Vincenzo Vela, lo scultore della libertà

“Lo studio di Vincenzo Vela a Torino”, Pierre Henri Théodore Tetar van Elven, acquerello su carta, 1858 ca. (© Museo Vincenzo Vela - Foto Mauro Zeni).

Vincenzo Vela, lo scultore della libertà

Sulle tracce dell'artista svizzero tra le vie di Torino

Laureata in Scienze dei beni culturali, è una guida turistica non convenzionale, nota come La Civetta di Torino specializzata nella valorizzazione storico-artistica della città da un punto di vista insolito… leggi tutto
  

Al fondo di corso Stati Uniti, quasi di fronte al complesso delle Officine Grandi Riparazioni, è collocato un monumento poco conosciuto e posto al di fuori dei soliti percorsi turistici. Osserviamolo insieme. Sopra ad un basamento in granito un’imponente figura in bronzo, abbigliata con un lungo camice da lavoro, con martello e scalpello nelle mani, osserva pensosa un’altra figura, questa volta scolpita nel marmo bianco di Carrara, seduta su una poltrona e dall’aspetto sofferente ma allo stesso tempo fiero.

Se lo guardiamo da vicino, rimaniamo colpiti dall’imponenza di questo monumento (è alto oltre quattro metri!) e viene naturale pensare che un’opera di tal fatta non possa essere stata creata per un personaggio qualunque. L’iscrizione recita: “A Vincenzo Vela, MCMXI”. Infatti, è proprio al famoso artista svizzero che è dedicato questo gruppo scultoreo, realizzato dal conte Annibale Galateri di Genola e Suniglia e inaugurato il 26 novembre 1911. Lo scultore è rappresentato mentre completa uno dei suoi capolavori più importanti, Gli ultimi momenti di Napoleone I, 1866. Annibale Galateri rappresenta il Vela impegnato in una profonda riflessione: l’opera a cui ha dato vita non rappresenta soltanto il grande condottiero sfinito e giunto ormai al declino, ma un simbolo di eroismo e orgoglio che travalica i tempi.

Il Napoleone morente, presentato all’Esposizione Universale di Parigi nel 1867, fu acquistato dallo stato francese e oggi è conservato nella reggia di Versailles.

Monumento a Vincenzo Vela, Torino (CC BY-SA 4.0 - Mastrocom).
Monumento a Vincenzo Vela, Torino (CC BY-SA 4.0 - Mastrocom).
※ ※ ※

L'espulsione dal Regno Lombardo-Veneto

Quando Vincenzo Vela – nato a Ligornetto, nel Canton Ticino, il 3 maggio 1820 – arrivò a Torino nel febbraio 1853, era già un artista affermato. Dopo i suoi esordi come scalpellino in Svizzera e presso la fabbrica del Duomo di Milano, la sua formazione si svolse tra 1834 e 1844 all’Accademia di Belle Arti di Brera. Divenne presto uno scultore molto richiesto, soprattutto nell’ambiente liberale meneghino. Il naturalismo vibrante e romantico delle sue opere si slegava dall’algida perfezione canoviana, ispirandosi alla pittura di Francesco Hayez e alla scultura di Lorenzo Bartolini. Inoltre, i suoi capolavori carichi di riferimenti politici facilmente leggibili in chiave antiaustriaca, come lo Spartaco, 1847–1849, o la Desolazione, 1850, eleggevano l’artista ad araldo dei valori patriottici e di libertà nell’arte. Fu questo suo militarismo, non solo artistico ma anche fattivo (partecipò alla guerra del Sonderbund, all’insurrezione di Como e alla Prima guerra d’indipendenza), a condurlo nella capitale del Regno di Sardegna, all’epoca meta degli esuli provenienti da tutta Europa.

Nel luglio 1852 lo scultore fu espulso dal Regno Lombardo-Veneto per aver rifiutato il diploma di socio d’arte e la nomina a professore che l’Accademia di Brera voleva conferirgli. Il patriota Vela non poteva accettare di condividere quei titoli con le autorità austriache che li avevano ricevuti: il maresciallo Radetzky, il governatore Michele Strassoldo-Grafenberg e il comandante generale della Lombardia Ferenc József Gyulai. Dopo essersi rifugiato per un breve periodo nel suo paese natale, partì alla volta di Torino.

Vincenzo Vela rimase a Torino per quasi un ventennio. Nominato dal re Vittorio Emanuele II nel 1854 Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e nel 1856 docente di scultura all’Accademia Albertina di Belle Arti, nonché socio del Circolo degli Artisti, tenne in città ben tre atelier e lasciò numerose opere. Queste ultime possiamo ammirarle ancora oggi e ci consentono di fare un viaggio nell’arte della seconda metà dell’Ottocento.

Una fotografia di Vincenzo Vela nel suo periodo “torinese”. Sul retro l'indicazione del fotografo Mazzocca (© Museo Vincenzo Vela - foto Mauro Zeni).
Una fotografia di Vincenzo Vela nel suo periodo “torinese”. Sul retro l'indicazione del fotografo Mazzocca (© Museo Vincenzo Vela - foto Mauro Zeni).

In Borgo Nuovo, i monumenti a Balbo e Manin

Il nostro itinerario ideale tra le opere dell’artista prende le mosse dal Borgo Nuovo, la zona di Torino compresa tra piazza Vittorio Veneto e corso Vittorio Emanuele II, sorto durante il XIX secolo e ricco di memorie risorgimentali. Nell’Aiuola Balbo, un tempo parte dello scomparso Giardino dei Ripari, troviamo i monumenti celebrativi in marmo a Cesare Balbo e a Daniele Manin.

Incaricato nel 1856 dal Municipio di Torino, Vincenzo Vela ritrasse sobriamente Cesare Balbo, uno dei più rilevanti esponenti della cultura liberale piemontese. Il politico e letterato è avvolto nel suo tabarro, la mano destra tiene gli occhiali, mentre la sinistra regge il volume Le speranze d’Italia, la sua opera più importante pubblicata nel 1844. Balbo è seduto in “atteggiamento antiretorico” (Piergiorgio Dragone), colto come se fosse stato fissato in un’istantanea, mentre sta riflettendo sul destino dell’Italia.

Più scenografico è il monumento dedicato a Daniele Manin, collocato al centro della fontana che orna il giardino. In questo caso lo scultore andò oltre la ritrattistica celebrativa, perché dovette supplire alla carenza di testimonianze iconografiche su Manin a cui fare riferimento per poter realizzare un’opera somigliante. Vela decise di ovviare alla difficoltà grazie a un espediente. Raffigurò sul piedistallo non il patriota, bensì l’allegoria dell’Italia sotto forma di una giovane fanciulla incoronata, che con una mano porge agli osservatori la palma del martirio, oggi scomparsa, e con l’altra si appoggia a un medaglione ovale su cui è appena abbozzato il busto del patriota fondatore della Repubblica di Venezia, richiamata sul retro del medaglione dall’effige del leone di San Marco.

Vincenzo Vela, Monumento a Cesare Balbo (particolare della statua, veduta laterale), 1856. Fotografia di Mattia Boero, 2010 (foto tratta da museotorino.it).
Vincenzo Vela, Monumento a Cesare Balbo (particolare della statua, veduta laterale), 1856. Fotografia di Mattia Boero, 2010 (foto tratta da museotorino.it).

La Minerva nel palazzo dell'Università

Dall’Aiuola Balbo raggiungiamo via Po ed entriamo nel cortile del palazzo dell’Università, un vero e proprio museo a cielo aperto. Sotto le arcate del doppio loggiato che circonda il cortile si conservano epigrafi, bassorilievi, busti e sculture di mano di insigni artisti. Queste testimonianze ricordano eventi, personaggi e docenti che diedero lustro all’ateneo torinese. Vincenzo Vela ha lasciato anche qui segni del suo passaggio con il busto dell’abate teologo Giovanni Battista Vasco, 1862, e il monumento al medico anatomopatologo Luigi Gallo, 1863. Due opere in marmo caratterizzate da attenta cura fisiognomica e profonda introspezione psicologica.

Nume tutelare del luogo è la splendida statua in marmo di Carrara raffigurante Minerva, 1858, commissionata dal re del Portogallo, Pedro V di Braganza, ma rimasta a Torino.

L’incarico dovette rappresentare per Vela una sfida avvincente e complessa: si trattava per lui, esponente del più avanzato naturalismo, di trovare un registro capace di vivificare l’ideale classico, interpretandolo senza tradire una profonda volontà di rinnovamento.
Virginia Bertone

La figura colossale è solenne, i tratti del volto intensi. Con una lieve torsione del corpo Minerva sembra incedere sicura verso l’osservatore. Tra le mani tiene due corone d’alloro e un grosso libro che, appoggiato al fianco, arriccia il panneggio della lunga veste. Non mancano i classici attributi iconografici della dea della sapienza: la lancia e l’elmo, sul quale è appollaiata la civetta, simbolo di razionalità e chiarezza d’idee. I dettagli veristici e gli stimoli tratti dalla statuaria antica e da modelli rinascimentali pongono l’opera in equilibrio perfetto tra innovazione e tradizione. Dopo essere stata conservata per lungo tempo all’Accademia Albertina prima e alla Galleria d’Arte Moderna poi, dal 2003 la Minerva ha ricevuto l’attuale collocazione.

Monumento a Minerva, particolare. Fotografia di Giuseppe Caiafa, 2011 (foto tratta da museotorino.it).
Monumento a Minerva, particolare. Fotografia di Giuseppe Caiafa, 2011 (foto tratta da museotorino.it).

L'alfiere in piazza Castello

La nostra passeggiata sulle orme di Vincenzo Vela ci conduce in piazza Castello. Qui, davanti a Palazzo Madama, si erge il monumento all’Alfiere dell’Esercito Sardo, commissionato nel 1857 dai milanesi e donato alla città per celebrare l’impegno delle forze sabaude nella lotta d’indipendenza contro l’Austria. Il protagonista della scultura non è un re o un celebre condottiero, ma un semplice alfiere in cui si potevano rispecchiare tutti i soldati che stavano lottando per l’unità del paese.

Il basamento in granito è ornato da panoplie in bronzo e da un bassorilievo bronzeo raffigurante Vittorio Emanuele II alla testa dell’esercito. L’opera è un’altra testimonianza dell’impegno politico e sociale dello scultore e l’ennesimo atto provocatorio nei confronti degli austriaci che nel 1859, anno di inaugurazione del monumento, ancora occupavano il Lombardo-Veneto.

Monumento all’Alfiere dell’Esercito Sardo, piazza Castello, 1856 (© Museo Vincenzo Vela - foto Mauro Zeni).
Monumento all’Alfiere dell’Esercito Sardo, piazza Castello, 1856 (© Museo Vincenzo Vela - foto Mauro Zeni).

Rappresentazioni dei reali di Savoia

Varchiamo l’ingresso del Palazzo Reale. Salendo gli scalini dello Scalone d’Onore, ci troviamo di fronte all’imponente scultura in marmo di Carrara raffigurante il re Carlo Alberto di Savoia-Carignano, 1865. Vestito con l’uniforme dell’esercito sardo, il re indossa anche un prezioso manto ornato da nodi sabaudi e dal motto FERT (Fortitudo Eius Rodhum Tenuit), mentre al collo pende il collare dell’Ordine della Santissima Annunziata. In una mano il sovrano tiene il bastone del comando, mentre con l’altra mostra lo Statuto Albertino, la prima costituzione dell’Italia unita. In secondo piano e in posizione defilata, la corona posta su un cuscino allude all’abdicazione in favore del figlio Vittorio Emanuele. La decorazione dello scalone, progettata dal regio pittore e decoratore Domenico Ferri all’indomani dell’Unità d’Italia, era finalizzata alla celebrazione dinastica dei Savoia. In tale contesto Carlo Alberto venne esaltato quale iniziatore del percorso di unificazione nazionale.

Monumento a Vittorio Emanuele II, Torino, piazza Palazzo di Città, 1863 (© Museo Vincenzo Vela - Foto Mauro Zeni).
Monumento a Vittorio Emanuele II, Torino, piazza Palazzo di Città, 1863 (© Museo Vincenzo Vela - Foto Mauro Zeni).

Vincenzo Vela ebbe modo di raffigurare anche altri membri della casata reale. Nel 1865 scolpì la figura monumentale di Vittorio Emanuele II che troviamo sotto il porticato di Palazzo Civico. Il primo re d’Italia posava volentieri per lui, lo teneva in grande considerazione ed era solito invitarlo alle sue battute di caccia. Nel 1861 lo scultore realizzò su sua commissione la Fontana del cavallo marino che lotta contro un Tritone, che ancora oggi abbellisce la prima corte del Castello della Mandria, la tenuta venatoria favorita dal sovrano. Al 1861 risale anche lo splendido Monumento alle due regine, che raggiungiamo inoltrandoci nel quadrilatero romano ed entrando all’interno del santuario della Consolata. Le devote Maria Teresa d’Asburgo-Lorena di Toscana e Maria Adelaide d’Asburgo-Lorena, rispettivamente madre e moglie di Vittorio Emanuele II, amavano recarsi al santuario. Vincenzo Vela le raffigurò inginocchiate e intente alla preghiera, dando vita a un gruppo scultoreo caratterizzato da un realismo estremo, che raggiunge i suoi massimi livelli nella resa perfetta dei panneggi e delle consistenze dei tessuti degli abiti delle regine. L’intensità emotiva dell’opera viene accentuata al pensiero che le due sovrane morirono entrambe nel gennaio 1855, a qualche giorno di distanza l’una dall’altra.

Monumento alle due regine, Santuario della Consolata, Torino, 1861 (© Museo Vincenzo Vela - foto Mauro Zeni).
Monumento alle due regine, Santuario della Consolata, Torino, 1861 (© Museo Vincenzo Vela - foto Mauro Zeni).

Arte funeraria

Lasciamoci alle spalle il centro storico per fare un salto al Cimitero Monumentale della città. Sin dall’inizio della sua attività Vincenzo Vela fu uno scultore molto richiesto per i monumenti funerari e alcuni torinesi non si lasciarono sfuggire l’occasione di commissionargli la decorazione della loro tomba di famiglia.

Le sculture realizzate dall’artista per il camposanto torinese sono collocate all’interno della cosiddetta prima ampliazione. Oltre alle allegorie della Gratitudine, 1853, e della Speranza, 1854, eseguite rispettivamente per le famiglie Calosso e Prever, oltre ai busti di Michele Benedetto Baudi di Vesme, 1858, e di Federica Gerbora Agodino, 1863, degni di nota sono i monumenti a Tito Pallestrini, 1856, e a Giacinto Provana di Collegno, 1857.

Per il monumento funebre al piccolo Tito Pallestrini, morto a soli tre anni, Vela scolpì il tema dell’elevatio animae, ovvero l’ascesa dell’anima verso il Paradiso e la vita eterna. Un angelo, figura rassicurante e consolatoria, abbraccia e accompagna nell’aldilà il bimbo, che mantiene la vivacità dei movimenti tipica della sua età. Sin da subito l’opera fu molto apprezzata e replicata in altri cimiteri. Conosciuta anche come L’Angelo Custode, dal 1910 è conservata nella Galleria d’Arte Moderna.

Leggiero, delicato, quasi etereo è questo gruppo; nessuna delle parti tradisce lo sforzo dell’arte: e tale uscì dalla mente e si formò sotto lo scalpello del sommo artista, che seppe nella sua nuova scuola introdurre quei tipi di vera bellezza che arrestano e commuovono e strappano il grido d’ammirazione. Codesto gioiello basterebbe da solo a render celebre la Necropoli Torinese.
Luigi Arcozzi - Masino

Per la tomba del geologo, militare e politico Giacinto Provana di Collegno lo scultore realizzò un altorilievo e attualizzò l’allegoria del Dolore vestendola di abiti contemporanei e dandole le sembianze della vedova del defunto, Margherita Trotti Bentivoglio. La donna, affranta dalla perdita del marito, ha il volto celato dal fazzoletto stretto nella mano e il corpo avvolto in un lungo scialle. Ai lati della figura femminile sono rappresentati i simboli dell’attività di Giacinto: da una parte una pila di volumi, sormontata da una corona di alloro, e dall’altra parte una spada e una feluca dietro cui spuntano delle foglie di quercia. Ai piedi della vedova un bassorilievo, affiancato dall’epitaffio, ritrae il personaggio. Sostando davanti a questo monumento non si può fare a meno di ammirare il realismo che lo permea e nel contempo la capacità di analisi psicologica nell’esprimere lo strazio di un dolore inconsolabile.

Il gesso preparatorio de “L’angelo custode” presente al Museo Vincenzo Vela (© Museo Vincenzo Vela - Foto Mauro Zeni).
Il gesso preparatorio de “L’angelo custode” presente al Museo Vincenzo Vela (© Museo Vincenzo Vela - Foto Mauro Zeni).

Il mancato monumento a Cavour

Ritorniamo nel centro storico e terminiamo il nostro itinerario in piazza Carlo Emanuele II. Qui sorge il monumento a Camillo Benso conte di Cavour, recante la firma di Giovanni Dupré. Quest’opera avrebbe potuto essere realizzata da Vela, ma così non fu.

L’intenzione da parte della Giunta Comunale di erigere un monumento allo statista si manifestò nel 1861, subito dopo la sua morte prematura. Trovati i fondi grazie a una sottoscrizione pubblica, nel gennaio 1863 venne bandito un concorso a cui Vela partecipò, anche per i rapporti di amicizia e stima che l’avevano legato a Cavour. L’artista presentò alla Commissione due versioni di un monumento innovativo sia nella tipologia che nell’iconografia. Nonostante l’impegno profuso e la sua notorietà, gli venne preferito il progetto del senese Dupré. Il clima politico era mutato e le grandi commissioni pubbliche venivano assegnate ad artisti italiani. Lo svizzero Vela era considerato ormai uno straniero. Questo smacco ferì molto lo scultore e fu la molla che lo spinse a lasciare la città subalpina per tornare a Ligornetto nel 1867. Qui continuò a lavorare creando altri capolavori, come l’altorilievo Le vittime del lavoro, 1882, dedicato agli operai morti durante la costruzione della galleria del San Gottardo. Ed è nella villa di Ligornetto, oggi Museo Vincenzo Vela, che possiamo ammirare i bozzetti e i gessi di molte delle opere torinesi dell’artista, fondatore del verismo italiano e torinese d’adozione.

Cari allievi, io vorrei dirvi che l’arte a cui vi siete dedicati esige innanzitutto sacrifici non lievi. Guai all’artista che considera l’arte sua soltanto come un mezzo di lucro e l’abbassa al livello di una semplice manualità. Ricordiamoci che le statue passano alla posterità e che gli scultori non debbono essere giudicati soltanto dal loro secolo.
Vincenzo Vela agli allievi dell’Accademia Albertina di Belle Arti

  • AA.VV., Cittadini di pietra. La storia di Torino riletta nei suoi monumenti, Torino, Comune di Torino, 1992.
  • Arcozzi–Masino L., Le necropoli torinesi. Guida storica e descrittiva, Torino, Tipografia Camilla e Bertolero, 1890.
  • Bertone V., Dragone P., Vincenzo Vela. Minerva, Torino, Università degli Studi di Torino, 2003.
  • Facchinetti M. (a cura di), Vincenzo Vela. La scultura per esprimere il valore della libertà. Relazione d’esercizio 2012, Lugano, 2012.
  • Pazzaglia C., Vincenzo Vela, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 95, Treccani, 2020.

Vuoi continuare a leggere? Iscriviti gratuitamente alle nostre newsletter!

Rivista Savej on line è un progetto della Fondazione Culturale Piemontese Enrico Eandi per la diffusione della cultura e della storia piemontesi. Se non l’hai ancora fatto, iscriviti ora: la registrazione è completamente gratuita e ti consentirà di accedere a tutti i contenuti del sito.

Non ti chiederemo soldi, ma solo un indirizzo di posta elettronica. Vogliamo costruire una comunità di lettori che abbiano a cuore i temi del Piemonte e della cultura piemontese, e l’e-mail è un buon mezzo per tenerci in contatto. Non ti preoccupare: non ne abuseremo nè la cederemo a terzi.

Nelle ultime 24 ore si sono iscritte 13 persone!

Rivista Savej è un progetto di Edizioni Savej, casa editrice della Fondazione Enrico Eandi.
Pubblicazione registrata al tribunale di Torino.
Direttore responsabile: Lidia Brero Eandi.