L’imponente complesso architettonico della Sacra domina la cima del monte Pirchiriano, all’imbocco della Val di Susa (foto © Franco Borrelli).

L'eterno fascino della Sacra di San Michele

Tesoro architettonico e simbolo piemontese

Ha iniziato negli anni Ottanta la sua attività di scrittore con le prime esperienze presso il settimanale Gazzetta di Mondovì e l’iscrizione all’Ordine dei Giornalisti. Da allora in poi ha… leggi tutto
  

A metà della imponente gradinata, meglio nota come Scalone dei morti, mi imbatto in una coppia di turisti tedeschi; anche loro stanno salendo verso la Chiesa Nuova, sono un po’ sovrappeso e stanno prendendo fiato. Forse per crearsi un alibi e giustificare la sosta che stanno facendo, mi guardano con insistenza. Lui mi rivolge una domanda, mentre si passa un fazzolettino sulla fronte. “Italiano?” mi chiede con un accento che ne conferma la nazionalità. Annuisco.

“Stupefacente,” dice.

Si riferisce alla straordinaria costruzione entro la quale ci stiamo addentrando, la Sacra di San Michele; lo fa alzando lo sguardo verso l'alto e poi prosegue con gli elogi del complesso monumentale.

Questo mi fa riflettere sul fatto che lo stupore è proprio la sensazione più appropriata per definire ciò che si prova di fronte a questo straordinario complesso monumentale che è stato individuato “quale monu­mento simbolo del Piemonte, per la sua storia secolare, per le testimonianze di spiritualità, di ardimento, d'arte, di cultura, nonché per la sua eccezionale collocazione e visibilità”.

Lo sguardo si alza per esplorarla, arroccata sulla roccia a dominare la valle sottostante, protesa verso l'al­to in uno slancio che sembra alleggerirla e ridurne la solenne gravità. Il colpo d'occhio risulta pittoresco da ogni distanza o angolazione; dal fondovalle la si vede replicare quell'immagine ripresa infinite volte da artisti ammaliati dal suo fascino e da fotografi che ne hanno voluto immortalare il ricordo; da vicino appare nella sua severa maestosità, così tanto accentuata da suscitare soggezione e rispetto in chi si av­vicina a queste possenti mura.

Superato il Portale dello zodiaco si affronta l’ultima rampa di scale, sotto quattro imponenti contrafforti e archi rampanti progettati dall’architetto Alfredo D’Andrade e ultimati nel 1937. Gli archi fatti a spigolo e a cordoni sono sostenuti da semicolonnine a capitelli floreali (foto © Franco Borrelli).
Superato il Portale dello zodiaco si affronta l’ultima rampa di scale, sotto quattro imponenti contrafforti e archi rampanti progettati dall’architetto Alfredo D’Andrade e ultimati nel 1937. Gli archi fatti a spigolo e a cordoni sono sostenuti da semicolonnine a capitelli floreali (foto © Franco Borrelli).
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Un luogo denso di storia

L'Abbazia di San Michele della Chiusa, più nota come Sacra di San Mi­chele, incastonata sulla cima del monte Pirchiriano a 962 metri di altezza, è una vera meraviglia architettonica e paesaggistica. Questo sperone roccioso su cui sorge, sporge dalle Prealpi Cozie e of­fre una suggestiva vista su Torino, dominando l'ingresso della Val di Susa. Il fondovalle, dove scorre la Dora Riparia, a un certo punto si restringe, chiuso tra il monte Pirchiriano da un lato e il monte Caprasio dall'altro ed è stato, già due secoli prima della fondazione dell'abbazia, scena di uno dei più importanti eventi dell'antica storia italiana, qua­si a preannunciare le secolari vicende che videro la successiva nascita della Sacra.

Qui infatti, lungo questo accesso strategico, i longobardi avevano eretto fortificazioni per difendere la Pianura Padana dalle inva­sioni provenienti da Oltralpe e qui, nel 773, i franchi di Carlo Magno li sconfissero, aprendosi la strada per la conquista del Nord Italia. L'e­volversi di queste vicende (le stesse celebrate da Alessandro Manzoni nell'Adelchi, la tragedia ambientata tra 772 e 774, appunto all'epoca della guerra tra i franchi e i longobardi), sembra suggerire una plausibile spiegazione alla vittoria di Carlo Magno, attraverso un episodio di spio­naggio ante litteram.

Pare, infatti, che un'informazione logistica, fondamentale per avere la meglio sulla zona fortificata, sia stata fornita ai franchi dai monaci presenti nei cenobi già esistenti in Val di Susa, come quello della No­valesa, i quali parteggiavano per loro. Costoro suggerirono all'esercito di entrare nella valle aggirando i longobardi attraverso la Val Sangone così da coglierli alle spalle. La ragione di questa scelta, secondo alcuni storici, sarebbe da ricercare nel fatto che i franchi erano scesi in Italia professandosi amici della Chiesa di Roma e avevano elargito generose donazioni agli istituti religiosi, conquistandone la fiducia.

La foresteria, costruita verso la fine dell’XI secolo e poi fortificata con una merlatura ghibellina, costituisce la testimonianza della grande fama di ospitalità che avevano i monaci della Sacra di San Michele (foto © Franco Borrelli).
La foresteria, costruita verso la fine dell’XI secolo e poi fortificata con una merlatura ghibellina, costituisce la testimonianza della grande fama di ospitalità che avevano i monaci della Sacra di San Michele (foto © Franco Borrelli).

I santuari dedicati a San Michele

Ma veniamo alle origini di questo monumento che, durante il conve­gno sacrense del maggio 1995, venne definito da Enrico Nerviani, allora assessore alla Cultura della Regione Piemonte, “Simbolo di un ardimen­to costruttivo che ha pochi riscontri in Europa; emblema di altezze sco­nosciute, che ti fanno toccare facilmente il cielo”.

Origini che hanno ampiamente superato i mille anni di storia, pe­culiarità che da sola basterebbe a suscitare grande interesse, non fosse che ci si trova di fronte a un complesso di enorme importanza storica e architettonica.

Durante l'Alto Medioevo furono molti gli edifici religiosi eretti in ve­nerazione di san Michele Arcangelo, a testimoniare una fede molto diffusa verso questo guerriero di Dio. Colui che sconfigge il peccato viene raffigurato mentre brandisce una spada o una lancia, intento a sconfiggere il drago, simbolo del demonio. Un fatto molto curioso è l'esistenza di sette santuari dedicati a questo santo, che si trovano lungo una linea retta che collega l'Europa al Medio Oriente. Questa traiettoria, conosciuta come la Linea sacra di San Michele Arcangelo, collega luoghi significativi e rappresenta un mistero intrigante e sug­gestivo.

Tra i sette monasteri vi è quello di Skellig, sull'isola di Skellig Michael in Irlanda, un sito unico che dal 1996 fa parte del patrimonio dell'UNE­SCO. La data esatta della sua fondazione è incerta, ma si ritiene che sia stato costruito prima dell'VIII secolo. Poi St. Michael's Mount, in Corno­vaglia, posto su un'isola, raggiungibile a piedi durante la bassa marea. Seguono il notissimo Mont Saint-Michel, in Normandia; il Santuario di San Michele Arcangelo a Monte Sant'Angelo, in Puglia, fondato alla fine del V secolo; il Monastero di San Michele Arcangelo di Panormitis, sull'isola di Simi, in Grecia, che risale al V secolo, ricco di iconografia dedicata all'arcangelo, e il Monastero di Stella Maris sul Monte Carme­lo, ad Haifa in Israele, legato alla tradizione cristiana fin dall'epoca bi­zantina. E infine, ovviamente, la Sacra di San Michele.

Le tre absidi della chiesa si distinguono per il rosso dei mattoni che le rivestono. Al fondo della navata centrale della chiesa si apre un ambiente a pianta irregolare denominato “Coro Vecchio”. Oggi accoglie dieci dei sedici sarcofagi di pietra contenenti le salme dei principi di casa Savoia traslate dal Duomo di Torino il 25 ottobre 1836 (foto © Franco Borrelli).
Le tre absidi della chiesa si distinguono per il rosso dei mattoni che le rivestono. Al fondo della navata centrale della chiesa si apre un ambiente a pianta irregolare denominato “Coro Vecchio”. Oggi accoglie dieci dei sedici sarcofagi di pietra contenenti le salme dei principi di casa Savoia traslate dal Duomo di Torino il 25 ottobre 1836 (foto © Franco Borrelli).

Le origini di un'abbazia unica

Le fasi iniziali delle edificazioni della Sacra non sono documentate con precisione; gli storici concordano, tuttavia, nel collocarne gli inizi fra gli anni 983 e 987, con l’insediamento sul Pirchiriano di una picco­la comunità giuntavi al seguito di san Romualdo. In questo periodo si vide quindi la costruzione, sull'estremo sperone roccioso, delle prime due cappelle. Pochi anni dopo ne venne eretta una terza, probabilmen­te a opera dell’eremita san Giovanni Vincenzo. Nel 999 un ruolo impor­tante fu svolto dal nobile francese Ugo di Montboissier, governatore di Aurec-sur-Loire nell'Alvernia ed esponente di un gruppo parentale di grande rilievo. Il conte, “pro remedio animae suae et suorum” come si usava a quel tempo, fece costruire una nuova cappella che sormontava le tre precedenti, con l'aggiunta di un piccolo cenobio per ospitare po­chi monaci e qualche pellegrino. Per questa sua opera ottenne, infatti, l'indulgenza papale.

Le più antiche informazioni scritte sull'origine della Sacra ce le ha trasmesse un frate di nome Guglielmo, che il critico d'arte Marziano Bernardi definisce: “monaco dotto, nutrito di studi classici, che passò la vita nel cenobio, autore del Chronicon Coenobii Sancti Michaelis de Clusa”. In questo importante documento, redatto alla fine dell'XI se­colo, Guglielmo indicò quale data di fondazione il 966, ma in un altro passo della sua opera affermò che la costruzione ebbe inizio durante il papato di Silvestro II, il quale sedette al soglio pontificio dal 999 al 1003. Un'incongruenza che non aiuta a fare chiarezza con precisione, ma conferma la vetustà del complesso religioso. Il monaco, provenien­te dal monastero di Lucedio, salì in pellegrinaggio al monte Pirchiria­no, che poi lui stesso descriverà, nella sua interpretazione etimologica, come “Fuoco del Signore, ovvero città ardente degli Angeli, portatori di fiammeggiante fuoco” e finirà per stabilirsi in quel luogo di preghiera e meditazione. Il monte all'epoca non era raggiunto da strade ma: “da ogni parte d'assai difficile salita erge la sua cima altissima nell'aria”.

Nel periodo tra il 1015 e il 1030 Guglielmo da Volpiano fu artefice del progetto della “nuova Chiesa” eretta sopra le primitive cappel­le. La parte absidale, caratterizzata dallo stile romanico di ispirazione normanna, fu commissionata dall'abate Stefano agli inizi del XII secolo. Elementi di stile gotico francese comparvero tra l'inizio e la metà del XIII secolo, durante la fase finale dei lavori, culminata con una solenne consacrazione fatta nel 1255.

Giunti alla sommità dello Scalone dei morti, si attraversa il Portale dello zodiaco. Qui possiamo notare pregevoli capitelli storici e simbolici che rappresentano: Caino e Abele, tre persone furibonde che si strappano i capelli a vicenda, le avventure di Sansone, due donne che allattano quattro serpenti, quattro falconi in cerchio, un leone furente, tre tritoni (foto © Franco Borrelli).
Giunti alla sommità dello Scalone dei morti, si attraversa il Portale dello zodiaco. Qui possiamo notare pregevoli capitelli storici e simbolici che rappresentano: Caino e Abele, tre persone furibonde che si strappano i capelli a vicenda, le avventure di Sansone, due donne che allattano quattro serpenti, quattro falconi in cerchio, un leone furente, tre tritoni (foto © Franco Borrelli).

Il declino e il ruolo dei Savoia

L'abbazia conobbe il suo massimo splendore nei secoli successivi, di­ventando un importante centro religioso. Nel XII secolo, sotto l'abate Ermenegaldo, iniziarono i lavori di costruzione di nuovi edifici mona­stici, incluso un complesso cenobitico a nord. Tuttavia, alla fine del se­colo, l'abbazia entrò in una fase di declino che portò, nel 1379, alla sua soppressione da parte della Santa Sede e all'assegnazione in commenda ai Savoia. Nel 1622, l'ultimo gruppo di monaci abbandonò l'abbazia, che subì persino un bombardamento nel 1693. L'interesse per la Sacra rinacque all'inizio dell'Ottocento quando Pio VII ristabilì la commenda.

Nel 1836, infatti, Carlo Alberto, desideroso di rinnovare il presti­gio dei Savoia e della chiesa piemontese, intraprese una serie di ini­ziative che culminarono con l'adattamento di una parte dell'abbazia a mausoleo della casa reale. Furono spostati dal duomo di Torino alla chiesa abbaziale i resti di ventiquattro membri di casa Savoia. Tra questi vi erano Margherita di Valois, figlia di Francesco I e moglie di Emanuele Filiberto, il duca Francesco Giacinto di Savoia, Maria Gio­vanna Battista di Savoia-Nemours e il cardinale Maurizio di Savoia, tut­ti collocati in pesanti sarcofagi di pietra che vennero trasportati sulla cima del Pirchiriano attraverso il tracciato di un “Sentiero dei Principi” realizzato appositamente per rendere possibile la traslazione delle sal­me lungo il ripido pendio dell'altura. Risale a quel periodo l'affido della Sacra ai Rosminiani. Antonio Rosmini, il giovane fondatore dell'Istitu­to della carità, accettò l'invito del re di stabilirsi presso la Sacra di San Michele e il tutto venne suggellato da un documento firmato da papa Gregorio XVI.

Da allora la Sacra è amministrata e custodita dai Padri Rosminiani, che hanno superato anche il problematico periodo napoleonico quan­do avvenne la soppressione degli ordini monastici. I frati, con la loro assidua presenza, hanno contribuito alla salvaguardia e alla con­servazione di questo stupendo monumento che, nel 2017, è stato candidato a Patrimonio dell'umanità dopo un importante interven­to di restauro avvenuto negli anni immediatamente precedenti.

Dal 24 settembre 2005, su uno spuntone di roccia esistente tra il “monastero vecchio” e il basamento della chiesa, è collocata la statua di san Michele Arcangelo creata dallo scultore Paul dë Doss-Moroder, artista altoatesino, le cui opere più importanti si trovano in Italia, in Germania e in America (foto © Franco Borrelli).
Dal 24 settembre 2005, su uno spuntone di roccia esistente tra il “monastero vecchio” e il basamento della chiesa, è collocata la statua di san Michele Arcangelo creata dallo scultore Paul dë Doss-Moroder, artista altoatesino, le cui opere più importanti si trovano in Italia, in Germania e in America (foto © Franco Borrelli).

Un progetto audace in una posizione ardita

La condizione attuale dell'imponente edificio rivela una struttura mo­numentale audace, risultato soprattutto delle soluzioni sperimenta­te nella prima metà del XII secolo. Il santuario, situato sulla vetta del monte, mostra questa affascinante architettura resa ancora più sugge­stiva dalla sua ardita posizione.

Il complesso della Sacra è circondato da possenti mura e si divide in tre parti: la foresteria e l'accesso al cenobio, l'abbazia con il vec­chio monastero e il monastero nuovo. L'ingresso avviene attraverso la Porta di ferro, una chiusura difensiva con i battenti rivestiti di lamina ferrea. La foresteria, risalente all'XI secolo, che ha accolto migliaia di pellegrini, è fortificata con una merlatura ghibellina. L'antico monaste­ro, costruito tra il X e l'XI secolo, mostra tracce di sutura che indicano un'edificazione avvenuta durante un lungo periodo di tempo.

La chiesa, con impianto basilicale a tre navate e tre absidi, si distingue per la sua architettura influenzata da elementi lombardi, piacentini e normanni. La zona absidale è particolarmente interessante, rivestita di cotto e decorata con pilastri che rappresentano i quattro evangelisti. Una lunga e ripida scalinata, conosciuta come lo Scalone dei morti, conduce all'ingresso principale della chiesa attraverso il Portale dello zodiaco, un capolavoro della scultura romanica. Questa pre­gevole opera, che si compone di sette archi sovrapposti, è stata scolpita negli anni tra il 1128 e il 1130 dal maestro Niccolò, architetto e scultore piacentino molto noto in quell'epoca. La denominazione deriva dai bassorilievi scolpiti sugli stipiti che rappresentano i dodici segni zodia­cali da un lato e le costellazioni australi e boreali dall'altro.

Su un lato dello stipite destro è rappresentata una scena di caccia alla lepre con scritte latine che riportano anche il nome dell’autore. I Ca­pitelli delle colonne che fiancheggiano l'entrata sono tutti diversi tra loro e rappresentano, tra le altre cose, Caino e Abele e le avventure di Sansone. Infine, il monastero nuovo, situato a nord della Sacra, fu costruito come ampliamento del vecchio cenobio su volere dell'abate Ermengardo. Quest'ultimo imponente edificio, oggi in rovina, ospitava varie strutture, tra cui la biblioteca, le cucine, il refettorio e le officine.  

La ripida scalinata conosciuta come lo Scalone dei morti, che conduce all'ingresso principale della chiesa attraverso il Portale dello zodiaco (foto © Franco Borrelli).
La ripida scalinata conosciuta come lo Scalone dei morti, che conduce all'ingresso principale della chiesa attraverso il Portale dello zodiaco (foto © Franco Borrelli).

L'afflusso dei fedeli

Credo sia spontaneo domandarsi come sia stato possibile creare tutto questo; sebbene le edificazioni si siano protratte per secoli, si tratta pur sempre di un insieme grandioso che è costato un altrettanto imponen­te capitale economico, di ingegno e di lavoro. Occorre constatare, a tale proposito, che il continuo sviluppo del complesso è stato dettato nel tempo da un crescente flusso di fedeli, i quali accorrevano in questo luogo di devozione attirati anche dalle manifestazioni miraco­lose delle quali si narra. Come afferma Enrico Nerviani: “Le donazioni affluivano agli Enti Monastici, anche da lontano, ma in ragione diret­ta della fama raggiunta” e questo, al di là degli interventi istituzionali, spiega come l'opera sia stata abbondantemente sostenuta dal popolo dei fedeli e dei pellegrini.

I dettagli della storia di questo edificio sono molto interessanti e non sono privi di episodi minori, di periodi che hanno conosciuto turba­menti e difficoltà, attraverso i rapporti con gli altri monasteri, con la Chiesa di Roma e con i potenti di turno che non sono mai stati semplici, come narra bene lo storico Giovanni Tabacco. Non ultimi gli incendi, le devastazioni e i bombardamenti. Nonostante le difficoltà avvicenda­tesi al loro interno nei secoli, queste imponenti mura resistono da più di mille anni, presidiando con la loro ascetica imponenza l'aspro sperone roccioso che domina la valle e la pianura, staglian­dosi sulle cime alpine. Il loro fascino ha comunicato sensazioni forti, ha attirato folle di pellegrini, ha guidato generazioni e generazioni di fedeli, ha ispirato pittori e scrittori.

Umberto Eco si è ispirato alla Sacra di San Michele per narrare le vi­cende del romanzo Il nome della rosa e solo difficoltà logistiche hanno impedito a Jean-Jacques Annaud, regista del fortunato film omonimo interpretato da Sean Connery, di girare la pellicola sul luogo. Tale particolare aggiunge altro fascino alla seduzione di questo sito che, tra le altre cose, non manca di narrare vicende fiabesche.

La Torre della bell’Alda è una torre a strapiombo sul precipizio del monte al termine del muraglione perimetrale delle rovine e trae il suo nome dall’omonima protagonista della leggenda (foto © Franco Borrelli).
La Torre della bell’Alda è una torre a strapiombo sul precipizio del monte al termine del muraglione perimetrale delle rovine e trae il suo nome dall’omonima protagonista della leggenda (foto © Franco Borrelli).

Tra miti e leggende

Escludiamo da questo ambito quel che è sostenuto dalla fede religiosa, ovvero i fuochi miracolosi e le apparizioni dell'angelo ai primi fedeli, per addentrarci in una favola vera e propria: quella della bell'Alda. Da questa leggenda nessuno tra i visitatori della Sacra troverà scampo, poiché tutti si imbatteranno di certo nella “Torre della bell’Alda” strut­tura aggiunta nel momento della costruzione del monastero nuovo, che si trova nel punto più isolato del cenobio ed è indissolubilmente legata a questo mito popolare.

Questa storia pare sia stata narrata per secoli e trasmessa per via orale fino al 1699, quando Pier Giacinto Gallizia scrisse il Breve raccon­to del tempio e badia di San Michele della Chiusa, raccogliendo an­che queste testimonianze. Oltre a un sunto storico sulle vicende che die­dero origine alla Sacra, il Gallizia trascrive per primo questa leggenda:

Tra le gratie ottenute da Dio in quel santo luogo una ve ne racconterò, resa famosa dalla temerità di chi la ricevette. E che trovasi ivi una zitella tanto onesta quanto bella in occasione di un'incursione di soldati, per serbare la verginità che quelli volean rapirle, gittossi, invocato prima l'aiuto di S. Michele, da una smisurata altezza tra le balze, e dirupi senza alcun suo nocumento con evidentissimo miracolo. Ma tal fattore fu la sua perditione, poiché immaginatasi la folle di poter fare un secondo salto con la fortuna del primo esibissi a chi di quello si stupiva per pochi denari di gittarsi nuovamente nel medesimo posto. Ma imparò di non doversi tentar Iddio perché allora trovò un precipizio dove prima aveva trovata una comoda discesa.

Sono evidenti i suggerimenti morali impliciti nella leggenda e tipici del­le predicazioni medievali: chi ha fede in Dio si salva come la bell'Alda che ha affrontato l'orrendo precipizio rimanendo miracolosamente il­lesa, ma chi tenta Dio per vanità o avidità incorre nella sua punizione. Appare sottinteso anche un riferimento evangelico, quello narrato da Matteo, quando parla di Gesù tentato dal diavolo, che lo istigava a but­tarsi dal pinnacolo del tempio: Ai suoi angeli darà ordini al tuo riguar­do ed essi ti sorreggeranno con le loro mani…”.

La leggenda, poi, è arricchita da quegli elementi tipici così ricor­renti nell'antico folklore quali la salvaguardia dell'onore a costo della vita e la contrapposizione bene/male, premio/castigo. Questa leggenda, dopo un apparente periodo di oblio, venne riscoperta da parte di importanti letterati e conobbe così un notevole ritorno di inte­resse. Fu Massimo D'Azeglio a scriverne nel 1829, affermando che “La storia della bell'Alda si trova talmente congiunta alla istoria della Sacra da non trovar modo di separarvela”.

La sensibilità romantica del tempo non risparmiò Cesare Balbo il quale narrò la leggenda all'interno di una sua raccolta di racconti dal titolo Novelle narrate da un maestro di scuola. Quest'opera non rimase fine a se stessa e, dopo la prima pubblicazione avvenuta nel 1829, fu ripresa da vari autori nei cinquant'anni che seguirono e inserita in antologie e raccolte di narrazioni della tradizione. Va citata anche, soprattutto in ossequio alle pagine che accolgono queste note, una versione in pie­montese della leggenda, pubblicata nel 1877 da Mario Leoni, pseudo­nimo di Giacomo Albertini, commediografo, giornalista e politico ita­liano, fondatore del teatro piemontese, dal titolo: 'L saut dlà Bela Auda.

Analogamente antica un'altra leggenda che ha come protagonista Guglielmo da Volpiano. Il noto monaco benedettino, istruito sotto la guida di Majolo, si era unito al movimento di riforma che aveva come riferimento l'abbazia di Cluny. Appassionato di architettura, aveva operato sia in Francia che in Italia, fondando una quarantina tra mo­nasteri e chiese e intervenendo, come abbiamo già accennato, in modo importante anche alla Sacra di San Michele. Mentre il monaco risaliva il tortuoso sentiero che portava alla cima del Pirchiriano, il suo cavallo precipitò nel dirupo sottostante. Guglielmo, per nulla turbato, prose­guì fino alla cappella originaria e si inginocchiò in fervente preghiera. Al termine del suo raccoglimento parlò della sua disavventura con un inserviente, pregandolo di andare a vedere quel che era accaduto. Co­stui, recatosi non senza difficoltà lungo il dirupo trovò il cavallo mira­colosamente illeso.

Le due leggende hanno alcuni punti in comune: la caduta in un luo­go che non lascia scampo e la miracolosa salvezza, la fede in Dio e la preghiera come soluzione di situazioni apparentemente senza rimedio; per questa ragione qualche studioso della Sacra ha ipotizzato che la leggenda della bell'Alda sia stata una fantasiosa elaborazione di quest'ultima. Il dubbio non scalfisce l'aspetto fiabesco di questo straor­dinario monumento.

Bibliografia
  • Bernardi M., Tre abbazie del Piemonte, Torino, Istituto Bancario San Paolo di Torino, 1962.
  • D'Azeglio M., La sacra di San Michele disegnata e descritta, Torino, Tipografia Chirio e Mina, 1829.
  • Nerviani E. e altri, La Sacra di San Michele simbolo del Piemonte europeo. Atti del quarto convegno Sacrense, 26 e 27 maggio 1995, Torino, EDA, 1996.
  • Solaro Fissore A., Simbolismi ascensionali in una meta di pellegrinaggio: il caso di San Michele della Chiusa, in Luoghi di strada nel medioevo. Fra il Po, il mare e le Alpi Occidentali, Torino, Scriptorium, 1996.
  • Tabacco G., Dalla Novalesa a San Michele della Chiusa, Torino, Bottega di Erasmo, 1982.

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