È luglio, fa caldo, ma qua dentro fa ancora più caldo. L'ambiente è stato riscaldato artificialmente. Una figura si aggira in maniche di camicia, in testa ha una vescica riempita con del ghiaccio. Ogni tanto delle farfalle svolazzano su dei fiori deposti nei vasi, ma anche sull'uomo e su dei complessi macchinari. Quest'uomo è Roberto Omegna e sta lavorando a un documentario dal titolo La vita delle farfalle. L'anno è il 1911 e l'idea per questo film gliel'ha data suo cugino Guido Gozzano, il famoso poeta, incuriosito da questa recente invenzione, il cinematografo. Pare che Gozzano, che all'epoca ha ventotto anni e morirà solo quattro anni dopo di tubercolosi, si fosse interessato anche alla sceneggiatura di un film su Francesco D'Assisi, purtroppo mai realizzato. Si dice anche che gli venissero chiesti soggetti per “delle films” – sì, all'epoca erano al femminile, come le pellicole, dopotutto – e che il poeta accogliesse la proposta “con un lieve sorriso ironico di dietro gli occhiali, e quando porta quei pochi foglietti scritti a matita, non vuole che si sappia il nome dell'autore”, così si legge su un vecchio articolo de La Stampa.
In realtà ci sono forti dubbi sui reali rapporti tra il poeta crepuscolare e il cinema. Altrove, in un'intervista, è proprio Gozzano a parlarne in questi termini: “Ma che arte, è una industria di celluloide” dice. “È una cortigiana molto ricca che sa camuffarsi, ma l'imitazione della principessa resta pur sempre una imitazione”. Gozzano però si dichiara possibilista sul futuro del cinema e mostra una flebile speranza per questa nuova arte che arte non è: “Per ora pellicola ed arte sono divise, inconciliabili sino all'ultima molecola. Bisognerà vedere la sua futura evoluzione”.

Fatto sta che, e questo è sicuro, fu davvero Gozzano a portare al cugino Omegna dei bruchi, con l'intento di trasformarli in protagonisti cinematografici. Il regista ne aveva già raccolti parecchi in campagna con le proprie mani: “Duecento bruchi, che nutrivo ogni giorno con foglie di ortica e di finocchio”, ricorderà. Di fatto l'apporto di Gozzano forse si limitò esclusivamente all'idea e alla scrittura delle didascalie. In quel periodo il poeta stava pensando a un vasto poema sulla vita delle farfalle e prima di arrivare a scriverlo (e lo farà, qualche anno dopo, con un poemetto rimasto incompiuto dal titolo Le farfalle) lo passa come soggetto al cugino Roberto Omegna, e ne scrive le didascalie.
E qua torniamo allo strano figuro in maniche di camicia, con la barba folta e ispida e baffi a manubrio, in quella stanza dal clima tropicale nel centro di Torino. Il regista respira a fatica per l'atmosfera torrida: la vescica piena di ghiaccio in testa fa quel che può, mentre lui è intento a usare varie tecniche sperimentali per rappresentare il ciclo vitale delle farfalle. Dopo oltre un secolo il documentario è ancora visibile a noi, si trova su Youtube ed è molto bello. Il film vince il primo premio mondiale all'Esposizione Universale di Torino, ben cinquemila lire, che per l'epoca rappresentano un bel gruzzolo. E nella giuria, cosa forse più importante, c'è Louis Lumière in persona. Contestualizziamo il periodo: siamo poco dopo i primi film di Méliès e nello stesso anno di un capolavoro italiano del cinema muto come L'Inferno di Bertolini, De Liguoro e Padovan. Nel film viene raccontata la vita delle farfalle Parnassus Apollo, Papilio Machaon e le Vanessa Io, dal bruco alla farfalla passando per la crisalide, in modo realistico e suggestivo.
Fotogrammi tratti dal documentario “La vita delle farfalle” del 1911. I colori rappresentano le diverse fasi della vita delle farfalle.
Omegna ha trentacinque anni ed è già un esperto documentarista; quando esce La vita delle farfalle ha girato già decine di film di ogni genere, da Benares, la città sacra al documentario divulgativo sulla Circolazione del sangue. Nato nel 1876 a Torino, oggi è considerato il pioniere del documentario scientifico in Italia e tra i pionieri della cinematografia. Ha realizzato quelli che sono di fatto i primi lungometraggi e i primi documentari scientifici e naturalistici in Italia. Già da bambino Roberto Omegna aveva mostrato un vivo interesse per le osservazioni scientifiche, tanto da avere a dodici anni una collezione di farfalle e scarabei. La famiglia piemontese ha vissuto in Calabria e Sicilia, il padre era impiegato come geometra nelle ferrovie. Nel 1890 fa ritorno a Torino e durante questo trasloco Roberto perde la collezione di insetti. Studia e si laurea in Fisica e Matematica. I suoi interessi sono per metà scientifici e per metà artistici. Frequenta compagnie teatrali, dipinge e allo stesso tempo si interessa alle nuove scoperte scientifiche.
Sono anni di grande fermento per l'innovazione in ambito tecnico e scientifico, che spesso si interseca con quello dell'arte. Tutto sembra possibile, realizzabile. Se si può sognare allora si può anche fare. Sono gli anni immediatamente successivi ai romanzi di Jules Verne, anni di grandi scoperte, vere o immaginarie. Come dirà Ray Bradbury molto tempo dopo: “Senza Verne, molto probabilmente non avremmo mai concepito l'idea di andare sulla Luna”. In una manciata di anni vediamo le prime trasmissioni radio transatlantiche, il primo televisore, la teoria della relatività speciale di Einstein, la prima trasvolata della Manica e la conquista del Polo Nord. C'è un'aria di eccitazione e “le films” si inseriscono in questo contesto. Omegna si interessa di entomologia e fotografia, anche se, come tutti, è infelicemente costretto a lavorare. Ricorda quel periodo così: “Nella banca mi trovavo a disagio. Amavo la vita libera creativa. Quella di artisti come mio cugino Guido Gozzano”, dice. E infatti lascia il lavoro per dedicarsi alle sue vere passioni, che non sono di sicuro quelle di far quadrare i conti seduto dietro una scrivania, ma di viaggiare, inventare, sperimentare.

Con una buona dose di intraprendenza rileva un cinema di Torino e lo chiama Edison. Va a Parigi, acquista un apparecchio e brevi filmati, da quelli celebri della Pathé, la leggendaria società cinematografica francese, a quelli del genio del cinema Méliès e ovviamente dei fratelli Lumière. Le pellicole vengono assemblate e proiettate nel nuovo cinema in modo da farle durare più dei soliti pochi minuti, novità che riscuote grande successo. Omegna inizia a proiettare veri lungometraggi, anche di un'ora o due. Quello che fa non è un semplice collage, ma un atto pirata di hackeraggio: “Quei film che non mi sembravano abbastanza interessanti” ricorderà poi, “venivano da me rimaneggiati mediante il montaggio. Per esempio aggiunsi all’Arrivée d’un train en Gare de la Ciotat due innamorati che si salutavano e abbracciavano”. Fa diventare il freddo L'arrivée d’un train en Gare de la Ciotat uno dei primi film con una storia d'amore, seppure brevissima.
Fin da giovane Omegna frequenta il negozio del torinese Arturo Ambrosio, il fotografo della casa reale, dove si confronta con altri pionieri del cinema come Vittorio Calcina e Giovanni Vitrotti. È in questo ambiente che nasce l'idea di acquistare una macchina da presa per poter girare del materiale originale e iniziare a sperimentare la produzione di veri film, senza dover usare il materiale francese.
Così, dal 1903 in poi, all'Ambrosio iniziano a sfornare filmati di ogni tipo. Il primo fu la ripresa di un evento sportivo, La prima corsa automobilistica Susa Moncenisio dove Omegna sperimenta anche quella che oggi si chiama “camera-car”, ovvero la macchina da presa posta su un'altra automobile per riprendere la corsa, dimostrando da subito un certo gusto per la sperimentazione ma anche per l'ardire. Filmò piccoli film di finzione ma anche molti episodi di cronaca, come le conseguenze del terremoto di Messina del 1908. Segue una manciata di titoli evocativi di quel periodo: I lancieri di Savoia, Vedute ed episodi del terremoto di Calabria, Eruzioni del Vesuvio, Visioni di Buenos Aires, Matrimonio abissino, Città del sogno, Combattimento di galli, Fabbrica di ombrelli in Birmania, Il varo della Leonardo Da Vinci e i due La caccia al leopardo e Caccia al leone, dove vediamo Omegna in prima persona con il felino a terra e il fucile in mano, una pellicola girata senza teleobiettivi, dunque con rischiose riprese a distanza ravvicinata con i grossi felini. I film hanno successo e la Ambrosio aumenta la produzione. Omegna non è indicato sempre come regista, a volte è indicato come operatore o direttore della fotografia. Va considerato che la divisione tra regista e operatore non esisteva ancora. In più, come per i pittori, l'ambiente è quello di una bottega d'arte, dunque è ipotizzabile che praticamente su tutti i film usciti da quei laboratori fossero passate le sue mani.

Da subito Omegna sarà considerato uno scienziato e un artista, una divisione che all'epoca era meno netta rispetto ai decenni successivi.
"La mia attività di entomologo naturalista undicenne aveva sviluppato in me un desiderio sempre più intenso di dedicarmi ai problemi della natura” spiegò Omegna. “Rimasi colpito dai primi film dei fratelli Lumière. Le varie attitudini e gli interessi della mia vita trovarono nel cinematografo il loro sbocco".
Nel Novecento si è parlato spesso della scissione tra scienza e umanesimo, tra la cultura scientifica e l'arte, una divisione che in passato non c'era, lo scienziato e l'artista erano la stessa persona. Primo Levi, ad esempio, scrittore e scienziato, scrisse che se davvero esiste una “schisi” tra scienza e arte, si tratta di una “schisi innaturale”, per poi elencare nomi di persone che questa separazione non la conoscevano: Dante, Leonardo, Goethe, Cartesio, Einstein, Michelangelo o Galilei. Proprio su quest'ultimo nel 1909 l'Ambrosio Film aveva realizzato un film di nove minuti. Omegna non era né solo un artista né solo uno scienziato. Era un formidabile tecnico, senza dubbio, in grado di trovare soluzioni geniali e innovative per l'epoca, e al contempo era dotato anche di gusto, estro e sensibilità artistica. A dimostrarlo sono proprio i suoi documentari scientifici.
Un altro realizzato con il fidato Eugenio Bava, si intitola La vita della chiocciola. Riprese macro, cioè da molto vicino, trasformano questi gasteropodi in animali giganteschi e meravigliosi, fornendo allo spettatore una prospettiva totalmente inedita. Le grafiche sono sorprendenti per l'epoca e indicano le parti del corpo delle chiocciole. Curiosamente, ma neanche tanto, dopo il tono scientifico e divulgativo del documentario Omegna conclude in poesia: “Benchè non priva di una certa eleganza la chiocciola non sembra aver fornito ispirazioni alle arti figurate e alla poesia”. Dunque Omegna decide nel finale di riparare questo torto con dei versi di Giuseppe Giusti:
Viva la chiocciola
Viva una bestia
che unisce il merito
alla modestia.
Essa all'astronomo
e all'architetto
forse nell'animo
destò il concetto
del cannocchiale
e delle scale.
Viva la chiocciola
Caro animale.

Ancora una volta si nota come le opere di Omegna fossero artistiche di per sé, ma anche che il suo autore le giudicasse tali, un po' come le chiocciole, sfortunate perché non sono state in grado di “aver fornito ispirazioni alle arti”. Omegna di successo invece ne ha. Nel 1913 nei cinema appare quello che alcuni considerano il primo lungometraggio italiano, Gli ultimi giorni di Pompei, considerato anche il primo colossal, ricordato in particolare per la spettacolare eruzione del Vesuvio.
Nel periodo del boom del cinema italiano Omegna è alla guida della Ambrosio. In alcuni film viene coinvolto anche Gabriele D'Annunzio. La casa di produzione vince ben 25.000 lire all'Esposizione Internazionale di Torino per il film Nozze d'oro, concepito per mostrare il livello tecnico raggiunto dall'Ambrosio in occasione del cinquantesimo Anniversario dell’Unità italiana. Il successo fu grande. Il film, dopo Torino, venne proiettato a Roma, Parigi, Londra e perfino negli Stati Uniti, ma, proprio all'apice del successo, venne proibito dal governo italiano. Il problema era l'immagine che il film dava dell'Austria. Ricevette un'altra censura, ma è tuttora considerato uno dei primi capolavori del cinema italiano e dietro alla macchina da presa c'era Roberto Omegna. Nonostante i vari successi, il vero interesse di Omegna sembrava restare quello della natura, della medicina, della botanica, della geologia e degli animali. L'impressione è che realizzi altre pellicole per divertimento, per far progredire la tecnica e per procurarsi il denaro per la sua vera passione: i documentari scientifici.
Nel 1926 Omegna inizia una seconda carriera. Si trasferisce a Roma per dirigere la sezione scientifica dell'Istituto Luce, dove sperimenterà vari congegni a seconda del tipo di documentario che deve realizzare. È spesso appoggiato dal suo collaboratore Eugenio Bava, padre del celebre regista Mario Bava, noto per la bravura tecnica nei suoi film, evidentemente ereditata dal padre, anche lui tra i pionieri della settima arte. In questo periodo Omegna realizza circa 150 documentari. Tutte opere scientifiche e dai titoli poetici: La mosca delle olive, Victoria regia – regina delle ninfe, Giardini del mare, Vita degli ippocampi e il già descritto Vita della chiocciola. Dalla fine degli anni Venti sono diversi anche i film sul mondo marino. Ormai è talmente esperto che ogni film è una perla. Sono passati quasi due decenni dai primi documentari. Assieme alla maggiore esperienza Omegna può avvantaggiarsi anche di migliorie tecniche.
Guerra e fascismo annientano tutto. Verso la fine del 1942, quando la situazione bellica stava peggiorando, la sezione scientifica dell'Istituto Luce smette di operare e Omegna fa ritorno a Torino. Nel momento della morte, nel 1948, tre anni dopo la fine del conflitto, non ha avuto la possibilità di condividere completamente la sua esperienza con nessuno e la sua eredità muore con lui. Dopo la fine della guerra Omegna cercherà di realizzare un documentario sulla fisiologia dell'occhio – proprio l'organo che serve a realizzare e vedere i film – ma non riesce a terminarlo. L'età avanzata e i gravi problemi di salute gli impediscono di lavorare come vorrebbe. Il regista muore a Torino il 19 novembre 1948. Oggi viene ricordato come uno dei pionieri del cinema e come il pioniere del documentario. Ma anche come una di quelle figure che hanno portato il cinema italiano dalla forma artigianale a quella industriale e che hanno ribadito che non c'è confine tra scienza e arte.

Rivista Savej è un progetto di Edizioni Savej, casa editrice della Fondazione Enrico Eandi.
Pubblicazione registrata al tribunale di Torino.
Direttore responsabile: Lidia Brero Eandi.