Per tutto l'oro del Piemonte

A caccia di pepite con i cercatori d'oro di ieri e di oggi

Fotografia, donata al Museo dell’oro di Cascina Merlanetta da Pietro Bastianino, che ritrae Filippo, fratello di suo nonno, esperto cercatore d’oro di Casal Cermelli, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento (© Cascina Merlanetta).
Davide Mana
Davide Mana

Laureato in Paleontologia e dottore di ricerca in Geologia, in passato è stato insegnante, ricercatore, conferenziere, venditore di auto usate, interprete, spaventapasseri, riparatore di biciclette. Da alcuni anni lavora come autore, divulgatore, traduttore e creatore di giochi.

  

Secondo Samuel Johnson, i complimenti sinceri sono, come l’oro e i diamanti, preziosi per la loro scarsità.

E la scarsità è certamente uno dei motivi per cui l’oro — l’elemento 79 della Tabella Periodica — è considerato un metallo prezioso da oltre seimila anni: un pendente di oro a 24 carati, ritrovato a Varna, in Bulgaria, nel 2015, e risalente al 4.300 a.C., è il più antico esempio di uso di questo metallo in gioielleria. Si calcola che se tutto l’oro del mondo venisse fuso in un unico lingotto, questo sarebbe un cubo da 20 metri di lato.

La scarsità dell’oro fa anche sì che esso sia infinitamente riutilizzabile — gli oggetti d’oro si fondono e si trasformano, ed è probabile che l’anello o il bracciale che oggi indossiamo contenga oro che nei secoli passati è stato un diverso gioiello, o una moneta, forse nello scrigno di un pirata o nel corredo funebre di un faraone.

La più grande pepita d'oro del Colorado, trovata nel 1937.
La più grande pepita d'oro del Colorado, trovata nel 1937.

Un percorso sui sentieri del vino tra eccellenza, cultura e territorio: il nettare degli dei nell'arte, le opere d'artigianato dei bottai, i patriarchi del vino, gli antichi vitigni riscoperti a Grinzane Cavour, lo scandalo del vino al metanolo e tanto altro nel tredicesimo numero di Rivista Savej!

Rivista Savej 13 è nelle edicole delle province di Torino, Biella, Asti, Alessandria e Vercelli, oppure in vendita su questo sito!

Il metallo più amato

Ma la scarsità da sola non basta: il platino è più raro dell’oro, ma meno popolare. Come l’oro, il platino non è soggetto a corrosione, ma a differenza dell’oro, che fonde a poco più di 1000°C, il platino è più difficile da estrarre, è più difficile da lavorare e fonde a 1768°C. L’oro è un ottimo conduttore elettrico e un eccellente riflettore di radiazioni infrarosse, caratteristiche che ne fanno un importante materiale per le moderne tecnologie (dalla circuitistica elettronica alla creazione di telescopi astronomici). Ed è estremamente duttile e malleabile: trenta grammi d’oro possono essere martellati fino a farne un foglio di cinque metri di lato. L’oro è anche di un bel colore giallo-dorato, a differenza di ogni altro metallo nella tavola periodica con la sola eccezione del rame. Nel suo stato naturale, l’oro non si trova puro, ma è associato all’argento e la percentuale di argento nella lega incide sull’intensità del colore del minerale. Per uso industriale e in gioielleria, l’oro viene invece addizionato con argento, rame, platino o palladio, a seconda degli usi.

Raro, facile da estrarre e da lavorare, bello a vedersi, l’oro è stato per millenni la valuta ideale, il bene rifugio, il materiale col quale creare artefatti meravigliosi. E non solo. L’oro è anche un autentico oggetto del desiderio, capace di scatenare l’avidità e la follia nelle persone più apparentemente equilibrate. Hernan Cortes, l’uomo che conquistò il Messico e contribuì a rifornire le casse della corona spagnola con i tesori dell’impero Azteco, sosteneva che l’oro fosse l’unica cura per una malattia dell’anima che affliggeva gli spagnoli. Una malattia che condusse molti contemporanei di Cortes a sacrificare la propria vita – e prima ancora, forse, la propria sanità mentale – per la ricerca del mitico El Dorado: una intera città fatta d’oro. Una ricerca, quella dell’El Dorado, cara ai narratori di storie d’avventura (ricordiamo qui solo Aguirre, Furore di Dio di Werner Herzog, del 1972) e che avrebbe continuato a mietere vittime nei secoli successivi, fino alla metà del XX secolo.

Cercatori d’oro nell'Orba con piatto o canaletta degli anni ‘50-60 del Novecento (© Museo dell'oro - Cascina Merlanetta).

Dove si trova l'oro?

Se depredare antiche civiltà e saccheggiare i tesori altrui è una pratica consolidata da parte di molti di coloro che sono stati colti da quella “malattia dell’anima” descritta da Cortes, è tuttavia innegabile che il modo più semplice e meno rischioso per accumulare oro resta quello di trovare e sfruttare un giacimento naturale.

Esistono in natura due tipi principali di giacimenti auriferi: le vene (lodes, in inglese) e i giacimenti sedimentari (placer). Le vene aurifere si formano a partire dalla circolazione di fluidi idrotermali all’interno delle rocce. L’acqua super-riscaldata si insinua in fratture delle rocce e, raffreddandosi, deposita i minerali che a temperature maggiori erano disciolti in essa. Le acque super-riscaldate possono avere diverse origini, legate all’attività tettonica della crosta terrestre: fenomeni diversi come le risalite di magma e le attività vulcaniche, o i processi compressivi di formazione delle catene montuose.

L’erosione da parte dell’acqua o del ghiaccio di questi depositi primari porta all’accumulo di particelle d’oro nei sedimenti fluviali, glaciali e marini. Questi depositi secondari vengono chiamati placer. Nei placer, l’oro si presenta in piccole pagliuzze inglobate in frammenti di quarzo, in pepite arrotondate o, più raramente, in cristalli cubici o ottaedrici; i cristalli cubici di pirite (solfuro di ferro) vengono spesso scambiati per quest’ultimo tipo di cristalli dai cercatori meno esperti, da cui il nome popolare della pirite, “l’oro degli sciocchi”.

Il frutto di anni di ricerca e raccolta di pagliuzze d’oro nel Biellese (© Associazione cercatori d’oro biellesi).
Il frutto di anni di ricerca e raccolta di pagliuzze d’oro nel Biellese (© Associazione cercatori d’oro biellesi).

La "gold rush"

La scoperta di giacimenti auriferi ha innescato numerose “corse all’oro” in passato. La letteratura e il cinema sembrano essersi concentrati sul Nord America, con la corsa all’oro in California nel 1849 (con la leggenda della Mother Lode, la madre di tutte le vene aurifere), e quella nel Klondike nell’ultima decade del XIX secolo (resa famosa dai lavori di Jack London e dal film di Charlie Chaplin, The Gold Rush).

È tuttavia importante rilevare che le corse all’oro non sono fenomeni limitati a queste regioni. Numerose corse all’oro hanno contribuito alla colonizzazione dell’Australia e all’esplorazione — e allo sfruttamento — dell’Africa sub-sahariana. In Russia, l’espansione verso la Siberia avviata sotto Ivan il terribile, è stata alimentata dal commercio delle pellicce e dalla ricerca dell’oro. Ed è il Brasile che vanta il doppio primato di essere stato il teatro della prima e dell’ultima corsa all’oro della storia, nel 1690 e nel 1909.

La ricerca dell’oro porta all’esplorazione di nuovi territori, alla fondazione di nuove città, le cosiddette “boomtown” popolate di cercatori, avventurieri e di tutti coloro che vivono alle loro spalle. Città spesso effimere e transitorie, ma anche spesso l’origine di importanti insediamenti come Melbourne in Australia, San Paolo del Brasile o Seattle negli Stati Uniti. La ricerca dell’oro cambia le vite degli uomini, influenza la cultura, modifica il paesaggio.

Pubblicità del 1926 per il revolver Colt che
Pubblicità del 1926 per il revolver Colt che "ha segnato ogni miglio di progresso per quegli spiriti coraggiosi del '49 che, in cerca dell'oro, costruirono un impero".

Non solo nel Far West

Parte dell’immaginario della corsa all’oro è la figura, che abbiamo visto in tanti film western (o fumetti di Tex), del vecchio cercatore, impolverato e male in arnese, forse un po’ eccentrico, che vagabonda per il territorio accompagnato da un mulo e che spende lunghe ore “setacciando” la sabbia del fiume in cerca di preziose pepite. Una persona che ha votato la propria esistenza alla ricerca di placer, una persona che è stata toccata profondamente dalla malattia dell’anima che non è, con buona pace di Cortes, esclusiva degli spagnoli. L’intero intreccio de Il tesoro della Sierra Madre, il capolavoro di John Huston del 1948, con Humphrey Bogart nel ruolo di un cercatore d’oro, ruota attorno alla rivalità dei protagonisti per il controllo di un ricchissimo placer aurifero.

I placer sono probabilmente la forma di giacimento aurifero più accessibile, più “popolare”: non servono grandi impianti minerari, non serve scavare e scendere nelle viscere della terra, con tutti i rischi del caso, per mettere le mani sull’ambito metallo giallo. Ma l’oro non esiste solo nel Far West, o fra le pietraie della Sierra Madre. Al 2021, i maggiori produttori d’oro al mondo sono Cina (332.0 tonnellate, pari al 9% della produzione globale), Russia (330.9) e Australia (315.1). E se in Europa l’attività estrattiva per l’oro non può vantare gli stessi numeri, ha tuttavia una storia lunga e ben documentata — e fino a meno di due secoli or sono il Piemonte era il terzo produttore di oro al mondo, dopo la Russia e l’Impero Austro-Ungarico.

Già i Romani estraevano l’oro da giacimenti sedimentari lungo il corso del Po e nel sud del Piemonte. Altri giacimenti vennero successivamente scoperti nel Vercellese dopo la sconfitta dei Cimbri nel 101 a.C. e successivamente nel Biellese. Nell’area della Bessa, dove l’oro si è accumulato in epoca glaciale, trasportato dall’avanzata dei ghiacciai quaternari, i Romani setacciarono sabbie e ghiaie in cerca del metallo prezioso.

Antichi attrezzi per la ricerca dell’oro utilizzati dalla popolazione locale esposti al Museo dell’oro a Casal Cermelli (© Cascina Merlanetta).
Antichi attrezzi per la ricerca dell’oro utilizzati dalla popolazione locale esposti al Museo dell’oro a Casal Cermelli (© Cascina Merlanetta).

Un metodo di ricerca popolare

Le fonti romane presentano quello che molti considerano il metodo “classico” di estrazione delle pagliuzze dorate dal sedimento, mediante un attrezzo simile a un vassoio o una padella. Questa “padella” (in inglese “pan”) è chiamata in italiano “batea”, ha una sezione conica e un diametro di circa 40 centimetri e una serie di scanalature la cui funzione è intrappolare le pepite durante il lavaggio. Originariamente prodotte in metallo o in legno, oggi si trovano in commercio in materiale plastico (online si trovano kit completi a prezzi popolari).

Questo tipo di ricerca dell'oro è un processo relativamente semplice e a bassa tecnologia. In primo luogo, è necessario trovare un placer, un deposito di sedimenti auriferi. Poi bisognerà camminare lentamente e tenere gli occhi aperti. Una volta individuato un deposito alluvionale adatto, una porzione del sedimento viene raccolta in una padella, dove viene poi bagnata e “lavata” mediante immersione, diteggiatura e agitazione in acqua. Questo processo si chiama stratificazione, o sedimentazione, e aiuta i materiali densi, come l'oro (che è diciannove volte più pesante dell’acqua), ad accumularsi sul fondo della padella, mentre quelli più leggeri, come l’argilla, rimangono in sospensione nell’acqua e vengono lavati via. Nel momento in cui sul fondo della padella si trovano solo le pagliuzze dorate, queste vengono raccolte e poi si ricomincia da capo.

Nulla di troppo complicato, per lo meno sulla carta. Forse proprio per la relativa facilità del metodo e per il basso costo dell’equipaggiamento, in passato non era insolito che, mentre erano “fermi” nel periodo invernale, molti agricoltori nella nostra regione arrotondassero le proprie entrate dandosi alla ricerca dell’oro nei molti fiumi e torrenti che drenano le Alpi.

Si tratta d’altra parte di una attività lunga e faticosa, che richiede al cercatore di stare con le mani in acqua per lunghe ore, rannicchiato o seduto lungo la riva di un fiume. A partire dagli anni Cinquanta del XX secolo, complice anche il boom economico, la ricerca dell’oro come attività per integrare il reddito contadino nelle campagne si ridusse progressivamente fino a scomparire.

Il processo di stratificazione che avviene durante il lavaggio aiuta i materiali densi come l’oro ad accumularsi sul fondo della “batea” mentre i materiali più leggeri, come l’argilla, vengono lavati via (© Cascina Merlanetta).
Il processo di stratificazione che avviene durante il lavaggio aiuta i materiali densi come l’oro ad accumularsi sul fondo della “batea” mentre i materiali più leggeri, come l’argilla, vengono lavati via (© Cascina Merlanetta).

Tra folklore e passatempo

Sull’altopiano della Bessa, in provincia di Biella, le attività estrattive di epoca romana lasciano una traccia anche nel folklore locale. Secondo la leggenda, gli abitanti del luogo, sfruttati come schiavi dai romani per estrarre l’oro, si ribellarono e, appropriatisi di una parte del frutto del loro lavoro, fusero il metallo in una statuetta a forma di cavallo (probabilmente in onore di Epona). La statuetta andò perduta, ed è oggi un leggendario tesoro scomparso, ambito da cercatori e “detectorists”, che vagano per il territorio armati di metal detector.

E per chi non fosse interessato a cercare antichi artefatti, oggi è anche possibile dedicarsi alla ricerca dell’oro, lungo i corsi d’acqua piemontesi, come attività sportiva o come semplice passatempo. Come afferma il manuale per cercatori d’oro distribuito gratuitamente dal servizio forestale dell’Alaska:

a differenza dei cercatori d’oro professionisti, i cercatori per diporto sono principalmente alla ricerca dell’avventura. L’intera famiglia può partecipare al divertimento di cercare e setacciare pepite d’oro.
Cercatori d’oro in azione sul fiume Elvo, uno dei corsi d’acqua più battuti per la ricerca dell’oro in Piemonte (© Associazione cercatori d’oro biellesi, foto di Gianni Cipriano).
Cercatori d’oro in azione sul fiume Elvo, uno dei corsi d’acqua più battuti per la ricerca dell’oro in Piemonte (© Associazione cercatori d’oro biellesi, foto di Gianni Cipriano).

La competizione, in Italia e nel mondo

Stando alla WGA (la World Goldpanning Association, fondata nel 1981) la prima gara per cercatori d’oro si svolse nel villaggio di Tankavaara, in Finlandia, nel 1974. L’idea venne ripresa dai media e nel 1977 l’iniziativa venne ripetuta portando a Tankavaara i rappresentanti di dieci paesi.

Ad oggi, esistono associazioni dedicate alla promozione della ricerca dell’oro come attività sportiva in molte nazioni, che organizzano un campionato mondiale itinerante: il 43° Campionato si è svolto nel 2019 nella Lapponia finlandese. Il 44° Campionato nella Repubblica Ceca, nella città di Nový Knín. Nel 2023, il Campionato si terrà in Sudafrica, nella città di Pilgrim's Rest.

Queste gare si svolgono in condizioni standard e controllate: tutti i partecipanti ricevono 15—20 chilogrammi di una miscela di sabbia e ciottoli in cui cercare l’oro. Gli organizzatori collocano nella sabbia una certa quantità di grani d'oro, di almeno un millimetro. La necessità di condizioni controllate non è solo dovuta all’aspetto com- petitivo delle gare. L’attività di setacciatura dei sedimenti può portare a un aumento della torbidità dell’acqua — nella quale vengono riversate le argille di lavatura — che potrebbe incidere negativamente sulla qualiTà dell’ecosistema (pesci, insetti e piante acquatiche soffrono in presen- za di acque torbide). In assenza di accorgimenti specifici, la presenza di alcune decine di cercatori d’oro impegnati in una gara per una intera giornata potrebbe seriamente danneggiare l’ambiente.

In Italia, la prima competizione ebbe luogo nel 1985, a Ovada, su iniziativa del geologo Giuseppe Pipino. A Pipino, napoletano trapiantato nell’alessandrino, si deve anche la creazione del Museo Storico dell’Oro Italiano, a Predosa (AL). Il museo — oggi visitabile presso la Cascina Merlanetta a Casal Cermelli — è dedicato alla storia dei giacimenti auriferi italiani, con documenti che vanno dal Cinquecento ai giorni nostri, strumenti e oggetti d'uso e campioni di minerali auriferi. Qui i visitatori possono provare personalmente a setacciare dei sedimenti in cerca del prezioso metallo o partecipare alle giornate di ricerca dell’oro lungo l’Orba organizzate dalla cascina.

Nel 1987 viene poi fondata la Associazione Biellese Cercatori d’Oro, che nel 2000, nella frazione Vermogno di Zubiena, crea Victimula, il villaggio dei cercatori d’oro italiani. Il villaggio si propone di essere la capitale della ricerca dell’oro alluvionale in Italia, con il Centro Visite della Riserva Naturale Speciale della Bessa, l’antica miniera d’oro a cielo aperto di epoca romana e il Museo dell’Oro e della Bessa.

Durante una delle giornate di ricerca dell’oro lungo l’Orba organizzate dalla cascina (© Cascina Merlanetta).
Durante una delle giornate di ricerca dell’oro lungo l’Orba organizzate dalla cascina (© Cascina Merlanetta).

Dove cercarlo in Piemonte

È possibile naturalmente cercare l’oro nei fiumi e nei torrenti piemontesi anche al di fuori di gare e competizioni. La legge nazionale consente la ricerca dell’oro nei corsi d’acqua e la legge regionale piemontese richiede semplicemente l’iscrizione gratuita al Registro regionale dei raccoglitori e ricercatori di minerali a coloro che desiderino dedicarsi alla ricerca dell’oro. Una volta ottenuta la certificazione, le destinazioni non mancano.

Nel Canavese, una delle zone più ricche d’oro del Piemonte, è possibile rinvenire oro nativo lungo l’antico alveo della Dora Morta, un fiume ormai estinto che alimentava un grande lago morenico nell’area dell’odierna Cavaglià e del quale i laghi di Candia e Viverone rappresentano le ultime testimonianze.

Lungo la Dora Baltea, presso Mazzè, la tradizione popolare afferma che si possano ancora oggi trovare pagliuzze d’oro, mentre ad Andrate l’oro viene rinvenuto nei torrenti Viona e Ribes. Il torrente Orco è noto in dialetto canavesano come l’Eva d’or, che percorre l’omonima valle fino alle porte di Chivasso, ed è una delle destinazioni più popolari fra i cercatori d’oro piemontesi, così come il Malone presso Brandizzo e il Chiusella.

Il torrente Cervo, nel tratto tra Andorno e Biella, è un’altra destinazione classica per i cercatori piemontesi, che possono seguirne il corso fino alla confluenza con il Sesia. Come l’oro della Bessa e del Canavese, anche l’oro del Cervo ha una origine glaciale e proviene dalla Val Sessera. Ancora nel Biellese, è possibile rinvenire polvere d’oro nelle acque dell’Elvo, nelle zone di Carisio, Cerrione, Occhieppo e Salussola.

In Valle Anzasca e nell’area di Alagna, le attività estrattive risalgono al 1500, con l’apertura di diverse miniere ad alta quota, al fine di sfruttare alcune ricche vene. L’attività estrattiva si chiude nel XIX secolo, ma le acque del Sesia sono ancora oggi considerate aurifere.

Lungo il corso del Ticino, nella zona di Varallo Pombia, è ancora possibile rinvenire le tracce dell’attività estrattiva di epoca romana, e ancora oggi il fiume trasporta pagliuzze d’oro.

Il metodo “classico” per la ricerca dell’oro avviene mediante la “batea” un attrezzo conico simile a una padella del diametro di circa 40 cm (© Associazione cercatori d’oro biellesi).
Il metodo “classico” per la ricerca dell’oro avviene mediante la “batea” un attrezzo conico simile a una padella del diametro di circa 40 cm (© Associazione cercatori d’oro biellesi).
A cosa non spingi i cuori degli uomini, o esecrabile fame dell’oro!
Virgilio, “Eneide”
.

Sul fiume Orba

L’attività di epoca romana ha lasciato il proprio segno lungo il corso dell’Orba. Due insediamenti di epoca romana, Rondinaria (forse il nucleo dell'attuale Silvano d'Orba) e Rondinella (oggi la frazione Portanova di Casal Cermelli) vennero fondate dai romani come “boomtown” popolate di cercatori d’oro (gli auri levatores) e commercianti, durante il periodo repubblicano.

Intorno all'anno 1.000, l'Orba viene riconosciuto fiume aurifero sotto la giurisdizione della Camera Regia di Pavia, che ne regolamenta lo sfruttamento nei secoli successivi. Nel XIX secolo arrivano lungo l’Orba le aziende estrattive francesi di Serra e Paulin, che operano a Capriata d'Orba, mentre a Carpeneto si insedia la “Società anonima lionese dei giacimenti auriferi degli Appennini”, fra le proteste della popolazione locale che, come si diceva, faceva della ricerca aurifera una fonte di reddito collaterale.

Alla fine del XIX secolo la “Società italo-svizzera per i giacimenti auriferi della Liguria” mette in opera sull’Orba una draga galleggiante per la raccolta e il lavaggio della sabbia. Una meraviglia dell’era industriale, la “macchina degli svizzeri” può setacciare fino a duemila metri cubi di materiale al giorno, recuperando il 50% del contenuto aurifero (un minimo di circa 100 grammi d’oro al giorno). Inizialmente stazionaria, la macchina verrà successivamente usata lungo tutto il corso del torrente Orba. La draga della Società Italo-svizzera viene distrutta dalla piena catastrofica del 1892.

Mentre l’interesse per la ricerca aurifera va lentamente svanendo, negli anni Trenta del XX secolo Giuseppe Perino brevetta un vaglio magnetico che, utilizzando il magnetismo, può separare i minerali pesanti dalla sabbia. È l’ultimo guizzo di una industria che si sta lentamente estinguendo: le attività estrattive lungo l’Orba, nel dopoguerra, si orienteranno alla produzione di inerti, sabbie e ghiaie per l’edilizia.

Separatore magnetico manuale esposto al Museo dell’oro a Casal Cermelli (© Cascina Merlanetta).
Separatore magnetico manuale esposto al Museo dell’oro a Casal Cermelli (© Cascina Merlanetta).

Quel che resta della febbre dell'oro

La ricerca dell’oro tornerà alla ribalta solo negli anni Ottanta, come attrattiva turistica e come attività sportiva. Difficilmente diventeremo ricchi, ma probabilmente riusciremo a non soccombere alla febbre dell’anima di Hernan Cortes. Un modo diverso e istruttivo per trascorrere un pomeriggio, con tutta l’eccitazione della corsa all’oro e senza il corollario di follia e tradimenti, stenti e avidità, che fanno ormai parte dell’immaginario globale.

👉 Si ringraziano la Cascina Merlanetta, l'Associazione Val d'Orba e l'Associazione biellese cercatori d'oro per la gentile concessione delle immagini.

※ ※ ※

Bibliografia

  • Amelotti R., Un grammo d'oro per ogni metro cubo di sabbia, in Piemonte Parchi, 12 ottobre 2020.
  • Huber C., Kurtak J., Gold Panning, A guide to recreational gold panning on the Kenai Peninsula, Alaska – USDA Forest Service, Chugach National Forest, 2020.

SITOGRAFIA

※ ※ ※

Ricevi le newsletter di Rivista Savej. Scrivi qui sotto la tua mail e clicca "Iscrivimi".

Nelle ultime 24 ore si sono iscritte 1 persone!

Raccontare il Piemonte, un articolo alla volta.
Logo Libreria Savej