I balmetti, dove la montagna respira

Storie sotterranee da Borgofranco d’Ivrea

Nell'immagine: Caratteristico balmetto in via della Coppa con pitture murali sulle pareti esterne (Foto ©Federico Fiorina – Per concessione del Comitato “J Amis dij Balmit”).
Umberto Ledda

È nato nel 1982 in provincia di Cuneo, ma vive e lavora a Torino. Ha una laurea in lettere e un master in tecniche della narrazione. A lungo ha lavorato… leggi tutto
  

A guardarli da lontano, senza saperne nulla, i balmetti di Borgofranco d’Ivrea non sono un luogo appariscente: una lunga fila di piccole case trascurate, addossate ai primi bastioni della valle della Dora a poca distanza dal paese. Tutto intorno, il paesaggio offre ben altro per attirare lo sguardo. Poco sopra le case inizia la Serra, geometrica e surreale: una collina il cui crinale disegna una retta interminabile, come una muraglia che nessun uomo potrebbe mai costruire. Più a monte, verso nord, ci sono le prime cime della Valle d’Aosta, e poi la valle stessa, immensa, fuori scala rispetto a quelle circostanti, un serpente glaciale che si perde a settentrione. Ai balmetti, acquattati sotto la montagna come a nascondersi, non si fa caso: solo camminandoci in mezzo viene il sospetto che non sia un luogo come gli altri.

Balmetti di Quinto o balmetti
Balmetti di Quinto o balmetti "bassi" (Foto ©Claudia Chiaro – Concessione del Comitato "J Amis dij Balmit").

Di giorno, sono silenziosi e deserti. Non ci sono negozi ma solo queste case anguste e di gusto un po’ antiquato, una accanto all’altra, protette da una lunga serie di cancelli chiusi, spesso troppo piccole perché ci viva una famiglia. Non ci sono automobili, in strada non si vede nessuno. I gatti di una piccola colonia osservano i visitatori da lontano, e la loro sospettosa immobilità sembra rendere più intenso il silenzio: mentre il resto del mondo è attivo, i balmetti dormono. La strada principale si chiama via del Buonumore, che non è un nome consueto per una via, e in ogni caso stona con la pigra inerzia del luogo.

Non essendo un luogo come gli altri conviene fare un passo indietro: per intercettare lo scarto, l’evento che ha reso diverso, e unico, un luogo altrimenti simile a tanti altri.

Interno del balmetto di proprietà Franceschi Osvaldo (Foto ©Claudia Chiaro – Concessione del Comitato
Interno del balmetto di proprietà Franceschi Osvaldo (Foto ©Claudia Chiaro – Concessione del Comitato "J Amis dij Balmit").
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Ghiaccio, rocce e vento

La diversità della terra su cui sorgono i balmetti è radicata e an­tica, almeno secondo la scala degli umani: ventimila anni, millennio più millennio meno. Non esiste ancora Borgofranco, non esiste Ivrea. Non esiste ancora nemmeno l’agricoltura. La Serra c’è già: le grandi glaciazioni stanno terminando, il ghiacciaio Balteo si ritira dopo aver ammassato tutto intorno all’imbocco della valle l’anfiteatro morenico più grande d’Europa. Il suolo finalmente respira, si libera del fardello del ghiaccio che per migliaia di anni lo ha stritolato: ma le rocce sono state stressate dalla compressione, che vi ha aperto una ragnatela di minuscole fessure, e sono instabili.

Non si sa quando sono avvenute le frane. Potrebbero essere state ven­timila anni fa, poco dopo il ritiro del ghiacciaio, o forse cinquemila, o forse addirittura cinquecento, in piena epoca storica: non ve n’è traccia in alcuna cronaca. Di certo sono frane particolari: le rocce in questa zona sono estremamente resistenti, e la compressione del ghiacciaio le ha spezzate in grandi blocchi netti e taglienti. L’accumulo che si crea, di conseguenza, è formato da massi grandi e irregolari, addossati l’uno all’altro su un pendio ripidissimo, e la carenza di detriti di dimensioni minori che vadano a riempire gli interstizi genera molto spazio vuoto: questo spazio vuoto crea una rete sotterranea che si estende per tut­ta l’ampiezza del deposito. Il fenomeno non è ancora stato studiato a fondo, e non se ne conoscono le dinamiche; probabilmente è qualcosa che ha a che fare con la pressione dell’aria, differente a temperature diverse: quello che è certo è che in questa rete di anfratti si crea una corrente continua di aria a temperatura costante, intorno ai die­ci gradi d’estate come d’inverno, che emerge in superficie all’altezza del fondovalle. Un vento senza origine, che emerge dalla montagna: anche questa non è una cosa consueta.

Cartello di benvenuto ai balmetti (immagine tratta da gitefuoriportainpiemonte.it).
Cartello di benvenuto ai balmetti (immagine tratta da gitefuoriportainpiemonte.it).

Paludi e pellegrini

Dopo la fine della glaciazione, gli uomini prendono possesso del luo­go. Arriva l’agricoltura, poi la scrittura. I romani in espansione fondano Ivrea sulla strada per la conquista del mondo, lungo la valle della Dora viene battuta e lastricata la via delle Gallie, che rimarrà lastricata an­che quando la civiltà latina perderà forza propulsiva e poi collasserà, qualche secolo dopo.

Con l’avvento del mondo cristiano la strada diventa un’importan­te arteria di pellegrinaggio: è la Via francigena, che dalla Francia e dall’Inghilterra conduce a Roma. Una strada importante in luoghi che dopo la fine dell’impero si sono fatti più instabili: il potere si è fram­mentato generando una serie di territori in competizione, spesso osti­le, gli uni con gli altri. La situazione diventa così precaria che nel tardo Tredicesimo il signore del Monferrato e il vescovo di Ivrea promuovo­no la costruzione di un borgo fortificato per proteggere dalle dispute il transito di merci, informazioni e pellegrini, oltre che per assicurarsi il controllo sulla strada in una tratta di tale importanza strategica.

C’è però un problema, che è anche il motivo per cui in tale luogo strate­gico nessun uomo si era mai azzardato a costruire un villaggio: in que­sto punto della valle il terreno è paludoso e malsano, ostile. Per incenti­vare la gente a popolare il nuovo insediamento è necessario affrancare i nuovi cittadini dal pagamento delle tasse: per questo il luogo assume e manterrà negli ottocento anni successivi il nome di Borgofranco.

Non vi è ancora traccia, nelle cronache dell’epoca, di ciò che un giorno saranno i balmetti: non è dato sapere cosa ne pensassero i coloni della brezza fredda che usciva dalla montagna a poca distanza dal centro del nuovo paese, né quanto tempo sia passato prima che venissero utilizzati. In realtà, non sappiamo nemmeno se questo vento esistesse già: tutte informazioni che sono passate tra le maglie larghe della storiografia e sono andate perdute.

Percorso della Via Francigena da Canterbury a Roma.
Percorso della Via Francigena da Canterbury a Roma.

Un paese senza cantine

Le prime tracce scritte risalgono al XVII secolo, e testimoniano una so­luzione elegante a un problema antico e non del tutto risolto. Il terreno della zona è stato bonificato ai tempi della fondazione di Borgofranco, ma continua a non essere particolarmente solido. Le case non hanno cantine sotterranee, perché verrebbero allagate: la conservazio­ne di vino, formaggi e derrate è problematica, e i tanti vigneti della zona rendono la questione rilevante anche sul piano economico.

Ma a poca distanza dal paese la montagna soffia questa brezza fredda, originata chissà dove nelle profondità dei suoi meandri, a una tem­peratura costante e perfetta. La corrente viene allora intrappolata costruendo intorno agli sbocchi delle piccole costruzioni in cui conservare le derrate senza rischi, in estate e in inverno. In questo periodo l’uso conduce alla definizione. “Balmetto” da balma, il termine antico che nelle Alpi occidentali indica i rifugi naturali sfruttati come riparo, cantina o stalla. La parola che va a descrivere il vento della mon­tagna tradisce un’origine medievale, se non più antica: aura, aria, che la parlata deformerà in “ora”. Lentamente, intorno alle ore, sorge un nuovo villaggio, separato e complementare all’abitato principale: nel 1764 il regio geometra Carlo Antonio Vigna riporta la presenza di alme­no nove balmetti. Nel 1870, saranno centotrenta. Infine, nel Novecento, saranno duecentotredici.

Balmetto in via del Buonumore 145, proprietario Federico Fiorina, in uso all'Azienda Agricola Terre Sparse di Matteo Trompetto per attività di affinamento vini (Foto ©Davide Bruschetta – Per concessione del proprietario Federico Fiorina e dell'Azienda Agricola Terre Sparse di Matteo Trompetto).
Balmetto in via del Buonumore 145, proprietario Federico Fiorina, in uso all'Azienda Agricola Terre Sparse di Matteo Trompetto per attività di affinamento vini (Foto ©Davide Bruschetta – Per concessione del proprietario Federico Fiorina e dell'Azienda Agricola Terre Sparse di Matteo Trompetto).

Una nuova vocazione

Camminando in una giornata qualunque lungo la monotona infilata di cancelli chiusi che proteggono i balmetti, la sensazione è quella di un luogo sospeso e addormentato. È un luogo almeno in parte abbando­nato, è evidente: ma non è un abbandono consueto. È come se i balmet­ti vivessero in un’eterna domenica mattina, reduci da una festa durata fino all’alba. È questa la sfumatura che rende così peculiare l’atmosfera che vi si respira: un abbandono soddisfatto, un sonno pesante e senza sogni. Per questo tutto è così silenzioso, per questo non si vede nes­suno in giro. Per questo le vie hanno assunto, chissà quando, quei loro nomi goliardici: via del Buonumore, via della Coppa, vico di Bacco. Per questo le case sono decorate in modi a volte leziosi, con affreschi e volute, secondo un gusto frivolo e incostante. Quando ci si riflette su un attimo, diventa quasi ovvio: questo è un luogo in cui ci si è divertiti. Un luogo in cui si è bevuto molto, e per molto tempo.

Ancora una volta, non si sa di preciso quando le cantine di Borgofranco abbiano scoperto la loro nuova vocazione al consumo, oltre che alla conservazione del vino, né il perché: forse è l’influenza del Carnevale, che fin dal Medioevo e forse da prima ha incentivato, in quest’area più che in altre, il mantenimento di cicliche parentesi di follia nella soffe­renza quotidiana. Forse è una particolarità del luogo, un endemismo culturale: il vento della montagna in estate deve sembrare una benedi­zione divina da onorare, una tentazione di fresco e di svago cui è diffi­cile resistere. Fatto sta che tra il XVIII e il XIX secolo la trasformazione si compie: piccoli cortili nascono davanti ai balmetti, con tavoli e sedie per potersi godere il vino. Sopra le minuscole cantine vengo­no costruiti altri ambienti, piccoli tinelli per ospitare parenti e amici e godersi il fresco delle ore nell’afa dell’estate. Quelle che un tempo sono state semplici cantine per conservare il vino e i formaggi, per soprav­vivere meglio agli inverni, diventano un luogo di festa e di ebbrezza.

Cartoline storiche riportanti il timbro postale rispettivamente del 1910 e del 1928 (per gentile concessione di Enrico Giglio Tos).

Il mondo al contrario

È un paese a parte, quello dei balmetti: e dunque ha regole a parte. Se nel borgo principale, a poco più di un chilometro di distanza, a dettare legge sono gli austeri codici religiosi, che incasellano le fatiche della vita in una gabbia efficiente, controllata e inesorabile, ai balmetti si ce­lebra una vitalità più brada e selvatica, che ha come scopo dichiarato la perdita del controllo e in cui ogni prescrizione si sfilaccia e perde im­portanza. L’ebbrezza è celebrata anziché osteggiata: e così la leggerezza e l’allegria, e il riso.

Le feste assumono, in questa cornice, una sacralità che ha qualcosa di pagano: come se il vento della montagna, antico o antichissimo che sia, contagiasse l’atmosfera del luogo riportandolo a tempi diversi e distanti dalla rigida codificazione della società ottocentesca. Nel 1826 il parroco di Borgofranco si sente obbligato a segnalare la questione ai suoi superiori:

Disordine per tanti di questa Parrocchia deriva dall’unione del­le loro cantine, dette volgarmente Balmetti, dove accorrono con indifferenza uomini, e donne, figli, e figlie, e massime nei giorni festivi, in cui alcuni colà trovandosi mancano in tutto, od in par­te alle funzioni del dopo mezzodì: disordine circa cui moltissime volte, ed altissimamente rimproverati, pare seguita emendazio­ne, ma non v'è fondamento di sperarne per lungo tempo la con­tinuazione.

A Borgofranco i balmetti vengono a sostituire, in tutto o in parte, la stessa istituzione ecclesiastica.

Carnevale ai balmetti nel 1902 (per gentile concessione di Enrico Giglio Tos).
Carnevale ai balmetti nel 1902 (per gentile concessione di Enrico Giglio Tos).

Fotografie

Le fotografie scattate ai balmetti a cavallo tra Ottocento e Novecento ritraggono gruppi di uomini e donne seduti al tavolo, con un bicchiere in mano, e sembrano condividere la medesima contraddizione. Gli abi­ti sono quelli che al tempo erano dedicati alla festa, rigidi e impostati: giacche e gonne, panciotti e cappelli. Lo stesso vale per la posa dei volti, che hanno la scontrosa e affettata solennità tipica dei ritratti dell’epoca.

Al tempo stesso, è evidente che non si tratta delle solite foto in posa: nel virile cipiglio dei maschi, così come nella torva serietà delle donne, sembrano a volte intrufolarsi dei sorrisi. La postura dei corpi ha un che di rilassato e sereno, le schiene si piegano impercettibilmente all’indie­tro a cercare la parete, gli sguardi scintillano di qualche pensiero futile o forse profondissimo, che le fotografie non possono comunicare con precisione. La stessa posizione delle persone nelle foto di gruppo man­ca della consueta, gerarchica geometria: in altre parole, tutti sembrano stare dove gli pare e non dove l’etichetta li vorrebbe.

La torva serietà degli scatti dell’epoca sembra più fittizia che altrove, sabotata com’è da una sotterranea, scanzonata vitalità. Il motivo per cui questo accade, con ogni evidenza, è che nessuno è del tutto sobrio: eppure le foto comunicano comunque una sorta di bizzarra sacralità. Se nel mondo consueto, un chilometro più in là, si celebra con rassegnato stoicismo la fatica del lavoro, che redime dal peccato originale, in quello rovesciato dei balmetti si celebrano con orgo­glio la frivolezza e l’oblio di ogni problema: almeno per il tempo che durerà la festa.

Cartolina storica con timbro postale del 1912 (per gentile concessione di Enrico Giglio Tos).
Cartolina storica con timbro postale del 1912 (per gentile concessione di Enrico Giglio Tos).

Modernità

Paradossalmente, sarà proprio un luogo vocato allo svago, alla super­ficialità e alla frivolezza a catalizzare uno dei momenti più fiorenti, a livello economico e imprenditoriale, dell’intera zona. C’entra comun­que un alcolico, in questo caso la birra, ma l’idea viene da fuori: dalla Valchiavenna, nell’estremo Nord della Lombardia, dove fenomeni fisici simili a quelli dei balmetti hanno creato una simile corrente sotterra­nea. Laggiù le piccole case costruite per intrappolare il vento si chiama­no crotti, il vento anziché ora è il sorel, e anziché il vino ci si conserva tradizionalmente la birra: ma sono differenze superabili.

A partire dal 1862 i fratelli De Giacomi, produttori di birra in Valchia­venna, espandono la loro attività nella bassa valle della Dora, costruen­do un birrificio accanto ai balmetti per sfruttarli nello stoccaggio: è l’inizio di una lunga epoca d’oro che durerà fino alla Grande Guerra. La Fabbrica di birra Borgofranco arriverà a produrre più di venti­mila ettolitri di birra l’anno, dando lavoro a decine di persone, e sarà solo il primo tassello di una imponente espansione industriale. Verso la fine del secolo nelle locali miniere di proprietà dei De Giacomi ven­gono scoperte sorgenti d’acqua arsenicale; viene messo in cantiere il progetto di uno stabilimento idroterapico. Alla produzione di birra si affianca quella delle acque minerali; Borgofranco diventa un marchio noto ben oltre la dimensione locale.

Veduta aerea della fabbrica di birra a Borgofranco d'Ivrea, cartolina datata 1939 (per gentile concessione di Enrico Giglio Tos).
Veduta aerea della fabbrica di birra a Borgofranco d'Ivrea, cartolina datata 1939 (per gentile concessione di Enrico Giglio Tos).

I balmetti, che sono stati l’elemento scatenante di quest’ondata pro­duttiva, assistono alle feste di un momento storico che sembra intriso di possibilità e di potenzialità. Carnevale dopo Carnevale, vendemmia dopo vendemmia, brindisi dopo brindisi, dev’essere sembrato a molti, all’epoca, che il tempo delle feste potesse protrarsi in un futuro lun­ghissimo e forse infinito, che un progresso inarrestabile avrebbe con­dotto il luogo e i suoi abitanti a una solida quanto duratura serenità materiale.

L’apice del successo è nei primi anni Dieci del Novecento; il prin­cipio della recessione subito dopo. Il terzo polo dell’espansione in­dustriale della zona è costituito da un impianto elettrochimico aperto nel 1913: dovrebbe rappresentare una nuova fonte di ricchezza e di la­voro, ma la guerra incipiente certifica, anche a livello simbolico, la fine dell’epoca d’oro. Con il conflitto, lo stabilimento viene convertito in una fabbrica di munizioni: prima del 1919 quattro esplosioni accidentali fa­ranno ventinove vittime. Dopo la guerra, tutte le operaie che vi hanno lavorato a rischio della vita saranno licenziate per dare lavoro ai reduci. I tempi sono cambiati.

Quando torna la pace, la spinta propulsiva di cinquant’anni prima è or­mai esaurita: il fascismo, favorendo la produzione più tradizionale del vino rispetto a quella della birra, percepita come barbara e straniera, decreterà la fine del birrificio. La produzione di acque minerali prose­guirà per qualche decennio, prima di venire interrotta. Le miniere nel frattempo sono state chiuse. Lo stabilimento idroterapico non è mai entrato in funzione.

Un posto che ne ha viste molte

La carcassa del birrificio è ancora lì, svuotata, con la sua ciminiera e la sua torretta liberty. Periodicamente si parla di una sua riconversione, ma non sono mai notizie vere e proprie: solo voci. Forse l’anno pros­simo, forse tra dieci: così da decenni. Le gallerie delle miniere sono abbandonate, in pochi ricordano dove fossero i loro ingressi. Parecchi balmetti sono sprangati, alcuni sono in vendita a poco, perché non pos­sono essere utilizzati come case normali: non hanno nemmeno le ca­mere da letto. Di giorno il villaggio dorme, come se fosse esausto dopo le peripezie dei secoli passati. Le vie dai nomi goliardici, con la luce, sembrano quasi uno scherzo, la memoria crudele di un luogo soprav­vissuto a stento al proprio periodo d’oro, reso inutile dal trascorrere della storia e dall’avvicendarsi delle mentalità. Ma il sonno, a guardare più da vicino, non è definitivo: domenica dopo domenica, Carne­vale dopo Carnevale, vendemmia dopo vendemmia, i cancelli si riaprono. Ai balmetti si beve e ci si diverte ancora, nonostante tutto e nonostante da fuori, di giorno, ogni cosa sembri abbandonata e ana­cronistica.

Foto storiche del Carnevale ai balmetti (per gentile concessione di Enrico Giglio Tos).

E poi, nei giorni feriali, basta ascoltare la gente che ne parla, giovane o vecchia non ha importanza: nelle voci c’è una vibrazione che va oltre l’orgoglio goliardico e la spavalda esaltazione di quando si ricordano le grandi celebrazioni e le feste più solenni. È una rivendicazione di appartenenza: i balmetti hanno finito per costituire un tassello fonda­mentale dell’identità della gente che ci vive attorno, e spesso gli aned­doti risalgono le generazioni disegnando un filo rosso che unisce l’epo­ca attuale a tutte quelle che l’hanno preceduta. Ogni famiglia ha le sue storie, una mitologia peculiare in cui nonni e bisnonni diventano pro­tagonisti di pranzi e feste deragliati nel leggendario, risse sfiorate o scop­piate davvero, bravate goliardiche ingigantite dal tempo e dai racconti fino all’iperbole: storie che difficilmente, altrove, sarebbero ricordate in termini tanto solenni e con la medesima incosciente fierezza. D’altra parte, quando si vive in un luogo così diverso da ogni altro, si finisce per farsene un po’ contagiare.

👉 Si ringraziano Enrico Giglio Tos e il Comitato “J Amis dij Balmit” per la gentile concessione delle immagini a corredo dell'articolo.

Bibliografia
  • Dalla Belle Époque alle Trincee. Industrializzazione a Borgofranco dal 1862 alla Grande Guerra, mostra a cura dell’Associazione Storico Cultu­rale Canapisium, Borgofranco d’Ivrea, 9 gennaio–27 febbraio 2022.
  • Ambrino P. e altri, Borgofranco d’Ivrea. La paragenesi a solfuri e solfosali delle miniere argentifere, in Rivista Mineralogica Italiana, marzo 2008, pp. 144–163.
  • Materiali divulgativi presso l’Ecomuseo L’impronta del ghiacciaio, rete museale dell’Ecomuseo dell’Anfiteatro Morenico di Ivrea, Caravino (TO).

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