È sicuramente noto l’interesse di Beppe Fenoglio per la letteratura inglese. Meno conosciuto, invece, è l’amore dell’autore per il grande classico Cime tempestose di Emily Brontë. Tanto da pensare di scegliere come nome da partigiano proprio quello del protagonista maschile, Heathcliff, e da scrivere una trasposizione teatrale del romanzo. Oggi, come allora, il cinema ci aiuta a riscoprire questo capolavoro della letteratura.
Perché fare l’ennesimo film su Cime tempestose? Oggi la pellicola della regista Emerald Fennell è campione di incassi e racconta, secondo le dichiarazioni dei produttori, non una romantica storia d’amore. Il romanzo di Emily Brontë diventa, anzi, la geniale trovata per narrare le nefaste conseguenze di un amour toxique. Heathcliff è sicuramente il personaggio più complesso del romanzo di Brontë. In uno dei punti culminanti di Cime tempestose, Catherine afferma:
Il mio amore per Heathcliff assomiglia alle rocce eterne che stanno sotto quegli alberi: una fonte di gioia poco visibile, ma necessaria. Nelly, io sono Heathcliff, lui è sempre – sempre – nella mia mente.

Chi scrive ha visto quasi controvoglia la recente trasposizione cinematografica, che ha innescato grandi discussioni critiche. Fuori dall’agone polemico, tuttavia, il nuovo film su Cime tempestose ha scatenato una travolgente “Emily Brontë Renaissance” e costretto noi, lettori forti, a rileggere questo classico che indaga sulle alture delle tormente del cuore umano. Ho sorriso per alcuni dettagli della pellicola: il dente griffato del protagonista maschile, le uova “sexy”, la continua citazione per immagini “in rosso” del capolavoro Via col vento (quasi un continuo plagio più che un omaggio).
A parte i bellissimi interpreti principali, Jacob Elordi e Margot Robbie, necessari per attirare nelle sale cinematografiche il grande pubblico che ignora il capolavoro di Emily Brontë, ho trovato brillante l’attrice Alison Oliver, nel ruolo di Isabella Linton, che addirittura ruba la scena a Shazad Latif, nel ruolo importante di Edgar Linton, che in passato è stato interpretato da attori affascinanti, come lo splendido David Niven nell’adattamento cinematografico forse più famoso, quello diretto da William Wyler nel 1939, con Laurence Olivier (Heathcliff) e Merle Oberon (Catherine). La regista Fennell, nel suo film, cita spesso nei vestiti (ad esempio l’abito di nozze di Catherine) e nelle inquadrature tra i due protagonisti la pellicola del 1939, ma la storia che racconta è davvero un’altra rispetto al romanzo e si arresta nella narrazione a metà del libro. Catherine muore e con lei scompare anche la seconda generazione, che nel libro, invece, conclude la storia. Cambia nella pellicola di Fennell anche il ruolo dei personaggi. Isabella, ad esempio, non è più la sorella di Edgar: è la sua “pupilla”, la protégée.

Cime tempestose ha avuto sempre fortuna nella settima arte. Nel 1992 la coppia Ralph Fiennes e Juliette Binoche è rimasta impressa a molti lettori del romanzo, non solo per gli interpreti. La pellicola, infatti, si distingue per l’inclusione, spesso omessa, relativa alle vicende della seconda generazione, incentrata sui figli di Catherine, Hindley e Heathcliff. Da cinefilo, però, ricordo anche un adattamento molto libero del romanzo di Brontë, sconfinante nel surrealismo: Abismos de pasión di Luis Buñuel. Era l’anno 1954 e il regista spagnolo trionfava in un drammatico finale sulle musiche di Richard Wagner (in realtà Emily Brontë trovò ispirazione per il suo romanzo dalle sonate per pianoforte di Beethoven).

Da italiano, cito con orgoglio la miniserie televisiva, Cime tempestose, con Massimo Girotti e Anna Maria Ferrero nei ruoli principali. È del 1956, regia di Mario Landi. Da ricordare per le musiche di Giuliano Pomeranz, che addirittura simulano l’ululato del vento nella brughiera. Nessuno, invece, cita l’adattamento televisivo del regista canadese Daniel Petrie, riassuntivo e semplice, ma ricco di elementi sovrannaturali, con un convincente Richard Burton, brutale e cattivo, nel ruolo di Heathcliff. Citazione a parte per due interpretazioni magistrali di Heathcliff: James Howson nel 2011 e Tom Hardy nel 2009. Nel 1970 compare anche un futuro James Bond nella parte di Heathcliff: Timothy Dalton. Jacob Elordi? Non ci convince in quel personaggio misterioso e lo vorremo vedere in altri ruoli, magari in quello dello 007.
Il film di Fennell merita di essere visto, nonostante qualche personale riserva. Al film, in effetti, ho preferito un breve filmato, che ho ammirato su Instagram, dove una splendida e disinvolta Margot Robbie balla sulle note di Kate Bush, Wuthering Heights, con tanto di corsetto e gonnellone scarlatto. La danza rivela la conoscenza da parte dell’attrice australiana, nata nel 1990, dei passi ideati da Kate Bush nel videoclip che l’ha resa celebre, a vent’anni, nel 1978. A mio modesto parere Fennell e Robbie potrebbero produrre insieme un magnifico adattamento di Jane Eyre, davvero una vera esperienza emotiva, con la madwoman in the attic, o, meglio ancora, dedicarsi al prequel del romanzo di Charlotte Brontë, pubblicato nel 1966 da Jean Rhys: Il grande mare dei Sargassi (uno dei romanzi che più amo). Ma chi legge ancora la favolosa Jean Rhys?
Questa lunga serie di suggestioni critiche serve a introdurre una storia poco nota che riguarda l’amore dello scrittore Beppe Fenoglio per il capolavoro di Emily Brontë. Fenoglio, che durante la Resistenza si sentiva come un guerriero di Cromwell sulle colline delle Langhe, si identificò addirittura con il personaggio di Heathcliff!
Lo scrittore di Alba, quando a Hollywood nel 1939 uscì il film tratto liberamente da Cime tempestose, aveva solo diciassette anni. Avrebbe dovuto aspettare il 1945 per vedere la pellicola nella sua città. In Italia, la prima traduzione del romanzo risale alla metà degli anni Venti e solo dopo la prima metà del Novecento uscirono altre edizioni con una certa regolarità. Il diciasettenne Fenoglio, però, si era già affezionato al romanzo di Emily Brontë nella lingua originale grazie alla sua insegnante, Maria Lucia Marchiaro, professoressa d’inglese per quattro anni, tra la seconda e la quinta ginnasio, ma anche al liceo Fenoglio continuò a seguire le sue lezioni facoltative che lei tenne per gli ex allievi. L’autore, quindi, conobbe i classici della letteratura inglese giovanissimo. Il suo romanzo favorito, Cime tempestose, lo lesse nell’edizione Oxford University Press, stampata a Londra nel 1930, con una introduzione di H. W. Garrod.

Il film del 1939 fu distribuito in Italia nel 1941 con il titolo La voce nella tempesta. A Torino fu in programma nelle sale cinematografiche dal marzo al maggio di quell’anno. Fu distribuito all’epoca in poche altre città del Piemonte. La pellicola era presentata alla stampa come: “il più grande film americano 1940-41 produzione Goldwyn United Artist. ‘La voce nella tempesta’ con Merle Oberon e Laurence Olivier. Preparatevi ad ammirare un film che difficilmente dimenticherete”. Ad Alba arrivò subito dopo la fine della guerra, in quell’estate del 1945 in cui la città cercava di recuperare i film americani che si era persa negli anni precedenti. Fenoglio vede, finalmente, La voce nella tempesta allo sferisterio Mermet, il campo del pallone elastico utilizzato quell’anno come arena estiva. Il film del 1939 sacrifica buona parte del romanzo, concentrandosi sui rapporti tra i personaggi, accennando appena all’amore ultraterreno che unisce Cathy e Heathcliff e li fa vagare come fantasmi nella brughiera. Non gli piace molto. Lo convince, anzi, che lui potrebbe fare di meglio, adattando per la scena il romanzo che ha letto e riletto, e conosce meglio di qualunque altro.
Ci prova, e sceglie come titolo al suo testo teatrale proprio quello della versione italiana del film, La voce nella tempesta. Come ha visto fare al film, lo scrittore piemontese si concentra sui primi due terzi del romanzo, sedici capitoli su trentaquattro. Rispetto al film, però, semplifica ancora l’intreccio, abolendo flashback sull’infanzia di Heathcliff impossibili da portare sulla scena e affidando al dialogo lo sviluppo della complessa storia, che terminerà in tragedia. Trasgredisce la classica unità di tempo e spazio, affidando a Elena (Ellen) il ruolo di narratore e a Longwood quello di destinatario. L’una e l’altro compaiono tra una scena e l’altra, come raccordo tra gli episodi, e non c’è dubbio su quale sia il personaggio con cui l’autore si identifica. Dopo la scomparsa di Beppe Fenoglio, il 18 febbraio 1963, Einaudi pubblicò i testi rimasti nel cassetto dell’autore, tra i quali, nel 1974, a cura di Francesco De Nicola, La voce nella tempesta.

Heathcliff che ama le colline (“Io non ho bisogno di giardini. Mi basta uscire sulle colline”), che ama Cathy alla follia senza essere mai davvero amato, che fugge, si arricchisce, torna – come il conte di Montecristo – per gustarsi le rivincite assaporate in tre lunghi anni d’assenza, crudele e romantico anche nella vendetta, sconfitto dalla vita, trionfante nella morte, è un eroe che Fenoglio capisce fino in fondo, sul quale modella un po’ di sé e molto della sua letteratura. Da rileggere, con queste suggestioni di un amore complicato, uno dei testi più belli di Fenoglio: Una questione privata. Fenoglio, quindi, come un amante perduto alla Heathcliff che, in realtà, è amato disperatamente dalla stessa Catherine. Come dimenticare, infatti, il passaggio in cui Emily Brontë fa affermare alla sua eroina: “I am Heathcliff”.
Da partigiano, Fenoglio ha pensato anche di farsi chiamare Heathcliff. Lo ha detto ad Anna Maria Buoncompagni e lo ha scritto sul suo foglio notizie di fine guerra, tra i nomi di battaglia. Anche Beppe, il suo primo eroe partigiano, quello degli Appunti partigiani, prova a darsi quel nome.

– Ma se la guerra partigiana mi tira fuori di qui, avrò un nome di battaglia: Heathcliff.
– Come hai detto?
– Un nome inglese. Insegnerò a tutti a pronunciarlo, allora. Non glielo dire, Beppe, che il tuo amore, una sera del dicembre ’43, t’ha detto che per lei tu somigliavi all’Heathcliff del famoso romanzo.
Nel dopoguerra l’interesse di Fenoglio per la letteratura era ulteriormente stimolato da un suo tormentato legame sentimentale che si reggeva su conversazioni e prime prove letterarie. Lo scrittore di Alba era attratto dalla tematica del triangolo amoroso, che farà da sfondo al suo romanzo del 1954 La malora. Come ha rilevato Francesco De Nicola:
La storia di Heathcliff, povero, non elegante e privo di illustri origini e, proprio per questi esteriori motivi, respinto dalla fragile Cathy, che pure gli è sinceramente affezionata, ma che gli preferisce il più ricco e raffinato Edgar, ebbene questa storia riflette quasi fedelmente la vicenda, che proprio in quei giorni, Beppe Fenoglio stava vivendo e soffrendo.

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