
Laluni-Jot verso Nord Ovest, s.d., archivio privato, Torino. In centro, sdraiato sulla neve, Giacinto Ferrero.
È questa una vicenda, relativa alla Seconda guerra mondiale, quasi sconosciuta e non menzionata nei libri di storia. Si tratta di 600 militari italiani, fatti prigionieri dagli inglesi per lo più in Africa, imbarcati verso l’India e poi detenuti in campi di prigionia ai piedi dell’Himalaya. L’esperienza dei prigionieri è documentata dagli scritti di alcuni di loro tra cui anche il torinese Giacinto Ferrero.
Ottobre e novembre furono mesi di bel tempo, freddi e asciutti. Alcune centinaia di Pow, nel campo, cominciarono a sentirsi alpinisti. Marinai, sommergibilisti, gente che vantava lo Spigolo Giallo di Lavaredo – e poi si scopriva non erano mai stati in montagna – partiva in piccoli gruppi verso le mete più disparate.
Con queste parole Carlo Grande, nel suo romanzo La cavalcata selvaggia, inizia il racconto dell’incredibile avventura vissuta da questi 600 prigionieri di guerra italiani.

Numerosi ufficiali italiani, catturati dalle truppe inglesi sui luoghi di battaglia africani, dopo un estenuante pellegrinaggio per i campi di prigionia dell’Africa e dell’India, nel 1942 approdano al Campo di Yol, o meglio Yol-Khas, cioè zona abitata, per gli inglesi acronimo di Young Officers Line, nella Valle di Kangra, allora provincia britannica del Punjab, oggi nello stato federato indiano dell'Himachal Pradesh. Le baracche sorgono su una vasta pietraia ai piedi del contrafforte del Monte Nodrani, appartenente alla prima catena himalayana del Dhauladhar, una muraglia granitica di quasi 160 chilometri che si innalza fino ai 5.000 metri. Il terreno è diviso da strade e filo spinato in cinque rettangoli e questi a loro volta in cinque settori, ogni settore un wing con venti baracche, ogni baracca cinque stanze, ogni stanza sei inquilini. La località è sperduta, fuori dal mondo, l’autorità britannica non esercita una disciplina eccessiva, d’altra parte i tentativi di evasione sono sporadici, scoraggiati dalle difficoltà oggettive, un europeo che si aggira in zone popolate prevalentemente da indigeni dà nell’occhio. Per i Pow, acronimo di Prisoner of War, la preoccupazione principale è come trascorrere il tempo, sopravvivere alla noia, al senso di inutilità, alle piogge monsoniche; organizzano quindi le attività più disparate: allestiscono una mensa, lo spaccio, il teatro, la biblioteca, corsi universitari, un giornale, costruiscono un campo da calcio, nasce addirittura un circolo ufficiali dove si gioca il gioco del nemico, il bridge. Ottengono il permesso di coltivare dei piccoli orti, distillano una spaventosa grappa con bucce di patate e la usano come merce di scambio. Intanto fuori dai reticolati c’è un mondo incantato fatto di boschi e di fiumi, Kangra appare come la valle dell’“Eterna fioritura” in contrasto con la “Dimora delle nevi” della catena himalayana.

Già nell’autunno del 1942 i prigionieri ottengono a piccoli gruppi di poter fare brevi escursioni fuori dal campo, sulla parola “tra ufficiali gentiluomini”, con molte limitazioni e rientrando all’ora prestabilita. L’armistizio dell’8 settembre 1943 sorprende tutti, quando il morale dei prigionieri è ormai ridotto al minimo. Gli inglesi chiedono a ognuno di schierarsi “o con il Re o con Mussolini”, le scelte sono talvolta casuali. Coloro che rimangono fedeli al fascismo vengono isolati nel Criminal Wing, mentre gli altri godranno di libertà inaspettate tanto che ad alcuni non pare così assurdo chiedere dei permessi per brevi escursioni di più giorni all’esterno. Ecco allora che alcuni Pow iniziano a dedicarsi all’esplorazione del territorio circostante e tentano la scalata di alcune delle cime a lungo contemplate, con rudimentali cannocchiali autoprodotti, dietro i reticolati.
L’attrezzatura è precaria, costruita con materiale di fortuna, ottengono il permesso di acquistare scatolame allo spaccio militare, rimediano qualche carta topografica – vecchie carte rilevate tra il 1880 e il 1890 – vengono anche reclutati dei portatori fra i coolies della zona. Nell’autunno del 1943 due squadre di prigionieri raggiungono in due punti la cresta del Dhauladhar. Queste prime ascensioni non meriterebbero particolare attenzione se da esse “non fosse nata – dilatandosi rapidamente, proprio secondo la nota immagine del sasso nello stagno – l’attività alpinistica di Yol” come scrive Quirino Maffi uno dei protagonisti di allora.
Nei due anni seguenti il numero dei permessi e i limiti di tempo aumentano, si arriva fino a 45 giorni. Animati da uno spirito di libertà che rasenta la follia, privi di allenamento e di un adeguato nutrimento, mal equipaggiati, i prigionieri arrivano a scavalcare la catena del Dhauladhar per raggiungere quella principale Himalayana, nel settore Parbati-Kulu-Lahul. Nel 1945 ottengono l’autorizzazione a utilizzare le sgangherate corriere locali per raggiungere Manali nella valle del Beas, una base avanzata per superare il Rhotang Pass – colle famoso per le sue tempeste che un tempo decimarono le armate di Gengis Khan – la strada per ogni spedizione nel distretto di Lahul e in Ladakh.
Uno solo di questi alpinisti improvvisati non tornerà a casa, la morte lo coglie su un letto d’ospedale e non sulle vette himalayane, sepolto nel piccolo cimitero di Dharmasala – detto dai prigionieri “campo 29” –, il tenente colonello degli alpini Giuseppe Bedetti, quarantanove anni. Divideva le escursioni lunghe con i più giovani, si allenava con costanza, usciva dal campo con lo zaino pieno di grappa da vendere, ritornava con lo zaino carico di terra per l’orto.
I prigionieri di Yol non si limitano a scalare montagne ma, a seconda delle proprie passioni e competenze, raccolgono una mole ingente di dati geologici, glaciologici, metereologici, botanici, toponomastici, etnografici più di qualsiasi spedizione organizzata, scattano numerose fotografie con macchine di fortuna autocostruite, realizzano preziosi schizzi e disegni di tutto ciò che incontrano. “Le grandi spedizioni studiarono passando; gli ufficiali italiani, al contrario operarono pressoché fermi sui luoghi… Pochi elementi sfuggirono al controllo di questi 600 occasionali escursionisti himalayani” scrive Giovanni Mussio, uno dei protagonisti, nel suo diario.

Tra questi seicento italiani c’è il torinese Giacinto Ferrero (1920– 2005), protagonista di questa storia grazie alle memorie gelosamente conservate dal figlio Vittorio.
Ferrero, diplomato alla Regia Accademia di Artiglieria e Genio, come prima nomina da sottotenente viene inviato in Cadore, a Santa Giustina, nell'Artiglieria Alpina, in seguito trasferito a Milano presso il Reggimento Artiglieria a Cavallo, entra in quelle che in gergo militare venivano dette “batterie volanti” – soprannominate in piemontese volòire – in quanto sia a cavallo che motorizzate la caratteristica è sempre stata la rapidità di spostamento e la velocità d’azione sui campi di battaglia. Fosse rimasto in Cadore probabilmente sarebbe partito per la Russia, come molti suoi commilitoni, di cui ben pochi tornarono; viene invece inviato in guerra con la 132esima Divisione Ariete, dislocata in Africa Settentrionale, al comando del maggiore Aleardo Cogni del Reggimento Artiglieria a Cavallo, detto Gnix, un ufficiale milanese che doveva il soprannome al modo scattante di muoversi e allo spiccato senso dell’umorismo.
Ferrero è sotto-comandante di batteria, trasmette i dati di tiro ai capi pezzo, i serventi caricano i cannoni e sparano. Nelle poche sere tranquille, senza la pioggia delle bombe nemiche, tira fuori dal sacco il giradischi portatile che suona “O mia bela Madunina, che te brilet da luntan” e gli artiglieri della linea pezzi ascoltano sognanti accovacciati in cerchio, prima di ritirarsi in buche nella sabbia coperte dal telo mimetico per un breve sonno. Gli automezzi sono in gran parte preda bellica – come le razioni di cibo migliori – abbandonati dal nemico e rimessi in sesto da una squadra di motoristi. Le granate sono sparate da tre cannoni 75/27 del 1906, degni di un museo di artiglieria, non di un campo di battaglia del 1942.

Giacinto Ferrero viene fatto prigioniero dalle truppe alleate in Egitto, nel mese di luglio 1942; alcuni mesi dopo la Divisione Ariete scomparirà, in seguito a strenua resistenza, nella fornace della seconda battaglia di El Alamein. Scortato a piedi dai militari australiani verso la base di Burg-el-Arab ripensa “alle vicende dell’avanzata, alla serie di combattimenti in Cirenaica e in Marmarica, alle mitragliate dei caccia Hurricane ad Agebadia e Antelat, alla sosta a Sceleidima, all’invasione dell’Egitto, alla presa di Tobruk, all’assalto di Marsa Matruh… ai compagni perduti, con la rabbia per la cattura” come scrive nei suoi ricordi.
Le tappe successive sono il campo di concentramento 309 di Ismailia e a seguire il porto di Suez dove il 29 luglio 1942 viene imbarcato sulla nave “Lancashire” che lo porterà a Bombay in India. Quel giorno, sulla nave accanto, la “Laconia” diretta in Gran Bretagna, si sbracciavano gli artiglieri del gruppo per un ultimo saluto ai compagni. Il transatlantico verrà silurato il 12 settembre nell’Atlantico dal sommergibile tedesco U-Boot 156; pochissimi i prigionieri, intrappolati nelle stive, che si salveranno.
Dopo un viaggio spaventoso, caratterizzato da fame e caldo asfissiante, Ferrero arriva a Bombay e successivamente smistato nel campo di prigionia di Clement Town a Dehradun vicino alla catena himalayana, non lontano da Rishikesh. Sempre nello stesso 1942 viene spostato definitivamente a Yol dove rimane per quattro anni fino al 1946.

Giacinto Ferrero, nato a Torino, città ai piedi delle Alpi, ha una certa dimestichezza con la montagna. Come molti torinesi in giovane età impara a sciare e arrampicare, attività quest’ultima che ha modo di perfezionare in occasione del breve periodo nell’Artiglieria Alpina sulle Dolomiti. È uno sportivo, ha praticato diverse discipline: scherma, vela, judo, quest’ultimo gli sarà molto d’aiuto in occasione dei capitomboli sui pessimi “sentieri da capre” himalayani! Cresciuto, come gli adolescenti dell’epoca, con le letture di Salgari e Kipling alla prima occasione è quindi pronto a partire alla scoperta di quel paese tanto sognato sui libri e a mettere alla prova le residue risorse fisiche su quelle montagne a lungo contemplate dal campo.
L’autunno del 1944 offre a Ferrero l’occasione per raggiungere un settore della catena del Pangi ancora inesplorato da parte degli europei. Le autorità militari inglesi concedono ai prigionieri ben 15 giorni di permesso e la visione di una carta del Survey of India del 1929 dove spicca una vetta senza nome di ben 6.030 metri, la più alta della catena, verosimilmente raggiungibile nei giorni pattuiti. La squadra è composta da otto ufficiali, il più anziano di quarant’anni è Gualtiero Benardelli, il più giovane Giacinto Ferrero con i suoi 24 anni, gli altri sono Giuseppe Bianchini, Gualtiero Corsetti, Quirino Maffi, Celestino Mamini, Franco Masserotti, Giovanni Mussio. Sono accompagnati da una stravagante compagine di portatori, mal vestiti e male equipaggiati che affrontano con coraggio a piedi nudi nella neve l’attraversamento della catena del Dhauladhar, ma che alla base della morena del ghiacciaio del Tapni Laluni alla vista delle altissime pareti verticali della catena del Pangi si buttano a terra atterriti da un mondo sconosciuto. Sarà il fattore altitudine a mettere in crisi la riuscita della spedizione, il tempo a disposizione è troppo poco per l’acclimatamento richiesto dalle altezze himalayane, il respiro diventa difficoltoso e i nostri alpinisti, dopo aver superato tempeste di neve, attraversato boschi secolari, incontrato gli orsi bruni e aver vissuto mille altre avventure, dovranno rinunciare alla vetta e accontentarsi della cresta della catena del Pangi sotto lo sperone della cima senza nome, in corrispondenza di un valico a quota 5.600 metri che battezzeranno Laluni come il ghiacciaio.
L’anno 1945, a guerra conclusa, a Ferrero e ai suoi compagni si presenta l’opportunità per due uscite di circa un mese, vere e proprie esplorazioni nelle quali l’aspetto alpinistico non è primario, ma prevale l’interesse per le culture locali, l’architettura, la religione, il paesaggio che talvolta pare quello alpino. Si stupiscono al primo incontro con gli yak, le fedeli bestie da soma dell’Himalaya, ai soliti bizzarri portatori si aggiungono piccoli e docili cavallini abituati a muoversi sulla neve. Nei mesi di maggio e giugno raggiungono la valle del Parbati, un’area alla confluenza dei fiumi Parvati e Baes e il distretto di Lahul, dove presso il fiume Chenab hanno occasione di essere ospiti nel castello di Gondhla, una casa forte medievale stretta e alta, costruita in legno e pietra, anticamente baluardo contro le invasioni dei Sikh.

Un aspetto importante di queste avventure è l’intenso rapporto che si viene a creare con le popolazioni locali, dalle quali i prigionieri dipendono per qualsiasi supporto durante le uscite dal campo: dal reclutamento dei portatori, agli approvvigionamenti, al rifugio dove passare una notte. Come sottolineato da Ferrero nei suoi scritti:
Non tardammo a capire la mentalità della gente, o meglio delle genti del luogo e ad apprenderne la lingua; imparammo a conoscere ed a sfruttare le risorse locali; i capricci meteorologici ci divennero familiari… Eravamo poveri come gli indigeni, senza albagie, senza scostanti pregiudizi; vivevamo in mezzo a loro, rispettandoli ed aiutandoli, e ne eravamo rispettati ed aiutati.
Questa avventura lascia in Ferrero un segno profondo, sfociato in un forte interesse per le culture, le religioni e l’arte locale, in particolare per buddismo e lamaismo. Si dedicherà inoltre allo studio dell’urdu, del sanscrito e dell’hindi. Nella primavera del 1988 torna in India con alcuni dei compagni di scalate di allora, Guido Fuselli e Bepi Bianchini d’Alberigo. Raggiungono Yol diventato nel frattempo un campo militare indiano e visitano alcune località himalayane, tra le quali Dharmasala e la comunità tibetana in esilio; ritrovano luoghi familiari, scoperti in anni lontani, e rivivono le loro avventure scorrendo i ricordi.
I seicento dell’Himalaya non sono gli unici prigionieri degli inglesi che si ritrovano a scalare le montagne per noia e spirito d’avventura. Una vicenda per certi versi analoga è quella di Felice Benuzzi, funzionario coloniale ad Addis Abeba, catturato dagli inglesi nel 1941 e inviato in un campo di prigionia a Nanyuki in Kenya. L’idea in questo caso è fuggire dal campo, salire la montagna, porre sulla vetta la bandiera italiana e ritornare. Il 6 febbraio del 1943 Benuzzi, con due compagni di prigionia, armato di un’attrezzatura di fortuna, come unico supporto cartografico l’immagine della montagna sull’etichetta di una scatola di carne, raggiunge la punta Lenana del Monte Kenya. Da questa avventura nascerà un libro diventato un classico della letteratura di montagna Fuga sul Kenya, pubblicato in prima edizione in inglese con il titolo No Picnic on Mount Kenya. Benuzzi, che ricoprì importanti incarichi diplomatici, si dedicò con impegno alla diffusione della sua incredibile storia in tutto il mondo. Una vicenda recentemente ripercorsa da Wu Ming1 e Roberto Santachiara nel libro Point Lenana.
L’esperienza dei prigionieri himalayani, invece, è stata affidata agli innumerevoli scritti dei protagonisti di allora; molti di loro hanno pubblicato i resoconti delle proprie avventure. Nel primo dopoguerra il Club Alpino Italiano dedica ampio spazio alle salite e alle ricognizioni da loro condotte. Nel 1950 Quirino Maffi pubblica su L'Universo, rivista dell'Istituto Geografico Militare di Firenze, il resoconto di 16 protagonisti di questa storia. Nel 2005, infine, viene presentato a Torino il documentario Prigionieri della libertà di Fredo Valla, frutto di ore di interviste ai reduci di Yol e di un viaggio a ritroso, in compagnia di Carlo Grande, sulle loro tracce. Mario Fantin, grande documentatore degli exploit nazionali sulle montagne extraeuropee, nel primo volume di Alpinismo italiano nel mondo dedica alla vicenda un capitolo specifico e lo classifica come “uno dei fenomeni più strani che la guerra abbia provocato”. Davvero una storia inconsueta che oggi, a ottant’anni di distanza, è importante ricordare.

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