Le storie di Langa di Beppe Fenoglio

Riscoprire i racconti del partigiano scrittore

Beppe Fenoglio con lo sguardo sulle colline dell’Alta Langa intorno alla sua città natale, Alba. Foto di Aldo Agnelli (© Archivio Centro Studi Beppe Fenoglio).

Laureato in Lingue e letterature straniere presso l’Università del Piemonte Orientale, ha conseguito il dottorato presso lo University College Cork (Irlanda). Insegna lingua inglese e ha pubblicato diversi saggi sul multilinguismo negli scrittori piemontesi.

  

In occasione del centenario della nascita di Beppe Fenoglio, ricorrenza festeggiata il 1° marzo 2022, ho condotto una piccola indagine tra familiari, amici ed estimatori dello scrittore — una dozzina in tutto. Ho posto a ognuno la seguente domanda: “Quando pensi a Fenoglio, quali immagini o termini ti saltano alla mente?”. Le risposte sono state pressappoco le stesse: la Resistenza, Alba, Il partigiano Johnny, Milton, Una questione privata. Risposte poco rilevanti dal punto di vista statistico, ma che confermano un’immagine monca di Fenoglio, il quale sembrerebbe autore esclusivo di romanzi sulla guerra civile. Eppure lo scrittore albese consacrò parecchi sforzi e molto tempo alla narrativa breve a tematica contadina. È sufficiente porre attenzione al numero di racconti pubblicati e consultare le lettere e il diario personale di Fenoglio per constatare la dedizione ai racconti ambientati sulle Langhe, con una particolare predilezione per la parte più alta delle colline, allora la più povera.

Beppe Fenoglio visto da Viviana Pani Weiss, 2018.
Beppe Fenoglio visto da Viviana Pani Weiss, 2018.

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L'amore per l'Alta Langa

Un simile interesse è dovuto a un amore genuino per i villaggi delle Alte Langhe che conobbe da ragazzo quando, insieme al fratello Walter, trascorse alcune estati a San Benedetto Belbo presso la zia Pinota, lontana cugina del padre. Era uno scambio di cortesie: come nel racconto Pioggia e la sposa, Edoardo, il figlio seminarista della zia, ogni domenica era invitato a mangiare dai Fenoglio ad Alba, mentre d’estate “Magna Pinota” contraccambiava ospitando Beppe e Walter.

Beppe rimase subito ammaliato dal fascino ruvido di quelle colline e dei loro abitanti. A conquistarlo furono soprattutto le storie che i parenti erano soliti raccontare: vicende di grandi passioni, beffarde e crudeli, che ruotavano intorno all’amore e alla morte, al gioco, ai soldi e alla loro mancanza. Oppure storie sfortunate dei ribelli delle Langhe, cioè, per citare lo stesso Fenoglio, “chi rompe la ruvida scorza della malora… chi esplode, chi si ribella, come Gallesio, come Cora”. Tra i personaggi principali delle sue narrazioni ci sono individui solitari, disadattati o rivoluzionari ingenui (come i citati Pietro Gallesio e Davide Cora, protagonisti, rispettivamente, dei racconti Un giorno di fuoco e La novella dell’apprendista esattore) in perenne rotta con qualcuno o qualcosa: i Carabinieri, il parroco, i familiari, un esattore, il podestà o semplicemente con la malasorte.

Le langhe viste da Treiso nel 2012.
Le langhe viste da Treiso nel 2012.

Rapporti famigliari

Non ci volle molto perché Fenoglio associasse le Langhe al ramo paterno della famiglia. Come al giovane narratore de Ma il mio amore è Paco, anche a Fenoglio, a pensare ai propri vecchi, “il cuore e la mente mi volavano immediatamente e invariabilmente ai cimiteri sulle Langhe”. Lo scrittore non nascose mai una predilezione speciale per i parenti paterni:

io li sento tremendamente i vecchi Fenoglio, pendo per loro, scrisse nel Diario. A formare questa mia predilezione ha contribuito anche il giudizio negativo che su di loro ho sempre sentito esprimere da mia madre. Lei è d’Oltretanaro, d’una razza credente e mercantile, giudiziosissima e sempre insoddisfatta.
Questi due sangui mi fanno dentro le mie vene una battaglia che non dico.

I genitori, Amilcare e Margherita, avevano personalità dissimili. La madre apparteneva a una famiglia contadina e cattolica, ed era una donna pragmatica, ambiziosa, sempre scontenta. Il padre veniva da una famiglia di commercianti, ed egli, a differenza della moglie, che prendeva tutto sul serio, “del mondo osservava tutto, ma non prendeva sul serio niente”.

Il rapporto con la madre non fu facile, soprattutto dal momento in cui Beppe decise di abbandonare l’università. Tra loro scoppiavano violenti litigi per i motivi più disparati: oltre alla mancata laurea, c’erano le sigarette e la scrittura, attività alla quale Margherita non diede mai molta importanza. Per lei fu a lungo un’attività incomprensibile che finiva per sottrarre ore di lavoro al figlio, gli rubava il sonno e minava la salute. Allo “scrivere” del figlio si avvicinò poco alla volta, con cautela, fino a provarne rispetto e grande orgoglio.

Scriveva la notte, per tutta la notte, confidò Margherita anni dopo la morte del primogenito. Ricorderò sempre una sua frase pronunciata in risposta ad un mio rimprovero circa l’eccessiva assiduità notturna al tavolino. Mi disse: ‘Vuoi capirlo, madre, che scrivo?’.

In un’altra occasione, al termine dell’ennesimo diverbio, Beppe appoggiò le due mani sulle spalle della madre dicendole: “Madre, il mio nome resterà, il tuo no”. Finché poté, Margherita non mancò ai convegni dedicati al figlio, agli incontri nelle scuole e non negò mai di ospitare studenti e appassionati nella propria casa di via Coppino ad Alba. Margherita Faccenda mancò, novantaduenne, il 3 febbraio 1989.

La madre di Fenoglio, Margherita Faccenda, a fianco di Lino Capolicchio. Nel 1977 l'attore intepretò Ettore, il protagonista, nello sceneggiato televisivo RAI La paga del sabato. Foto tratta da www.ilfattoquotidiano.it
La madre di Fenoglio, Margherita Faccenda, a fianco di Lino Capolicchio. Nel 1977 l'attore intepretò Ettore, il protagonista, nello sceneggiato televisivo RAI La paga del sabato. Foto tratta da www.ilfattoquotidiano.it

La "fatica nera"

Scrivere non fu mai un divertimento né un passatempo rilassante per Fenoglio. È ormai proverbiale la “fatica nera” di fronte anche alla “più facile” delle pagine. Per Beppe la scrittura era un demone da assecondare seminando appunti ovunque, scrivendo appena poteva, dove poteva, in maniera febbrile. Marisa, la sorella da poco scomparsa, non dimentica le ispirazioni improvvise che raggiungevano il fratello:

si precipitava allora nella sua camera e stendeva degli appunti veloci, nervosi, mentre lui stesso in quegli attimi fremeva, nervosissimo e teso per lo sforzo non indifferente e per l’ansia che lo rodeva. Ricomponeva in seguito queste sue note con grande fatica.

Fenoglio era anche un correttore instancabile di se stesso. Smontava e rimontava di continuo i propri scritti, li sottoponeva a infinite sedute di rettifica e aggiustamento lessicale. Ne consegue che questo furore scrittorio rendesse meglio sulla breve distanza rispetto alla lunga: Fenoglio era più uno scattista che un fondista o, per dirla con le sue parole, datate 9 giugno 1953

non posseggo ancora, se mai lo possederò, il fondo del romanziere. Non conosco ancora le 4 marce, per esprimermi con termine automobilistico.

Teniamo a mente la data e il destinatario della lettera, cioè Elio Vittorini, allora direttore della collana I Gettoni dell’Einaudi: su questi ritorneremo tra poco.

Illustrazione di Fenoglio apparsa su Tuttolibri, supplemento a La Stampa del 28 ottobre 2000.
Illustrazione di Fenoglio apparsa su Tuttolibri, supplemento a La Stampa del 28 ottobre 2000.

Storie brevi

Non sappiamo con esattezza in quale anno Fenoglio iniziò a scrivere, ma credo sia corretto affermare che la maggior parte della sua attività di scrittore fu dedicata alla narrativa breve. Il suo primo scritto a essere pubblicato fu proprio un breve racconto, intitolato Il trucco. La pubblicazione avvenne nel novembre 1949 sulla rivista Pesci rossi sotto lo pseudonimo di Giovanni Federico Biamonti. Anche il debutto letterario vero e proprio, I ventitré giorni della città di Alba, è una raccolta di storie brevi, dodici per la precisione. Perfino l’ultima pubblicazione in vita, ossia Superino, consiste in un racconto che trovò spazio sul numero di luglio-dicembre 1962 della rivista Palatina.

Nel mese di agosto 1962 lo scrittore vinse anche il premio Alpi Apuane grazie al racconto Ma il mio amore è Paco. In quella circostanza, Fenoglio confidò al giornalista Valeriano Cecconi che “stava preparando dei racconti” con l’intenzione di pubblicarli in un’antologia. Si trattava delle storie a tematica contadina ambientate sulle Alte Langhe tra gli anni Trenta e Quaranta e aventi come protagonista il ramo maschile della propria famiglia. È plausibile che già nove anni prima, in quella lettera a Vittorini del 1953, Fenoglio accennasse timidamente all’idea di questa raccolta, che l’autore avrebbe voluto intitolare Racconti del parentado ma che non riuscì mai a vedere pubblicata.

Beppe insieme ad alcuni amici in vacanza a San Benedetto durante il periodo liceale. Foto tratta da www.parcoletterario.it
Beppe insieme ad alcuni amici in vacanza a San Benedetto durante il periodo liceale. Foto tratta da www.parcoletterario.it

Un giorno di fuoco

Beppe si rifece sotto con l’Einaudi nel 1955 in seguito alla pubblicazione del racconto Un giorno di fuoco sulla rivista Paragone. Si tratta di uno dei suoi scritti meglio riusciti, nel quale l’autore riesce a dare un tono epico ad alcuni eventi di cronaca nera locale. L’intreccio si rifaceva a un episodio realmente avvenuto, che Fenoglio forse udì per la prima volta in occasione dei soggiorni a San Benedetto. Protagonista era Felice Gallesio, un anziano contadino di Gorzegno, sulle Alte Langhe. Nell’ottobre 1933, stanco di sopportare il peso della malora, Gallesio decise di risolvere la questione dando mano alle armi da fuoco.

Com’era solito fare in pressoché tutti i racconti, anche in Un giorno di fuoco Fenoglio ricompose la vicenda a suo modo: anticipò l’accaduto a giugno, ridusse il tempo in soli due giorni, ribattezzò il protagonista Pietro anziché Felice e, soprattutto, filtrò la vicenda attraverso gli occhi di un narratore bambino. Magistrale è l’incipit, poche righe in grado di comprimere gli avvenimenti per farli infine detonare in tutta la loro drammatica e insensata potenza:

Alla fine di giugno Pietro Gallesio diede la parola alla doppietta. Ammazzò suo fratello in cucina, freddò sull’aia il nipote accorso allo sparo, la cognata era sulla sua lista ma gli apparì dietro una grata con la bambina ultima sulle braccia e allora lui non le sparò ma si scaraventò giù alla canonica di Gorzegno. Il parroco stava appunto tornando da visitare un moribondo di là di Bormida e Gallesio lo fulminò per strada, con una palla nella tempia. Fu il più grande fatto prima della guerra d’Abissinia.
Copertina di Un giorno di fuoco, Einaudi, 2023.
Copertina di Un giorno di fuoco, Einaudi, 2023.
C’era da restare accecati a voler fissare là dove il cielo d’un azzurro di maggio si saldava alla cresta delle colline, di tutto nude fuorché di neve cristallizzata. Una irresistibile attrazione veniva, col barbaglio, da quella linea: sembrava essere la frontiera del mondo, da lassù potersi fare un tuffo senza fine.
Beppe Fenoglio, “Un giorno di fuoco”

L'antologia del parentado

Diversi critici, compreso Italo Calvino, allora collaboratore dell’Einaudi, salutarono con entusiasmo la pubblicazione. Fu la stessa casa editrice torinese a sollecitare una raccolta avente la stessa ambientazione. La proposta fu accolta con slancio da Fenoglio, come dimostra il messaggio del gennaio 1956: “10 o 12 racconti delle dimensioni e del calibro di un Un giorno di fuoco comporrebbero un buon ‘Corallo’?” (I Coralli era il nome di una collana dedicata a giovani narratori italiani e stranieri). Gli accordi con l’editore proseguirono anche se più lentamente del previsto. In una lettera inviata a Calvino all’inizio del 1961, Fenoglio azzardò:

poiché questi racconti sono tutti ambientati nella mia nativa Langa e tirano in ballo i miei parenti paterni, il volume (se si facesse) potrebbe egregiamente intitolarsi Racconti del parentado.

Calvino lo incoraggiò, e così la corrispondenza andò avanti fino a quando, a fine 1961, le cose si ingarbugliarono. L’editore Garzanti sollevò un conflitto di interessi sui diritti di pubblicazione dei nuovi racconti (dovuto al fatto che, in maniera avventata, Fenoglio, spazientito dai tempi lunghi, aveva firmato un contratto con entrambi gli editori), e così la pubblicazione finì pressoché azzoppata.

Al termine della controversia legale che seguì, a Einaudi fu concesso di pubblicare subito una selezione di racconti di varia origine, intitolata Un giorno di fuoco, mentre tutte le storie brevi di Fenoglio sarebbero state in seguito incluse in un’antologia curata da Garzanti. Dal momento che le condizioni di salute dell’autore stavano nel frattempo peggiorando, egli riuscì soltanto a correggere la prima bozza dei racconti, che inviò corretta a Einaudi il 19 febbraio 1962.

Dopo il decesso dello scrittore, avvenuto il 18 febbraio 1963, Garzanti pubblicò una raccolta con lo stesso titolo di Einaudi includendo, però, soltanto una parte delle storie rurali previste. Oltre a Un giorno di fuoco, l’antologia era composta da altri undici racconti: La sposa bambina, Ma il mio amore è Paco, Superino, Pioggia e la sposa, La novella dell’apprendista esattore, I premilitari, Il padrone paga male, Golia, Il signor Podestà, Ferragosto e L’addio. Tuttavia, solo i primi sei racconti, il cui ordine era quello voluto da Fenoglio, dimostrano, secondo Gina Lagorio, “un livello artistico e un’unità di concezione che ne fanno il nucleo artisticamente più realizzato e compatto, degno di affiancarsi alla Malora”.

Beppe Fenoglio. Foto di Aldo Agnelli (© Archivio Centro Studi Beppe Fenoglio).
Beppe Fenoglio. Foto di Aldo Agnelli (© Archivio Centro Studi Beppe Fenoglio).
Ci sarà sempre un racconto che vorrò fare ancora, ma ci sarà anche il giorno che non potrò più vivere.
Beppe Fenoglio, Diario 1954

I racconti mancati

Quanto stesse a cuore a Fenoglio la pubblicazione di un’antologia di racconti langaroli appare evidente dai biglietti che consegnò all’ex-insegnante e amico Pietro Chiodi sul proprio letto di morte. In queste annotazioni lo scrittore elencò il numero e l’ordine delle storie brevi che avrebbe voluto divulgare. Purtroppo di questi biglietti non è rimasta traccia; ciononostante, si tratta di una prova decisiva poiché, a parte alcune faccende personali, in questi biglietti Fenoglio si riferisce soltanto ai racconti a tematica langarola-famigliare malgrado avesse nel cassetto diversi manoscritti inediti: tra questi, due versioni de Il partigiano Johnny, tre stesure di Una questione privata, testi teatrali, epigrammi e traduzioni.

La pubblicazione dei Racconti del parentado in una forma il più possibile vicina ai desiderata di Fenoglio dovette attendere il 2007. L’antologia enaudiana intitolata Tutti i racconti e curata da Luca Bufano comprende ben ventitré racconti langaroli. I primi sei sono i Racconti del parentado originari allestiti per Einaudi e in seguito bloccati da Garzanti. Nell’antologia, Bufano decise di includere anche tre frammenti intitolati Il paese: questi brani, che l’autore iniziò a comporre sul finire del 1962 e che lasciò incompiuti, dovevano dar corpo a una novella ambientata nelle Langhe negli anni della Grande guerra. Quanto ai restanti racconti, alcuni sono poco più che abbozzi, altri furono stampati postumi in rivista o inclusi in versioni differenti nell’opera omnia curata da Maria Corti nel 1978. Tra questi ultimi, L’affare Abrigo Capra, Nessuno mai lo saprà, La licenza e Il mortorio Boeri: questi quattro sono, con ogni probabilità, gli ultimi scritti ai quali Fenoglio lavorò prima di morire.

In un elenco dattiloscritto dei Racconti del parentado che Fenoglio compilò tra agosto e ottobre 1961 sono presenti due racconti finora mai rinvenuti e dei quali si conoscono soltanto i titoli: Il suonatore di fisarmonica e Per la cugina Nice. Chissà che in occasione di un prossimo anniversario non si possa festeggiare il ritrovamento di questi nuovi, piccoli tesori frutto di una “fatica nera” e per questo ancora più preziosi.

I funerali di Beppe Fenoglio. In primo piano, spostato leggermente sulla destra, Italo Calvino; sulla sinistra, Giovanni Arpino. Foto tratta da: Beppe Fenoglio 1922-1997. Atti del Convegno, Milano, Electa, 1998.
I funerali di Beppe Fenoglio. In primo piano, spostato leggermente sulla destra, Italo Calvino; sulla sinistra, Giovanni Arpino. Foto tratta da: Beppe Fenoglio 1922-1997. Atti del Convegno, Milano, Electa, 1998.

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Bibliografia

  • Brullo D., Rivali A., Quaderno su Beppe Fenoglio, in Atelier, 39, 2005.
  • Bufano L., Beppe Fenoglio e il racconto breve, Ravenna, Longo, 1999.
  • Fenoglio B., Lettere 1940—1962, Alba, Fondazione Ferrero, 2002.
  • Fenoglio B., Diario, Murazzano, Centro Culturale Beppe Fenoglio, 2007.
  • Fenoglio B., Tutti i racconti, Torino, Einaudi, 2007.
  • Fenoglio M., Casa Fenoglio, Palermo, Sellerio, 1995.
  • Negri Scaglione P., Questioni private. Vita incompiuta di Beppe Fenoglio, Torino, Einaudi, 2007.
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