Pietro e Paolo, il capolavoro di Mario Sobrero, fu pubblicato poco più di un secolo fa: nell’ottobre 1924. L’Italia era nel pieno della crisi del delitto Matteotti: i resti del cadavere del deputato socialista unitario erano stati trovati il 16 agosto nei boschi di Riano, intorno a Roma, e un’ondata di indignazione sembrava avere reso il paese consapevole delle responsabilità della cosiddetta Ceka – il manipolo di squadristi capeggiati da Amerigo Dumini – e del loro legame con il governo.
Furono mesi esiziali per il nostro stato liberale, così come lo erano stati i mesi del “biennio rosso” torinese raccontati dal romanzo e sembrava che un’ultima reazione legalitaria fosse ancora possibile. Non lo sarà, ed è interessante come a narrare le reazioni politiche al caso Matteotti ci fosse a Roma proprio lo zio di Mario: Cesare Sobrero, colonna de La Stampa di Frassati, che aveva firmato il 17 agosto l’editoriale che commentava il ritrovamento del cadavere di Matteotti con il titolo Giustizia.
Mario Sobrero (1883–1948) aveva allora 41 anni e quello che sarà il suo capolavoro è un romanzo intensamente politico e intriso di attualità che, pur avendo ottenuto un certo successo (fu tradotto in inglese e in francese), non era però destinato a compiacere il nuovo potere: troppo discreto, forse, troppo lucido, figlio di una stagione di pessimismo “gobettiano”. Sicuramente non gli ha giovato l’avere scelto nell’ambientazione un periodo così conflittuale (il cosiddetto “biennio rosso” a Torino) di cui volle dare una rappresentazione super partes, che non doveva soddisfare nessuno dei protagonisti di quella tragica, eppure grandiosa stagione. Non ai fascisti, di cui raffigura lucidamente la violenza nascente, ma neppure ai loro antagonisti naturali, i comunisti, mostrati come sedotti da un avventurismo utopico. Non è sbagliata, per quel libro, l’etichetta di un Novecento torinese assegnatogli recentemente da uno dei suoi pochi e sensibili lettori, Piero Flecchia, anche perché, con il Novecento di Bertolucci ha affinità: i due protagonisti del romanzo infatti sono cugini che si schierano dai lati opposti della barricata, mentre nel film di Bertolucci erano ragazzi nati nel 1900, appunto, da famiglie di opposta condizione sociale, al punto che ci si potrebbe quasi chiedere se Bernardo non possa avere sfogliato una copia di Pietro e Paolo nella ben fornita biblioteca del padre Attilio.

Mario Sobrero era nato nel 1883 a Torino da una famiglia di origine langarola di media borghesia. A Diano d’Alba i Sobrero possedevano una villa (la Pineta) dove trascorrevano le vacanze. Il fatto di avere vissuto buona parte della sua infanzia nelle Langhe influenzerà l’immaginario dello scrittore fin dai primi racconti e provocherà quella sensibilità “interclassista” delle sue narrazioni che spesso raffigurano in parallelo personaggi della borghesia e della classe contadina o operaia. Sua madre, Carolina Abbado, proveniva da una famiglia con grandi interessi nel campo musicale: sarà zia di Michelangelo (1900–1979), insegnante di violino e poi vicedirettore del Conservatorio di Milano, nonché padre del celebre direttore d’orchestra Claudio. La passione per la musica si avverte in alcuni dei personaggi di Mario: Violetta di Parma ha come protagonista un violinista che, nella Torino del dopoguerra, per sbarcare il lunario si muove fra cabaret, café chantants e la nuova industria cinematografica (“delle films”, come allora si chiamava). Fratello di Mario sarà il pittore Emilio, nato nel 1890, in relazione con il gruppo dei “Sei di Torino”, influenzato come tutti loro da Felice Casorati e situato nella grandiosa orbita di Riccardo Gualino. Il sodalizio fra i due fratelli (a Emilio dedica Pietro e Paolo) costituirà un legame profondo per tutta la vita. Si trasferiranno entrambi a Roma negli anni ‘30 e non è raro che i libri di Mario riportino copertine disegnate da Emilio.

Mario si laurea in Giurisprudenza a Torino con una tesi che troverà pubblicazione nel 1907 sull’importanza della psicologia sociale nello studio del diritto, ma abbandona presto la carriera giuridica per darsi alla letteratura e al giornalismo. Muove i primi passi nella Gazzetta del Popolo, di cui diventa corrispondente di guerra, e il suo primo scritto sarà pubblicato nel 1915 insieme alle corrispondenze di Arnaldo Cipolla con il titolo A traverso sette popoli in guerra; visioni e impressioni di due corrispondenti, a cui seguirà, nel 1917, il testo Sulle navi d’Italia di propaganda della marina militare italiana, con una bella copertina del fratello Emilio.

Mario aveva già pubblicato alcuni racconti sulla Nuova Antologia, fra cui il primo, nel 1910, con il titolo In esilio (poi trasformato in Gente di campagna), di ambiente langarolo, ma il suo primo volume narrativo sarà L’avvenire in dono (Treves, 1920) in cui alcuni di questi racconti confluiscono. Se quello che dava il titolo al volume rimaneggiava l’esperienza di guerra vista attraverso l’ottica di un giovane rimasto menomato, il più convincente era forse proprio il racconto Gente di campagna, in cui un piccolo proprietario langarolo si trovava costretto a emigrare per un’orribile maldicenza messa in giro da vicini malintenzionati. Nel carattere di quel personaggio dall’animo gentile vediamo una traccia dei contadini dignitosi che Sobrero riprenderà in romanzi successivi come Di padre in figlio (del 1938).
Subito dopo Sobrero provò il romanzo con Violetta di Parma. Con esso, pubblicato nel 1920, lo scrittore narrava di un giovane, Guido Renzis, con alcune sfumature di natura sentimentale che potevano non dispiacere a un pubblico anche popolare. Una copertina dice che toccò le 7.000 copie di tiratura.
Prima d’andar sotto le armi la passeggiata prediletta di Guido Renzis era la salita, di giorno o di notte, al Monte dei Cappuccini. Abbracciando di lassù con un colpo d’occhio tutta Torino gli pareva d’essere una specie di Gesù o di Dottor Faust adolescente, al quale il diavolo promettesse il mondo intero: un buon diavolo, che non lo spaventava colla sua presenza e che in cambio di quel dono non gli chiedeva l’anima sua ma soltanto lo sforzo della volontà e dell’ingegno (p. 9).
L’artista che alterna questi momenti di esaltazione alla Rastignac a periodi di depressione, rimarrà intricato in una serie di avventure sentimentali e si troverà ben tre donne a disposizione: un’attrice, una signora che cerca svago e naturalmente una sartina bella e pura, disposta a rischiare tutta la sua rispettabilità per lui. Finirà male per quest’ultima, che si toglierà la vita, mentre Guido riprenderà coraggio verso la sua musica, deciderà di lasciare Torino per Milano e intraprendere una “svolta virile” alla sua vita debosciata.
È quasi impossibile credere che una storia sentimentale così fin de siècle per caratteri e ambienti sia stata scritta dalla stessa persona che solo quattro anni dopo pubblicherà Pietro e Paolo, romanzo con ben altro spessore. Ma è stata forse la crisi del dopoguerra a costringere il giovane Sobrero a mettere a prova le sue certezze assistendo come giornalista agli scontri che a Torino ebbero uno dei suoi apici italiani.

Il libro si apre infatti nell’immediato dopoguerra e le vite dei due giovani che gli danno il titolo sono segnate entrambe dalla guerra: Pietro, figlio di operai, ha combattuto più di un anno “contando i giorni come se fosse stato in carcere” e torna arrabbiato contro chi la guerra l’ha voluta. "Perché dovrei sentirmi in patria dentro certi confini? Casa mia? Non lo è nemmeno il sobborgo dove sono nato, la camera dove dormo" (p. 9). Paolo invece, suo cugino, è un borghese tornato deciso a far trionfare gli ideali patriottici contro coloro che li vogliono affossare. Aderirà all’impresa fiumana e ai primi fasci torinesi. Il racconto, lucido come un saggio di storia, spiega come l’inizio di tutto sia stato la ferita della guerra, che li ha divisi.
Sopra al loro conflitto, lo sguardo desolato di Davide, padre di Paolo e zio di Pietro, che una storia famigliare particolare ha posto in posizione quasi neutrale: proveniente da una famiglia di contadini da poco inurbati (sua madre, Antonia, "solida e pesante come un cavallo da fatica gira per la cucina con la sottana infilata nella cintura per tenerla rialzata, secondo gli usi delle contadine", pp. 3–4), era stato adottato da una coppia senza figli, della media borghesia, che gli aveva permesso di laurearsi in Giurisprudenza. Diventato pretore è ora in pensione e assiste impotente allo scontro fra le due anime della sua stessa famiglia.
Il libro tratteggia minuziosamente, in un modo quasi pittorico che ci ricorda i quadri del fratello Emilio, la Torino industriale e gli alloggi operai dove si svolgono i fatti. Così descrive il condominio di Pietro:
Innumerevoli generazioni sembrano aver lasciata nell’edificio l’impronta del loro passaggio; ed è costituito da pochi anni. Ai finestroni delle scale non uno dei vetri colorati è salvo; neri sono gli scalini e le pareti; davanti al vano della spazzatura bisogna scansare immondi residui, sui pianerottoli si rincorrono gridando dei fanciulli che dall’alto le madri chiamano a perdifiato. Dagli usci, socchiusi a far aria ai quartieri angusti, si intravede gente scamiciata tra un disordine di vecchie suppellettili (p. 1).

Ma questa cura per i luoghi e gli ambiti sociali serve a ripercorrere i grandi scioperi torinesi del 1919 e del 1920 fino all’occupazione delle fabbriche, il tutto filtrato dallo sguardo di Davide, pietoso e capace di comprendere le due ragioni: quella del figlio nazionalista e quella del ramo operaio della sua famiglia. Il suo dramma sarà non riuscire a evitare il loro scontro distruttivo pur presagendolo: nota "l’enorme energia condensata" nella rabbia del nipote Pietro, tratta "con dolcezza" (p. 19) la febbre distruttiva e vendicativa del figlio Paolo, che così commenta gli operai che stanno organizzando gli scioperi: "Se i soldati non sparano, spareremo noi: quelli che abbiamo arrischiata la vita senza la speranza di dividerci la roba degli altri […] prima di lasciarsi gettare nell’inferno bolscevico!". Ma non è in grado di fare nulla per fermare il loro scontro (che si concluderà nel romanzo con la sconfitta/morte di Pietro). Anche perché la guerra ha portato uno sconvolgimento all’interno della sua stessa famiglia: la moglie Clelia sta impazzendo, credendo che un altro figlio disperso in guerra sia tenuto prigioniero in Russia e prossimo al ritorno, e la figlia, Giuliana, bella e disinvolta, lavora in fabbrica come impiegata e ha una tresca con un suo compagno di lavoro sposato.
È notevole lo scrupolo giornalistico con cui Sobrero segue le vicende degli scioperi torinesi, attento a non tradire il corso degli eventi. Li possiamo riconoscere tutti, a partire da quello detto “delle lancette”. Ci narra le elezioni del ‘19, che hanno riempito di speranze il Partito socialista vittorioso mentre le mura della severa Torino sabauda sono piene delle “pezze colorate” dei suoi manifesti elettorali. Ma ci narra anche la comparsa, durante un altro sciopero, del gruppo dei fascisti di cui fa parte Paolo che il padre scorge:
Si avanzava una colonna di uomini in abito borghese ma ordinati militarmente, che portavano ciascuno un grosso bastone appoggiato al braccio come una sciabola. Marciando alla testa, un giovinotto gagliardo col volto adombrato dalla tesa di un largo feltro, con piccoli baffi e pizzo da moschettiere, si volgeva ogni momento a verificare l’ordine delle squadre, a segnare il passo con voce stentorea. Nelle file, in mezzo a giovani nei quali si poteva riconoscere professionisti e studenti e commessi, vi erano degli uomini d’aspetto equivoco, di diversa età, e parecchi arditi che portavano la calotta nera, la camicia nera costellata di distintivi e di medaglie (pp. 61–62).
Lo sguardo estraniato di Davide tende comunque a condannare tutti e due gli estremismi ma è molto più sconvolto da quello dei fascisti, di cui denuncia il tradimento ai valori di legalità della sua classe, mentre capisce il disagio nato dalla fatica e dalla povertà degli operai. E per questo, quando scopre che Paolo è intenzionato a partecipare all’impresa di Fiume, commenta:
La guerra li ha cambiati questi giovani. Non hanno più fermezza al lavoro della mente; disprezzano la coltura, l’intelligenza, il libro. Li domina una smania confusa di agire. Quanti studenti non sono ora come Paolo? Egli porta sempre la pistola. La gioventù provata dalla guerra è convinta che al mondo tutto si risolva con le armi (p. 68).
Mentre le manifestazioni del biennio rosso si intensificano, è costante la curiosità dello scrittore verso i sentimenti della borghesia di fronte a quell’onda montante: così nel caffè semichiuso dove va di solito Davide incontra un suo coetaneo, l’avvocato Barale, che scrive per un giornale conservatore e, per arrotondare il magro salario, si presta come consulente, con un po’ di vergogna, a una libreria antiquaria. Le opinioni di questo borghese “decaduto” sono livorose verso le masse scioperanti: sostiene che in esse non ci sia idealismo o legittima voglia di cambiare la società ma solo odio di classe:
Sono i denari delle banche, gli appartamenti dei signori, le ville, le grasse terre, i gioielli che fanno gola ai tuoi proletari, altro che poesia! (p. 117)
Per reazione a queste amare parole Davide si sente sospinto verso l’originaria famiglia proletaria e si ritrova davanti alla grande Casa del popolo (senz’altro la Camera del lavoro di corso Siccardi, quella poi incendiata dai fascisti) ad assistere a un comizio di due capi. Uno dei due è indubbiamente Antonio Gramsci, di cui la descrizione è impietosa.
Una raffica violenta di applausi avvolse l’altro oratore che salì subito dopo alla tribuna. Sorpassava appena con il petto e le spalle aguzze la tavola che aveva dinnanzi; sul suo viso di mostruosa bruttezza era stampato un ghigno sardonico che il luccichio degli occhiali accentuava. Incominciò passandosi una manina rachitica nella capigliatura ricciuta e incolta per cui pareva enorme la sua grossa testa. Il salone mandava riverberi di fornace. Il piccolo uomo parlò della lotta che si sosteneva nella città e in tutta la regione perché i Consigli fossero riconosciuti, asserendo che qualunque esito immediato avrebbe costituito un semplice rinvio. Sotto ogni contrasto fra proletari e datori di lavoro – diceva – vi era ormai una questione di potere, anzi la stessa questione sociale (p. 124).
In questo caso, persino l’olimpico Davide, alter ego dello sguardo dello scrittore, vibra di stupore non simpatetico: pigmeo, nano, omiciattolo ridicolo, così viene descritto ripetutamente Antonio Gramsci e tutto questo rende incomprensibile l’effetto delle sue parole sulla folla. E se Sobrero, uomo di buone letture e di studi giuridici, poteva non ignorare i libri sulla psicologia delle folle che in quegli anni circolavano (Le Bon, Ortega y Gasset), è vero che per lui il biennio rosso torinese sembra essere una straordinaria occasione per capirne gli ondeggiamenti.

Il riferimento, straordinariamente offensivo, alle caratteristiche fisiche di Antonio Gramsci un poco colpisce e non può non avere influenzato negativamente la ricezione del libro fra i lettori di sinistra: anche dopo la fine del regime il libro non ebbe nessun ritorno di fiamma (fu pubblicato un’ultima volta da Bompiani nel 1947, un anno prima della morte dell’autore) complice forse una comprensibile stroncatura dello stesso Gramsci (nei Quaderni del carcere, che si poterono leggere nella prima edizione negli anni ‘48–‘51) che inseriva Sobrero fra "i nipotini di padre Bresciani", cioè fra quegli scrittori cattolici che secondo lui mostravano una sorta di populismo pietoso e "sanno di sacrestia".
La grandezza del romanzo di Sobrero sta invece, a nostro avviso, nel sapere restituire in modo epico la stagione della grande sconfitta di un paese che si stava avviando a diventare democratico, ma che non concluse la sua crescita, spaccandosi fra le velleità rivoluzionarie e le paurose reazioni violente di chi si sentiva sospinto a imprese avventurose. Nel libro c’è pietas per le opposte fazioni, nel senso di partecipazione discreta per le vite misere di operai di quei quartieri popolari, ma anche lucida analisi di una piccola borghesia che non sa più trovare il suo ruolo nel mondo.
Sobrero continuò la sua carriera di onesto giornalista a Roma, dove fu corrispondente sempre per la Gazzetta del popolo, e scrisse libri di viaggio, dando occasionalmente segni tiepidi di un’adesione al fascismo che doveva essere di necessità, dati i modi con cui ne aveva raffigurato le origini. Quando pubblicò il suo ultimo romanzo, Di padre in figlio, nel 1938, che tornava per temi e ambientazioni alle sue origini langarole, la critica lo accolse con gentilezza ma senza eccessivi entusiasmi e La Stampa non faceva neppure cenni a quel Pietro e Paolo, che doveva ritenere imbarazzante.
Forse troppo torinese per ambientarsi a Roma e troppo romano, ormai, per tornare a Torino, la sua vita si chiuse nel giugno del 1948, ancora relativamente giovane, e La Stampa gli dedicò solo un trafiletto, ricordandolo giornalista, corrispondente di guerra, di viaggio e scrittore capace ma un po’ dimenticato. Dobbiamo aggiungere che la stessa cosa sarebbe accaduta, dodici anni più tardi, a suo fratello Emilio, pittore. I due fratelli dovevano avere, dai ritratti che ce ne offrono i contemporanei, e dalle loro opere, molti tratti comuni: una certa torinesità modesta, lucida, discreta. Un tratto signorile di chi non sgomita per avere successo. Forse questo non è loro giovato, perché per quanto siano stati, ognuno nel loro ambito, professionisti fini e colti, oggi sono ampiamente dimenticati o ricordati, periodicamente, da mostre in cui Emilio, pur molto apprezzato da Mario Soldati, viene etichettato come eternamente “un minore da riscoprire”. Giusta la ripubblicazione del romanzo, nel 2023 presso Readerforblind (da cui abbiamo tratto le citazioni) che ci dà la possibilità di rendergli un po’ di giustizia.

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