Invito alla lettura di Edoardo Ignazio Calvo

Quando scrivere poesie in piemontese era un atto politico

Ritratto di Edoardo Ignazio Calvo inciso dal Palmieri che mostra il poeta con in mano il quaderno delle “Favole morali”.
Massimo Bonato
Massimo Bonato

Laureato in linguistica generale, collabora come redattore editoriale con diverse case editrici torinesi e nazionali. Si interessa di sintassi, germanistica e linguistica piemontese. Lettore bulimico e grafomane, spende restante tempo libero in montagna, cercando di non far arrugginire i ramponi.

  

Edoardo Ignazio Calvo è uno dei personaggi più importanti del Settecento piemontese: medico e scienziato, poeta, militante giacobino e patriota. Parlare oggi di lui significa ergersi nani sulle spalle di giganti come Renzo Gandolfo, Gianrenzo P. Clivio, Pinin Pacòt, Nino Costa, Andrea Viglongo, Camillo Brero, e prima ancora Brofferio, Bottasso, De Mauri: studiosi che han dedicato la loro vita alla lingua, la letteratura, la storia piemontese consentendoci di sviluppare una visione critica del nostro ricco patrimonio culturale e dello scenario nazionale e internazionale nel quale collocare la figura di Edoardo Calvo. È inevitabile allora attingere proprio a loro e ai loro studi, alle loro valutazioni.

Un Piemonte in guerra

Francesco Maria Edoardo Ignazio Calvo nasce il 13 ottobre 1773 a Torino, al civico 41 di quella che sarebbe stata rinominata l’attuale via Principe Amedeo. Il padre, Carlo Calvo, è medico a Torino ed è sua ferrea volontà che il giovane Edoardo Ignazio abbracci la professione, che già era stata del nonno. Edoardo trascorre molto dei suoi primi anni nella casa di famiglia di Cinzano, a contatto con la natura e con la vita di quella campagna che riverbera spesso nei suoi versi, engagé o meno che siano. Nonostante le inclinazioni letterarie, si assoggetta a malincuore alla volontà del padre, e si laurea in medicina alla Regia Università di Torino con una tesi sullo scorbuto. Alla medicina e alla scienza Calvo dedicherà l’intera sua breve esistenza, profondendovi la stessa energia che spenderà nelle lettere e nel suo impegno civile e politico.

Il Piemonte in cui vive Calvo è un Piemonte spesso in guerra. Sono appena terminate le guerre di successione in cui i piemontesi si sono trovati coinvolti: quella spagnola (1701-14), quella polacca (1733-38), quella austriaca (1740-48); e considerando che il Piemonte è l’unica nazione nella Penisola a vantare un esercito che non si avvale di mercenari ma di soli piemontesi – a parte i reggimenti svizzeri e austriaci di volta in volta presi in carico – lo scotto da pagare pesa direttamente sulla società in termini di uomini e di risorse. Ma è anche il Piemonte in cui vige un assolutismo il cui controllo e la cui ingerenza sono capillari:

… era uno stato dispotico, nel senso che, come in tutte le monarchie europee a eccezione dell’Inghilterra, un regio biglietto poteva ad arbitrio spedire la gente in fortezza, far chiudere un’impresa, vietare un commercio, senza che fosse necessaria alcuna spiegazione. La stampa era soggetta a censura preventiva, libri e giornali provenienti dall’estero venivano severamente vagliati, le lettere private erano aperte dalla polizia, gli studenti dell’Università di Torino erano obbligati a fare la comunione almeno una volta al mese, e chiunque si allontanasse anche di poco dal più rigido conformismo politico, sociale e religioso veniva richiamato all’ordine senza tanti complimenti.
(ci ricorda lo storico Alessandro Barbero nel suo "Storia del Piemonte")

Un apparato amministrativo complesso non alieno dalla corruzione; eppur una monarchia riformatrice, spesso all’avanguardia in Italia per “precocità e portata delle riforme”.

Battaglia di Torino di Karl von Blaas (CC BY-SA 4.0). L’assedio di Torino del 1706 rappresenta uno dei momenti più celebri e cruenti della Guerra di successione spagnola.
Battaglia di Torino di Karl von Blaas (CC BY-SA 4.0). L’assedio di Torino del 1706 rappresenta uno dei momenti più celebri e cruenti della Guerra di successione spagnola.

Simpatie repubblicane

In questo clima di guerre e ristrettezze, ancor prima che economiche politiche, fioriscono nel giovane medico torinese le aspirazioni che la Rivoluzione francese va spandendo al di qua delle Alpi, speranze repubblicane. Nel 1792, la Savoia e il Nizzardo vengono invasi e le armate della rivoluzione premono dai confini delle Alpi. Nel 1796 assume il comando delle armate della rivoluzione il giovane Napoleone Bonaparte, e i francesi, che già si sono spinti in Liguria, irrompono attraverso il passo di Cadibona occupando Mondovì e Fossano e imponendo a Vittorio Amedeo III la resa, con la pace di Cherasco.

È questo il periodo in cui Calvo prende ad appassionarsi alle idee repubblicane, che si fan largo nella società e nella borghesia illuminata, portando ai moti di Alba e di Moncalieri; aderisce al movimento giacobino e come molti simpatizza per la Francia e quell’esercito che viene salutato come “liberatore.  

Per sfuggire alla regia polizia, nel 1797 Calvo è costretto una prima volta alla fuga e si rifugia in Francia dove rimane fino alla fine del 1798. Intanto sul destino del Piemonte regna l’incertezza: muore Vittorio Amedeo III a cui subentra Carlo Emanuele IV: debole di carattere, tradizionalista e profondamente religioso disattende sin dal principio qualsiasi speranza di apertura verso le nuove idee. Il 1798 è anche l’anno in cui i francesi occupano Torino, obbligando alla fuga Carlo Emanuele IV che in dicembre abdica. Immediatamente viene istituito dal generale francese Joubert il Governo provvisorio della Nazione Piemontese; ma il Direttorio, del Piemonte, non sa di preciso che fare: lasciare al re la sua autonomia da alleato in modo che favorisca la penetrazione francese in Italia, occupare il Piemonte militarmente, costituirvi una repubblica indipendente?

Il generale Bonaparte riceve gli inviati del re di Sardegna (armistizio di Cherasco, 1796).
Il generale Bonaparte riceve gli inviati del re di Sardegna (armistizio di Cherasco, 1796).

L’Aurora dla libertà piemontèisa

Edoardo Ignazio Calvo torna a Torino, dove comincia a esercitare la professione medica all’ospedale San Giovanni, e soprattutto riprende a scrivere con lena versi, che si rivelano programmatici per la sua presa di posizione contro l’aristocrazia e il potere costituito, come dimostra la Campan-a a martel pr’ij piemontèis, che recita al verso 30:

A l’é ‘l pòpol ch’l’é sovran,
ij borzoé con ij paisan,
lor a fan
la nassion, lë stat, ël regno,
tuit son sùdit, tuit son padron;
son le legi mach ch’a regno;
e ch’a comando ant na nassion. 

Noi i soma tuti uguai,
soma frej, saroma tai;
e coj serti ch’a pretendo
ch’i sïo nà për servije lor,
costi-sì venta ch’i-j pendo,
venta finije, son traditor.
[È il popolo che è sovrano, | i borghesi con i paesani, | loro fanno | la nazione, lo stato il regno, | tutti sono sudditi, tutti son padroni; | sono solo le leggi che regnano; | e che comandano in una nazione. | | Noi siamo tutti uguali, | siamo fratelli, saremo tali; | e quei certi che pretendono | che siamo nati per servire loro, | questi bisogna impiccarli, | bisogna finirli, sono traditori].
Incisione raffigurante l'Ospedale Maggiore di San Giovanni Battista.
Incisione raffigurante l'Ospedale Maggiore di San Giovanni Battista.

Bersagli di Calvo sono la monarchia, l’aristocrazia, ma anche la corruzione e le soverchierie della Chiesa a favore di un’alba repubblicana: bisogna far presto a cogliere l’occasione che la Francia offre. Scrive molto in questi mesi: il Passapòrt dj’aristocrat, l’Aurora dla libertà piemontèisa, il Sairà dij piemontèis e Sui prèive:

Rassa ‘d Melchìsedech,
stirpe d’Aronne,
voi arcidiàconi,
prèive e curà, 

pijé vòst magnìficat,
l’eleïsonne,
dovré cle zìsole
për fé ‘d frità! 

[…]
 
La rason dòmina,
l’é vitoriosa,
le gent son gràvide
dë sté a lë scur. 

Pi gnun s’imàgina
ch’vòstre paròle
fan por al nìvole,
fa tasi ‘l tron.
[Razza di Melchisedech, | stirpe di Aronne, | voi arcidiaconi, | preti e curati, | | prendete il vostro magnifica, | l’eleison, | adoperate quelle bazzecole per fare frittate! | | La ragione domina, | è vittoriosa, | le genti sono stufe | di stare allo scuro. | | Più nessuno s’immagina | che le vostre parole | fanno paura alle nuvole, | fan tacere il tuono].

Calvo non mira alla religione in quanto tale, ma al clima di superstizione e paura con cui la Chiesa aggioga il popolo, al fanatismo, frapponendosi fra la religione naturale, la verità e l’uomo, facendosene immorale interprete. Subito dopo i versi de Sui prèive, Calvo si applica infatti alla stesura del suo primo poemetto in ottava rima – databile tra il 1798 e il 1801, quando venne pubblicato −, che consta di 175 ottave: le Folìe religiose.

Se j’aitre vòlte an tuit ij ghicc a-i era
‘d profeti e dë scritor ëd teologìa;
se tuit ij schiribiss, ògni chimera
as podìa stampesse e ‘s pretendìa
che ‘l mond a pijèiss tut lò për ròba vera,
përchè podrai-ne nen, a mi më smija,
për amusé j’amis e feje rije,
canteje an piemontèis mïe Folìe?
[Se in altri tempi in tutti i buchi c’erano | profeti e scrittori di teologia; | se tutti i ghiribizzi, ogni chimera | si poteva stampare e si pretendeva | che il mondo prendesse tutto ciò per roba vera, | perché non potrò io, mi sembra, | per divertire gli amici e farli ridere, | cantar loro in piemontese le mie Follie?]

In esso, Calvo abbraccia quel deismo che le idee rivoluzionarie portano con sé e di cui si discute molto non solo in Francia; ma all’autore interessa più attaccare a una a una quelle che ritiene le colpe del cristianesimo e della Chiesa. Gli antichi simboli vanno abbattuti, ne vanno creati di nuovi, che abbiano per riferimento quella liberté, égalité, fraternité che la Francia va espandendo nella Penisola manu militari.

Ritratto del profilo di Edoardo Ignazio Calvo, di Sully Marriott.
Ritratto del profilo di Edoardo Ignazio Calvo, di Sully Marriott.

Parlare piemontese come atto politico

Non si tratta solo di una vendetta da compiersi su Chiesa e aristocrazia per il loro arrogante parassitismo, si tratta piuttosto di una igiene radicale del tessuto sociale che predisponga alla creazione di nuove relazioni e di un nuovo patto sociale, alla democrazia. Ed è anche questo uno dei motivi per cui Calvo scrive in lingua piemontese, rivolgendosi proprio ai piemontesi, perché non soltanto “Ognidun ant sò vilagi | dev avèj la gelosìa | dë spieghesse ‘nt so linguagi” (Ognuno nel suo villaggio | deve aver la gelosia | di spiegarsi nella sua lingua), ma soprattutto perché “I savì ch’a l’é mia moda | ‘d parlé sempre piemontèis, | bin ch’adess për tut as lòda | col ch’a parla mach fransèis” (Sapete che è mio costume | parlare sempre piemontese, | sebbene adesso dappertutto si lodi | chi parla soltanto francese): parlare piemontese non è solo il piacere di comunicare tra simili, conterranei, è un’azione politica che deve contrastare la progressiva francesizzazione del Piemonte.

Proprio mentre in Piemonte l’entusiasmo va crepitando un po’ ovunque, favorendo la moltiplicazione di scritti apertamente favorevoli alla Francia, alla rivoluzione e al giacobinismo, in Calvo si radica una certa qual sorta di prudenza: l’impeto non va certo moderato, ma non saranno i francesi a giovare alla causa del Piemonte, se dovessero trasformarsi da liberatori in oppressori. Aveva ragione.

Le fazioni piemontesi si spartivano attorno all’idea di un Piemonte italiano in una nazione che riunisse l’intera penisola; l’idea di un Piemonte libero e indipendente; l’idea dell’annessione alla Francia. Il Governo Provvisorio istituito dai francesi in Piemonte si stava orientando esattamente verso quest’ultima soluzione; lo stesso Michele Buniva, mentore di Calvo all’ospedale San Giovanni, si era schierato apertamente con questa frangia. Però il Governo Provvisorio era destinato a cadere nell’aprile del 1799, lasciando Torino nelle mani degli austro-russi del generale Suvorov, con il quale era ritornato il governo di Casa Savoia con conseguente repressione dei giacobini. Molti fuggirono, e tra questi vi fu il Calvo che riparò a Briançon, in attesa di nuovi sviluppi.

I francesi non si fecero attendere, e già l’anno successivo Calvo potrà far rientro a Torino, riprendendo il posto al San Giovanni, dove con Michele Buniva darà avvio anche ai suoi primi esperimenti volti alla creazione di un vaccino antivaioloso che avrebbe poi avuto successo. E infatti, Edoardo Ignazio Calvo fu nominato l’anno successivo segretario della Deputazione per gli studi sul vaccino, presentando e pubblicando i suoi risultati nel Ragguaglio dei lavori della Deputazione per le osservazioni e sperienze sulla vaccina, stabilita presso il consiglio subalpino di sanità.

Frontespizio di
Frontespizio di "Poesie piemontesi" di Edoardo Ignazio Calvo, a cura di L. De Mauri, Editore Libreria Antiquaria Patristica, 1901.

Favole morali

Nel frattempo, però, le truppe francesi hanno di fatto occupato il Piemonte e si parla apertamente di annessione: gli slanci giacobini sono destinati ad affievolirsi, in taluni a spegnersi, dinanzi all’atteggiamento che il nuovo governo palesa nei confronti dei piemontesi. Soprusi, violazioni, ruberie: i francesi trattano Piemonte e piemontesi da conquistatori tracotanti, non certo latori dello spirito rivoluzionario e repubblicano che da essi intellettuali e borghesi si aspettavano. Tra il 1802 e il 1803, Calvo trova proprio in questo tradimento il motivo del suo secondo lungo lavoro in versi, salutato come la più importante opera in lingua piemontese del Settecento: le Favole morali.

L’opera si compone di dodici favole che hanno per protagonisti animali e personaggi diversi (per esempio Le sansùe e ‘l bòrgno – Le sanguisughe e il cieco; Platon e ij pito – Platone e i tacchini; La spa e la lumassa rablòira – La spada e la lumaca). Le prime sei vennero pubblicate a ridosso della terza e ultima fuga di Calvo che, accusato di osteggiare apertamente l’annessione del Piemonte alla Francia, dovette trovare riparo a Candiolo presso l’amico conte Chiavarina (per la descrizione del quale Calvo lascerà un prezioso sonetto). Le successive sei verranno pubblicate al suo rientro a Torino nel 1803.

Le Favole morali sono un’opera morale e politica confezionata ad arte nella veste favolistica dell’intrattenimento, della storia breve, tutta incentrata sul mondo animale, ma nella quale il cuore pulsante della satira e del sarcasmo portano alla luce vizi morali, e d’altro canto proprio l’oppressione e gli abusi del governo francese.

Vers l’ann dla creassion mila e tërzent,
cioè dnans dël diluvi, j’animaj
l’avìo la paròla e ‘l sentiment; 

ansi i é chi pretend ch’al Paraguai
ant ël Mississipì ancor adess
le bestie e j’abitant a parlo uguaj: 

così sota col clima a l’é permess
ai givo, ai përpojin, ai can, ai gat
‘d risponde bif e baf al re istess.
Da L’Intendent e ‘l Poj
[Da l’Intendente e il Pidocchio. Verso l’anno della creazione mille e trecento, | cioè prima del diluvio, gli animali | avevano la parola e il sentimento; | | anzi, c’è chi sostiene che in Paraguay | nel Mississipi ancora adesso | le bestie e gli abitanti parlano allo stesso modo: | | così sotto quel clima è permesso | ai maggiolini, ai pidocchi pollini, ai cani, ai gatti | di rispondere a tono al re stesso].
Prima parte della
Prima parte della "Faula prima".

I primi versi sono programmatici: l’ambientazione è immaginaria e comunque distantissima, sconosciuta (in Paraguay, nel Mississipi), come pure il tempo, che non è certo quello del diluvio, ma parimenti lontano; gli animali, a cui è fatto dono della parola, come cosa vera, come fatto accaduto, hanno diritto di dire ciò che passa loro per la mente, come tradizionalmente il folle o il vecchio. Così prende avvio l’opera, con l’assunzione del diritto di libera espressione, nonostante tutto, alla ricerca della verità attraverso l’indignazione, la denuncia.

Al contrario di quando dichiarato dall’epigrafe iniziale, di stampo ovidiano – Carminibus quaerens miserarum oblivia rerum Calvo prosegue la sua, diremmo, militanza politico-letteraria iniziata esortando i piemontesi a disfarsi della aristocrazia e dei preti, delle prevaricazioni e dei soprusi, a cui si aggiungono ora però anche quelli francesi, che erano stati il lume per molti, la voce a cui fare eco per alimentare le speranze repubblicane di democrazia ed eguaglianza. Insomma, le miserarum… rerum sono proprio questo amaro risvegliarsi nel tradimento. Il metro è ancora quello agile e versatile dell’ottava, con il quale Calvo attinge alla sua profonda cultura umanistica giovanile, quella dei poemi epici. Un’opera che ancora oggi, a voler scartabellare tra i cataloghi in rete, compare nelle biblioteche nazionali di tutta Europa e in diversi paesi degli Stati Uniti. Opera in cui Edoardo Ignazio Clavo sa ormai mediare, nel sempre godibile tessuto narrativo, tra indignazione e denuncia politica, civile. Come scrisse Renzo Gandolfo, sono una

requisitoria audacissima contro il malgoverno francese e denuncia delle miserie da esso derivanti, nelle quali la satira sferzante e il sarcasmo feroce raggiungono, nella loro pacatezza, espressioni di rara potenza.
Prima parte della
Prima parte della "Faula seconda".

Appassionate denunce in versi

Compariranno ancora, un decennio dopo, altri due componimenti poetici stampati dal Pomba, che si prefigurano come un’appendice alle Favole, la Petission dij can e A Mëssé Edoard in cui tornano a comparire i temi trattati proprio nell’opera maggiore: il furto sistematico e la spoliazione a opera dei francesi, la loro tracotanza e sufficienza.

Svuotato forse dallo sdegno per lo stato di cose, deluso dalla svolta autoritaria presa dal regime instaurato dai presunti liberatori, Edoardo Ignazio Calvo sembra volersi fermare, tirare un po’ il fiato, volgere lo sguardo altrove, alla campagna, a una vita tranquilla, persino arcadica. Compare l’Ode su la vita ‘d campagna:

[…]
Coj di ch’am limita
‘l destin ancora,
podèiss-ne gòdimje
fin l’ùltima ora,
com i desìdero,
a na campagna,
lesend mè Séneca
sot na castagna,
sentiend le lòdole,
j’osej ch’tripudio,
mentre ch’i studio!
[Quei giorni che riserva | il destino ancora, | potessi godermeli | fino all’ultima ora, | come desidero, | in una campagna, | leggendo il mio Seneca | sotto un castano, | sentendo le allodole, | gli uccelli che tripudiano, | mentre studio!].
Targa dedicata a Ignazio Calvo presente a Cinzano, con incisa una parte dei versi di
Targa dedicata a Ignazio Calvo presente a Cinzano, con incisa una parte dei versi di "Ode su la vita ‘d campagna".

Se per molti letterati e critici tra Otto e Novecento questa ode deve essere ascritta tra i capolavori di Edoardo Calvo, vi è chi, come Gianrenzo P. Clivio ha nutrito seri dubbi; perplessità dovute alla metrica molto costrittiva che avrebbe obbligato Calvo a far uso di molte parole italiane o italianizzate per costruire rime adeguate, molto più di quanto sia stato in passato il suo uso della lingua piemontese, sempre puntuale e alieno da forestierismi, italianismi.

Del resto, l’indole, il carattere, la passione politica non permettono a Calvo di star per molto distante dallo stato in cui versa il paese, la nazione del Piemonte. I primi mesi del 1804, torna a usare la letteratura come portatrice di idee e di dibattito, di affondo e di appassionata denuncia: oltre a diversi scritti minori, scrive ancora contro la religione, Il diavolo in statu quo – unico suo componimento letterario in italiano. Prende a scrivere una piéce teatrale, L’Artaban bastonà, un’opera che prende spunto dalla bastonatura di Carlo Giulio, che assieme a Carlo Botta e a Carlo Bossi aveva preso parte alla Commissione Esecutiva della Consulta nominata dal generale Jourdan a fine 1800 per portare a compimento l’annessione del Piemonte alla Francia (avvenuta infatti nel 1802). L’opera resterà però incompiuta: Edoardo Ignazio Calvo muore a 31 anni, il 29 aprile 1804 per tifo nosocomiale, contratto tra i suoi pazienti all’ospedale San Giovanni di Torino, in cui non cessò mai di esercitare la sua professione di medico e di scienziato.

A Torino, la via che porta il suo nome non raggiunge il centinaio di metri.

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