Luca Cena, giovane libraio antiquario torinese, è diventato famoso per i suoi video su TikTok e Instagram, in cui aiuta le nuove generazioni a scoprire il mondo del libro antico. Nel 2024 ha pubblicato Il biblionauta (Mondadori), la sua “guida pratica per cercatori di libri perduti e naviganti dell'universo librario”. Abbiamo parlato con lui del suo nuovo approccio a un mestiere antico, delle radici piemontesi della cultura del libro e di tanto altro ancora.

Sono nato in una famiglia di librai antiquari: i miei genitori hanno fondato la libreria antiquaria Il Cartiglio, ancora oggi attiva a Torino. Sono cresciuto in un ambiente dove ci sono sempre stati due tipi di libri: quelli da leggere, da toccare, da disegnare e colorare insieme alle mie sorelle, e quelli che capivamo essere diversi, importanti. Il libro è sempre stato familiare, in casa, mai vissuto come strano o inavvicinabile. Nonostante i miei genitori ne vendessero di molto importanti, non ci hanno mai impedito di osservarli e di renderci conto del loro valore.
Finito il liceo classico, ho studiato Giurisprudenza. Ma dopo la laurea e un anno di praticantato, ho capito che non era la mia strada e ho chiesto ai miei genitori di entrare in libreria. Ho lavorato con loro dal 2010 al 2019, quando, insieme a mia mamma, ho aperto Whitelands Rare Books, la libreria antiquaria in cui attualmente lavoro.
Abbracciare una tradizione di famiglia non è stato facile, perché, al di là della professionalità, che si apprende, è un mestiere molto difficile da tramandare. Si basa solamente sull’esperienza, non esistono corsi universitari che ti preparino. E l’esperienza può arrivare solo grazie a un maestro e a colleghi cui guardare. All'estero ho lavorato con grandi librai illuminati, che trattavano i libri e il mercato con metodologie diverse rispetto a quelli italiani.
Alcuni libri che è possibile trovare nella libreria antiquaria Whitelands Rare Books (© Letizia Toscano).
Sì, perché le librerie antiquarie a Torino sono sempre state molte di più rispetto ad altre città italiane. È vero, oggi si può aprire una libreria antiquaria anche su un'isola sperduta, accessibile a tutti tramite internet. Torino, però, ha sempre avuto una cultura del libro antico. Arrivano da qui alcuni librai antiquari tra i più importanti al mondo. Le ragioni possono essere cercate nel forte legame con la Francia, che ha aiutato il fiorire di queste attività, ma la forza di Torino si vede anche nella cultura del libro moderno. Ancora oggi, il Salone del libro è l'evento più importante legato all'editoria. Tanti editori sono nati o passati da qui.
Direi che il torinese ha un atteggiamento che ben si presta al libro: uno strumento pacato, riservato, quindi si confà al suo modo di essere.
Il Theatrum Sabaudiae è la prima operazione di marketing istituzionale fatta da uno Stato sovrano. I Savoia, all'epoca, dovevano dimostrare di essere una casata importante, e fecero stampare quest'opera, illustrata in maniera incredibile, dall’olandese Joan Blaeu, il migliore dell'epoca. In due volumi, il Theatrum raccoglie 145 vedute di Torino, di città piemontesi e di centri del Nizzardo e della Savoia. Ma siccome il libro fu concepito per dimostrare la potenza sabauda, molte delle vedute sono fantastiche e i paesini vengono raffigurati come metropoli.
L’importanza del Theatrum è sempre stata riconosciuta: si pensi che costò talmente tanto che le casse statali, quell’anno, andarono in perdita.
Nel contesto piemontese, quindi, è il libro dei libri, ma ebbe un buon mercato anche all'estero. Per tutto il Novecento è stato comprato da collezionisti anche oltre oceano, diventando il simbolo del libro antico in Piemonte e nel Nord Italia. Fino agli anni Novanta, il Theatrum raggiungeva cifre esorbitanti: parliamo di 70mila euro di oggi per una buona copia in prima edizione. Mio padre l'ha sempre trattato: “Un Theatrum non si può non comprare”, ripeteva.
Dopo qualche anno in libreria, però, ho cominciato a occuparmi degli acquisti in prima persona. E mi sono reso conto che il mercato locale ormai era saturo del Theatrum, i collezionisti importanti lo avevano tutti e i nuovi non lo desideravano più. Ho cominciato a mettere in discussione la posizione di mio padre su questo libro.
Il Theatrum, quindi, è stato importante, per me, perché grazie a lui mi sono reso conto della necessità di avere la mia libreria, di sviluppare autonomamente il mio metodo di lavoro. Credo che mi abbia aiutato a cercare e a trovare la mia strada.

È un passaggio fondamentale. Fino a pochi anni fa, il lavoro del libraio antiquario era relativamente semplice: reperiva gli oggetti e rispondeva alla domanda di un mercato molto attivo. Le informazioni non erano accessibili come oggi, quindi si poteva far passare come estremamente raro un libro che non lo era. Ora, invece, si può capire, all’incirca, quante copie ne esistano al mondo con un click. Come creare, quindi, una nuova domanda? Facendo salire l'interesse su quel prodotto.
Il collezionista diventa tale se viene stimolato, ispirato da qualcuno che gli racconti cosa è un libro antico. Il libraio deve instillare una curiosità, accompagnare il collezionista all'interno di un'offerta enorme, perché i libri antichi sono milioni e gli argomenti altrettanti. Da mero venditore, il librario antiquario deve diventare una sorta di advisor. E deve essere bravo nel far capire al neofita che non è necessario spendere subito 40.000 euro per un volume. I libri sono accessibili su varie scale; se a me interessa Copernico e voglio una prima edizione devo sborsare un sacco di soldi, ma posso anche trovare molti libri su di lui a prezzi decisamente più abbordabili.
Lo stesso discorso vale per i libri moderni: non ci serve più un commesso che ci venda il libro che cerchiamo, ma abbiamo bisogno di un libraio che ci consigli un testo di cui non conosciamo ancora l’esistenza.

È una questione spinosa, ma mi appassiona. Moltissimi colleghi mi sostengono, riconoscono che parlare di libri è un valore aggiunto anche per loro. Fino a qualche anno fa, in fondo, nessuno parlava di libri antichi sui social.
Le critiche che ho ricevuto sono venute da colleghi che vedono l'accesso alle informazioni come un rischio, invece che un'opportunità. Hanno vissuto altri tempi, quindi è normale che facciano più fatica a reinventarsi. Ognuno è libero di lavorare come gli pare; io ho la mia etica, oltre che la mia professionalità, quindi preferisco accompagnare gli utenti all'accesso di quelle informazioni.
Dopo due anni di divulgazione, i miei bilanci non sono cambiati, ma sono felice se, grazie a un video, riesco a vendere un libro. I soldi non sono il fine, il mio obiettivo è diffondere la cultura del libro.

Che cos'è il collezionismo? Raccogliere degli oggetti che ti parlano e che ti arricchiscono come persona. Puoi collezionare libri che dal punto di vista antiquario valgono poco, ma che valgono tanto per te. Se sei interessato a un argomento, cerchi un libro che lo riguarda, anche se magari non costa molto. Questo distingue il collezionista che agisce rispetto a quello che compra e basta. Il primo sa che ci sono dei libri minori, meno conosciuti, ma altrettanto interessanti, perché ha svolto un lavoro di ricerca. Al secondo, invece, basta buttare sul tavolo migliaia di euro per ottenere degli oggetti: ma non va oltre l'offerta classica del mercato. Questo significa che il “nuovo” collezionista si muove in maniera più autonoma, amplia la propria curiosità, si informa, e sicuramente ne sa di più rispetto a chi entra in un'asta o in una libreria antiquaria e acquista il pezzo più importante.
La seconda considerazione riguarda i social e le piattaforme su cui opero, tra cui TikTok. Il BookTok, cioè il fenomeno della promozione dei libri moderni con i reel, è oggetto di forti critiche perché, in genere, riguarda opere facili da leggere e di argomento leggero. È una cosa che mi fa arrabbiare tantissimo, perché il fatto che i social permettano ai ragazzi giovani, magari non abituati alla lettura, di conoscere e comprare un libro, è un risultato importantissimo. Il libro è ispirazione, la lettura è vedere oltre a quello che siamo oggi: non importa che tu lo faccia con un romanzo rosa, con Tolkien o con I fratelli Karamazov. L'importante è stimolare la curiosità; il resto verrà da sé. Non possiamo lamentarci della mancanza di cultura nelle nostre società se non rendiamo accessibile la letteratura, anche attraverso letture cosiddette “non impegnate”.

Ci sono delle caratteristiche che rendono un libro più prezioso, perché se parliamo, ad esempio, di note a margine manoscritte da Victor Hugo, il valore storico si riflette in quello economico. Il resto è feticismo, cioè la ricerca della variante, del minimo particolare che rende unico un volume stampato in migliaia di copie. Questo accade soprattutto dall’Ottocento in poi, quando le nuove tecniche permettono tirature sempre più ampie. La storia editoriale di Tolkien, di cui parlo nel mio libro, è un interessantissimo esempio novecentesco di questa tendenza. È un fenomeno esclusivo del nostro settore, perché, nell’arte, ogni dipinto è un’opera a sé.
Torniamo, comunque, alla domanda. I libri sono fatti per essere letti e fruiti, perché solo così si può fare cultura. Il libro è un prodotto dell'essere umano, e quando trovo l'umanità all'interno del libro, tramite dediche, note, o cartoline, io mi emoziono sempre, perché mi riporta al vero scopo dell’opera.
Mia figlia ha tre anni: in famiglia trattiamo i libri con enorme rispetto, ma glieli facciamo toccare, lasciamo che se ne appropri. Chiaramente non gioca con i libri importanti, ma in libreria ho uno scaffale con libricini dell'Ottocento, tutti colorati, e lei, ogni volta che entra, li tira fuori, li mette per terra e li rimette a posto. È importante. Se non fai mai toccare un libro a un bambino, quando crescerà non saprà che farsene. Sono convinto che i libri, antichi o moderni, nascano per essere aperti, letti, vissuti, trasmessi.
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