Giuseppe Conrotto, visionario del Monferrato

Un Ulisside fra tamburello, design e foreste di Cocconato

Nell'immagine: Giuseppe Conrotto
Dario Rei

Nato a Torino, laureato in Storia moderna, è stato professore di sociologia e politica sociale all’Università di Torino, autore di studi e ricerche su temi di politica sociale, terzo settore,… leggi tutto
  

Nella piccola area del “Monferrato di confine” spiccano nel recente passato delle figure di esploratori-innovatori di vario talento, che con la loro attività hanno arricchito la conoscenza e la reputazione del territorio. Talvolta non ne erano originari, oppure sono locali che hanno spiccato il volo verso lidi più larghi e lontani, senza mettere fra parentesi la terra da cui provenivano, a essa costantemente facendo ritorno per incontrarvi memorie amicizie consuetudini progetti. Come Ulisse, che attraversa mille peripezie mosso da curiosità e spirito di avventura, e aspira pur sempre di ritornare alla sua Itaca.

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Uno spiccato senso artistico e passione sportiva

Uno di questi Ulissidi è stato Giuseppe Conrotto. Nacque a Milano nel 1935. Il padre Giovanni era di Vastapaglia, frazione di Cocconato, la madre Alessio Margherita di Montiglio (non ancora Montiglio Monferrato). Il padre, campione di tamburello e pelota, girava per l’Italia da professionista libero, che otteneva ingaggi, premi e vittorie di scommesse. Giovanni praticava il tamburello a quattro in campo aperto senza il muro; uno sport dove forza, agilità, potenza, colpo d’occhio, senso tattico facevano la differenza fra i modesti praticanti e i veri campioni. Giovanni ha lasciato un vivo ricordo della sua abilità sportiva fuori dell’ordinario, oltre che della sua passione di direttore di banda. Dal padre Giuseppe ereditò un amore per il tamburello, che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita, anche se non ne fece la sua professione.

Agli spostamenti del padre alla ricerca di occasioni di impegno sportivo e di guadagno, si deve il fatto che Giuseppe crescesse poi a Genova in località Lido d’Albaro, allora non ancora convertita alle attività balneari, ma dotata di uno sferisterio simile a quello torinese di via Napione, che attirava pubblico e scommettitori. Dalla Genova dell’infanzia il bambino e la famiglia durante la guerra sfollarono al paese della madre, Montiglio. Dopo la guerra, tornato a Genova, Giuseppe fu allievo del liceo artistico “Nicolò Barabino”, dove prese a sviluppare le sue spiccate predisposizioni per il disegno e la scultura. In queste arti esprimeva un suo geniaccio refrattario da severe discipline accademiche, e scegliendo poi la Facoltà di Architettura di Torino, aperta a chi provenisse dall’artistico, vi sostenne pochi esami e l’abbandonò presto senza troppi rimpianti.

Volle rendere immediatamente operative le sue abilità e aprì a Torino lo studio “Caracter” per la produzione di grafica pubblicitaria, design di comunicazione commerciale, allestimenti standistici per fiere, mercati, saloni di esposizione, come l’allora assai importante Salone dell’Auto torinese. Operava con un ristretto numero di collaboratori, confidando soprattutto sulle sue doti personali. Quando aprì a Torino uno studio più grande che recava il suo nome, abbinò all’attività di comunicazione, per cui riceveva committenze da importanti marchi e loghi di successo, il lavoro di architettura per interni espositivi e commerciali e per ristrutturazioni di edifici residenziali. In un periodo trainato dalla crescita dei consumi e dal cambiamento dei gusti verso nuovi stili di vita e forme del dolce vivere, ebbe modo di ampliare il raggio dei suoi lavori in giro per l’Italia. 

Giuseppe Conrotto durante una partita di tamburello.
Giuseppe Conrotto durante una partita di tamburello.

Il ritorno a Cocconato

Negli anni Settanta aveva scelto Cocconato, il paese del padre dove aveva amicizie e relazioni, come buen retiro di campagna. Comprò un terreno in posizione eccentrica rispetto al centro urbano e aperta sulla collina sottostante; sul campo di grano costruì una casa in mezzo ai boschi e la adattò alle esigenze di una famiglia che cresceva (con tre figlie femmine e l’ultimo maschio) e allo sviluppo della sua attività. Vicino alla casa fece costruire e attrezzare un campo di tamburello, che fu la sede di abituali incontri con appassionati e amici provenienti da tutto il Piemonte.

Giocavano impegnando piccole poste amichevoli in sfide accanite, che terminavano ritualmente a tavola con decine di ospiti, in incontri impreziositi dai cibi e vini di cui la zona è ricca. Giuseppe favoriva la partecipazione a campionati nazionali agonistici con squadre di Cocconato e alimentava anche curiose innovazioni di gioco, che erano tentativi per svecchiare vecchie formule, attirare giovani praticanti e aprire alla partecipazione femminile: tornei tre contro tre e nel 1997 la prima edizione di un torneo con la formula uno-contro-uno (una sorta di tamburello-tennis). Il suo impegno diretto di gioco si protrasse finché le condizioni fisiche non sconsigliarono di cimentarsi in ripetute prove e lo convinsero a lasciare il posto all’organizzazione e all’ospitalità di tornei e giocatori.

Fu degli anni Ottanta la sua scelta definitiva di rilocalizzare a Cocconato, nell’abitazione di famiglia, anche l’azienda. Trasferì da Torino la “Conrotto Progetti” e vi impegnò la moglie Graziella, anch’essa nativa di una frazione di Cocconato, e i figli. Al posto di collaboratori torinesi non propensi a delocalizzarsi, prese a valorizzare giovani architetti e designers attinti al vivaio locale. Fu sempre presente come animatore e direttore d’orchestra, talvolta scorbutico, mai contento delle fasi intermedie del lavoro, perfezionista inquieto e sempre attento all’obiettivo da ottenere. Mentre con accortezza faceva strada alla staffetta della successione, era sempre suo l’occhio risolutivo che tracciava quel segno iniziale (“il crimine”, come Le Corbusier definiva l’avvio di un progetto) in cui l’idea prefigurava la forma archetipica del lavoro finale, si trattasse di magazzini milanesi, boutique torinesi, scenografie venete, residenze di campagna o punti vendita nella campagna del Monferrato. La crescente digitalizzazione delle comunicazioni riduceva gli svantaggi di una posizione logistica decentrata, e consentiva di rispondere a richieste provenienti da interlocutori italiani e stranieri – soprattutto europei e arabi.  

Progetto di architettura d'interni di un negozio, della “Conrotto Progetti”.
Progetto di architettura d'interni di un negozio, della “Conrotto Progetti”.

Al paese che lo ospitava Giuseppe, che ormai ne era diventato abitante permanente, mise a disposizione con generosità le sue abilità. Quando il grande orologio che stazionava sul campanile della chiesa fu rimosso e parve avviato al triste destino della discarica, intervenne al salvataggio con il meccanico Alluto, che ripristinò il fatiscente dispositivo segnatempo. Ne progettò la nuova sistemazione in un involucro di ferro, vetro e pietra della Val Cerrina, la realizzò e ne fece dono al comune. Da allora l’orologio è una macchina del tempo di forma neomedievale perfettamente funzionante, con congegni e ingranaggi a vista; sistemato al posto dei bidoni della spazzatura a cui sembrava tristemente destinato fa tuttora bella mostra di sé presso la piazza centrale del paese. Altri contributi per il paese furono la casetta dell’acqua, la nuova tettoia pubblica aperta, il piano colore della facciata della scuola. In breve, Giuseppe non si tirava indietro di fronte alla richiesta di offrire schizzi idee spunti per le iniziative che servissero ad abbellire e rendere più viva la presenza della comunità locale.

Il grande orologio della torre ripristinato e recuperato da Conrotto insieme al meccanico Alutto.
Il grande orologio della torre ripristinato e recuperato da Conrotto insieme al meccanico Alutto.

I 25 ettari dell'Alberone

La sua più impegnativa azione di mecenatismo civico fu l’Alberone: 25 ettari sul fianco della collina digradante in prossimità della sua casa laboratorio, verso il lato di Cocconato che scende dal centro paese. In questa zona, spoglia arruffata e avviata al degrado, acquisendo terreni e combinando il complicato mosaico dei ricongiungimenti fondiari, Giuseppe ha realizzato un Parco forestale che si estende lungo tutto il fianco della collina. È riuscito via via a impiantarvi 1.500 alberi di oltre 80 antiche varietà autoctone locali, individuate e censite da competenti botanici, e mantenute con cura assidua. Un esempio di ambientalismo pratico, né retorico né velleitario.

Il Parco dell'Alberone (© Gite Fuori Porta in Piemonte).

Lungo l’intero spazio del Parco sono stati allestiti punti per la nidificazione di volatili autoctoni e   migratori. Stradine e sentieri appositamente tracciati formano oltre due chilometri di percorsi, che consentono un trekking di conoscenza e attraversamento. Giuseppe ha progettato e installato tre stazioni per i visitatori del Parco: in alto la stazione di accoglienza, che si raggiunge dal portale di ingresso e fornisce la mappa e le informazioni naturalistiche e agronomiche. A metà collina la stazione panoramica, che apre la visuale delle piante autoctone e dello specchio d’acqua sottostante, che si raggiunge con un ulteriore percorso a tornanti. Al fondo il laghetto che segna l’ingresso in basso per chi scenda a piedi dal centro di Cocconato; un ponte in legno lo collega alla stazione dove i visitatori trovano lo spazio picnic e possono concedersi una sosta di riposo. Il Parco non ha recinzioni che ne limitino l’accesso ed è liberamente fruibile dalla popolazione.

Disegno della stazione del lago all'interno del Parco dell'Alberone.
Disegno della stazione del lago all'interno del Parco dell'Alberone.

L’impresa del Parco, che ricorda un impegno alla Elzéard Buffier (“l’uomo che piantava gli alberi” del racconto di Jean Giono) non è stata di breve lena né di facile realizzazione, ma ha proseguito spedita per la volontà del suo fondatore e animatore. Il collaudo definitivo, rispondente ai sostegni ricevuti dalla amministrazione regionale interessata alla valorizzazione botanica e forestale, fu condotto nel 2015. Da allora il Parco è diventato un giardino botanico di essenze autoctone e un luogo conosciuto e frequentato, aperto alla popolazione e al turismo ambientale. Ospita scolaresche, gruppi giovanili, corsi di formazione ambientale, visitatori del fine settimana inviati dal locale ufficio turistico, camminatori che lo attraversano nei loro percorsi outdoor che risalgono verso il sovrastante centro abitato di Cocconato. A riconoscimento dell’opera compiuta, nel 2016 l’Osservatorio del Paesaggio per il Monferrato e l’Astigiano ha conferito a Giuseppe e alla moglie Graziella Loner, suo indispensabile supporto operativo e organizzativo, il riconoscimento “Alfiere del Paesaggio”: “per l’idea e la realizzazione, nella loro dimora di Cocconato, di un imponente Parco forestale con piante autoctone della collina”.  La cerimonia di consegna si è tenuta nella bella cornice dell’Abbazia di Vezzolano, monumento romanico immerso in un intorno verde suggestivo: come a segnalare che il continuum natura-coltivazione-paesaggio-patrimonio-cultura è la carta vincente per conservare beni e ambienti e sottrarli a usi impropri e alteranti, o   inutilmente speculativi. Luoghi da preservare per una fruizione libera e formativa, a vantaggio soprattutto delle più giovani generazioni.

Consegna del riconoscimento
Consegna del riconoscimento "Alfiere del paesaggio", 2016.

Ricordando il "professore"

Al suo Parco Giuseppe ha dedicato quotidiane cure, mentre il lavoro professionale si attenuava con il procedere degli anni, giunti ben oltre l’ottantina. Furono consegnati al Parco anche gli ultimi istanti della sua vita, quando, una sera di fine maggio del 2021, il ribaltamento del piccolo trattore con cui provvedeva personalmente alla falciatura dell’erba lo travolse in modo irreparabile. Trovò la fine in uno dei luoghi a lui più cari, tra la casa, il verde del Parco, il laghetto che richiamava il mare genovese, in colline che in ere lontane anch’esse furono “valli del mare”. E la cerimonia funebre, celebrata sullo stesso luogo aperto dove aveva incontrato il suo destino ultimo, segnò grande vicinanza alla figura del “professore”, come lo chiamavano a Cocconato amministratori amici e cittadini.

Cocconato lo ricorda con il “Memorial Conrotto” di tamburello e nel Parco che la famiglia provvede a portare avanti con notevole dispendio di energie. L’auspicio è trovare, in istituzioni, fondazioni, organizzazioni di settore un sostegno di continuità che garantisca la cura attenta del patrimonio boschivo e forestale adunato, rendendo fruibile in modo permanente un bene ambientale di grande prestigio. Peregrinante da Milano a Genova, da Torino a Cocconato, sempre attivo per cerchie di amicizie, passioni e iniziative, Giuseppe avrebbe potuto senza difficoltà spostarsi a operare in città maggiori, dove trovare opportunità che la dimensione di paese parrebbe non offrire e persino ricusare. Diceva, con una punta di passeggero rammarico mista a ironia, che un trasferimento gli avrebbe consentito di cogliere le grandi occasioni della “Milano da bere” avviata al postindustriale; ma dove, in quella mecca del terziario superiore, impiantare un campo di tamburello a regola d’arte e di largo accesso? Dove trovare intorno a sé una comunità accogliente e sinceramente interessata al suo lavoro? La generosità del carattere, la curiosità dei modi, l’amore per la natura, l’amicizia per la gente, il senso della famiglia, la passione per il tamburello lo hanno trattenuto lì, dove è rimasto fino alla fine dei suoi giorni. Mostrando che saper agire nel mondo, avendo i piedi ben piantati nel luogo che si è scelto, consente uno sguardo che altrove non sarebbe altrettanto agevole, e forse non egualmente lungimirante.

Giuseppe Conrotto con il progetto e lo schema del parco dell'Alberone.
Giuseppe Conrotto con il progetto e lo schema del parco dell'Alberone.

Bibliografia
  • Conrotto G. (a cura di), L’Alberone: il giardino botanico di Cocconato, in Il ponte (periodico di Cocconato), anno XXVI (2016), n.85, pp.55-56.

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