Quando a Torino c'erano gli elefanti

Viaggio negli zoo del passato da Stupinigi ai Giardini Reali

Illustrazione di Alessandra Parigi

Carlo Bovolo
Carlo Bovolo

Storico, docente a contratto all’Università di Torino, si divide tra collaborazioni editoriali, progettazione culturale e ricerca storica. Proprio la passione per la storia l’ha portato in giro per l’Italia e l’Europa per biblioteche, archivi e musei, sulle tracce di eroi risorgimentali, gesuiti intransigenti, esploratori salgariani, tenaci scienziati. Collezionista di anticaglie, lettore onnivoro, viaggiatore insaziabile di luoghi, esperienze, cibi (e vini).

  

Proveniva dall’Egitto, dono del viceré Mehmet Alì a Carlo Felice di Savoia, re di Sardegna, in cambio di cento pecore merinos, negli anni Venti dell’Ottocento. Si era imbarcato al porto di Alessandria, sul delta del Nilo, aveva attraversato il Mediterraneo fino ai moli di Genova, per poi proseguire il suo cammino, passo dopo passo, attraverso la Liguria e il Piemonte, fino alla Palazzina di Caccia di Stupinigi, poco lontano da Torino. Il suo nome era Fritz ed era un esemplare maschio di elefante asiatico, di ventisette anni d’età. A Stupinigi il pachiderma, affidato alle cure di un guardiano dedicato, occupava un’area recintata della scuderia, con tanto di vasca circolare dotata di scivolo per l’accesso all’acqua. Il direttore del Real Serraglio Casimiro Roddi e gli zoologi dell’Università di Torino, Franco Andrea Bonelli, Giuseppe Gené e Filippo De Filippi, si interessarono delle condizioni e del benessere dell’animale, annotando nel dettaglio alimentazione e problemi di salute: una dieta non sempre adeguata e la golosità dell’elefante, specie per le castagne, comportò frequenti indigestioni, oltre che mal di denti.

Raffigurazione dell'elefante Fritz nella Real Villa di Stupinigi.
Raffigurazione dell'elefante Fritz nella Real Villa di Stupinigi.

Fritz divenne presto una celebrità nella corte sabauda, tanto da essere ritratto dal vivo prima dalla pittrice Sofia Giordano appena giunto dall’Egitto, e poi nel 1935 da Enrico Gonin durante una parata attorniato da una folla di curiosi. Non solo: Fritz fu pure immortalato in un dagherrotipo, probabilmente il primo realizzato in Italia di un soggetto animale. Tuttavia, la storia di Fritz ebbe una triste conclusione: nel 1852 l’elefante uccise il suo nuovo guardiano. Questo, insieme alle elevate spese di mantenimento, decretò la sua soppressione mediante asfissia da ossido di carbonio. Le spoglie dell’elefante furono oggetto di studi zoologici e istologici, per poi essere esposti a fini scientifici ed educativi nel Museo Zoologico di Torino (oggi Museo Regionale di Scienze Naturali).

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Il Real Serraglio delle Belve

Fritz non era l’unico abitante esotico di Stupinigi: la palazzina, infatti, ospitava il Real Serraglio delle Belve, conosciuto anche come Menageria Reale. Già dalla seconda metà del Settecento il parco e le aree limitrofe alla Palazzina di Stupinigi (nei pressi della cascina di Vicomanino in particolare) erano dedicati all’allevamento di fagiani, cervi, daini e cinghiali, la selvaggina prediletta per le cacce reali. Nel 1814, con la restaurazione dei Savoia sul trono dopo la parentesi napoleonica, venne fondato il Real Serraglio, che nel 1826 trovò definitiva collocazione nel fabbricato San Carlo, il padiglione di sinistra della palazzina, grazie all’impulso del conte Giovanni Battista Camillo Richelmy di Bovile, Gran Cacciatore di Sua Maestà, prestigiosa carica di corte con compiti di controllo sul patrimonio faunistico del regno e di organizzazione delle cacce reali.

Palazzina di caccia di Stupinigi (CC BY-SA 4.0 - Zairon)
Palazzina di caccia di Stupinigi (CC BY-SA 4.0 - Zairon)

Oltre ad allevare la selvaggina, i segugi e i cavalli per l’attività venatoria del sovrano, il suo scopo era quello di ospitare gli animali esotici della corte piemontese, oggetto di intrattenimento e curiosità. Oltre all’elefante Fritz, suo ospite più famoso, questo primo zoo di corte accolse tra il 1819 e il 1852 animali più o meno esotici: numerose specie di ungulati (cervi, daini, caprioli, stambecchi, camosci, mufloni, montoni, varie razze di capre, cinghiali), tre leoni, una lince, un leopardo, un puma, un giaguaro, un ocelot, due orsi della Savoia, un lupo, uno sciacallo, una mangusta; e ancora canguri, gazzelle, dromedari, vari tipi di scimmie, addirittura un esemplare di foca comune. Numerosi erano poi gli uccelli che popolavano le voliere, tra cui un’aquila, un casuario, struzzi, pappagalli, avvoltoi, pavoni e pernici. Tra i rettili, un boa della Colombia e una testuggine.

Dettagli degli affreschi della “Sala da gioco” alla Palazzina di caccia di Stupinigi (© Palazzina di caccia di Stupinigi).

L’intrattenimento, la curiosità e il gusto per l’esotico fin da subito si accompagnarono anche allo stimolo degli interessi zoologici e naturalistici. Gli animali di Stupinigi offrivano un inedito e prezioso laboratorio zoologico per i naturalisti che si susseguirono alla cattedra di zoologia dell’Università di Torino e alla direzione del Museo Zoologico cittadino: in particolare, proprio i già citati Franco Andrea Bonelli, Giuseppe Genè e Filippo De Filippi visitarono spesso la Menageria, osservando e studiando gli esemplari lì residenti.

Il 1852 fu un anno triste per la Menageria di Stupinigi. Infatti, non solo l’elefante Fritz venne soppresso, ma lo stesso Serraglio fu di fatto chiuso: gli animali esotici rimasti furono in parte venduti e in parte trasferiti in altre sedi. Rimanevano attive le piccole menagerie, spesso destinate a fagianeria o serraglio dei cervi, della cascina di Vicomanino, del castello di Racconigi e della tenuta di Pollenzo.

Statua del Cervo di Francesco Ladatte, 1766, Palazzina di Caccia di Stupinigi. Fu collocata sul tetto del grande salone centrale a indicare l'uso venatorio della palazzina di Stupinigi; dal 1992 è stata sostituita con una copia per questioni conservative e l'originale è stata sistemata nell'atrio.
Statua del Cervo di Francesco Ladatte, 1766, Palazzina di Caccia di Stupinigi. Fu collocata sul tetto del grande salone centrale a indicare l'uso venatorio della palazzina di Stupinigi; dal 1992 è stata sostituita con una copia per questioni conservative e l'originale è stata sistemata nell'atrio.

Uno zoo nel cuore di Torino

Negli anni successivi le vicende dei giardini zoologici torinesi si spostarono da Stupinigi al cuore della città. Infatti, nei primi anni Sessanta dell’Ottocento, Vittorio Emanuele II decise di allestire uno zoo nel giardino del Palazzo Reale di Torino. Plasmato sulla base dei più noti modelli europei (Vienna, Londra e Parigi), il giardino zoologico assunse in breve tempo risonanza nel pubblico e importanza nelle scienze, anche grazie a una distintiva fisionomia architettonica e al numero delle specie esposte. Nella Torino della seconda metà dell’Ottocento divenne ben presto non solo un luogo di svago e intrattenimento popolare, ma anche un punto di riferimento per gli studi naturalistici e per l’affermarsi di un’autorevole scuola veterinaria torinese.

L’idea di un giardino zoologico nacque nel 1862 in seguito a un nuovo dono diplomatico giunto dall’Egitto al nuovo re d’Italia: questa volta si trattava di alcune capre pigmee e un orice d’Arabia. Gli animali vennero collocati nel giardino superiore del parco di Palazzo Reale, dove già da inizio secolo in una vasca erano ospitati cigni e carpe. Fu però sull’area dei giardini inferiori, sotto i bastioni, più ampia e tenuta a prato, che ricadde la scelta di realizzare, secondo un progetto definito, le gabbie, le voliere e i ripari per gli animali. Lo zoo venne così dotato di grandi voliere a forma di pagoda, ripari e casette con accesso a zone all’aperto, gabbie con inferriate destinate ai carnivori, ampie vetrate con un pionieristico impianto di riscaldamento.

I Giardini Reali sede del Giardino Zoologico. Sullo sfondo la Mole Antonelliana in costruzione. Foto Giacomo Brogi, 1868 circa (© Archivio Storico della Città di Torino)
I Giardini Reali sede del Giardino Zoologico. Sullo sfondo la Mole Antonelliana in costruzione. Foto Giacomo Brogi, 1868 circa (© Archivio Storico della Città di Torino)

Il giardino zoologico, ispirato ai moderni esempi europei, era aperto al pubblico e gratuito, tramite l’accesso posto su corso San Maurizio. La sua gestione era affidata al capo custode Giuseppe Capietti, che rispondeva al Direttore generale dei Giardini Zoologici delle Antiche Province, Enrico (o Arrigo) Verasis Asinari di Castiglione, dal quale dipendeva anche la tenuta della Regia Mandria. La provenienza degli animali esposti poteva essere diversa: acquisti o scambi con altri giardini zoologici o serragli ambulanti, doni di esploratori o ricchi aristocratici, invii di diplomatici residenti in paesi esotici.

Numerose erano le specie ospitate nello zoo reale di Torino, originarie da ogni parte del globo, tanto da fargli guadagnare un prestigio internazionale: leoni, tigri, leopardi, lupi, orsi, elefanti, giraffe, alci, canguri, zebre, lama, oranghi, cercopitechi, struzzi, pappagalli, sono solo alcuni degli animali che erano offerti agli sguardi curiosi dei torinesi e alle osservazioni di zoologi e veterinari. Lo zoo, infatti, nel corso dell’Ottocento, rappresentava un luogo di intersezione tra scienza, intrattenimento ed educazione popolare.

Giardini Reali nel 2017 (© Musei Reali Torino)
Giardini Reali nel 2017 (© Musei Reali Torino)

Nilgai, wapiti e sambar alla Regia Mandria

Mentre il giardino zoologico del Palazzo Reale attirava la curiosità dei cittadini e l’attenzione di naturalisti e veterinari, alla tenuta della Regia Mandria, presso Venaria Reale, la passione per la caccia di Vittorio Emanuele II portò alla fondazione di un cosiddetto “giardino di acclimatazione”, sul modello di quelli attivi già da diversi anni a Londra e Parigi. Il fine originario di queste istituzioni era, appunto, acclimatare animali esotici a nuovi ambienti e climi, principalmente a scopo venatorio e commerciale, ma anche naturalistico e zootecnico.

Già nei primi mesi del 1860 quattro nilgai, ungulati indiani di grossa stazza denominati anche antilopi azzurre, giunsero alla Regia Mandria dal giardino zoologico fiorentino del principe russo Pavel Demidoff. Alle antilopi indiane fecero seguito molte altre specie e diversi tentativi di acclimatazione, con esiti più o meno felici. Qualche anno dopo l’arrivo dei nilgai, nel 1863 fu la volta di un piccolo branco di wapiti, specie di cervo nordamericano, provenienti dagli zoo di Londra e Anversa. Dopo che tutti gli esemplari del branco si ammalarono e morirono, Vittorio Emanuele II decise di inviare come proprio emissario il direttore dei giardini zoologici reali, Enrico Verasis Asinari di Castiglione, in Nord America per rifornirsi direttamente “alla fonte”: in due spedizioni differenti, Verasis inviò alla Mandria un totale di 80 capi. Soltanto gli esemplari del secondo invio sopravvissero e anzi riuscirono a proliferare nel parco tanto da essersi probabilmente incrociati con i cervi europei autoctoni, progenitori dei cervi oggi presenti nel parco naturale.

Anche alcuni stambecchi, a rischio di estinzione nel corso dell’Ottocento, furono ospiti della Mandria, per favorirne la riproduzione in vista di rilasci nelle valli alpine, ma anche per rafforzare la specie tramite incroci con capre domestiche. Nonostante gli esemplari venissero portati in estate a pascolare in quota, la reintroduzione degli ibridi non ebbe successo, per fortuna delle popolazioni selvatiche dell’ungulato. Tentativi di acclimatamento e introduzione coinvolsero anche insetti, con scopi prettamente commerciali: in particolare il bombice dell’ailanto e un lepidottero della famiglia dei saturnidi, nella speranza, fallita di fatto, di ottenere bachi da seta migliori e più resistenti alle malattie rispetto al tradizionale bombice del gelso.

Oltre a questi tentativi, il giardino di acclimatamento della Mandria ospitò, tra gli altri, diverse specie di cervidi (cervo pomellato, sambar, cervo virginiano), il canguro gigante, diverse razze ovine, lo stambecco dei Pirenei, numerose specie di fagiani e anatidi. A gestire il giardino di acclimatamento, sotto la direzione di Verasis Asinari, vi erano Francesco e Benvenuto Comba, rispettivamente padre e figlio, che si occupavano anche dell’annesso laboratorio zoologico per la preparazione tassidermica degli animali provenienti dal giardino stesso e dallo zoo di Palazzo Reale e destinati al Museo Zoologico torinese.

Ala settentrionale di Borgo Castello nel parco naturale
Ala settentrionale di Borgo Castello nel parco naturale "La Mandria" a Venaria Reale (TO) che ospita gli uffici dell'ente parco (CC BY-SA 3.0 - Alessandro Vecchi).

Chiusure e nuove aperture

I destini dello zoo di Palazzo Reale e del giardino di acclimatazione della Mandria furono legati al re che li aveva fortemente voluti. Il loro declino iniziò così proprio con la morte di Vittorio Emanuele II nel 1878. Le decisioni assunte nel 1880 dal nuovo re, Umberto I, ne determinarono la chiusura: la tenuta della Mandria fu venduta al marchese Medici del Vascello, mentre lo zoo fu donato alla città di Torino.

La donazione di Umberto I diede luogo a vivaci discussioni nel Consiglio comunale cittadino nella primavera del 1879. Le stime mostravano ingenti costi per l’esecuzione di opere iniziali di un nuovo giardino zoologico e ancora di più per il mantenimento annuale. In attesa di una decisione definitiva, si nominò un comitato per provvedere alla conservazione dello zoo e valutare il suo destino futuro. Ma ormai il giardino zoologico del Palazzo Reale era condannato alla chiusura: lo zoo venne chiuso ai visitatori nel 1883, per poi essere definitivamente smantellato nel 1886; al suo posto il maneggio reale e, nelle strutture che prima accoglievano gli animali, serre.

In un clima completamente mutato, più di ottanta anni dopo, un nuovo giardino zoologico comparve a Torino. Il 21 ottobre 1955, alla presenza del sindaco Amedeo Peyron, venne inaugurato il nuovo zoo di Torino, in un’ampia area lungo il fiume Po, fra i ponti Vittorio Emanuele I e Regina Margherita (l’attuale Parco Ignazio Michelotti), su un progetto dell’ingegnere Gabriele Manfredi. L’iniziativa, intrapresa da una ditta privata ma sostenuta dal Comune di Torino, si ampliò qualche tempo dopo con la costruzione di un acquario-rettilario nel 1960. Il primo nucleo degli animali dello zoo comprendeva alcune donazioni da parte di altri giardini zoologici: un orso bruno (dallo zoo di Vienna), un leopardo (Colonia), dei procioni (Monaco di Baviera), dei cervi, un bisonte europeo (dono del sindaco di Roma). A questi presto se ne aggiunsero molti altri: tra le specie più note elefanti, giraffe, ippopotami, orsi, leoni, antilopi, canguri, alcuni di questi nati proprio nello zoo torinese.

Non mancarono però incidenti, che costarono la vita ad alcuni animali: tra questi, l’unico ippopotamo dello zoo, che morì per avere ingerito una bambola caduta nella gabbia.

Foto dello zoo al Parco Michelotti di Torino (© Torino Piemonte Antiche Immagini - Archivio Hugo Daniel).

Maggiore attenzione per gli animali

La sensibilità verso gli animali in cattività era nel frattempo cambiata e maturata, così come la stessa concezione di giardino zoologico, sempre più orientato all’intrattenimento e allo sfruttamento commerciale degli animali, a scapito dell’interesse educativo e scientifico, significativo nel secolo precedente. Tanto più che, dopo qualche anno, gli spazi a disposizione per gli esemplari si erano dimostrati angusti e poco adatti alle esigenze di un moderno zoo (diversi erano i decessi avvenuti tra gli animali custoditi), mentre le condizioni generali della struttura in lento ma costante degrado.

Così già dall’inizio degli anni Settanta nell’opinione pubblica torinese iniziarono le prime proteste verso lo zoo, inizialmente attraverso proposte per spostare gli animali in luoghi più ampi e naturalizzati. Le proteste si intensificarono negli anni Ottanta, in vista dello scadere della convenzione con la ditta privata, quando l’amministrazione comunale torinese nominò una commissione per valutare il futuro del giardino zoologico. Nel 1986 nacque poi un comitato per la chiusura dello zoo, percepito come luogo di sofferenza per gli animali in cattività, a cui aderirono diverse personalità del mondo sociale e culturale piemontese, tra cui Allegra e Marella Agnelli, Tullio Regge, Giovanni Vattimo, Norberto Bobbio, Luigi Firpo, Gipo Farassino, Armando Testa, con il decisivo sostegno de La Stampa Sera.

La vita dello zoo di Torino era arrivata al capolinea. Nel febbraio del 1987 il Consiglio comunale della città deliberava la chiusura della struttura (il 29 marzo 1987 la chiusura definitiva al pubblico) e la restituzione dell’area alla cittadinanza. I circa mille animali ancora presenti nelle gabbie vennero trasferiti verso altri zoo in Italia ed Europa. Lo zoo di Torino fu il primo grande giardino zoologico italiano a chiudere, in anticipo rispetto alla legge che imponeva di rimandare a casa gli animali nei casi in cui non fosse stato possibile predisporre un habitat adeguato.

Negli anni successivi in tutta Italia e anche in Europa una più sensibile coscienza ambientale e più severi e rigorosi controlli da parte delle autorità hanno permesso la chiusura di parchi faunistici e acquari che non rispettavano le esigenze di spazio, habitat, alimentazione, tranquillità, salute degli animali, permettendo soltanto alle strutture più attente al benessere delle specie ospitate di continuare le attività.

Per quanto sia indubbio che l’ideale sarebbe poter osservare la fauna nel suo ambiente naturale e in condizioni di libertà piuttosto che in cattività, oggi le normative nazionali ed europee garantiscono standard comuni per il benessere degli animali e, accanto alla funzione di intrattenimento, molti degli attuali giardini zoologici sono diventati importanti luoghi di educazione ambientale e di conservazione della biodiversità, capaci di partecipare a progetti di riproduzione e reintroduzione di specie in via di estinzione.

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Bibliografia

  • Finotello P. G., I parchi faunistici. Storia e funzioni di giardini zoologici, acquari e collezioni faunistiche specializzate, Palermo, L’Epos, 2004.
  • Maschietti G., Muti M., Passerin D'Entreves P., Serragli e menagerie in Piemonte nell'ottocento sotto la real casa di Savoia, Torino, U. Allemandi, 1988.
  • Maschietti G., Muti M., Passerin D'Entreves P., Giardini zoologici. Vicende storico-politiche degli zoo torinesi (1851–1989), Torino, U. Allemandi, 1990.
  • Roddi C., Elenco degli animali del Real Serraglio di Stupinigi con alcuni cenni sopra i medesimi, Torino, Tipografia Fratelli Castellazzo, 1842.
  • Spantigati C. E., Ballaira E., Bava A. M., La Palazzina di Stupinigi, Torino, U. Allemandi, 2007.
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