La millenaria Abbazia di Staffarda

Tra arte e monachesimo in uno dei più antichi monumenti medievali in Italia

Veduta dell’Abbazia di Staffarda dal cortile centrale (© Valentina Strocco).
Luigi Cabutto
Luigi Cabutto

Nato a Grinzane Cavour nella frazione Gallo, in quell’antica osteria che è sempre stata della sua famiglia. La terra di Langa, con i suoi sapori e le sue atmosfere, gli è entrata nell’anima tra quei tavoli. Laureato in Lettere e Storia dell’arte, è stato docente poi dirigente scolastico nelle scuole di Barolo e di Alba. Amministratore comunale di Grinzane Cavour dal 1975 ne ha ricoperto il ruolo di sindaco dal 1996 al 2006. Attualmente dirige la rivista Le nostre tôr della Famija Albéisa e il Centro Studi sul Paesaggio Culturale di Langhe Roero e Monferrato.

  

Se è vero che esistono i “luoghi del cuore” — ebbene — nella pianura Saluzzese, alle pendici dal profilo inconfondibile del Monviso, il complesso architettonico di Staffarda ci avvolge di suggestioni. Nella solitaria Abbazia fondata dai Cistercensi il tempo pare essersi fermato. Nella sua solitudine passano ombre di monaci che sulle orme di San Bernardo seppero e vollero unire il lavoro alla preghiera elevando la loro vita all’essenzialità del più intimo colloquio tra l’uomo e Dio.

Una semplicità riflessa nelle loro chiese nude e severe, senza dorature e senza sfarzi, dominate solo da ruvide croci di legno. Quando, nel secolo XII, si inizia la costruzione dell’Abbazia, il Medioevo è in pieno sviluppo e, in Italia come in Europa, l’uomo affronta e cerca soluzioni al problema dello scopo della vita. In mezzo a cambiamenti territoriali e politici, guerre e migrazioni, le ansie di rinnovamento sociale e spirituale continuano a materializzarsi in monasteri, nel silenzio e nella pace dei chiostri. Abbazia vuol dire Comunità: rimane, in campo religioso, l’equivalente delle Corporazioni, mentre sulla scena politica tramontano feudalesimo e cavalleria per il sorgere prepotente dei Comuni. La sua fondazione è dettata dall’intimo desiderio di superare il mondo nell’intento di migliorarlo. Nasce dunque dall’insoddisfazione, molla del progresso, ravvisabile in tutte le epoche storiche, presente in larga misura nel Medioevo, specie a livello religioso, per l’evidente situazione di crisi.

Il complesso di Staffarda visto dall'alto. In una zona di forti trasformazioni, mantiene la sua unicità nell’impianto medievale religioso e agricolo, dove l’attività dell’allevamento eredita la tradizione delle grange cistercensi.
Il complesso di Staffarda visto dall'alto. In una zona di forti trasformazioni, mantiene la sua unicità nell’impianto medievale religioso e agricolo, dove l’attività dell’allevamento eredita la tradizione delle grange cistercensi.

Mille anni di storia

Con una vista unica sul Monte Bracco (o Monbracco), la montagna di Leonardo dal profilo d’uomo, l’Abbazia è posta sulla strada che da Saluzzo conduce a Pinerolo, nel territorio marchionale dei Saluzzo. Le prime notizie di una chiesa in tale località stanno in un documento del 1075, atto di donazione della contessa Adelaide alla Chiesa di Santa Maria di Revello di una cappellania, voluta da lei e da suo padre Olderico Manfredi, di otto preti che avevano l’obbligo di celebrare la messa nel vicino castello e dare i sacramenti. La data quasi certa della costruzione si trova invece in una carta del 9 dicembre 1138 che tratta della donazione da parte del signore di Brondello e di sua moglie ai frati cistercensi, che si impegnavano a pagare a Umberto di Brondello e a suo figlio Bonifacio la somma di lire “otto di buoni denari”, di un terreno da usare per edificare una chiesa. Tale donazione fu fatta all’abate Guglielmo con la conferma del marchese Manfredi I di Saluzzo.

Della primitiva struttura, a causa dei molti rifacimenti, non molto rimane ma le inevitabili stonature si sono attenuate sotto la patina sapiente del tempo. Non tutti gli edifici risalgono a una stessa data: la chiesa fu sostanzialmente trasformata a seguito dei restauri operati tra il 1500 e il 1600 quando fu eretto l’altare maggiore, dipinta l’apside, affrescata la facciata su cui apparvero le finestre circolari in luogo di quelle romaniche che ancora vi si profilano. Il chiostro e la Sala capitolare risalgono al periodo che va dalla fine del Duecento all'inizio del Trecento. Questo gioiello di architettura romanica subì la grave sciagura dello scontro tra Francia, Austria e i Savoia nel 1690. L’Abbazia fu invasa, semidistrutta in una giornata di terrore che ancora oggi si ricorda come la “Battaglia di Staffarda”. Da allora molte volte si è trasformata senza tuttavia perderne il fascino primitivo che ancora la caratterizza fra i monumenti più preziosi di quest’angolo di Piemonte. Qui tutto è volto ad apprezzare un ambiente e un modo di vita quieto e sereno, così diverso e contrastante dal nostro.

La chiesa di Santa Maria è caratterizzata dalla bicromia dei materiali: il mattone usato per la muratura e la pietra per i capitelli e per altri elementi architettonici di pregio. La semplicità degli arredi liturgici rispecchia la povertà monastica della comunità.
La chiesa di Santa Maria è caratterizzata dalla bicromia dei materiali: il mattone usato per la muratura e la pietra per i capitelli e per altri elementi architettonici di pregio. La semplicità degli arredi liturgici rispecchia la povertà monastica della comunità.

L'Ordine dei Cistercensi

Era quello dei Cistercensi un ordine religioso fondato in Francia, a Cîteaux (Cistercium) presso Digione per l’appunto, da San Roberto e che proprio in quel tempo andava assumendo un notevole sviluppo per l’opera e l’attività di San Bernardo, preoccupato di modificare le regole dell’Ordine benedettino, colto ma adagiato nel lusso, dal quale essi avevano figliato uno spirito quasi di protesta e di riforma.

Se i Benedettini, assorti nella preghiera, nello studio e nella miniatura dei codici, non esercitavano affatto lavori manuali, i Cistercensi invece ne facevano oggetto per buona parte delle loro attività giornaliere, dedite alla coltivazione anche personale dei campi, in una austerità di vita e di costume, che trova ancora riscontro nella linearità e semplicità ornamentale delle costruzioni architettoniche alle quali, per loro regola, proscrivevano: pitture, sculture, tappeti, vesti liturgiche sfarzose, al punto che le loro chiese così nude e severe, ancora oggi acquistano in superba imponenza. Ce le dobbiamo immaginare oggi nella policromia unica creata dalle loro tuniche bianche con cocolla nera, come sono rappresentati in una tavola del 1500 che si può ammirare nel lato destro dell’altare maggiore.

Uno dei mali maggiori che affliggeva la Chiesa era la simonia: si vendevano i benefici ecclesiastici e si lottava per ricoprire posti che permettessero di gestire i beni vertiginosamente aumentati. Così l’aspetto spirituale scivolava nel temporale; preparazione religiosa e vocazione passavano in secondo piano, imperversava il malcostume e la confusione morale che annoveravano, tra le altre cose, concubinaggio e matrimonio degli ecclesiastici. Nel 1073 Gregorio VII obbligò al celibato tutti i religiosi, ma la situazione non sembra mutare se nel secondo Concilio Lateranense del 1139 se ne ribadiva il richiamo all’osservanza. Per superare in modo fattivo la situazione creatasi, all’interno della Chiesa si sviluppano numerosi movimenti religiosi. Tralasciando le aspirazioni individuali per una vita ascetica degli eremiti, si susseguono in un arco di tempo più o meno vasto: benedettini, cluniacensi, certosini e cistercensi. Motivo comune, aldilà delle differenziazioni di fondo, era il richiamo a una vita vissuta in modo evangelico, alla povertà apostolica, nonché alla lotta contro la corruzione del clero.

L’austerità della loro vita si palesava in un cibo consumato e composto di soli legumi, conditi con sale e olio, con astinenza consueta da latte, uova, formaggi, pesce; solo se infermi si cibavano di carne, e comunque dal 15 settembre alla Pasqua, con un solo pasto giornaliero. Si coricavano vestiti in dormitori comuni avendo per letto un pagliericcio steso su assi, un guanciale di paglia e una coperta. Proprio tanta austerità di vita fu motivo della loro fortuna, tant’è che in meno di un secolo, aiutati dalla predilezione dei pontefici e dalla simpatia di molti principi, si trovarono a essere proprietari di oltre cinquecento monasteri in Francia e in Italia. Indossavano tonache di lana grezza, incolore che, lavata, diventava bianca; la cambiavano raramente e la portavano anche di notte; sopportavano sul loro corpo gli insetti per penitenza; lavavano la faccia, le mani, i piedi, ma non facevano il bagno e non usavano il pettine. Vivevano dunque in estrema povertà.

Monaci cistercensi al lavoro nei campi. Dipinto del 1500 del pittore tedesco Jörg Breu the Elder.
Monaci cistercensi al lavoro nei campi. Dipinto del 1500 del pittore tedesco Jörg Breu the Elder.

La nascita dell'Abbazia

I monaci cistercensi furono, sull’esempio benedettino, dei grandi bonificatori e colonizzatori. Fu una gara a chiamarli un po’ dovunque. Le carte ci provano l’avvenuta donazione di un tratto di terreno nella cosiddetta Selva di Staffarda che era in effetti una località palustre, tant’è che in parte era coltivata a riso e solo di recente, nei primi anni dell’Ottocento, fu dall’Ordine Mauriziano interamente bonificata seguendo un razionale piano di rettilineamento del vicino alveo del Po.

In questo periodo ricco di inquietanti interrogativi, denso di laboriose premesse, in perfetta sintonia con lo spirito del tempo, i Cistercensi fanno di Staffarda uno dei loro numerosi monasteri. Alla morte di Bonifacio del Vasto i suoi figli — Manfredi, Guglielmo, Ugo, Anselmo, Enrico e Ottone Boverio — donarono il terreno su cui sorse l’abbazia, “120 giornate in Lagnasco e il diritto di pascolo nei loro domini”. Se si considera che una giornata corrisponde a circa 3.810 mq, se ne deduce che la dotazione fu considerevole.

L’Abbazia non era isolata, intorno a essa sorse dalla palude un vero centro di vita e di lavoro, un borgo molto industrioso con il mulino, il forno, conceria e tutto quanto occorreva per far prosperare un’autentica azienda agricola. Botteghe di artigiani gestivano la calzoleria, i telai per la lavorazione del lino, della canapa, della lana, l’officina per la fabbricazione di carri e attrezzi rurali, il caseificio per la produzione di caci. Era dunque un borgo laboriosissimo: l’ora et labora si attuava, ma è difficile dire in quale misura prevalesse l’uno o l’altro o se si restasse nel giusto equilibrio.

Non mancava neppure una tesoreria, che prestava denaro all’interesse, antesignana delle moderne banche, divenuta così famosa che vi attinse, tra gli altri, nel 1257 lo stesso Comune di Torino, indebitato già allora.

Dal latino “claustrum”: il chiostro è lo spazio interno concluso, cerniera tra l’edificio sacro e gli ambienti che si articolano tutt’intorno adiacenti alla chiesa.
Dal latino “claustrum”: il chiostro è lo spazio interno concluso, cerniera tra l’edificio sacro e gli ambienti che si articolano tutt’intorno adiacenti alla chiesa.

Il decadimento del Trecento

Con l’inizio del Trecento, anche a Staffarda le cose volsero al peggio, insieme al decadimento della vita monacale e a un rilassamento della disciplina. Al punto che in una Bolla Pontificia del 1328 si fa espresso cenno alle poco floride condizioni economiche in cui versavano i monaci. Fu allora che l’Abbazia cominciò a conferirsi in commenda a ecclesiastici secolari, talvolta privi degli stessi Ordini sacri, quasi sempre residenti lontano, non interessati né alla floridezza della vita spirituale del monastero, né alla prosperità dell’azienda agricola, ma talora soltanto preoccupati di incassarne le rendite. L’affluenza dei novizi andò progressivamente diminuendo e il monastero stesso nel 1607 trapassò all’Ordine dei Fogliesi. Dare in commenda significava concedere ai fondatori o ai signori, che avevano giurisdizione territoriale, il monopolio non solo di abbazie e monasteri, ma anche di chiese e in genere di tutto ciò che costituiva fonte di rendita. Sovente questi diritti venivano ridistribuiti con

[...] sfacciata simonia ai loro cadetti, ai loro figli legittimi, a favoriti e parenti, facendo vergognoso mercato di uffici e dignità ecclesiastiche. Beneficiari e commendatari perlopiù non si curavano di prendere gli ordini sacri né di risiedere in sede, e, pari della vita agiata e lussuosa che permettevano le laute rendite del Beneficio, affidavano la cura spirituale a persone non adatte, senza zelo religioso e talvolta apertamente scandalose.
(Pascal)
Un fitto sistema di sostegni, costituito da colonnine binate con capitelli in marmo a foglie lisce e sagomate, sorregge le arcate a pieno centro, aperte verso il cortile centrale. I capitelli originali, rinvenuti durante il cantiere di restauro, si conservano lungo il muro perimetrale del chiostro.
Un fitto sistema di sostegni, costituito da colonnine binate con capitelli in marmo a foglie lisce e sagomate, sorregge le arcate a pieno centro, aperte verso il cortile centrale. I capitelli originali, rinvenuti durante il cantiere di restauro, si conservano lungo il muro perimetrale del chiostro.

La "Battaglia di Staffarda"

Resta affidato alla storia il giudizio su quella giornata d’invasione e di terrore, che ancora oggi si ricorda come la “Battaglia di Staffarda”. Si tratta di un durissimo e sanguinoso episodio, avvenuto nel 1690, del conflitto tra Luigi XIV e il duca Vittorio Amedeo II di Savoia nell'ambito della Guerra di successione del Palatinato. Giornata triste come ogni data di guerra, giornata infausta per gli studiosi che videro distruggere dalle orde inebriate di vittoria l’archivio e la biblioteca, giornata altrettanto disgraziata ancora per i cultori dell’arte che videro la rovina delle volte del chiostro e l’incendio dei tetti, essa gode tuttavia di un suo poetico ricordo. Perché proprio mentre il gioiello di architettura romanica veniva dimezzato alla visione ammirata dei posteri, la battaglia di Staffarda si eternava nelle pagine squisite per fattura, equilibrio e lirismo di uno misconosciuto nostro romanziere piemontese che la rievoca in A guerra aperta: Edoardo Calandra.

Più grave di ogni altra sciagura le truppe piemontesi — sotto l’urto massiccio del Generale Catinat — furono volte in fuga: Staffarda fu invasa e vandalicamente distrutta a tal segno che il Commendatario Cardinal d’Estrées, volendo iniziare i restauri, dovette ricorrere all’aiuto finanziario di Vittorio Amedeo II, che all’Abbazia si interessava per il giuspatronato spettante, quale successore dei Marchesi di Saluzzo.

Seguendo l’insegnamento di San Benedetto i monaci di San Roberto, a cui quelli di Staffarda appartenevano, mettevano da parte ogni giorno i pasti che avrebbero dovuto consumare i fratelli defunti e li destinavano agli ospiti, che erano non solo rifocillati, ma accolti e assistiti nella foresteria e nel refettorio dei pellegrini.

Il pellegrino era il prodotto di un tipo particolare di religiosità che spingeva a recarsi nella Terrasanta, a Roma, centro del mondo cattolico, negli imponenti e abbacinanti santuari che hanno costellato l’Italia, l'Europa, il mondo intero. Se ai giorni nostri ci si serve di organizzazioni e degli strumenti creati da civiltà e benessere, disperdendo canti, salmi e preghiere nel fragore del treno, dell’aereo, in hotels più o meno confortevoli a seconda delle disponibilità finanziarie, il pellegrino del Medioevo aveva il monastero.

Battaglia di Staffarda. Illustrazione datata tra il 1695 e il 1729.
Battaglia di Staffarda. Illustrazione datata tra il 1695 e il 1729.

La concessione all'Ordine Mauriziano

In questo clima di fervida operosità l’abbazia di Staffarda ha un ritorno alle origini: partecipa allo sgombro delle acque stagnanti, utili per la coltivazione del riso, presente un tempo in larga misura nel Saluzzese, ma che si riteneva causa di febbri malariche. Si chiusero i fossi, si alzò il suolo nel recinto dell’abbazia: i monaci del Settecento sembrano così rinverdire le loro origini. Ma per poco: dal 1716 al 1734. Erano gli ultimi sprazzi: pochi anni dopo la morte del cardinale Cesare d’Estrèes, a seguito delle trattative intercorse tra la corte di Torino e la Santa Sede, Benedetto XIV nel 1750 sopprimeva la mensa abbaziale e conce- deva la Tenuta di Staffarda in Commenda perpetua all’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro:

Era — come scrive il Savio — un mettere di fatto i beni di Staffarda a disposizione del Re, Gran Maestro dell’Ordine, senza alterare la natura di essi beni; perché non si facevano passare che da una Religione ad altra Religione.
Pala d’altare di Pascale Oddone. Nel gusto classico nella predella si conservano tondi dipinti con scene della vita della Vergine e del Cristo il tutto racchiuso in un fregio superiore a volute. La struttura aperta mostra quattro pannelli dipinti nella parte anteriore e altrettanti figurano a sportelli chiusi.
Pala d’altare di Pascale Oddone. Nel gusto classico nella predella si conservano tondi dipinti con scene della vita della Vergine e del Cristo il tutto racchiuso in un fregio superiore a volute. La struttura aperta mostra quattro pannelli dipinti nella parte anteriore e altrettanti figurano a sportelli chiusi.

La commenda fu affidata al secondogenito del Re, duca di Chiablese, che doveva assegnare una pensione ai monaci per il loro sostentamento e l’esercizio delle loro funzioni.

Si chiudeva così definitivamente un periodo di decadenza iniziato molto prima, ma restava, segno dell’incidenza dei monaci cistercensi, l’assetto economico della zona, prevalentemente e operosamente agricolo. Soprattutto restava, anche se modificato e rimaneggiato, il complesso abbaziale che già da lontano monopolizza ancora oggi l’attenzione per l’aguzzo campanile, progressivamente poi si scoprono alla vista la chiesa e le absidi, mentre la suggestione artistica che si sprigiona dalla costruzione si fonde con il contrasto cromatico. Tutto un gioco sottile su tonalità semplici ma di effetto, quali il rosso, il verde della campagna, l’azzurro del cielo, lo splendore bianco delle montagne come in un sottofondo.

Un campanile che non sembra vero segna il confine fra la terra e il cielo.
“Inverno”, Fabrizio De André

Tra Romanico e Gotico

Fin dalla metà del secolo XIII, l’Ordine Cistercense aveva prodotto una specie di architettura gotica disadorna penetrata subito in Italia, dove ancora era in pieno svolgimento il romanico, che si protrasse nella prima metà del Duecento e anche oltre. Colpiscono nel romanico le volte a crociera, che erano già passate dalle cripte alle navate minori, e ora sono adattate alle campate della navata maggiore, i potenti pilastri cruciformi, compositi, a fascio e a differenza del successivo gotico, i muri più robusti e le esigue finestre. All’esterno la facciata è a capanna, ravvivata da loggette pensili, da arcate cieche, rosoni e campanile. In breve la differenza più evidente tra i due stili rimane la maggior solidità del romanico che all’interno gioca sugli effetti chiaroscurali tra luminosità della navata centrale e il buio di quelle laterali contro l’agilità nervosa e scattante verso l’alto del gotico.

È in questo variegato contesto artistico e culturale, riflettendo le con- dizioni storiche del tempo, che si inserisce l’individuale esperienza di Staffarda. Il campanile, che appunta subito l’attenzione, rimane come un tentativo tangibile di accostarsi maggiormente al cielo elevandosi dalla realtà quotidiana. Fu un mezzo pratico per segnalare i momenti di incontro della comunità con lo scampanio che si dissolveva nelle campagne, penetrava nelle valli, si infrangeva nelle montagne. La sua punta aguzza poggia su un solido basamento a più piani, scandito da delicate bifore. Venne inserito solo più tardi nel 1250 all’epoca del chiostro; poiché non era contemplato nel primitivo progetto, in quanto di regola le chiese non avevano il campanile, lo si innalzò sulla navata, prima dell’abside meridionale che, più piccola di quella settentrionale, fu rifatta in quella occasione.

Vi è sulla facciata la stessa sobrietà, o se si preferisce la rustica solidità che si avverte anche all’interno a tre navate, poco differenti in altezza; l’effetto gioca sull’elegante e semplice contrasto di bianchi, rossi e neri che scandiscono le articolazioni delle nervature. All’interno della chiesa, pezzo forte dovevano essere gli stalli del coro trasportati in parte nella Chiesa albertina del complesso di Pollenzo nel 1846, per disposizione di Carlo Alberto, e in parte al Museo Civico di Torino nel 1871. Si trovavano magnifici e imponenti lungo tutta la sede centrale sino all’orlo occidentale dell’incrocio e avevano un’entrata ai fianchi nord e sud.

Il coro ligneo è stato smontato e trasferito nella chiesa parrocchiale di Pollenzo per volere di Carlo Alberto nel 1846. Una serie cospicua di pezzi fu trasferita a Torino nel Palazzo Reale e di qui, nel 1871, al Museo Civico di arte antica di Palazzo Madama.
Il coro ligneo è stato smontato e trasferito nella chiesa parrocchiale di Pollenzo per volere di Carlo Alberto nel 1846. Una serie cospicua di pezzi fu trasferita a Torino nel Palazzo Reale e di qui, nel 1871, al Museo Civico di arte antica di Palazzo Madama.

La bellezza di questo coro che, sottratto alla sua primitiva e originaria collocazione, priva l’Abbazia di un’opera creata in armonia con le strutture in cui era inserita, aveva già colpito gli studiosi d’arte del tempo che ne sottolineavano lo splendore che se ne intravedeva nonostante lo stato di abbandono e di incuria in cui erano lasciati. Se la chiesa di Staffarda colpisce nella sua solidità d’insieme e nella religiosa penombra dell’interno, è nel chiostro che si coglie meglio lo spirito del passato cistercense. La lunga serie di colonne binate e sottili scandisce con elegante armonia lo spazio. Il grazioso giardino centrale, le rare piante, qualche isolato roseto, nota gentile nell’austerità dell’insieme, comunicano immediatamente un senso di raccoglimento, di meditazione, di fuga dal mondo, per ricongiungersi meglio a Dio, in piena armonia con lo spirito primitivo che animò la regola cistercense.

A Staffarda si respira una pace armoniosa, di quella bellezza platonica che è frutto dell’armonia di elementi diversi. L’intera costruzione si caratterizza per le asimmetrie sapientemente studiate e mimetizzate: sono diversi tra loro tutti i capitelli, ma anche gli stessi pilastri differiscono nella forma, nelle dimensioni volumetriche e persino nell’altezza. Ogni arco, ogni finestra, ogni fregio, è unico. Negli interni austeri e senza affreschi, nel rispetto dello stile dei cistercensi, si trovano strani simboli, stelle a sei o otto punte, e la celebre “Rosa di Staffarda” nella navata destra: un intreccio di linee curve in posizione asimmetrica.

L’insediamento monastico è uno dei pochi siti che restituisce al visitatore l’atmosfera del mondo spirituale e agricolo cistercense insieme con l’attività di ospitalità dei monaci.
L’insediamento monastico è uno dei pochi siti che restituisce al visitatore l’atmosfera del mondo spirituale e agricolo cistercense insieme con l’attività di ospitalità dei monaci.

Pipistrelli in abbazia

All’interno di un piccolo locale, in origine utilizzato dai monaci come calefactorium, unico luogo riscaldato dell’abbazia, trova ogni anno ospitalità una colonia di pipistrelli. Verso i primi di aprile si radunano circa 1.200 femmine della specie Vespertilio maggiore e Vespertilio di Blyth. Intorno alla metà di giugno, ogni femmina gravida partorisce un piccolo: si costituisce così una delle maggiori nursery di chirotteri presente in Italia. Verso ottobre, con il primo freddo, la colonia si disperde. Nella loro vita le femmine nate a Staffarda ricorderanno sempre il loro luogo natio e, anno dopo anno, vi ritorneranno a partorire.

Attivamente sostenuta dalla Stazione Teriologica Piemontese, dalla Fondazione Ordine Mauriziano e dal Parco del Monviso, la protezione della colonia dell’abbazia di Staffarda rappresenta un importante esempio di tutela integrata dei beni culturali e ambientali.

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Bibliografia

  • Beltramo S., L’abbazia cistercense di Santa Maria di Staffarda, Savigliano, L’Artistica Editrice, 2010.
  • Gabrielli N., Arte nell’antico Marchesato di Saluzzo, Torino, Istituto Bancario San Paolo di Torino, 1993.
  • Gentile G., Il coro di Staffarda, in Pettenati S., Romano G. (a cura di), Il Tesoro della città. Opere d’arte e oggetti preziosi da Palazzo Madama, catalogo della mostra, Torino, Allemandi Editore, 1996, pp. 36–39.
  • Guida all’Abbazia di Staffarda e al Parco fluviale del Po, Torino, Regione Piemonte, Centro Documentazione Alpina, Vivalda, 1999.
  • Macera M., L’idea della “città contadina” dei cistercensi, in Griseri A. (a cura di), Theatrum Mauritanium. Viaggio attraverso i beni artistici dell’Ordine Mauriziano, Milano, Franco Maria Ricci, 1992, pp. 75–86.
  • Macera M., Tutelare Staffarda, in Guida all’Abbazia di Staffarda, 1999, pp. 72–75.
  • Monciatti A., Staffarda, in Viti G. (a cura di), Architettura cistercense. Fontanay e le abbazie in Italia dal 1120 al 1160, Firenze, Edizioni Casamari-Certosa di Firenze, 1995, pp. 133–136.
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