
Gucci, Vittorio Accornero, “Agrifoglio”, 1973, seta.
Il foulard, simbolo di eleganza, ha conosciuto nel tempo innumerevoli declinazioni: dai più famosi esemplari di Hermès, i cui carré (90 cm x 90 cm) sono realizzati da quattro chilometri di filo di seta e con un numero massimo di venticinque colori, a quelli creati per celebrare o reclamizzare un evento, come i foulard olimpici, di cui nel 2016 si è occupata una mostra realizzata dal Museo Nazionale della Montagna di Torino, istituzione che conserva circa 180 pezzi caratterizzati da disegni e temi legati al mondo delle vette.

Vero e proprio must-have della donna, come è stato definito da Silvia Vacirca, accessorio femminile per eccellenza, il foulard ha costruito il suo fascino grazie a quello indimenticabile di dive, attrici, personaggi che hanno ricoperto ruoli pubblici, come Jacqueline Kennedy, Margaret Thatcher e Christine Lagarde, accompagnando via via la donna in un percorso sociale e culturale che, a partire dagli anni Trenta del Novecento, è stato inarrestabile. Nell’immaginario collettivo sono impresse, in particolare, due figure diventate vere icone della moda internazionale, i cui volti, incorniciati da un foulard, hanno travalicato il tempo: Audrey Hepburn e Grace Kelly. Il foulard è l’accessorio che, ancora oggi, più le identifica e che le ha accompagnate, non solo sul set, ma anche nella vita reale. Per Audrey Hepburn, annodato in testa, in modo sofisticato, associato ai grandi occhiali, o legato alla tesa di un cappello a falde larghe; per Grace Kelly, incrociato sul mento e fermato dietro, in modo così personale da essere stato definito, appunto, “alla Kelly”.
Un foulard, in particolare, ha intrecciato la sua storia a quella dell’attrice, legando inscindibilmente il proprio nome al suo: Flora, un pezzo di storia del marchio Gucci, creato appositamente per lei. Era il 1966 e l’attrice, accompagnata dal marito, il principe Ranieri di Monaco, si era recata in visita al negozio Gucci di via Montenapoleone a Milano. Rodolfo Gucci, il figlio del fondatore della griffe, volle farle avere un dono: alla sua richiesta, l’attrice rispose che avrebbe desiderato un foulard. Nacque così lo speciale carré cosparso di fiori, indagati con precisione botanica, dal disegno raffinato e fresco e dai colori vivaci e attraenti, ideato da Vittorio Accornero.

Gucci era stata fondata a Firenze nel 1921 da Guccio Gucci: inizialmente specializzata nella produzione di pelletteria di altissima qualità, era sorta sullo sfondo del mondo delle corse equestri, frequentato dall’alta borghesia e dall’aristocrazia più mondane, come le altrettanto famose Hermès e Vuitton. Il fondatore, che aveva lavorato a Londra come lift-boy presso l’Hotel Savoy, si era formato a Milano nella casa di pelletteria Franzi e nel 1921 appunto aveva aperto a Firenze una bottega specializzata nella realizzazione di articoli da viaggio e da selleria. Nel corso di alcuni anni l’attività era cresciuta coinvolgendo i suoi quattro figli, Ugo, Aldo, Vasco e Rodolfo e aveva consolidato il proprio marchio, inserendosi solidamente nel contesto della moda di lusso. Nel 1938 veniva aperta una succursale a Roma, cui avrebbero fatto seguito quella già nominata a Milano (1951) e quella di New York, fino a contare, tra gli anni Sessanta e Settanta, altri punti vendita in Europa, America e in Oriente. La sua prima attività continuava però a indirizzare i modelli e le scelte produttive, rivolti alla classicità e alla tradizione, innovati dall’uso di materiali naturali e inconsueti come il bambù o la canapa.
Flora si inserisce fra le sue creazioni più significative al pari della borsa con il manico di bambù (1947) e dei mocassini con il piccolo morso da cavallo (1952–1953). L’immagine della casa di moda, grazie all’omaggio a Grace Kelly, trovava inoltre nella diva una testimonial d’eccezione che, alla fine degli anni Sessanta, non era più solo l’attrice prediletta da grandi registi come Hitchcock, ma si era ritagliata un ruolo ufficiale e aristocratico quale consorte regale.
Foulard “Flora” con dettagli.
Vittorio Accornero si allineava perfettamente all’indirizzo della maison, classico e raffinato, portando sulla seta una variopinta cascata di fiori di specie diverse, proprio come nelle figure dell’icona botticelliana degli Uffizi, omaggio a Firenze, città di origine della griffe. Come nel giardino della Primavera, cosparso, ai piedi di Venere, da centinaia di specie botaniche, sulla seta di Accornero sono racchiusi nove bouquet formati da gigli, iris, narcisi, papaveri, tulipani, campanule, bacche di rosa canina, rami di agrifoglio, in un’esplosione di colori diversi tra cui si muovono farfalle, libellule, coleotteri e cavallette. Il foulard, realizzato in 37 varianti cromatiche, affidate per la stampa alla storica ditta, fondata nel 1902, Mantero di Como, riscosse un tale successo da determinare innumerevoli variazioni sul tema. Il suo disegno venne impiegato anche per caratterizzare abiti, borse o per ispirare gioielli, diventando un vero simbolo della maison, quasi quanto i nastri di lana o di cotone ispirati ai sottopancia delle selle, declinati nei colori del rosso e del verde o del blu e del rosso. Il tema di Flora è stato un successo intramontabile, ripreso anche in anni più recenti durante la direzione creativa di Frida Giannini che nel 2005 ha rinnovato e insieme omaggiato alcuni disegni storici della griffe, impiegandolo nella collezione Cruise 2013 e traducendolo anche in un profumo.

Dopo Flora, Accornero disegnò numerosi altri foulard concepiti in modo simile, sfruttando temi botanici e vegetali, in molti casi accordati alle stagioni, come Funghi, del 1967, in cui otto gruppi di specie diverse, descritte minuziosamente, circondano un motivo centrale con fiori e bacche, offrendo rifugio a chiocciole, ragni, cavallette e mosche, oppure Ortaggi, del 1972, un trionfo cromatico di zucche, cavoli, carote inframmezzati da fiori di campo, come nei più raffinati oggetti di porcellana di Meissen, o Agrifoglio, del 1973, un lieve paesaggio innevato – quasi una rivisitazione dei laghi ghiacciati e fiabeschi della pittura del Seicento di Isaak van Ostade – circondato da una cornice di agrifoglio e genziane e animato da un ricco mazzo di fiori fra cui spiccano primule, papaveri, giacinti e foglie di quercia. Sul tema natalizio nasce anche Slitta (1971): i fiori si alternano a foglie dai timbri autunnali, delineando una cornice variopinta fatta di corolle di ombrellifere, bacche, crocus e stelle alpine, attorno al motivo centrale della slitta in corsa trainata da cavalli al galoppo, sullo sfondo di un paesaggio montano. Le specie botaniche, dopo Flora, non abbandonano più i suoi carré, spaziando anche verso varietà esotiche, in Safari (1969), o conquistando l’ambiente marino in Coralli (1968), un susseguirsi di specie acquatiche, tra cavallucci marini, meduse, pesci che si muovono morbidamente circondati da coralli dalle delicate tinte pastello. Tra gli ultimi foulard floreali usciti dalla fantasia di Accornero troviamo Fiori delle Alpi, del 1980, interamente cosparso da erbe alpine: dai ranuncoli alle genziane, dai gigli ai ciclamini, dai garofani alle stelle alpine. Questo carré nasce alla fine della ormai ventennale collaborazione di Accornero con Gucci: avviata nel 1960, si sarebbe conclusa nel 1981, a un anno dalla morte del disegnatore.

Vittorio Accornero de Testa era nato a Casale Monferrato il 18 giugno 1896, da una famiglia nobile. Lasciati gli studi per cause belliche, è sottotenente degli alpini e nel 1916 ottiene uno dei primi brevetti come aviatore, ricevendo anche una decorazione al merito, essendo stato abbattuto con il suo velivolo. Dopo la guerra inizia a lavorare come illustratore, disegnatore e pittore. Collaboratore di riviste come Il giornalino della domenica, Ardita, La Lettura, in cui si firma con lo pseudonimo di Victor Max Ninon, è un abile illustratore di fiabe di cui riesce a tradurre le atmosfere e le suggestioni poetiche. A questo periodo risale la sua collaborazione ad alcuni romanzi per ragazzi editi da Sonzogno come La diligenza dei dodici posti di Angelo Nessi, La torre di zucchero di Alessandro e Mura e Trottolino Don Chisciotte di Ulderico Tegani, cui fa seguito, nel 1923, Le avventure di un eccentrico di Alfredo Lorenzini per Bemporad.
I suoi disegni, fin dagli esordi, sono caratterizzati da un segno raffinato e preciso dai tratti sognanti che gli vale, nel 1925, la medaglia d’oro alla I Esposizione Internazionale di Arti Decorative e Industriali di Parigi. Dopo il matrimonio con l’illustratrice di origini sarde Edina Altara, negli anni Venti prendono vita produzioni a quattro mani, firmate Edina & Ninon: il sodalizio artistico della coppia ne determinerà gli spostamenti tra New York e Parigi, dove frequenterà gli ambienti dell’alta società fino all’inizio degli anni Trenta. Dopo la separazione dalla moglie, nel 1934, Accornero si trasferisce a Milano e intensifica la sua attività di illustratore. Tra il 1936 e il 1947, lavora anche come scenografo e costumista sia per il cinema (del 1936 è la sua collaborazione a Nozze vagabonde di Guido Brignone), sia per il teatro: per la Scala allestisce I cantori di Norimberga di Wagner, o La Bohème di Puccini.

Negli anni Cinquanta è ormai una firma affermata e nota. Si dedica alla pittura (nel 1959 tiene una mostra presso la Galleria Gussoni di Milano, cui faranno seguito le personali alla Galleria Walcheturm di Zurigo, nel 1962, e alla Bolzani di Milano, nel 1963) e insegna all’Accademia di Brera, dove conosce Silvana Zanette, che diventerà sua moglie. Mentre avvia la collaborazione con Gucci, a cui approda grazie alla conoscenza di Rodolfo, che aveva incontrato a Cinecittà, dove il giovane faceva l’attore con il nome di Maurizio d’Ancora, continua a disegnare illustrazioni, creando per Mursia un’edizione di Pinocchio (1964).
Nei mesi estivi soggiorna in esclusive località come Capri, Portofino, Santa Margherita Ligure, che forniscono un’interessante fonte di ispirazione per le sue opere pittoriche. L’artista conosce personalmente il mondo elegante e del lusso a cui Gucci rivolge le proprie realizzazioni – Accornero aveva lavorato nel mondo della moda, disegnando abiti fin dagli anni in cui viaggiava tra New York e Parigi – ed è un personaggio noto. Questo spiega il motivo per cui i suoi foulard (in tutto per Gucci ne realizzerà quasi 80), oltre a recare il vistoso cartiglio con il nome della griffe, riportano anche la sua firma. Il carré diventa nel tempo il centro della sua ricerca artistica: dopo l’ingresso nella maison Gucci, l’illustratore, che non accetterà altre collaborazioni, concentrerà il suo talento nell’ideazione di questo accessorio. Se inizialmente il tema dominante delle sue creazioni è legato alla storia della griffe, dai cavalli alle carrozze, ai trasporti, o prevalgono ambientazioni medievaleggianti, dagli esiti anche tecnicamente eccezionali (Il castello, 1979, è definito dall’amministratore delegato della Mantero “il coronamento ed il successo di una ricerca […], un ulteriore fiore all’occhiello di cui andare orgogliosi”), sarà Flora a far conoscere il suo stile nel panorama della moda internazionale.
Gucci, Vittorio Accornero, “Ortaggi”, 1972, seta.
Per un inquadramento sull’opera dell’artista si rimanda a:
Sulla maison Gucci:
Sui foulard, con particolare riferimento a quelli con soggetto montano, il libro, pubblicato in occasione dell’omonima mostra:
Da questo volume sono tratte le immagini relative ai foulard: Agrifoglio, Funghi, Fiori delle Alpi e Slitta.
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