Se otto ore vi sembran poche

Lotte, scioperi e conquiste delle mondine nelle risaie piemontesi

Mondine al lavoro, s.d.
Cristina Ricci
Cristina Ricci

Vincitrice del contest La Stampa Academy, un laboratorio di giornalismo d’innovazione, indetto dal quotidiano torinese nel 2013. Ha frequentato il corso di Data Journalism organizzato dalla Federazione Europea del Giornalismo ed è stata ideatrice e redattrice del portale SpiegaLeAli, dedicato alle tematiche legate alle questioni di genere. Appassionata di storia e di storie, è convinta che il futuro si possa costruire solo sulle solide basi del passato.

  

Alle ore 17 due mondine si affacciano da una finestra del palazzo municipale e danno l’annunzio che gli agricoltori hanno concesso le otto ore di lavoro e la mercede di 25 centesimi l’ora. La novella è accolta da vivi applausi (Giuseppe Bevione — La Stampa, 2 giugno 1906).

Si sente spesso parlare della riduzione dell’orario di lavoro. Secondo Eurostat, la direzione generale che raccoglie e pubblica i dati dei paesi membri dell’UE, in Europa si lavora mediamente 38 ore settimanali, poco più di 7 ore e 30 minuti al giorno ma ci sono stati, come i Paesi Bassi e la Danimarca, che ne lavorano molto meno, rispettivamente 30,6 e 33,6. Alcuni paesi, come Islanda, Giappone, Spagna e Nuova Zelanda stanno sperimentando progetti per la riduzione della settimana lavorativa a quattro giorni ma pochi sanno che in Italia le prime rivendicazioni per la riduzione dell’orario di lavoro a otto ore giornaliere furono portate avanti dalle lavoratrici delle risaie.

Una delle manifestazioni di protesta, s.d.
Una delle manifestazioni di protesta, s.d.

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Con le gambe a mollo e la malaria nel sangue

L’economia piemontese del neonato Regno d’Italia era prevalentemente agricola e le donne avevano un ruolo attivo in ogni tipo di lavorazione. Il giornale vercellese La Sesia riporta frequentemente notizie di agitazioni e di scioperi sin dai primi anni dell’Unità d’Italia, periodo in cui la risicoltura era fonte di grandi profitti economici ma all’epoca mancava una salda organizzazione sindacale che unisse le lavoratrici.

La richiesta più frequente, oltre all’aumento delle retribuzioni, era l’abolizione del sistema di caporalato e la regolamentazione delle assunzioni che avrebbe garantito a ognuna l’occupazione. Il primo sciopero documentato si tenne a Vettignè presso il comune di Santhià, nel giugno del 1885; ci vollero diciannove arresti per “sedare il tumulto”.

Le misere condizioni di lavoro e di vita si possono dedurre dallo studio del Senatore Stefano Jacini La proprietà fondiaria e le popolazioni agricole in Lombardia che prende in considerazione un arco temporale che va dal 1877 al 1884 e, benché lo studio non riguardi il Piemonte, le condizioni non differivano sostanzialmente da quelle descritte.

L’economista nella sua inchiesta rende nota la condizione dei circa 80.000 addetti, tra donne e fanciulli, che costituivano ancora la maggioranza della manodopera nelle risaie. Nessuna norma regolava il lavoro, né difendeva la salute e la vecchiaia di queste lavoratrici. Non era previsto un monte ore massimo né limiti di età per l’assunzione, nessuna visita sanitaria né aiuto in caso di necessità. Scrive:

Povero è il vitto, la carne è riservata alle grandi occasioni, la base del sostentamento è un pane di farina di granoturco mista
a quella di segale e di miglio... i companatici sono alcuni latticini, le sardelle e le uova.
Mondine al lavoro, s.d.
Mondine al lavoro, s.d.

Anselmo Marabini in Prime lotte socialiste racconta la vita

penosa e disumana [delle risaiole], con gambe nude immerse sino alla coscia nell’acqua putrida, emanante miasmi puzzolenti, non protette dalle morsicature delle sanguisughe che infestano quelle acque, col solo ristoro di un po’ d’acqua viscida corretta con qualche goccia di aceto. Per vitto un tozzo di pane nero e poco riso, per riposo un po’ di strame sotto una capanna di giunchi appositamente costruita ai margini dell’aia.

Il deputato socialista Nino Mazzoni agli inizi del 1900, le descrive in questo modo:

Le risaiole arrivavano a stormi, pigiate nelle anguste carrozze ferroviarie di quei tempi, stanche, disfatte, e venivano accolte in promiscuità disgustosa in fienili aperti, sulla paglia, senza una difesa notturna contro i nugoli di zanzare. L’orario era lungo e pesante: lavoravano curve sotto il riverbero atroce del sole, insidiate dalle malattie, dalle punture degli insetti, dalla lacerazione delle erbe, dal miasma delle erbe tarchiate. Nutrizione scarsa, pessima, fatta dei peggior riso e di fagioli frequentemente avariati. Le enterocoliti e il tracoma dominavano sovrani. Dopo 40 giorni di monda quel povero branco umano tornava a casa colle gambe piegate e spesso con la malaria nel sangue.

Proprio questa malattia infettiva classificava la risaia come luogo insalubre pertanto la sua ubicazione doveva essere al di fuori dal centro abitato. Solo la cosiddetta legge Cantelli del 12 giugno 1866 tendeva a normalizzare i lavori in risaia e affidava ai Consigli provinciali l’onere di disciplinare la coltivazione del riso, ma nulla diceva in merito al salario e non prevedeva alcuna tutela sanitaria e assistenziale. Convinti che le febbri malariche fossero provocate dai miasmi della risaia, più consistenti nelle ore crepuscolari, in provincia di Novara si prevedeva che il lavoro dovesse iniziare un’ora dopo il levare del sole, terminando un’ora prima del tramonto. Questo seppur timido disposto a favore dei lavoratori finì presto nell’oblio quando si scoprì il legame tra malaria e zanzara anofele, vera portatrice della malattia. Fu così che in alcune risaie era usanza iniziare il lavoro alle quattro e mezzo e terminare alle quindici, in altre la campana del comune suonava, per dare il segnale dell’inizio del lavoro, addirittura alle quattro meno un quarto.

Mondine al lavoro, s.d.
Mondine al lavoro, s.d.

“Leghe di miglioramento contadino” e sindacati

Verso la fine dell’Ottocento Mario Guala, figlio dell’onorevole Luigi Guala, cominciò a diffondere l’idea cooperativa fra i lavoratori, convinto che fosse un modo pacifico di elevazione morale. Iniziò poi a organizzare le mondariso, soprattutto per difenderle dalle organizzazioni emiliane che portavano nel Vercellese manodopera più disciplinata e a minor costo. In questo periodo i lavoratori, vittime ogni giorno della miseria e delle sofferenze, presero coscienza delle loro condizioni e diedero vita alle prime “Leghe di miglioramento contadino”.

Il Vercellese si dimostrò subito terra fertile anche per il proselitismo politico. Il Partito Socialista fu l’elemento trainante prendendo a cuore i problemi dei contadini e dei diseredati. Nel 1893, nella città, si organizzò una manifestazione con lo scopo di rivendicare un salario di 2 lire giornaliere contro quello di 1 lira e 10 centesimi al giorno dall’inizio della monda fino a maggio e di 1 lira e 80 centesimi al giorno nel mese di giugno (la monda avveniva da fine aprile ai primi di giugno, in questo periodo era necessario trapiantare le giovani piantine dove mancanti togliendo le infestanti). Due anni dopo i Presidenti delle Società Cooperative di Mutuo Soccorso di Vercelli e del Monferrato avanzarono la proposta di istituire la Camera del Lavoro di Vercelli.

Sempre più mondine aderirono al partito; da ciò scaturì un periodo denso di agitazioni represse con cariche della gendarmeria, arresti e condanne. Più di 20.000 donne fecero gran chiasso a Vercelli rivendicando la riduzione di orario da dodici a dieci ore ma gli agrari, che si sentivano protetti e spalleggiati dal governo Crispi, giunsero persino a negare che le pesanti condizioni di lavoro potessero essere nocive per le donne e i fanciulli impiegati nella monda.

Il 1898 fu un anno economicamente difficile. Il prezzo del pane salì con gravi conseguenze per le classi più povere. Il primo maggio a Vercelli vi furono disordini, anche se senza gravi conseguenze. Alla fine del mese, precisamente il 29, scoppiarono a Trino gravissimi tumulti provocati dai mondariso in seguito all’affissione di un manifesto che stabiliva la paga per la monda del riso a 80 centesimi al giorno. Una fiumana di gente percorse le vie del paese issando sopra i bastoni dei cenci a mo’ di bandiera; contro il corteo venne inviata la cavalleria e ci furono sessanta arresti. La paga fu poi portata a 1 lira e 25 centesimi la settimana successiva.

L’avvento al governo della Sinistra Storica, prima con il governo guidato da Giuseppe Zanardelli e poi con Giovanni Giolitti, innestò una serie di politiche libertarie che permisero la nascita delle organizzazioni sindacali e resero possibile la ripresa dell’azione rivendicativa delle mondine, aprendo di fatto un periodo di feconde conquiste sociali e legislative.

Ricostruzione del dormitorio delle mondine presso la Tenuta Colombara a Livorno Ferraris (© Riso Acquerello — Tenuta Colombara).
Ricostruzione del dormitorio delle mondine presso la Tenuta Colombara a Livorno Ferraris (© Riso Acquerello — Tenuta Colombara).

“Vogliamo le otto ore!”

Un primo passo per il miglioramento delle condizioni lavorative si ebbe nel 1903 quando il Consiglio superiore della sanità dichiarò dannoso, per donne e fanciulli, il lavoro in risaia, se protratto oltre le nove ore. Il 1906 fu invece l’anno della lotta più dura. Già nel febbraio, prima dell’inizio della campagna agricola, sui giornali si iniziò a profilare l’emanazione di una norma che avrebbe dovuto ridurre l’orario di lavoro nelle risaie. Animatore delle proteste fu l’avvocato Modesto Cugnolio conosciuto come l’Avvocato dei contadini, fondatore della Camera del Lavoro di Vercelli e del giornale La Risaia che rappresentò per ottant’anni il pensiero del socialismo vercellese. Il 1° maggio, dalle pagine del giornale proclama:

Il nostro programma è tutto nelle tre 8: otto ore di lavoro, otto ore di svago e otto ore di riposo. Questa è la battaglia dei socialisti!

Il 24 maggio si registrarono le prime manifestazioni di lotta. Un accordo fra le parti sembrò irraggiungibile nonostante il fatto che molti paesi fossero paralizzati dalle agitazioni. L’Associazione Agricoltori esaminò la situazione ma dichiarò di non essere disposta a cedere. Non essendoci possibilità di accordi, gli scioperi ripresero con maggior vigore e alcuni incidenti. La notizia del raggiungimento di un accordo tra le rappresentanze degli agrari e delle organizzazioni contadine fu colta con incredulità della folla fino a quando non venne confermata dal sindaco di Vercelli. L’accordo non venne però riconosciuto al di fuori della città dove, per tutta l’estate, continuarono le proteste. Scrive il cronista de La Stampa “fu indubbiamente il più vasto è il più impressionante sciopero agrario mai tenuto in Italia”. Il comportamento delle donne è estremamente coraggioso e combattivo; al grido “otto ore si lanciano in mezzo ai cavalli battendo con lunghi bastoni cavalli e cavalieri”.

Libretto per la registrazione giornaliera delle ore di lavoro delle mondine, 1947 (© Riso Acquerello — Tenuta Colombara).
Libretto per la registrazione giornaliera delle ore di lavoro delle mondine, 1947 (© Riso Acquerello — Tenuta Colombara).
se otto ore vi sembran poche, provate voi a lavorare e troverete la differenza di lavorar e di comandar.
Canzone di protesta di inizio Novecento.

La conquista delle mondine

Nella terza settimana di agosto i paesi fermi per lo sciopero furono trentuno e gli scioperanti più di ventiseimila. I contadini chiesero un aumento della paga: 5 lire e 50 centesimi per gli uomini, 3 lire e 50 centesimi per le donne. Si pretendeva l’applicazione della legge Cantelli e si rivendicava un aumento salariale e la giornata lavorativa di otto ore. La portata di quanto richiesto è comprensibile confrontandola con le rivendicazioni, nello stesso periodo, delle operaie torinesi che lottavano per ottenerne dieci. La richiesta, considerato che il lavoro di monda durava più di cinque settimane nelle quali le donne erano costrette a lavorare sempre a dorso piegato, sotto il sole e nell’acqua imputridita, non deve essere considerata eccessiva.

Riferendo sullo sciopero di San Germano, così scrisse La Sesia:

Oggi è stato dichiarato lo sciopero generale. Oltre ai mietitori del riso e i salariati, hanno scioperato per solidarietà pilatori, muratori, garzoni falegnami, ecc. Sul paese pare sia sceso un vento di morte; tutti i negozi sono chiusi stamane alle ore otto; restano solo aperti gli spacci di tabacco e le farmacie […]
Ricostruzione di una parete delle camere adibite a dormitori per le mondine (© Riso Acquerello — Tenuta Colombara).
Ricostruzione di una parete delle camere adibite a dormitori per le mondine (© Riso Acquerello — Tenuta Colombara).

Prima che la situazione degenerasse, per la prima volta in Italia, venne concessa, senza subire alcuna riduzione salariale, la giornata lavorativa di otto ore. Per vedere riconosciuto lo stesso orario gli operai dovettero aspettare il 1919. Giuseppe Bevione, giornalista de La Stampa scrive:

A questa vittoria del proletariato agricolo hanno concorso parecchi fattori: intanto l’imponenza del movimento. Il lavoro nelle risaie è un lavoro tremendo: i vercellesi lo sanno, loro che vedono ogni anno coorti di fanciulle a primavera fiorenti e colorite o squadre di uomini che sembrano gettati nel bronzo, cercare l’ospedale, scarni, tremanti, cogli occhi lucidi e il viso terreo per le febbri delle paludi. E i vercellesi sanno altro ancora, sanno che molti fittavoli in una ventina d’anni hanno arrotondato il loro patrimonio […]

La vittoria, ottenuta grazie al gran numero e compattezza di mondine mise in luce le drammatiche condizioni lavorative delle risaiole. Fu così che, nell’agosto successivo, il testo unico delle leggi sanitarie fissò nuove disposizioni sulla risicoltura stabilendo un orario massimo di nove ore sulla monda e un riposo settimanale di ventiquattro ore consecutive ma, essendo norme inserite nel comparto sanitario, nulla viene cambiato in merito al caporalato. Filippo Turati definì la misura “innocua”: pur non assicurando le otto ore, non escludeva la possibilità di contrattare con i proprietari agricoli e infatti, come accaduto negli anni precedenti, la lotta per le otto ore proseguì tanto che, durante lo sciopero del maggio 1909, al passaggio a livello del Belvedere a Vercelli e a Quinto, le mondine si sdraiarono sui binari con i bambini in braccio per impedire il passaggio dei lavoratori forestieri.

Sciopero delle mondine a Vercelli, sdraiate sui binari del treno. Illustrazione tratta da
Sciopero delle mondine a Vercelli, sdraiate sui binari del treno. Illustrazione tratta da "La Domenica del Corriere", 1909.

La repressione fascista

L’evento della Prima guerra mondiale interruppe la fase di riconoscimento dei diritti dei lavoratori agrari e, nel primo dopoguerra, i problemi sopiti emersero in tutta la loro crudezza, riaccendendo la lotta. Le mondine ripresero gli scioperi per interi mesi dal 1919 al 1922 ma l’unico risultato ottenuto fu, purtroppo, quello di acuire gli scontri. Il patronato agrario fondò la propria associazione nazionale e non esitò a ricorrere alla violenza assoldando le così dette “squadre fasciste” sia a scopo offensivo che difensivo rendendosi responsabile, come scrisse l’onorevole Luigi Preti “di un costume di lotta che è tra le cose che hanno più disonorato la civiltà italiana”.

Vennero date alle fiamme le leghe dei braccianti e i sindacalisti, quando non furono arrestati, vennero uccisi. Da quel momento solo la tessera fascista avrebbe garantito il lavoro alle condizioni stabilite dagli agrari. Si tornò a lavorare dieci ore al giorno ma la retribuzione, che aveva visto una drastica diminuzione che, in taluni casi arrivò al 40%, veniva erogata solo per l’80%; essendo il residuo versato a favore dei fasci.

Inutile dire che venne abolita qualsiasi libertà politica e di protesta ma, complice la disumana condizione lavorativa, lo spirito delle mondine non venne mai meno. Camilla Ravera, nel saggio La donna italiana dal primo al secondo Risorgimento, afferma che “La lotta condotta dalle mondine ha un grande valore di esempio e di incitamento per tutti i lavoratori”.

Le lotte portate avanti dal 1927 al 1931 furono decisive per il miglioramento delle condizioni igienico sanitarie e per quel che riguardava il trasporto e l’alloggio delle lavoratrici ma non modificarono nulla sul campo salariale. La rielaborazione del T.U. Sanitario vide approvate disposizioni in merito all’assistenza, all’igiene, agli alimenti, ai limiti di età per le assunzioni e al divieto di ingaggiare donne incinte ma, stabilendo un tetto massimo orario di dieci ore, venne persa la conquista del 1906. Anche il miglioramento nelle condizioni di vita non risolse del tutto i problemi, basti pensare che, il 16 maggio 1931 il quotidiano La Stampa denuncia: “Durante i trenta o quaranta giorni il menù delle risaiole non reca che riso, polenta e pane spesso avariati, niente carne né vino o frutta”.

Vista dell'attuale Tenuta Colombara (© Riso Acquerello — Tenuta Colombara).
Vista dell'attuale Tenuta Colombara (© Riso Acquerello — Tenuta Colombara).

Ultime lotte

La situazione restò pressoché immutata fino al secondo dopo guerra e il 1947 vide ancora scendere in piazza queste donne per ben quattordici giorni per ottenere il riconoscimento dell’indennità di contingenza, il raddoppio degli assegni famigliari e la quasi parità salariale tra uomini e donne nelle retribuzioni del taglio del riso. Lo sciopero dell’ottobre del 1950 si contraddistinse ancora per il clima di violenza nei rapporti tra mondine e polizia.

La professoressa Aida Ribero, protagonista delle maggiori battaglie per i diritti civili e per i diritti delle donne, fedele alla sua massima “Temo la smemoratezza e voglio che le mie figlie e le loro amiche sappiano perché e per chi sono così diverse dalle loro madri” intervistò alcune tra le protagoniste di quei giorni che confermarono quanto riportato dalla stampa. Il cronista del quotidiano torinese afferma che l’11 ottobre a Lignano “sette uomini scioperanti, sorpresi nella campagna da una camionetta della polizia, furono colpiti con lo sfollagente e sottoposti a umilianti e dolorosi trattamenti”.

Italo Calvino, sul giornale La Risaia, così descrive la situazione:

Stiamo scrivendo dopo un veloce giro tra i paesi della risaia: abbiamo ancora negli occhi il viso di donne pestato dai calci dei moschetti, i lividi sulla schiena di ragazzi selvaggiamente percossi. Le donne sono le più combattive, indomabili; sono, direi, le protagoniste di questa battaglia. Molte lotte per la dignità del popolo italiano sono state combattute in questa risaia.

Bisogna specificare cosa intendesse per dignità e per farlo basta dire che una delle richieste delle mondine era di viaggiare in terza classe e non su carri bestiame.

Lo sciopero si concluse con l’accordo sull’assistenza farmaceutica che, purtroppo, non era regolata dalla legge ma solo da accordi tra le parti. Accadde così che, non appena si allentò la pressione sindacale, gli agrari si rifiutarono di riconoscerla. L’assistenza farmaceutica era invece di fondamentale importanza considerato lo stato igienico sanitario delle risaie. La leptospirosi colpiva il 10% delle lavoratrici e la cura per la completa guarigione era stimata in 75.000 lire. Frequenti erano poi le malattie dell’apparato respiratorio, digerente, riproduttivo; non si contavano poi i problemi dermatologici. Nel 1962 le mondine rivendicavano ancora il riconoscimento di quanto già chiesto all’inizio del secolo.

Ma che ne fu di queste straordinarie donne, protagoniste di una tra le prime battaglie sindacali del nostro Paese? L’industrializzazione dell’agricoltura portò alla progressiva scomparsa di queste figure e, a ricordarle, ne resta un film, Riso amaro, alcuni canti di esasperata protesta e qualche fotografia.

Silvana Mangano in una scena del film
Silvana Mangano in una scena del film "Riso amaro".

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Bibliografia

  • AA.VV., Aspetti dell’attività femminile in Piemonte negli ultimi cento anni (1861–1961), Torino, C.A.F.T., 1962.
  • Jacini S., La proprietà fondiaria e le popolazioni agricole in Lombardia, Milano, Borroni e Scotti, 1854.
  • Marabini A., Prime lotte socialiste. Lontani ricordi di un vecchio militante, Roma, Edizioni Rinascita, 1949.
  • Ravera C., La donna italiana dal primo al secondo Risorgimento, Roma, Edizioni di cultura sociale, 1951.
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