Una sfuggente protettrice d’Occitania

Leggende e storia della Reino Jano

Costume design di artista ignoto per Giovanna di Napoli (1869). © Archivio Storico Ricordi
Umberto Ledda
Umberto Ledda

È nato nel 1982 in provincia di Cuneo, ma vive e lavora a Torino. Ha una laurea in lettere e un master in tecniche della narrazione. A lungo ha lavorato nell’editoria, come redattore e editor, ma a saggi e romanzi preferisce le storie dei funghi, dei boschi e delle stagioni, e le fiabe per spaventare i bambini cattivi.

  

"Viva la rèina – de nosto mountagno,

e tout lou mounde – qu’aici l’acoumpagno!"

- Anonimo, La chansoun de la Reino Jano

Le impronte di una regina che non è mai passata di qui

È una di quelle cose che può notare con più facilità un forestiero. I locali sono parte del luogo e il luogo è parte di loro, e così i nomi e toponimi non li ascoltano neanche: non sempre si fa caso a ciò cui si è quotidianamente abituati, a ciò che si è. Al contrario, un forestiero che si trovi a passare per le valli occitane del Piemonte finirà per accorgersene: esiste una patrona non ufficiale di queste terre. Una patrona laica, slegata dai nomi onnipresenti dei santi della legione tebea, da qualunque altro santo e da ogni questione ufficialmente religiosa: la Reino Jano, che un’occhiata online basterà per tradurre in italiano come “regina Giovanna” – un po’ più comprensibile ma altrettanto misterioso.

Non ci sono libri, divulgativi o accademici, che trattino esclusivamente la sua figura, e anche su internet la sua presenza è vaga e sporadica. Eppure la Reino Jano protegge queste valli dal Quattordicesimo secolo: è molto tempo, e infatti le sue tracce sono profonde, spesso semisepolte e offuscate ma sparpagliate un po’ ovunque nelle vallate occitane. In valle Stura, sopra Pietraporzio, il Giardino della Reino Jano è un piccolo poggiolo erboso tra le balze delle Barricate che serrano la valle, prima delle pascolate che conducono al colle della Maddalena e poi alla Francia. In valle Gesso, una gola vertiginosa taglia le pareti poco sopra Entracque: sono le Gorge della Reina. Vi sono grotte che sono pertus de la Reino Jano, e nascondono tesori introvabili. Ci sono pietre che sono “sedie della regina”, perché ricordano un trono. Sono rare le valli in cui non vi sia un Pian della Regina: quasi immancabilmente la regina è proprio la Reino Jano (con l’importante eccezione della valle Po, i cui Pian del Re e Pian della Regina fanno riferimento a tutt’altri monarchi, e per esigenze celebrative più banali). Ci sono vie della regina, cime della regina, castelli della regina. E la regina, neanche a dirlo, è la Reino Jano: quella stessa Reino Jano di cui il più grande poeta occitano moderno, il premio Nobel francese Frédéric Mistral, scrisse nell’omonimo dramma del 1890.

A fronte di questa benevolenza popolare, di questa capillare occupazione simbolica del territorio, è quasi un peccato che la vera regina che ha originato tutti i toponimi non sia mai passata da nessuna di queste parti.

Le Barricate.
Le Barricate.

Giovanna d’Angiò e un’altra Giovanna d’Angiò

Dipanare i fili che separano e collegano il piano storico da quello leggendario è una questione complicata: il forestiero curioso che decida di approfondire finirà per confondersi ulteriormente le idee. Il fatto è che la Reino Jano è una chimera – e il termine “chimera” è una metafora, ma solo fino a un certo punto: come le chimere mitologiche erano composte di pezzi di diversi animali, la Reino Jano è composta di pezzi di due persone almeno. Entrambe sono state regine di Napoli e d’Ungheria oltre che contesse di Provenza tra il XIV e il XV secolo, entrambe venivano dalla casata degli Angiò ed entrambe si chiamavano, in effetti, Giovanna: Giovanna I di Napoli e Giovanna II di Napoli. Entrambe hanno vissuto vite tumultuose di complotti, tradimenti, matrimoni sfortunati, imprigionamenti e voltafaccia.

A generare la figura leggendaria della Reino Jano occitana fu soprattutto la prima: poi, una volta che si fu generata la leggenda, a essa aderirono storie ed elementi relativi alla seconda, arricchendo e deformando quello che ormai era a tutti gli effetti un personaggio di fantasia. Ma proprio poiché non si tratta di eventi verificabili, di battaglie e di patti ma solo di leggende, è impossibile avere certezze. È tutto fatto di voci e di storie, e quindi di nulla.

Per i fatti, e per quel che servono in questo caso, bisogna rivolgersi alla storiografia: sono comunque fatti significativi, anche se poco hanno a che vedere con le valli occitane. Giovanna I d’Angiò fu un personaggio notevole, e la sua figura è facile da approfondire: scelta come erede al trono di Napoli nel 1343, nonostante la presenza di altri pretendenti maschi, divenne giovanissima una delle prime regine regnanti d’Europa e dovette ben presto difendersi dalla vasta schiera maschile di coloro che miravano al suo potere – compreso il marito, re d’Ungheria, sposato da bambina e che pochi anni dopo il matrimonio morì ammazzato. Pare davvero che Giovanna fosse coinvolta in prima persona nella sua morte; in ogni caso fu accusata della congiura. Seguirono guerre e vendette. Giovanna perse il trono, si sposò di nuovo, cercò e trovò nuovi alleati, riconquistò il trono ma il nuovo marito si impadronì del potere, mettendola da parte, e Giovanna dovette aspettare la sua morte per tornare a governare. Imparata la lezione e riconquistato il controllo della situazione, tenne ben lontani dal potere i successivi due mariti. Viene descritta come una regina assennata, determinata e benvoluta, almeno fino al successivo rovescio della fortuna, quando la giostra delle alleanze si pose contro di lei portandola alla prigionia e alla morte, verosimilmente violenta, a Napoli, nel 1382.

Questo per quanto riguarda la prima Giovanna. La seconda visse una vita forse meno determinata ma non meno tumultuosa. Anche su di lei ampie cronache riportano di mariti intriganti e alleanze ballerine, di giochi di potere tra la corte papale e quella partenopea, e soprattutto di un gran giro di amanti e favoriti ­– ma qui la storia cede al pettegolezzo, che è in sé stesso intessuto di leggenda: in ogni caso, questo elemento predatorio tornerà nelle leggende occitane, appaiandosi all’indomita indipendenza della prima Giovanna in quel mostro bifronte che è la Reino Jano.

Disegno di un affresco di Giotto raffigurante Giovanna I d'Angiò, autore Ágotha Imre Ede, 1885.
Disegno di un affresco di Giotto raffigurante Giovanna I d'Angiò, autore Ágotha Imre Ede, 1885.

Una regina spinta dal bisogno

Al forestiero curioso non sfuggirà che l’Occitania, con queste due vite rutilanti, c’entra ben poco. Poco, ma non nulla: nel 1348 Giovanna I dovette recarsi ad Avignone per chiedere l’aiuto papale: era il periodo successivo alla morte del primo marito, e la famiglia reale ungherese per vendicarlo e per rivendicarne i poteri aveva occupato il regno di Napoli, detronizzandola. Giovanna riparò dunque dal papa ad Avignone, per chiedergli aiuto. Ottenuto l’aiuto, se ne andò. Fu probabilmente l’unica volta che vide le terre di Provenza di cui pure era titolare. Non solo: molto probabilmente ci arrivò direttamente via nave, senza passare per l’Occitania italiana, che dunque non vide mai. Niente valle Stura e colle della Maddalena, quindi. Non è finita. Al papa, in cambio di denaro, cedette la città di Avignone strappandola così alla Provenza, tradendo le promesse che al suo arrivo si dice avesse fatto alla popolazione: non proprio il gesto che ci si aspetterebbe dalla futura protettrice delle terre occitane.

Eppure qualcosa è accaduto, anche se non è semplice dire cosa. La storia quando è vecchia di secoli è ambigua di per sé, intessuta di lacune così come di fonti contrastanti e variamente interessate. Qui, poi, si tratta più di immaginario, di sogni e speranze, che di storia vera e propria – per di più un immaginario popolano, periferico, che non lascia tracce scritte e muta generazione dopo generazione senza che se ne conservino i tratti intermedi. Gli accademici dell’immaginario non si sono ancora occupati a fondo di una storia così piccola e insignificante; al forestiero curioso toccherà dunque arrischiarsi nella speculazione. Quella della Reino Jano è una vicenda che pare respingere il rigore scientifico, che non avrebbe appigli oggettivi cui aggrapparsi.

La regina Giovanna ricevuta da Papa Clemente VI, dipinto di Emile Lagier (1887).
La regina Giovanna ricevuta da Papa Clemente VI, dipinto di Emile Lagier (1887).

Agiografia laica

Come può una regina straniera, e distante, mai vista e mai realmente benevola, diventare leggendaria figura di riferimento per un intero popolo? La Reino Jano, per gli occitani d’Italia, dev’essere stata in passato qualcosa in più di un semplice personaggio leggendario di cui raccontare nelle veglie invernali: la sua figura riassume in sé i tratti della santa e della fata, a volte perfino della strega. Un vero e proprio nume tutelare, per quanto ambiguo.

Molto probabilmente, in casi come questi, accade come nel telefono senza fili: le storie rimbalzano da una bocca all’altra e si trasformano, deformandosi via via fino alla dispersione totale. Non serve molto; a volte basta davvero un inciampo di pronuncia: in valle Gesso, per esempio, Reino Jano è diventata per assonanza, Reiro Jano. Non più la regina Giovanna, ma la Vecchia Giovanna o l’Antica Giovanna, addirittura la Nonna Giovanna: cambiando una sola lettera, l’intera origine storica del personaggio si perde lasciando dietro di sé pura leggenda. Ogni narratore, poi, racconta la storia aggiungendovi più o meno consapevolmente motivi da altre storie che conosce: per affascinare o spaventare o istruire i bambini, perché non si ricorda più dove finiva una storia e dove ne iniziava un’altra, perché determinati riferimenti non si capiscono bene in un certo luogo o passato un certo tempo, perché sì. E così le storie evolvono, per mutazione e adattamento.

Ma non è questo il punto: il punto è perché questa storia sia rimbalzata così vigorosamente di bocca in bocca al punto da arricchirsi e deformarsi fino all’irriconoscibilità. Perché questa regina vicina e lontana al tempo stesso ha affascinato i valligiani di otto, sette, sei secoli fa? Quali valori rappresentava? Cos’avevano in comune la storia e i suoi narratori? Quale forza magnetica li univa?

Affresco di Roberto d'Oderisio raffigurante il battesimo del primogenito Carlo, Duca di Calabria, nelle braccia della regina Giovanna I d'Angiò, Chiesa di Santa Maria Incoronata, Napoli.
Affresco di Roberto d'Oderisio raffigurante il battesimo del primogenito Carlo, Duca di Calabria, nelle braccia della regina Giovanna I d'Angiò, Chiesa di Santa Maria Incoronata, Napoli.

Forse Giovanna I d’Angiò rappresentò, per coloro che vennero subito dopo, l’immagine idealizzata di un prima, di un tempo felice e incorrotto. Il contesto è quello del tardo Quattordicesimo secolo, quando (dal 1372), le valli occitane d’Italia iniziarono a cadere sotto il controllo dei Savoia in un processo irreversibile che le strappò alla loro cultura e che condannò l’Occitania a essere il popolo senza terra e senza confine che è oggi. Non che prima fossero libere e unitarie: solo per citare alcune delle variabili, a ostacolare l’unità del popolo occitano c’era il marchesato di Saluzzo, c’erano appunto gli Angiò. E da cent’anni ormai la crociata albigese aveva spezzato la cultura occitana, imponendo alla Linguadoca il passaggio dalla lingua d’Oc a quella d’Oil. Ma forse i tempi di Giovanna I d’Angiò furono gli ultimi in cui la speranza di un’unità culturale e territoriale era ancora realistica: come un sogno da cui ci si è appena svegliati, che sembra ancora tangibile sotto le dita.

O forse, semplicemente, a vincere fu la tendenza umana a costruirsi un eden di fantasia, un paradiso perduto da rimpiangere e in cui rifugiarsi con l’immaginazione. Per un popolo privato di ogni giurisdizione come quello occitano, abituato a un rapporto conflittuale con il potere, il richiamo a un’epoca d’oro doveva essere più forte che altrove: e forse si servì di Giovanna d’Angiò per prendere forma, trasformandola in una condottiera benevola, amante del popolo perfettamente ricambiata. 

Perché proprio lei? In fondo Giovanna I d’Angiò si vendette un pezzo d’Occitania che aveva promesso di proteggere, e ci si aspetterebbe che la tradizione orale ne facesse piuttosto una traditrice. Ma forse ad attrarre i valligiani, più della cronaca reale, fu un nucleo più profondo e viscerale, che aveva a che fare con le motivazioni per cui la regina di Napoli era finita in Occitania. Giovanna scappava dalla persecuzione e dalla sfortuna, riparava in Provenza perché qualcuno le aveva rubato le terre: e la popolazione, immedesimandosi nelle sue traversie, la adottò come nume tutelare. Se davvero questa immedesimazione venne a stabilirsi, la specificità occitana avrebbe un peso non indifferente: un popolo senza stato, mai unito e mai padrone delle sue terre (che pure erano vastissime e si estendevano dalla Catalogna a quello che oggi è il cuneese), definito solo dalla propria cultura e dalla propria lingua, si ritrovava nelle vicende di una regina perseguitata. Proprio grazie alla lingua comune le storie della regina fuggiasca giunsero rapidamente nelle più remote valli a cavallo tra Francia e Italia: e qui, slegate dall’impaccio della verosimiglianza storica (e chi l’aveva mai vista una regina vera, in queste valli?) furono libere di crescere e di mutare senza vincoli. Fino a diventare leggenda e poi, incorporando tratti tipici delle masche e del sarvàn, addirittura fiaba.

Carlo I d'Ungheria, uno dei tanti parenti che contestò a Giovanna il diritto di ereditare il Regno.
Carlo I d'Ungheria, uno dei tanti parenti che contestò a Giovanna il diritto di ereditare il Regno.

Storie

A Montemale di Cuneo, presso ciò che rimane di una struttura fortificata, si dice che si aggirino non uno, ma due fantasmi. Il primo, maschile, sarebbe quello di un amante della Reino Jano da lei defenestrato per qualche motivo. Il secondo apparterrebbe alla stessa Reino Jano, pentita del suo gesto: si tratta della versione chimerica della regina, ibridata con le leggende su Giovanna II che pare avesse, al Maschio Angioino, un’apposita botola per liberarsi degli amanti di cui si era stancata. È un’ibridazione che dà alla Reino Jano qualcosa della masca.

In valle Gesso si racconta che la Reino Jano fosse stata promessa sposa, senza il suo volere, al figlio del re di Francia. Lei rifiutò, e il sovrano francese mandò l’esercito a precettarla (o a punirla, a seconda delle versioni). Ma mentre lei scappava ecco che la terra si aprì in un abisso alle sue spalle, inghiottendo l’esercito nella zona tra Entracque e Roaschia: il che spiega la nascita dell’orrido che adesso ha preso il nome, appunto, di Gorge della Reina.

In val Maira pare che un giorno la regina (alla leggenda, qui, non interessa se fosse fuggiasca o meno, perseguitata oppure no) dovesse attraversare un fiume tumultuoso e che tutti cercassero di dissuaderla: avrebbe rovinato le sue vesti regali. Ma la Reino Jano che tutto poteva camminò semplicemente verso il fiume, dove un ponte di pelle di pecora si tese davanti a lei per farla attraversare.

A Boves la Reino Jano non è santa né masca, ma addirittura ha piedi caprini. O di gallina, in altre versioni. È un motivo leggendario ricorrente e onnipresente nel folklore, legato alle fate e al demonio e a divinità minori del paganesimo alpino come le anguane delle alpi orientali, segno che la figura di Giovanna d’Angiò da un certo punto in poi ha perso ogni contatto con la storia realmente accaduta per migrare definitivamente nel sogno. Si dice, addirittura, che alla gente di Valloriate abbia insegnato l’arte casearia: una caratteristica che la allinea con uno dei grandi miti alpini, l’uomo selvatico, leggendario raccordo tra lo stato naturale e quello civile le cui origini sono ben più antiche della casata degli Angiò, dell’Occitania e degli stessi romani che civilizzarono queste terre strappandole ai celti.

Gorge della Reina.

I sogni di un popolo impalpabile

Mille sono le leggende sulla Reino Jano, spesso molto diverse tra loro: un puzzle con le tessere che non si incastrano mai alla perfezione e che una volta ricomposte restituiscono un’immagine cangiante e inafferrabile. Le leggende sono sempre sfuggenti, fatte come sono di desideri e paure: ma la Reino Jano, regina traditrice e insieme masca, e santa, e fata, celebrata per sommo paradosso proprio nelle terre che in qualche modo tradì e che a malapena conosceva, sembra portare con sé un tasso di ambiguità ancora maggiore della media.

Forse, ancora una volta, a generare questo paradosso è la cultura occitana che decise di farne la propria paladina e il proprio specchio. Una cultura sfuggita come sabbia, da secoli, tra le maglie della politica europea, perduta eppure ancora oggi orgogliosamente rivendicata da molti. La cultura di un popolo che non ha potuto corrompersi nell’esercizio del potere e che si è quindi consolato, o esaltato, nel mito e nei racconti, regalandosi innumerevoli miti fondativi e identitari declinati secondo le forme del desiderio e del sogno: senza vincoli razionalizzanti come l’interesse, le alleanze, la strategia, e senza nemmeno quello della realtà.

Le storie, lentamente, si vanno a perdere, come sempre succede quando la cultura che le ha generate tramonta, trasformandosi in qualcosa d’altro per sopravvivere agli stritolamenti del tempo e al mutare delle mentalità. Rimangono, nascoste nelle mappe e nella segnaletica, le cicatrici sul territorio: nomi che risuonano ancora e che custodiscono i segreti dimenticati dei luoghi, per i curiosi ­– valligiani o forestieri che siano – che vogliano scoprirli e tramandarli.

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Bibliografia

  • AA. VV., Montagne nostre – Sezione di Cuneo del Club alpino italiano, Cuneo, Edizioni Istituto grafico Bertello, 1975.
  • Bruno M., Alpi sudoccidentali: viaggio tra immagini e nomi di luoghi, Savigliano, Gribaudo, 2006.
  • Lodola M., Lou “temps de la Reino Jano”, in Piemonte Parchi, 18 febbraio 2015.
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