chitarra elettrica? Sempre Silvio Peron ci ha raccontato che sicuramente in loro, giovani negli anni Settanta, scattò qualcosa ascoltando i grandi dischi del folk revival europeo: i Cheftains, i Malicorne e per l’area occitana i guasconi Perlinpinpin Folc.

Si capì che si poteva riproporre anche con linguaggi nuovi, che si poteva reinventare la tradizione senza essere colonizzati eternamente dalla musica anglosassone che invadeva il mercato e le discoteche. Così nacque il primo coraggioso folk revival, nelle valli occitane. Certo ispirato anche dal recupero della cultura e lingua occitana, dal fatto che gradualmente, da una lingua solo nota come una variante povera e periferica del piemontese (i vecchi dicevano che parlavano “a nostro modo”) si fosse capito che derivava da una delle lingue più tradizionali e nobili d’ Europa: la lingua d’oc.

Il duo occitano La Bandia si esibisce durante una passeggiata con musica a Canosio, in Valle Maira, sul pianoro della Gardetta durante il Festival Occit’amo 2021 (© Chiara Bruno e Fondazione Amleto Bertoni).

A partire all’incirca dalla seconda metà degli anni Settanta, sono nati i primi gruppi di riproposta di “musica occitana”, terminologia che prima di allora non esisteva, così come prima degli anni Cinquanta nelle nostre valli non c’era la consapevolezza di parlare la lingua d’oc e quindi l’occitano, pur sapendo di parlare un qualcosa di “strano” chiamato “patois” o semplicemente “a nostro modo”. Questa parlata era difficilmente comprensibile rispetto alle varianti di piemontese che, per quanto diverse da paese a paese, erano in linea di massima comprensibili tra loro.
I primi due gruppi sono stati i “Troubaire de Coumboscuro” e i “Sounaire Ousitane”, a seguire il “Gruppo di musica popolare di Pinerolo” (rinominato in seguito “La Cantarana”), gli “Artezin”, “Lou Dalfin”, “La Sourcino”, “Li trambalìer d’Estrop”, gli “Esquiarzée”, “l’Ome sarvage”, l’“Arp”. Questi i soli gruppi presenti tra tutte le valli occitane a partire dalla seconda metà degli anni Settanta agli inizi degli anni Novanta.
Rispetto al discorso iniziale sulla musica tradizionale vera e propria, questo è un nuovo fenomeno con caratteristiche ben diverse, a partire dal fatto che non si tratta più di un singolo suonatore o al massimo un duo, bensì di gruppi composti da minimo tre elementi, fino anche a sei, con diversi strumenti musicali. Inoltre il più delle volte si tratta di persone provenienti da valli diverse o da Cuneo e dintorni. A partire dai primi anni Novanta, sull’onda del successo dei Lou Dalfin, è nato un vero e proprio fenomeno che ha visto il proliferare di uno svariato numero di gruppi di musica occitana composti in buona parte da giovani e che prendono come modello i Lou Dalfin.
Tradizionale concerto di Ferragosto dei Lou Dalfin presso il Santuario di San Magno a Castelmagno durante il Festival Occit’amo 2018 (© Chiara Bruno e Fondazione Amleto Bertoni).
Tradizionale concerto di Ferragosto dei Lou Dalfin presso il Santuario di San Magno a Castelmagno durante il Festival Occit’amo 2018 (© Chiara Bruno e Fondazione Amleto Bertoni).

Ecco: i Lou Dalfin sono sicuramente i grandi protagonisti di questo revival, il gruppo forse più noto anche fuori dalla provincia di Cuneo. Su di loro si concentra qualche volta una punta di polemica da parte dei musicisti tradizionali, per avere abbandonato la tradizione pura e avere ceduto alle seduzioni del rock. Il popolare gruppo di Sergio Berardo usa gli strumenti elettrici, (la chitarra, soprattutto) e non disdegna assoli che fanno pensare a un certo folk ‘n roll. Non ha mai rifiutato la contaminazione con altri generi musicali, ritenendo la tradizione popolare vitale proprio perché capace di innovarsi. Il revival della musica occitana è molto merito loro. E non solo per l’attività di riscoperta che Sergio Berardo, il loro capo e inventore, ha fatto per anni, ma anche per la sua abilità carismatica di concentrare intorno a sé musicisti anche molto giovani, che imparano gli strumenti tradizionali. I loro raduni sono estremamente vivaci e partecipati e si concludono con il canto di una canzone che da Berardo è stata designata come una sorte di inno: “Se chanto”. Le sue parole narrano di due innamorati divisi dalle montagne:

Denant de ma fenétra
Lhi a un auselon
Tota la nuech chanta,
Chanta sa chançon 

Se chanta, que chante
Chanta pas per ieu
Chanta per ma mia
Qu’es al luenh de ieu 

Aquelas montanhas
Que tan autas son
M’empachan de veire
Mes amars ont son 

Autas, ben son autas,
Mas s’abaissarèn
E mas amoretas
Vers ieu tornarèn 

Baissatz-vosmontanhas,
Planas levatz-vos
Percqué posqué veire
Mes amors ont son
Davanti alla mia finestra
C'è un uccello
Tutta la notte canta,
Canta la sua canzone 

Se canta, che canti
Non canta per me
Canta per la mia amica
Che è lontana da me 

Quelle montagne
Che tanto alte sono
Mi impediscono di vedere
Dove sono i miei amori 

Alte, ben son alte,
Ma si abbasseranno
E i miei amori
Verso me torneranno 

Abbassatevi montagne,
Alzatevi pianure
Affinché io possa vedere
Dove sono i miei amori

I versi sono attribuiti a Gaston di Phoebus, conte di Foix, ma la canzone si diffuse attraverso la versione dei musicisti del conservatorio occitano di Tolosa e oggi i Lou Dalfin ne hanno fatto un inno che evoca l’Occitania: una terra che avrebbe unito una popolazione che fu poi divisa dai nazionalismi provenienti dal Nord, un grande popolo mediterraneo che non avrebbe conosciuto le intolleranze religiose e i nazionalismi. Dalle utopie a volte viene il concime per l’edificazione di un futuro diverso.

Concerto dei Lou Dalfin a Pradleves durante il Festival Occit’amo 2021 (© Chiara Bruno e Fondazione Amleto Bertoni).
Concerto dei Lou Dalfin a Pradleves durante il Festival Occit’amo 2021 (© Chiara Bruno e Fondazione Amleto Bertoni).

Sperimentazioni, contaminazioni: Virà

Le strade della tradizione o della contaminazione col rock non sono le uniche percorse dalla musica occitana di oggi: ci sono valenti musicisti di strumenti tradizionali come l’organetto che hanno seguito altre vie. È il caso di Simone Bottasso, di trentacinque anni, cuneese di origine, che vive a Rotterdam e compone ed esegue musica in cui questo strumento viene utilizzato per sperimentazioni audaci, assimilabili al jazz o alla musica contemporanea. Gli abbiamo chiesto come vede l’avvenire della musica tradizionale e se essa, entrata nel “mercato” del grande folk mondiale, non rischi la globalizzazione dei modelli culturali:

Il rischio c’è, specialmente quando sei in una terra in cui il tuo linguaggio musicale è staccato dal suo contesto tradizionale, dagli spazi e dalle comunità in cui quella musica è stata vissuta e tramandata. Nel mercato musicale, specialmente nella world-music, è facile cadere nella tentazione “dell’esotico”: le musiche di matrice tradizionale vengono sempre più usate per colorare incontri tra generi distanti. Incontri nuovi e inediti, ma talvolta affrontati senza la possibilità, o la volontà, di approfondire la ricchezza emotiva e sociale dei linguaggi e delle estetiche accostate.
Esser lontano dal luogo in cui la musica con cui sono cresciuto è viva (perché riesce ancora a suscitare emozioni autentiche, animare feste da ballo e anche fomentare discussioni su cosa sia lecito o meno fare) mi permette a volte di osservarla dal di fuori e averne una visione distaccata.
La musica occitana che ho appreso da bambino con Silvio Peron alimenta la mia composizione, perché fuoriesce istintivamente quando devo scrivere una melodia: mi rendo conto di quanto la musica tradizionale sia viscerale specialmente quando suono con mio fratello Nicolò, perché abbiamo vissuto insieme le emozioni del contesto occitano e abbiamo anche provato ad allontanarcene insieme, per esplorare altre forme musicali.
A volte invece evito di condividere la mia musica tradizionale, forse per paura di suonarla senza provare quelle emozioni, o di rischiare di darle in pasto a un progetto in cui la vendibilità sia favorita rispetto all’andare in profondità. Non voglio scendere a compromessi negli incontri tra le musiche a cui sono affezionato; quindi, a volte è meglio dimenticare per un attimo il mio passato di musicista tradizionale e indossare i panni del musicista jazz, elettronico, classico, o contemporaneo. E conservare il fuoco della tradizione per quando sono sul palco con mio fratello.

I musicisti Orange Jug, che propongono un mix di sonorità unendo la tradizione della musica occitana ai più svariati generi e stili musicali, in concerto presso la Borgata San Sebastiano durante il Festival Occit’amo 2021 (© Chiara Bruno e Fondazione Amleto Bertoni).

Conclusioni in forma di Balet

Diceva il Suonatore Jones di Edgar Lee Masters-De André:

E poi se la gente sa, e la gente lo sa che sai suonare / Suonare ti tocca per tutta la vita ed è bello lasciarsi ascoltare.

Alla fine per comprendere il senso del recupero di una tradizione così antica, bisognerebbe partecipare a una delle feste in cui si ballano le danze occitane (d’estate è possibile incontrarne parecchie) o assistere a una prova di un gruppo musicale di dilettanti. Quello che colpisce è la passione di vivere una esperienza comunitaria, al di là delle scelte culturali, quasi “ideologiche”. Fare musica insieme è comunque esaltante.

Ringrazio sentitamente tutti quelli che hanno collaborato per la redazione di questo articolo, e soprattutto Gianpiero Boschero, Simone Bottasso, Silvio Peron ed Eliano Macario.

I titoli di ogni paragrafo dell’articolo rimandano alla sequenza della danza occitana della courenta: Andé a spas è l’introduzione alla danza, Balà il primo movimento, Virà il secondo movimento e la conclusione è in forma di Balet.

👉 Si ringraziano il Museo della Fisarmonica di Robilante e il Festival Occit'amo per la gentile concessione delle foto.

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