La squadra delle Tre Rose durante un allenamento. Immagine tratta da julienpoupart.com
Sognavano un asilo, hanno trovato un campo da Rugby: succede agli uomini di buona volontà. Arrivano da lontano, hanno percorso strade impervie e ora giocano insieme nel nome delle Tre Rose. Il sogno è divenuto realtà nel momento in cui la Federazione nazionale ha consentito di battersi per fare meta ovale anche a loro, una squadra multietnica nata in Monferrato, composta da splendidi atleti uniti dalla passione e dall’essere rugbisti ospiti di alcune comunità piemontesi. Spinti dalla palla ovale e dalla voglia di integrazione.
È una storia di accoglienza e integrazione, figlia di una vera comunità afro-piemontese, unica nel suo genere. L’ha raccontata anche un film documentario prodotto e diretto da Walter Zollino nel 2017, Le Tre Rose Nere, un lavoro pubblicato da Repubblica TV che ha fatto conoscere la squadra Le Tre Rose Rugby voluta fortemente dall’attuale Presidente, Paolo Pensa, il fondatore, il primo a immaginare dieci anni fa l’ambizioso progetto di una squadra di Rugby composta da richiedenti asilo.

Le Tre Rose di Casale Monferrato non hanno simili. Il team è composto all’ 80% da migranti in attesa di essere riconosciuti, tutti con regolare permesso di soggiorno. Disputa un campionato federale e non semplicemente amatoriale, grazie alla lungimiranza della Fir, la Federazione Italiana Rugby, che ha emanato tre regole apposite con Comunicato Federale n. 6 2015/2016, del 22 dicembre 2015. La delibera ha scavalcato il paletto normativo che, sino ad allora, limitava il numero di giocatori stranieri ammessi in una squadra.
Da quel momento la società di Pensa è stata ribattezzata metaforicamente le Rose Nere, dal colore prevalente dei giocatori, come Ibrahim, che per arrivare in Italia, dalla Nigeria, è passato attraverso le violenze della Libia. In una prigione nei sobborghi di Tripoli lo hanno picchiato sui piedi e sulla schiena con un tubo d’acciaio. È sopravvissuto, pagando i carnefici libici. Ora racconta:
“Non conosco tutte le storie dei miei compagni di squadra, troppo dolore. Noi migranti stiamo a galla come possiamo, tentiamo di fare gruppo per sentirci meno soli e un po’ più a casa. Più che da guerre vere e proprie, io, Mussa, Youssof e tanti altri scappiamo da odi tribali, scontri famigliari, proprietà di terra andate a male, persecuzioni. Mio padre è stato massacrato, mio zio mi picchiava e come se non bastasse abbiamo perso il raccolto. Non potevo rimanere. Sono scappato lasciando mia madre in un villaggio di capanne senza corrente elettrica a due ore da Soubré. Mentiamo sulla nostra identità, a volte, ma siamo solo ragazzi in cerca di una nuova vita, serrati tra burocrazia e confini tirati con il righello. Nient’altro”.
La fama internazionale della squadra piemontese è arrivata quando il film di Zollino viene riproposto sulla CNN nel 2020. La CNN aveva dedicato un articolo a Le Tre Rose Nere, partendo da un brutto fatto di cronaca, increscioso, accaduto a Milano al giocatore Maxime Mbandà, star del Rugby: un “Terza linea centro”, che ha giocato per la nazionale italiana. Il giocatore, ora del Colorno, era stato insultato verbalmente e minacciato con un piede di porco mentre scendeva dalla sua auto, insultato per via del colore della sua pelle. Maxime non vuole credere a un’Italia razzista e, con la squadra delle Tre Rose che lo considera un fratello, ha portato l’esempio di un’Italia generosa che aiuta i migranti. Per le Tre Rose, Maxime ha creato uno sponsor e donato attrezzature alla squadra.
Le Tre Rose è così diventata l’esempio di come costruire una realtà di fratellanza e inclusione con persone richiedenti asilo. Dal film di Zollino alla CNN sono poi arrivati fiumi di articoli sulla squadra di Rugby, preceduti, però, nel 2017, da un importante reportage in francese – per la rivista franco-belga Attituderugby – di Mathieu Ropitault.
Grazie a questa straordinaria realtà di integrazione, il Bel Paese è riuscito a schierarsi con orgoglio in prima linea nella crisi dei migranti. Proprio l’antico Piemonte, nella gloriosa terra d’Aleramo, cantata da Carducci, ha accolto il club del Rugby a braccia aperte. A dimostrarlo ci sono le vicende di giovani come Alpha, Sanneh Lamin, che è stato raggiunto a Casale dalla famiglia, la moglie e la figlia, Moussa Sidibe, Kone Oumar…
Tutto si deve a un sogno e alla straordinaria intuizione di Paolo Pensa, che con allegria, guardando la squadra, spiega: “Erano migranti, ora sono rugbisti”.
Immagini dal reportage in francese, tratte da julienpoupart.com
Il famoso rugbista Raphaël Ibañez, “tallonatore”, afferma che “Il rugby è uno sport da condividere”. Nulla di più vero, e in Piemonte, l’esempio delle Tre Rose, è esattamente una raffigurazione poetica di un Rugby inclusivo. Questo è il Rugby che vince comunque, è il gioco di squadra per eccellenza, tant’è che lo si pratica in quindici. “Giocare in undici è da sport minori”, si sente spesso dire col sorriso sulle labbra. E loro, i quindici delle Tre Rose, da ottobre si batteranno nel campionato di serie C, con l’allenatore Stefano Formaggio. In passato, ad allenare le Tre Rose sono stati Luca Patrucco e Raffaele Contemi. Un bel traguardo la serie C, reso possibile dal lavoro costante di Pensa, con l’ausilio di alcune persone speciali, come il vicepresidente Giuseppe Saglimbeni e l’allenatore Formaggio.

Accanto a questi tre moschettieri piemontesi, lo staff del Tre Rose Rugby è affiancato da una segretaria Daniela Carrone, da Elisabetta Costanzo, Renato Brunello e Gianluca Gallina. Nell’ambiente del Rugby circolano aforismi degni di Oscar Wilde. Uno di questi afferma che i giocatori di Rugby non hanno bisogno di un arbitro, hanno bisogno di un missionario. Alle Tre Rose Rugby non è mancato nemmeno il sostegno del clero locale. In prima fila il Vescovo, Monsignor Gianni Sacchi, e il sacerdote Don Franco Zuccarelli. Mentre la Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, dopo l’interessamento della Prefettura di Alessandria, ha donato lo scorso giugno un pulmino a Le Tre Rose, per un più agevole proseguimento del progetto di integrazione attraverso lo sport del Rugby.

L’effetto è stato contagioso e oggi le Tre Rose possono contare su più di trenta atleti desiderosi di essere protagonisti in Serie C. Il Presidente Pensa può contare su aiuti importanti, ex giocatori di rugby, e molti volontari. Gli allenamenti della squadra avvengono su un terreno bonificato dopo la chiusura della fabbrica di Eternit. Tra i sostenitori si è aggiunto Maxime Mbandà. Il campione italiano – nato a Roma nel 1993, da mamma italiana, di Napoli, e padre congolese – ha fatto spesso visita al gruppo di rifugiati in Monferrato, partecipando al training dei ragazzi e fornendo loro il materiale da gioco.
Mbandà, Cavaliere della Repubblica e indicato dal Washington Post come uno degli eroi italiani del Covid (durante la pandemia aveva lavorato come volontario per una pubblica assistenza), ha giocato a lungo con le Zebre di Parma e adesso indossa la maglia numero 8 del Colorno, che partecipa al torneo di Serie A Elite. Il numero 8 nel Rugby indica un giocatore generalmente statuario, alto e potente, che però deve avere anche una serie di abilità tecniche pronunciate con il pallone in mano, ed è quindi coordinato, esplosivo, elegante. La peculiarità del ruolo è essere l’uomo che sta in fondo alla mischia chiusa e usa l’ovale per far ripartire il gioco. Le caratteristiche che lo rendono adatto a questo impiego ne hanno fatto uno dei migliori portatori di palla della squadra, ruolo al quale spesso si dedica in giro per il campo. Se fosse un protagonista dei fumetti dei supereroi sarebbe Capitan America, col suo fisico scolpito e la capacità di fare pressoché ogni cosa.

La storia delle Tre Rose è speciale: nasce dall’intuizione di Paolo Pensa, 62 anni, nato a Torino, ex carabiniere e operatore presso le comunità salesiane, presidente delle Tre Rose di Rosignano Monferrato, la polisportiva che nel 2010 si è affacciata a questa disciplina – il Rugby – aspra e generosa, dove tutti sono uguali e nessuno si lamenta, mai. In realtà, già nel 2008, a Rosignano Monferrato nasce per iniziativa di Paolo Pensa una polisportiva: Le Tre Rose. Poi, nel 2009, avviene l’inaugurazione, alle Piscine di Rosignano, del Rugby casalese.
“Per quattro stagioni abbiamo giocato con i ragazzi del posto, poi è arrivata la svolta”, rivela Pensa. Nel 2013, l’Assessore allo Sport del Comune di Casale, Federico Riboldi (poi sindaco di Casale e oggi Assessore alla Sanità per la Regione Piemonte), ha donato il campo di calcio del Ronzone alla squadra di Rugby che in precedenza era del Casale Calcio. “Un giorno, alcuni robusti giocatori della squadra hanno sollevato di forza le porte del calcio – racconta l’ideatore assai divertito – e da quel momento è nato il campo di allenamento e di gioco delle Tre Rose”.

Nel 2014, il Presidente Paolo Pensa ha fatto un passo decisivo per l’integrazione nella squadra dei giocatori africani richiedenti asilo, quando si è rivolto a una cooperativa sociale, Se.Na.Pe, chiedendo se qualcuno dei rifugiati ospiti avesse voglia di fare un po’ di sport con il suo club. Si fecero avanti quattro ragazzi del Ghana. “Un modo per permettere loro di passare un po’ di tempo in maniera sana, e integrarsi meglio”. L’esperimento ha funzionato, eccome: “Non solo si sono divertiti, ma hanno dimostrato di essere degli atleti formidabili. Alzando di brutto il livello del gruppo”. Nel 2015, quindi, “parto con il progetto di una squadra di migranti”, progetto che ha ottenuto il patrocinio del Consiglio Regionale del Piemonte.
“La svolta – continua Pensa – è alla fine del 2015, quando l’allora Presidente della Federazione Italiana Rugby, Alfredo Gavazzi, concede in deroga la possibilità di schierare ventidue atleti stranieri che saranno considerati di formazione italiana”.
Tutto questo, in realtà, è frutto della insistenza di Pensa, che grazie al suo costante lavoro è riuscito a far approvare nuove regole dal consiglio federale. Negli anni, inoltre, il progetto (o sogno, oserei ribadire) di Pensa si è esteso alle categorie giovanili: dalla “Propaganda”, dai tre ai dodici anni, e poi Under 16 e Under 18. Sono cinque, attualmente, le cooperative che collaborano con Le Tre Rose: Quadrifoglio, Alpi del Mare, Liberi Tutti, Oltremare e Nuova Vita.

I giocatori di Rugby delle Tre Rose si allenano e giocano su un vecchio campo di gramigna, nato sopra i vecchi scarichi della Eternit e rimesso in ordine da molti volontari e lavoratori. La squadra negli anni è cresciuta, i ragazzi delle Tre Rose sono stati ricevuti da Papa Francesco in Vaticano, nel settembre 2018, e dal presidente Mattarella che, in visita al Parco “Eternot” di Casale Monferrato, ha incontrato i ragazzi “migranti”, nel settembre 2016. I giocatori delle Tre Rose hanno anche partecipato con i loro figli ai campionati dall’U10 all’U18. “È un progetto di inclusione sociale che continua e speriamo si allarghi sempre di più”, spiega Pensa. E aggiunge con soddisfazione: “All’inizio gli amici mi dicevano: ‘Che bella cosa che fai!’. Dopo un anno: ‘Che bravi ragazzi sono!’, segnale della buona riuscita del nostro Rugby inclusivo”.
Il 2 dicembre 2019, a Roma, Le Tre Rose è stata ricevuta da Giovanni Malagò, presidente del CONI e membro del Comitato Olimpico Internazionale per il premio CONI intitolato ad Emiliano Mondonico “per i tecnici impegnati nel sociale”. Il premio è stato assegnato a Raffaele Contemi, il tecnico delle Tre Rose. L’Associazione Le Tre Rose ha vinto il Terzo Premio Coni. Il 28 ottobre 2020, il Presidente Paolo Pensa ha ricevuto da ARTABAN Onlus, il premio internazionale “Testimoni di Fratellanza”, a nome de “Le Tre Rose a.s.d.”. Il 16 marzo 2024, per le adolescenti delle Tre Rose è stata l’occasione di una trasferta a Chambery, con le altre giovanissime atlete del Piemonte, nell’ambito del sodalizio che si è stabilito tra il Rugby piemontese e quello francese. Hanno partecipato alla “Festa del Rugby” in Savoia, dalla Nigeria, Serena e Miriam, dall’Algeria, Habima, dall’Ucraina, Alisa, e dall’Italia, Noemi.
Racconta Paolo:
“Esordienti in un torneo, Alisa, Habima e Noemi. Mentre Miriam e Serena hanno tirato fuori la loro esperienza ed entrambe sono giunte a meta. Gran bella festa di sport giovanile, con un buon Terzo Tempo e un omaggio per tutte”.

Settembre 2024. La squadra, allenata da Stefano Formaggio, può contare su due giocatori tra i primi ad aderire al progetto – Abaka Franck, Sidibe Moussa – che ora lavorano e hanno messo su famiglia nella zona. C’è anche un italiano, Filippo Russo, nato a Catania, monferrino d’adozione. Il viso simpatico del giocatore di Rugby:
“Ho iniziato a giocare alle Tre Rose a ventitré anni, dopo una lunga militanza con la pallamano. Per me è stata la prima esperienza con il Rugby. Oggi ho trentasei anni e sono ritornato alla palla ovale perché mi piace questo sport che ti insegna il rispetto per l’avversario. Da qualche parte ho letto che il Rugby è come l’amore: devi dare prima di prendere”.
Il ritorno di Filippo alle Tre Rose è stato caldeggiato da Pensa da molto tempo. Il giocatore, infatti, nel ruolo di ala, è tra i primissimi ad aver conosciuto la squadra di Pensa ai suoi inizi, quando il campo di allenamento era a Rosignano Monferrato. Ricorda Filippo: “Il campo da Rugby era soprannominato ‘campo di patate’ e d’inverno ci si allenava tra la neve e le zolle ghiacciate, un ricordo indelebile!”. Oltre a Filippo Russo si sono aggiunti altri giocatori monferrini per il campionato delle Tre Rose: Marco Natta, Leone e Orlando Baraldi.
La star Maxime Mbandà ha affermato:
“Mi sono affezionato al progetto, che ha delle basi solide perché ha resistito al periodo disgraziato del Confinamento per Coronavirus. Questi ragazzi possono sfogarsi fisicamente, e cominciare a costruire un futuro. So che in Piemonte la gente ha imparato ad accoglierli, e a sostenerli. Spesso gli uomini si pongono dei limiti, costruiscono delle barriere mentali che un momento di condivisione permette di superare. Gli stranieri, gli Altri, sono persone che possono portare sempre qualcosa di positivo”.

Riprendo il discorso con Walter Zollino, che mi racconta la sua esperienza:
“Dieci anni fa, facendo un reportage a Ventimiglia, mi chiedevo se l’Europa esiste. La mia attenzione era sui migranti e le loro difficoltà a entrare in Europa. Quando mi è stato segnalato nel 2015 la realtà delle Tre Rose, ho iniziato a seguire la squadra con la fotografia, seguendo gli allenamenti e il campionato. Ho raccontato Le Tre Rose per un anno. Poi è venuto il documentario, che mostra i ragazzi migranti diventare giocatori di Rugby. Per i richiedenti asilo, giocare nelle Tre Rose faceva la differenza anche davanti alla giustizia italiana. Un esempio per tutti!”.
Insomma, fatte le foto, il documentario, manca un film. Zollino annuisce: “Per la prima volta in Italia e nel mondo, dei richiedenti asilo riescono a partecipare a un campionato federale”. Sovviene alla memoria il film con Denzel Washington, Il sapore della vittoria (Remember the Titanus). “Perché no? Le storie ci sono. Io sono pronto. Occorre un grande regista, sensibile. Creare una bella produzione. Mancano i soldi, però…”. Gli stringo la mano; Paolo Pensa il sognatore direbbe in questo momento: “la Provvidenza!”. È un uomo di fede. Sicuramente si farà un bel film! Mentre Zollino parla con me, Pensa è tra i suoi ragazzi del Rugby, sempre sorridente. Paolo è con loro, accanto alla sacca dei palloni. Si alza improvvisamente il grido di battaglia della squadra: “1-2-3 rose!”. È una bella scena, da film. L’esclamazione dei giocatori è pura magia. Poi i più “anziani” schiaffeggiano sulla testa i nuovi arrivati, che scappano, imprecando chi nella lingua del Mali, chi nella lingua della Guinea, in tre direzioni opposte, mettendo in atto lo stesso principio delle galassie: più si allontanano tra loro e più corrono veloci.

Rivista Savej è un progetto di Edizioni Savej, casa editrice della Fondazione Enrico Eandi.
Pubblicazione registrata al tribunale di Torino.
Direttore responsabile: Lidia Brero Eandi.