I Longobardi nelle Langhe

La storia di un'assenza

Nell'immagine: Teodolinda, regina dei Longobardi, sposa Agilulfo, duca di Torino (dettaglio). Affresco della Cappella di Teodolinda degli Zavattari del duomo di Monza, 1444.
Laureato in archeologia medievale all’Università di Torino e con un master presso la milanese Fondazione Feltrinelli, è docente di italiano e storia nelle scuole secondarie e libero professionista. Dal 2013… leggi tutto
  

Sfogliando i principali contributi riguardanti la presenza longobarda in Piemonte e soffermandomi sulle carte archeologiche che mappano i ritrovamenti longobardi nell’area, spicca uno spazio vuoto: le Langhe. In effetti, questi rilievi collinari oggi pettinati dai filari che cominciano a invadere anche sui loro pendii più alti, all’epoca erano aree boschive e diroccate che i Romani, dopo aver fondato le loro città, fecero fatica a porre sotto il proprio controllo.

Nel corso della storia, le Langhe hanno resistito per lungo tempo a poteri esterni che hanno tentato di porre sotto il loro controllo questa terra. Dai Romani ai francesi di Napoleone, dai Savoia ai genovesi o agli astigiani: questi sono esempi di popoli provenienti da altre aree di Italia o d’Europa che hanno tribulato per anni prima di occupare le Langhe, a volte senza riuscirci.

Tuttavia, se la presenza longobarda nelle Langhe è poco nota, al contrario, Alba, Asti e i territori roerini e monferrini furono toccati dalla loro presenza. E queste righe intendono svelarne la storia.

La chiesa di San Secondo a Cortazzone (AT) è una delle chiese romaniche, insieme all'Abbazia di Vezzolano, che sono sorte sopra preesistenti edifici sacri di epoca altomedievale.
La chiesa di San Secondo a Cortazzone (AT) è una delle chiese romaniche, insieme all'Abbazia di Vezzolano, che sono sorte sopra preesistenti edifici sacri di epoca altomedievale.
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Una necropoli in piazza Risorgimento ad Alba

Erano maschi. Non ne conosciamo i nomi, e nemmeno le date di nascita o di morte. Sappiamo però che avevano tra i trenta e i quarant’anni. E che amavano andare a cavallo, forse troppo, osservando la deformazione dei loro bacini. Nel 1997, vengono rinvenute alcune sepolture nel sito archeologico oggi nascosto sotto l’ufficio turistico della città di Alba. Dieci anni dopo, a pochi metri di distanza, sotto la cattedrale di San Lorenzo, emergono nuovi scheletri.

In quegli anni non sono in programma grandi campagne di scavo volte alla scoperta del passato albese, ma l’esigenza di realizzare un edificio comunale e un più pragmatico intervento di ammodernamento tecnologico: la sostituzione dell’impianto di riscaldamento della cattedrale. Eppure, quando gli operai sollevano le prime lastre di pietra e gli archeologi della Soprintendenza iniziano a grattare la terra con le loro trowel, la piazza e la cattedrale rivelano la loro natura di grande scrigno dove si è conservata la storia di Alba.

Sotto la cattedrale, gli archeologi si trovano di fronte a sedici tombe a fossa terragna. Non si tratta di una necropoli campestre isolata tra i boschi, ma di un nucleo di sepolture privilegiate, collocate nel luogo più sacro della città, adiacenti alla soglia della chiesa che, proprio nel VII secolo, viene riallestita all’interno di quella paleocristiana fondata in precedenza. In quello stesso periodo, quando la luce degli imperatori romani non era ancora stata sostituita da quella di Carlo Magno o dall’imponenza delle torri bassomedievali, fu realizzata in quella che oggi è chiamata piazza Risorgimento una necropoli. E sono circa trenta le tombe rinvenute, con il resto della piazza, l’antico foro romano di Alba Pompeia, che deve ancora essere scavato.

Quei circa trenta uomini rinvenuti in piazza Risorgimento, sotto l’attuale ufficio turistico e sotto la cattedrale di San Lorenzo, erano Longobardi, una delle popolazioni presenti tra le Langhe e il Roero, durante quel periodo che nei libri di storia è chiamato “Alto Medioevo”. Su spinta della loro regina Teodolinda, essi si sarebbero convertiti al cristianesimo romano a partire dalla metà del VII secolo. I primi Longobardi giunti in questo territorio erano già cristiani, ma ariani, ovvero credevano a una versione del cristianesimo elaborata secoli prima dal vescovo Ario che, però, il papa riteneva eretica. Cominciò così, anche e soprattutto per motivi politici, un processo non lineare di avvicinamento alla fede romana che, in effetti, avrebbe avuto molte ripercussioni anche in quest’area. Infatti, la maggior parte degli edifici religiosi attestati tra Langhe e Roero fu dedicata ai santi più popolari tra le popolazioni germaniche. Un esempio è san Michele, particolarmente apprezzato in seguito alla vittoria longobarda presso il Gargano, a cui erano dedicate diverse dozzine di chiese e alcune pievi. Un altro santo in voga presso questa popolazione era san Pietro, a cui furono dedicate infatti diverse pievi e una trentina di chiese, tra cui quella di Piobesi d’Alba, una delle poche pievi note al di fuori di Alba, nel Roero.

L'attuale chiesa di San Pietro in Vincoli a Piobesi d'Alba (foto tratta da beweb.chiesacattolica.it - © CC BY-NC-SA).
L'attuale chiesa di San Pietro in Vincoli a Piobesi d'Alba (foto tratta da beweb.chiesacattolica.it - © CC BY-NC-SA).

Un popolo in movimento

Per comprendere come un popolo di origine scandinava, ma che da secoli viveva presso le attuali Ungheria o Polonia, fosse giunto tra queste colline è necessario fare un passo indietro. I Longobardi entrano in Italia nel giorno di Pasqua dell’anno 568 o 569 d.C. Guidati da re Alboino, i Longobardi valicano i valichi alpini orientali e dilagano nella Pianura Padana. L’Italia che si trovano davanti è un territorio stremato: la guerra di riconquista bizantina contro i Goti ha lasciato dietro di sé campagne spopolate, città in rovina e una rete infrastrutturale al collasso. Gradualmente, occupando circa due terzi della penisola, si stabiliscono anche nell’attuale Piemonte, dove, poco prima dell’invasione, la gente comune soffriva ancora le conseguenze tragiche della “peste di Giustiniano”, e della guerra greco-gotica tra Goti e Bizantini.

A lungo si è dibattuto su quanti fossero effettivamente i Longobardi entrati in Italia. Oggi si ritiene che essi fossero circa 150.000. Tuttavia, l’aspetto che a volte si dimentica è che queste persone in media più alte, e che spesso avevano un’alimentazione diversa dai Romani, erano uomini, ma anche donne, anziani e bambini. Pertanto, essi non erano un esercito, ma un popolo in movimento. E, realisticamente, furono pochi quelli a giungere tra le Langhe, il Roero e il Monferrato.

Le principali tappe della migrazione dei Longobardi. Da Paolo Diacono,
Le principali tappe della migrazione dei Longobardi. Da Paolo Diacono, "Storia dei Longobardi", a cura di Lidia Capo, Mondadori, 1992, cartina 1.

Tracce longobarde nella toponomastica

Per comprendere dove questa popolazione si stanzi tra le colline di Langhe e Roero è necessario affidarsi a diversi indizi, tra cui la toponomastica. Nei territori conquistati, come quello che oggi corrisponde al Piemonte, i Longobardi si stanziano in raggruppamenti compatti, che nella loro lingua chiamano fare, che hanno lasciato alcune tracce nella toponomastica, soprattutto nel Piemonte settentrionale. Nel Cuneese e nell’Astigiano, invece, il toponimo riconducibile alla civiltà longobarda più comune è Sala. Nel diritto germanico, la sala era l’edificio padronale della fattoria, la residenza del signore o il magazzino centrale dove i contadini locali dovevano conferire le decime e le derrate agricole destinate al duca o al re. Ritroviamo questo termine in Sala Monferrato, ma anche in forme leggermente alterate come Sale delle Langhe o Sale di Tortona e in una strada nella roerina Vezza d’Alba. Rimanendo alla sinistra del Tanaro, nel territorio di Corneliano d’Alba, compare il toponimo Centanito, derivato dalla “centena”, il distretto giurisdizionale longobardo. Nei secoli altomedievali successivi, quella che è oggi la regione Centanito non sarebbe stata comunque abbandonata perché qui sorse, prima dell’anno 1000, la chiesa di San Michele “di Moirane”, oggi ricordata da un pilone votivo.

Più in generale, nelle fonti scritte si scorgono spesso termini o toponimi riferibili all’idioma longobardo. In particolare, il termine gastaldo – che indicava un importante ruolo amministrativo – è presente in tre occasioni a Bra e a Priocca, oltre che a Diano d’Alba. Anche la parola lambardo ­– colui che era a capo della fara – si ritrova in diversi casi, soprattutto a Piobesi. In più, nei documenti tardomedievali di carattere amministrativo, emergono nomi come Giserbergam, Giberga o Siginfredo, di chiara matrice longobarda.

L’etimologia di derivazione longobarda forse più evidente tra queste colline è però Bra, che, infatti, non ha nulla a che fare con la romana Pollentia. Deriva direttamente dal termine longobardo brayda, che indicava un "ampio spazio pianeggiante coltivato", spesso situato nei pressi di un centro abitato o di una fortificazione, riservato al pascolo dei cavalli o all'agricoltura comunitaria del clan. La braida era il cuore economico della comunità germanica, un concetto così radicato da trasformarsi nel nome proprio dell'intera città collinare. Diversi secoli dopo, una delle famiglie medievali più importanti di Alba furono i De Brayda, dal cui cognome nasce, con ogni probabilità, anche il centro di Bra.

Veduta di una delle vie del centro di Bra (foto di Davide Papalini - CC BY-SA 3.0).
Veduta di una delle vie del centro di Bra (foto di Davide Papalini - CC BY-SA 3.0).

Le indagini archeologiche nelle chiese

Ad Alba, secondo gli studiosi, i Longobardi giungono alla fine del VI secolo, all’epoca del re Agilulfo. Essi conquistano una città che, nonostante la presenza delle mura e del vescovo, sta vivendo una crisi strutturale da diverso tempo. Occupano Alba e sconvolgono gli assetti urbanistici e istituzionali locali. Infatti, il potere cittadino si trasferisce dalla città a una località in altura a poca distanza, l’attuale Diano d’Alba, dove i Longobardi instaurano un gastaldus. In età longobarda, la città, però, non viene abbandonata: rimane infatti la sede del potere diocesano e gli scavi tenutisi dal 2007 al 2011 al di sotto della cattedrale di San Lorenzo in piazza Risorgimento hanno messo in luce un interessante capitolo di storia datato proprio a questo periodo. Gli archeologi hanno infatti svelato la fase longobarda della cattedrale, che era stata fondata nel VI secolo, poco prima. I Longobardi creano una chiesa più piccola della precedente, riutilizzando mattoni e tegole delle fasi più antiche e, nell’atrio della loro fondazione, instaurano una necropoli. Come in diversi altri siti del Nord Italia, solamente le persone più in vista della comunità avevano il diritto di farsi seppellire nei pressi dell’edificio religioso principale. Anche qui, come in altri casi, le tombe non sono disposte in modo ordinato, ma semplicemente organizzate per nuclei, dove a ogni gruppo di tombe corrisponde un clan familiare.

Chi oggi visita i suggestivi ambienti del MuDi (Museo diocesano di Alba), sotto i propri piedi, non può non notare una tomba bisoma, quindi più grande delle altre. Lì, infatti, sono stati rinvenuti due scheletri di due uomini, fratelli, di età longobarda. Osservando gli scheletri, si nota come uno dei due sia perito in seguito a un importante trauma cranico, ma anche come entrambi abbiano maturato quei problemi di deambulazione che avrebbero attanagliato anche i futuri nobili cavalieri medievali.

Quella di Alba non è comunque la sola chiesa in cui i Longobardi intervengono. Infatti, in un’area dell’antica città romana di Augusta Bagiennorum, l’attuale Bene Vagienna, all’interno di quei locali che ospitavano il tempio di Bacco, in età longobarda sorge una chiesa. La “prova” è data da un bollo tardo-longobardo su uno di quei mattoni usati per costruire in età altomedievale il nuovo edificio religioso. Tuttavia, il fulcro della presenza longobarda nel Piemonte meridionale non era certamente Alba. E neanche Bene Vagienna.

Area archeologica di Bene Vagienna. In basso a destra, i resti del tempio romano trasformato in edificio di culto cristiano.
Area archeologica di Bene Vagienna. In basso a destra, i resti del tempio romano trasformato in edificio di culto cristiano.

La capitale ducale: Asti

Presi dei cavalli che avevano trovato al pascolo, quella notte stessa si affrettarono verso Asti, dove rimanevano a Perctarit degli amici, che erano ancora ribelli a Grimoaldo. Poi Perctarit si diresse al più presto a Torino e, di lì, passate le chiuse d’Italia, arrivò nella terra dei Franchi.

Queste parole di Paolo Diacono, grande storico longobardo, una delle principali fonti per lo studio di questo popolo, attribuiscono una certa importanza ad Asti. Infatti, da quanto si legge, è qui che Perctarit, uno dei possibili eredi al trono, scappa per sfuggire a morte certa.

Ma perché l’uomo sceglie proprio questa destinazione? Asti non era una semplice città come Alba, ma uno dei ducati più influenti dell’intera Langobardia Maior. La sua importanza era tale da essere affidata a Gundoaldo, fratello della celebre regina Teodolinda. Di stirpe bavarese, strettamente legato alla dinastia reale longobarda, egli si stabilisce ad Asti intorno al 589 d.C. La sua corte è un centro di potere che dialoga con la Chiesa locale, che finanzia la costruzione di monasteri e che avvia quel lento e faticoso processo di fusione culturale tra la minoranza germanica e la maggioranza della popolazione gallo-romana.

Connessa al passato longobardo, è la Cripta di Sant’Anastasio, con le sue colonne romane di reimpiego e i capitelli altomedievali. Qui, infatti, sono stati rinvenuti elementi architettonici di fattura longobarda, caratterizzati da quel gusto impregnato di astrattismo che connota buona parte dell’arte altomedievale europea. L’edificio era parte, come la successiva più ampia basilica dell’inizio del XII secolo, del famoso monastero femminile benedettino di Sant’Anastasio, documentato dal 1008, ma probabilmente già di fondazione longobarda e già citato in un documento del 792. La zona occupata della chiesa, prima dell’arrivo dei Longobardi, faceva parte del foro romano, la grande piazza lastricata dalla romana Hasta. Con la sua caduta, e dopo essere stata sfruttata come cava per il recupero di materiali edilizi, qui viene fondato un edificio religioso in legno, destinato al culto cristiano. Come ad Alba, nei pressi di questa prima costruzione di culto, viene installato un cimitero: la decina di tombe rinvenute datate all’VIII secolo suggerisce la presenza longobarda, con ritrovamenti umani morfologicamente assimilabili a questo popolo. A poche centinaia di metri dalla chiesa di Sant’Anastasio, nei pressi di palazzo Mazzetti, sono state trovate tracce di edifici in legno di età longobarda che, nonostante i pochi resti presenti, fanno pensare comunque a una città in perenne trasformazione. Asti era diventata una sede ducale perché era dotata di una robusta cinta muraria e, soprattutto, perché consentiva di controllare il fiume Tanaro, una via d’acqua all’epoca percorribile e sfruttata. A differenza di Alba, il centro era però più vicino a Pavia, la capitale dei Longobardi.

Cripta e museo di Sant’Anastasio ad Asti (foto di Incola - CC BY-SA 3.0).
Cripta e museo di Sant’Anastasio ad Asti (foto di Incola - CC BY-SA 3.0).

L’elemento dominante di età longobarda: il bosco

Per comprendere la presenza longobarda tra i rilievi delle Langhe e del Roero e per immaginarne i paesaggi è necessario però distogliere lo sguardo dalle città. Occorre, al contrario, allontanarsi dalle loro mura, lasciare le poche strade romane che erano ancora percorribili e inoltrarsi nei boschi. Numerose erano le foreste presenti nell’area: dalla selva Bannale (sull’altopiano cheraschese fin oltre Bene Vagienna) alla selva Cellere nel Roero (in cui predominava il pioppo), dalla foresta minore fra Ceresole d’Alba, Sommariva del Bosco e Caramagna alle grandi foreste di Blesio, Andona, Aspera e Vallescaria, che dal Roero si spingevano fino in prossimità di Asti, e ancora la foresta che dalle Langhe arrivava fino al torrente Orba e al litorale ligure, attraversando l’intera Alta Langa.

Queste aree boschive non erano però sinonimo di un totale inselvatichimento del paesaggio. Infatti, da una parte, queste foreste erano almeno parzialmente addomesticate. Crebbero infatti i castagneti, al posto dei querceti, per la produzione della farina di castagna. Dall’altra, il legno era una risorsa fondamentale, molto di più che nel passato romano, visto che le tegole ceramiche in età altomedievale sono state sostituite dalle scandole lignee. Tuttavia, lo sfruttamento di questi manti boschivi era fortemente legato anche alla sua fauna e, in particolare, ai maiali. All’epoca, infatti, questi animali vivevano in grossi branchi nel bosco e, ibridandosi con i cinghiali, erano più scuri e selvaggi. Era comune nelle famiglie contadine tenere un maiale a cui venivano dati gli scarti e che poi veniva ucciso e mangiato.

In queste aree boschive, comunque, erano presenti anche coltivazioni di cereali poveri: nell’area di Cherasco le analisi polliniche hanno fatto emergere la coltivazione cerealicola della segale, particolarmente abbondante nel contesto europeo in aree caratterizzate dal clima rigido. Pertanto, l'agricoltura non scompare, ma si contrae e si riorganizza. Le vigne, che in epoca romana rivestivano un ruolo importante, subiscono un parziale abbandono. La produzione di vino si riduce quantitativamente, legandosi principalmente alle esigenze liturgiche della Chiesa cattolica e ai consumi di prestigio della nuova aristocrazia ducale.

Sentieri da Sommariva del Bosco per il Parco Forestale del Roero (foto tratta da ecomuseodellerocche.it).
Sentieri da Sommariva del Bosco per il Parco Forestale del Roero (foto tratta da ecomuseodellerocche.it).

Gli insediamenti sparsi

Uscendo da queste aree boschive, ma rimanendo all’esterno delle città di Asti e Alba, queste colline sono state colonizzate dai pochi, ma dominanti, Longobardi attraverso la creazione di alcuni piccoli insediamenti d’altura. Di questi gli archeologi hanno rinvenuto soprattutto le tombe, con i rispettivi corredi. Nel 1932, nei pressi di Baldissero d’Alba, nel Roero, in località Brasà, fu rinvenuto un vero e proprio corredo composto di armi. Notevole è la tipica spada longobarda, priva dell’impugnatura che, in origine in legno, non si è conservata. Qui, come nelle altre necropoli più note, i membri delle élite longobarde erano soliti farsi seppellire con le armi – non solo spade, ma anche gli scramasax, con una lama più corta a un taglio, non così diversa dal pugnale – e con le loro vesti più nobili, di cui spesso si ritrovano parti metalliche, ossia le fibule decorate. Questo ritrovamento dimostra che il Roero non era semplicemente una terra di transito per guarnigioni isolate, ma un territorio capillarmente colonizzato. I Longobardi avevano scelto le sommità di Baldissero per impiantare un insediamento stabile, una fara che sorvegliava le valli sottostanti vivendo di caccia, allevamento brado e sfruttamento dei boschi. A proposito di spade e altri oggetti in metallo, a Centallo, nei pressi di Cuneo, è stata trovata la tomba di un fabbro, una figura professionale molto importante in età longobarda.

Nel Monferrato astigiano e alessandrino, la presenza longobarda si manifesta soprattutto attraverso il reticolo delle pievi rurali. Molte delle splendide chiese romaniche che oggi ammiriamo isolate tra i vigneti – come la celebre Abbazia di Vezzolano o la chiesa di San Secondo a Cortazzone – sono sorte sopra preesistenti edifici sacri di epoca altomedievale. I Longobardi, inizialmente ariani o pagani, si convertono gradualmente al cattolicesimo nel corso del VII secolo e questa conversione si traduce in una fioritura di fondazioni religiose nelle campagne. Importanti sono stati i ritrovamenti a Mombello Monferrato, in cui tra VI e VII secolo una ricca famiglia longobarda si insediò. Di loro sono rimaste le sepolture, grazie a cui si percepiscono alcuni caratteri tipici della componente longobarda dell’epoca, come il massiccio consumo di carne, e i corredi funerari, con la tradizione orafa longobarda e romana che si fondono. A testimonianza del loro credo cristiano, essi realizzarono, accanto alla loro abitazione, anche una chiesa privata. Ulteriori testimonianze provengono da Santo Stefano Belbo.

Abbazia di Vezzolano, veduta d'insieme della chiesa e del campanile (foto di Faberh - CC BY-SA 3.0).
Abbazia di Vezzolano, veduta d'insieme della chiesa e del campanile (foto di Faberh - CC BY-SA 3.0).

Un passato quasi invisibile

Nonostante l’accertata presenza dei Longobardi ad Alba e ad Asti, come nel Roero e nel Monferrato, i resti umani e le testimonianze materiali di questo popolo nelle Langhe, allo stato attuale, latitano. Le fratture imposte dalla civiltà longobarda – che, con la sua invasione, rompe l’unità politica della penisola – si fanno sentire, in ogni caso, anche tra queste colline.

Le città, nel VII secolo, vivono una fase di contrazione e, in compenso, i nuovi arrivati valorizzano territori che, con l’urbanizzazione tipica della civiltà romana, erano stati messi in secondo piano. Le tante storie urbane o extraurbane dei Longobardi sono quindi testimonianze di un passato lontano, difficilmente leggibile, ma reale che, insieme ad altri importanti capitoli di storia, ha plasmato il paesaggio e la cultura delle Langhe, del Roero e del Monferrato.

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