Ci sono case che restano impregnate dall’anima di chi in quei luoghi ha vissuto, la storia della Stone Oven House o “Casa col Forno”, una residenza pensata da artisti per artisti, sembra dimostrarlo.
Nel piccolo comune di Rorà, in alta Val Pellice, un’antica cascina edificata utilizzando le pietre di una chiesa dell'XI secolo che era ormai distrutta, protegge con i suoi muri massicci e le pesanti lose dei tetti una singolare comunità di artisti nata dalle menti di Sergey Balovin e della moglie Claudia Beccato. Gli ospiti sono internazionali e, in questa piccola frazione, si possono incontrare autori contemporanei che lavorano nei settori dell'arte visiva, della musica, del design, della sound art, della letteratura, del teatro e del cinema che qui si ritrovano per scambiarsi idee ed esperienze.

La cascina, fino a poco tempo fa, era conosciuta con un’altra denominazione e l’ideatore del progetto In Kind Exchange, con cui scambia opere d'arte con regali utili, spiega come, ispirandosi alla funzione del vecchio forno in pietra nel cortile, sia stata rinominata. Oggi come allora il forno è occasione di aggregazione, scalda e nutre; è lì che la comunità si ritrova da sempre per la cottura del pane ed è una logica conseguenza che sia diventato il simbolo della residenza. Stone Oven House era conosciuta nel secolo scorso con il nome di cascina Vernarea, un luogo che già nel secolo passato, era stato protagonista della storia del paese e della valle.

Dopo l’8 settembre 1943 molti ebrei scelsero la Val Pellice come luogo di sfollamento. La preferenza non era dovuta alla conformità del territorio; a prevalere sulla logica era l’affinità culturale con la comunità valdese, affinità creatasi grazie al condiviso percorso storico dettato da uguali persecuzioni e angherie che si concluse solo nel 1848 con l’emanazione delle patenti albertine che riconoscevano i diritti civili a coloro che professavano la religione ebraica e quella valdese.
Tra le mura del casolare, appartenuto alla famiglia di Odilla Pavarin, trovò rifugio la famiglia dello scultore Roberto Terracini, nella speranza di sopravvivere alla furia nazista e alla deportazione. Lo sforzo dei Pavarin fu del tutto simile a quello dell’intera popolazione di Rorà, all’epoca circa 200 persone, che tra il 1943 e il 1945 diedero rifugio a ben 21 esuli che si stabilirono nelle borgate con una falsa identità. Nonostante i manifesti che offrivano una taglia di cinquemila lire, una cifra astronomica per l’epoca, sulla testa di ogni ebreo, la solidarietà dei rorenghi non ebbe cedimenti e ognuno di loro seppe aiutare e tacere conscio di poter pagare un conto salato: l’impiegato comunale Silvio Rivoir, che forniva documenti autentici ma con nomi falsi, pagò con la deportazione i suoi gesti di solidarietà.
L’alto valore civico del paese venne poi riconosciuto nel 2004 con l’attribuzione della medaglia di bronzo al Merito Civile conferita dall’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi con la seguente motivazione:
Con spirito cristiano ed encomiabile virtù civile, durante l'ultimo conflitto mondiale, si distinse nel dare ospitalità e rifugio a numerose famiglie ebraiche salvandole dalla cattura e dalla deportazione da parte dei nazifascisti. Splendido esempio di amore per il prossimo e di solidarietà tra i popoli.
Quel difficile periodo resta vivo nella memoria grazie alla esposizione nei locali di Stone Oven House di alcune copie dei disegni che lo scultore eseguì in quegli anni. Schizzi che la famiglia Terracini, grata e consapevole che se il destino è stato benevolo nei suoi confronti è dovuto all’ospitalità ricevuta, ha fornito e arricchiscono l’esposizione, che, attraverso utensili e manufatti, racconta la storia del casolare.
Come spiega David, le rappresentazioni che il padre dedicò alla vita partigiana hanno un valore particolare. La Resistenza è stata raffigurata spesso in modo celebrativo da chi, forse, non l’aveva mai realmente conosciuta, mentre Ferraguti, questo il nome che celava Terracini, era entrato in contatto con i partigiani della Brigata Garibaldi che operavano sul territorio rendendone un’immagine più vera ed autentica. Li ritrasse dal vivo, rappresentandoli nelle loro azioni di ogni giorno; osservando quelle linee tracciate frettolosamente, e gelosamente custodite, l’anima di quegli uomini fatta di ideali e fatica, emerge dai loro gesti di semplice quotidianità come se fosse impressa su di un lucido fotogramma. La speranza che quell’esperienza fosse remota è svanita con l’esplosione del conflitto russo-ucraino.
Alcuni disegni di Terracini raffiguranti i partigiani della Brigata Garibaldi.
Sergey Balovin, pur avendo cittadinanza russa, è di origini ucraine, ed è cresciuto a Voronezh, a circa 300 chilometri da Kharkiv, una delle città martoriate dalla guerra. Scoppiato il conflitto, non ha esitato ad aprire le porte anche agli esuli del secondo millennio che, come lo scultore italiano, cercheranno di trovare un poco di conforto nel pittoresco panorama e nella vista delle montagne.
Lo spirito del luogo mi ha letteralmente stregata e spinto a raccontare questa affascinante vicenda che è stata resa possibile solo, ed esclusivamente, grazie al senso di accoglienza e solidarietà che albergava e vive ancora nei cuori di alcuni. Grazie poi alla disponibilità del figlio dello scultore David e di sua moglie Bruna, che mi hanno accolto nella loro abitazione, sorseggiando un bicchiere di fresca limonata, ho potuto ascoltare la storia di Lia, la sorella maggiore dei gemelli David e Laura, e dei loro genitori, costretti ad abbandonare Torino dopo l’occupazione tedesca della città.

I Terracini sono probabilmente uno dei nuclei ebrei che da più tempo risiede in Italia. Il nome denota la provenienza dalla città di Terracina e pare che le origini della famiglia siano antecedenti alla distruzione del Tempio di Gerusalemme, avvenuta nel 70 a.C. I primi Terracini giunsero ad Asti nel 1630, il nonno dello scultore fu il rabbino della comunità. A fine Ottocento si spostarono a Torino. Roberto, leva 1900, nasce in una famiglia di gioiellieri, fornitori di Casa Savoia ma la Real Casa, che spesso “dimenticava” di onorare i propri debiti, causò non poche difficoltà economiche al padre di Roberto.
La situazione precaria non impedisce al talento del futuro scultore di emergere precocemente: “garzone di bottega” a soli quindici anni produce la sua prima scultura ed entra poi all’Accademia Albertina della città. Partecipò più volte alle Biennali internazionali di Venezia, alle Quadriennali di Roma e a mostre internazionali in Europa, Firenze, Berlino, Budapest e in Sud America, a San Paolo del Brasile e Buenos Aires. Le sue opere si possono ammirare nelle Gallerie di Arte Moderna di Torino, Roma, Tel Aviv e in molte collezioni private.
Se dell’artista si può facilmente conoscere il percorso, che ne è dell’uomo che nella tarda primavera del 1938 sposò Adele Böhm, e che divenne padre nell'anno seguente quando nacque Lia?
Due sculture di Roberto Terracini di inizio anni '30.
Iniziata la campagna antisemita e varate le leggi razziali, gli fu preclusa qualsiasi partecipazione a esposizioni o concorsi artistici pubblici. Mantenne la famiglia grazie all’aiuto dell’amico architetto Aldo Rondelli per il quale realizzava opere su commissione e, scoppiato il secondo conflitto mondiale, sfollò a Luserna San Giovanni. Quando, come raccontò la moglie, “il pericolo per noi è diventato più grave e bisognava cambiare nome, andare via, perché lì tutti un po' lo sapevano cosa eravamo” si rifugiarono a Rorà, il paese che viene descritto così da Carmela Mayo Levi:
esposto al sole, circondato da alti monti maestosi e bellissimi, quasi sempre coperti di neve. Era un po' isolato [ora la strada è asfaltata e c'è una corriera da Luserna] senza mezzi di comunicazione, con un solo negozio, due chiese [quella Valdese e quella Cattolica] la scuola elementare composta di due stanze con una decina di scolari in tutto, il Municipio con la buca delle lettere e il postino che ogni giorno percorreva a piedi, prendendo le scorciatoie della montagna, circa una ventina di chilometri tra andata e ritorno da Luserna S. Giovanni.
Per raccontarmi quei giorni David, nato a conflitto finito, si affida ai ricordi di ciò che gli è stato raccontato e alle testimonianze raccolte come quella di Franca Debenedetti che aveva, all’epoca, quattordici anni e che racconta così l’arrivo a Rorà:
All'inizio, nelle prime settimane, la popolazione sembrò ignorarci, cioè sembrò essere indifferente alla nostra presenza. D’altra parte, anche noi cercavamo di andare in giro il meno possibile e di non farci notare, perché chiaramente avevamo paura, ma era una paura che forse avevano anche gli abitanti del luogo. In seguito, soprattutto con il primo rastrellamento del 21-22 marzo 1944, l'atteggiamento della popolazione diventò più cordiale, c'ignoravano di meno; ma il loro ignorarci non fu dettato da malanimo, era semplicemente una indifferenza voluta per non metterci in imbarazzo, per non creare dei problemi anche a noi; fu un silenzio, un'indifferenza molto proficua ed attenta.

Dai ricordi della signora Franca Debenedetti Loewenthal emerge un tratteggio di Terracini:
Girava con la sua cartella e con i suoi disegni, con l'occorrente per disegnare, e schizzava rapidamente sulla carta quello che il suo occhio attento e vigile di artista vedeva; e rapidamente una figura, un volto nasceva sul suo foglio bianco. Un giorno appunto mi trovavo seduta sulle scale di casa, godendo il sole (la stufa veniva accesa il meno possibile perché di legna non ce n'era, costava troppo) e lavoravo a maglia, quando arrivò lo scultore Terracini, che forse passava di lì per salutare mio padre. Mi vide lavorare a maglia e disse: “Ferma, ferma, non ti muovere!” e in un quarto d'ora fece un disegno bellissimo.
David spiega come, per mantenere l’anonimato, il padre avesse smesso di scolpire limitando la vena artistica al solo disegno. Forse schizzava per realizzare opere a guerra finita o, più semplicemente, per dare testimonianza di quei giorni.
Racconta la moglie:
Faceva anche dei disegni e ne ha fatti parecchi di partigiani che ho conservato; però questi disegni quando sapevamo che c'era un rastrellamento non potevamo tenerli in casa; allora li mettevamo dentro un muretto dove c'erano dei sassi che si potevano togliere e dietro c'era un po' di posto. I rapporti con i partigiani erano ottimi; mio marito andava là, faceva dei disegni, stava a chiacchierare un po' con questa gente, sapevamo dov'erano.
Un’altra immagine che coglie Roberto nella sua intimità famigliare è il ricordo della Pasqua quando le donne si accinsero a preparare una specie di pane azzimo, com'è d'uso. Ricorda ancora Franca Debenedetti Loewenthal:
Queste azzime devono cuocere assolutamente senza lievitare e devono avere dei piccoli taglietti sulla superficie in modo da poter cuocere più facilmente: questi taglietti, queste incisioni, vennero fatte dallo scultore Terracini, una vera opera d'arte compiuta così, sul vivo, dallo scultore! Quelle azzime riuscirono veramente molto buone!
I giorni del trasferimento da Luserna a Rorà vengono raccontati anche dalla moglie Adele:
Il nostro padrone di casa ci disse: “Ma io ho un cugino che sta a Rorà e allora andate su a chiedere se per caso vi ospita”. Allora siamo andati, abbiamo cambiato alloggio. Da Terracini mio marito aveva corretto il cognome in Ferraguti, correggendo la T in F, la “c” l'ha fatta diventare “g” e una delle gambe della “n” l'ha tirata su e ha fatto la “t”; insomma si è arrangiato; abbiamo dovuto correggere i documenti, i nomi propri li ha lasciati. Da allora abbiamo cominciato a chiamarci Ferraguti. Ci è poi successo di una signora che un giorno mi ha chiesto, senza saper niente: “Siete parenti dei Ferraguti di Luserna?”, “No, no, noi siamo un altro ramo”, le ho risposto. Non sapevamo che ci fossero altri con lo stesso nome! Allora siamo andati a chiedere a quest'uomo che si chiamava Pavarin, la famiglia Pavarin di Rorà la loro casa si chiamava la Vernarea, prima di arrivare a Rorà, vicino alla strada. Allora siamo arrivati a chiedere e c'era un padre anziano, il quale abitualmente dormiva in una camera con un letto da una piazza e mezza, e poi c'era un figlio scapolo e un figlio sposato con la moglie e dei bambini e anche la nonna; quindi una famiglia completa. Allora abbiamo chiesto e quello ha detto, “Potrei cedere la mia camera e andare a dormire col figlio”, che aveva anche lui un letto da una piazza e mezza: due omoni però! Mettersi in un letto da una piazza e mezza! Era un bel sacrificio! Ha detto “Beh, per una quindicina di giorni...”, e ci ha tenuti quasi due anni! Un bel coraggio. E lo sapevano che eravamo ebrei, lo avevamo anche detto.

La sistemazione a poco a poco si aggiustò:
Noi lì eravamo ospiti, nei primi tempi anche per mangiare; poi ci hanno dato una cucina adiacente alla nostra cameretta, un piccolo locale che poteva servire da cucina e anche una specie di soffitta dove potevamo mettere gli oggetti che non ci servivano. Dopo un certo periodo in cui mangiavamo con i Pavarin, poi per noi non era tanto comodo, perché era inverno e loro mangiavano alle cinque, poi dopo stavano su facendo la serata nella stalla ed eravamo invitati anche noi, a lavorare un po', a chiacchierare. Però, mangiando così presto, dopo veniva appetito. Quando poi ci hanno dato una stanzetta con la cucina, facevamo da mangiare sulla stufetta e allora andava un po' meglio. Non è che fossimo lì gratis, perché avevano chiesto quello che allora era la quota di un albergo, non tanto alta, per i tempi era una cosa giusta; comunque è andata bene perché loro sono stati anche onesti, non hanno chiesto mai di più, potevano anche aumentare, dato che avevamo detto per quindici giorni, poi invece...

Non si deve pensare che la vita nella borgata fosse priva di pericoli. Sempre la moglie racconta di una scampata fucilata:
I tedeschi sono venuti parecchie volte. Prima sono arrivati i fascisti, mi sembra, e mio marito diceva: “Meglio che togliamo la biancheria stesa lì fuori, che non credano che sia un segnale” e stava togliendola quando gli hanno sparato e bucato il soffitto del balcone; per fortuna non l'hanno preso, poi naturalmente si è subito rifugiato in camera; poi ci hanno dimenticati, infatti non han mai chiesto di noi nel tempo che eravamo lassù. Altre volte invece sono venuti dei tedeschi; li vedevamo venire su, da sotto, e tutti erano armati fino ai denti, con bombe da tutte le parti. Hanno spalancato la porta di colpo, venendo direttamente da noi, eravamo come in una piccola dipendenza della cascina e c'era modo di entrare direttamente venendo dalla strada. Io non ero lì, ero andata a prendere la minestra per la bambina e per mio marito e gliela stavo portando giù; in quel momento ero però già un po' provata, era il secondo giorno di rastrellamento; non mi scuotevo, ero ferma. Allora la nuora del padrone di casa mi ha detto: “Ma vada!” e allora mi sono scrollata, finalmente, dal posto dove stavo e sono andata nella camera pochi secondi dopo che erano entrati i due tedeschi, i quali hanno subito detto a mio marito: “Documenti!” e lui naturalmente ha fatto vedere quello che aveva; io poi qualche parola di tedesco l'avevo studiata, per cui si sono subito messi a parlare in fretta in fretta; allora ho detto: “Adagio, se no non capisco”. Però hanno subito avuto un senso di simpatia per il fatto che parlavo un po' di tedesco ed è andata abbastanza bene quella volta. Hanno poi girato tutta la cascina. La figlia del padrone aveva detto a mio marito: “Vada a mettersi via!”, ma mio marito non ha voluto, è rimasto in camera. Difatti sono andati nel fienile e con le armi cercavano se c'era della gente in mezzo al fieno; era molto peggio se lo trovavano nascosto.
Un'altra storia di famiglia degna di essere raccontata è quella del sequestro dell’apparecchio radiofonico a cui Roberto e Adele erano particolarmente legati. Tra i cimeli di famiglia viene conservato un biglietto che custodisce la memoria della confisca dell’apparecchio radio depositato il 21 febbraio 1941 al commissariato torinese di via Bava, 42. Il foglio è probabilmente la brutta copia di quello inserito dentro l’apparecchio prima della consegna ed è l’invito alla restituzione. Eccone il testo:
O benigno lettore rendi a ciascuno il suo e me, apparecchiatura donata per nozze, ricevuto in giorni di gioia, me rendi al mio padrone e a te dal cielo verrà benedizione. La mia voce ha allietato per 2 anni e mezzo la migliore famiglia del mondo. Sia a te bene se mi renderai in buono stato a chi mi ha dolcemente accolto. Amen.
Il foglio sul retro riportava l’indirizzo dell’abitazione.

Questa può sembrare una storia a lieto fine ma, se è pur vero che la famiglia Terracini si salvò, non si deve pensare che la Shoah non le causò dolorosi lutti. Michelangelo e Margherita Böhm, genitori di Adele, ingannati dal pensiero che avendo più di 70 anni non sarebbero stati voluti nei campi di lavoro, si rifiutarono di raggiungere i figli in Svizzera dove già avevano cercato rifugio. Di loro restano due pietre d’inciampo a Milano.
Con questo pezzo si conclude la serie di articoli iniziata con l’intervista all’avvocato Bruno Segre e con la quale si è voluto ripercorrere la storia dell’ebraismo nella nostra regione. La speranza è che non venga dimenticato lo spirito di solidarietà e di partecipazione nei confronti di chi viene sferzato dal vento avverso dell’esistenza; il desiderio è che prenda forza e coraggio in ognuno di noi.
SITOGRAFIA
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