Kirinyaga, il richiamo della montagna sacra

La mostra al CAM di Torino racconta l’identità kikuyu tra sacralità, memoria e dialogo culturale

Marina Maffei

Scrive da quando era al liceo, spinta da una curiosità che non ha mai smesso di farle domande. Tra studi giuridici e parole appuntate ai margini, ha capito che il… leggi tutto
  

Quando le radici affondano salde nel terreno, l’albero nasce e cresce rigoglioso, pronto ad affrontare le sfide della vita. Potrebbe essere l’esordio di una fiaba africana, non lo è, ma ben descrive lo spirito che anima la mostra Kirinyaga. Radici sacre, identità viva, inaugurata il 29 gennaio 2025 presso il CAM Cultures and Mission, polo culturale dei Missionari della Consolata, a Torino.

Allestimento della mostra Kirinyaga. Radici sacre, identità viva.
Allestimento della mostra Kirinyaga. Radici sacre, identità viva.
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Alle origini della missione

Kirinyaga è il nome con il quale i kikuyu, il gruppo etnico più numeroso del Kenya, chiamano il monte Kenya, la loro montagna sacra. È all’ombra di questa vetta – che supera i 5.000 metri ed è la seconda montagna d’Africa per altezza dopo il Kilimangiaro – che i missionari della Consolata arrivarono nel 1902 per evangelizzare le comunità che vivevano in quelle terre.

L’Istituto Missioni Consolata era stato fondato l’anno precedente, nel 1901, da padre Giuseppe Allamano, il quale era solito affermare: “Il bene deve essere sempre fatto bene e senza far rumore. Sacrifichiamoci senza far fracasso attorno a noi. L’importante non è fare molte cose, ma farle bene”. Proclamato beato nel 1990 da papa Giovanni Paolo II e canonizzato da papa Francesco nel 2024, padre Giuseppe Allamano è annoverato nel gruppo di quei santi e beati che sono conosciuti come santi sociali torinesi. E non potrebbe essere diversamente, poiché la sua vocazione sociale era nel DNA: nato a Castelnuovo Don Bosco nel 1851 in una famiglia di agricoltori molto devoti, era nipote di Giuseppe Cafasso e studiò a Valdocco, nell’oratorio di San Giovanni Bosco.

La sua missione di fede si intrecciò indissolubilmente al Santuario della Consolata, del quale fu nominato rettore nel 1880. Desideroso di portare avanti l’azione di evangelizzazione del cardinale Guglielmo Massaia, padre Giuseppe iniziò in quegli anni a dedicarsi in prima persona alla formazione di sacerdoti da inviare in terra di missione, arrivando poi a istituire nel 1910 anche una congregazione femminile, le Missionarie della Consolata.

Padre Giuseppe Allamano
Padre Giuseppe Allamano

Una mostra per i 125 anni dalla fondazione dell’Istituto Missioni Consolata

Kirinyaga. Radici sacre, identità viva è la prima mostra originale organizzata dal Comitato Scientifico del CAM, il polo nato nel 2023 per valorizzare il grande patrimonio etnografico, naturalistico e fotografico dell’Istituto Missioni Consolata. Fin dagli anni Dieci del Novecento l’Istituto ha organizzato in collezioni scientifiche gli oggetti giunti a Torino da tutto il mondo con i missionari, costruendo nel tempo un patrimonio di straordinario valore culturale e documentario. La mostra si ricollega inoltre alla tradizione e all’esperienza del Centro di Animazione Missionaria che, nella stessa sede, per quasi mezzo secolo, ha proposto attività di formazione e spiritualità missionaria.

Nel percorso espositivo – che si apre simbolicamente con il passaggio sotto i rami del fico selvatico – si possono osservare oltre un centinaio di oggetti d’uso quotidiano: utensili di lavoro, tabacchiere, “scaccia-spiriti”, armi, strumenti per la divinazione e per le cure della medicina tradizionale. A questi si affiancano le testimonianze dei missionari che negli anni hanno documentato usi e tradizioni del popolo kikuyu, oggi conosciuto grazie anche a figure come Wangari Maathai, attivista per i diritti umani, ambientalista, scienziata, accademica, politica, vincitrice del Premio Nobel per la Pace nel 2004.

Alcune immagini dell'allestimento della mostra.

Kirinyaga si propone di ricostruire pratiche di vita quotidiana, racconti, storie orali, genealogie che hanno definito l’identità kikuyu attraverso le diverse generazioni, restituendo la complessità di una cultura in continuo dialogo tra passato e presente. L’antropologa torinese Elisabetta Gatto, curatrice della mostra, spiega:

L’esposizione è un viaggio che ci porta dalle tradizioni ancestrali, che affondano nel mito delle origini, alla forza di una comunità che ha saputo dialogare con il mondo, anche resistendo alla dominazione coloniale e aprendosi all’incontro con i missionari della Consolata. Un incontro che ha generato sfide e cambiamenti, ma anche spazi di contaminazione culturale, dando vita a nuove forme di appartenenza.
Invita dunque a scoprire come le radici non siano catene che imprigionano, ma ponti che permettono di attraversare il tempo e lo spazio. Oggi, i Kikuyu vivono perlopiù in contesti urbani, ma continuano a nutrire un’identità viva, capace di confrontarsi con la modernità senza perdere il legame con Kirinyaga. Il percorso espositivo racconta la tradizione, cioè le radici, e il modo in cui questa continui a essere reinterpretata nel presente, costituendo la vera identità kikuyu. Alcuni rituali del passato, non più compatibili con il quotidiano contemporaneo, sono stati adattati, mantenendo quindi la loro forza simbolica e la capacità di dare appartenenza al gruppo.

Per la realizzazione della mostra, Gatto ha collaborato con Gloria Codello e ha potuto contare sul supporto di Mediacor, la società di comunicazione torinese che da tempo affianca il CAM nell’elaborazione culturale e nell’organizzazione di eventi.

In foto a partire da sinistra: la curatrice Elisabetta Gatto, padre Piero Demaria (missionario della Consolata e direttore del CAM) e lo storico Giorgio Demaria.
In foto a partire da sinistra: la curatrice Elisabetta Gatto, padre Piero Demaria (missionario della Consolata e direttore del CAM) e lo storico Giorgio Demaria.

Richiamo alle origini

L’oggetto più raro esposto in mostra è il Gicandi, un sonaglio di zucca riempito di semi o piccole pietre, ornato di conchiglie e istoriato con segni simbolici, di cui esistono pochi esemplari al mondo. Veniva utilizzato dai cantori per ricordare a memoria l’omonimo antico poema di enigmi in versi. Nei mercati dei villaggi, il cantastorie sfidava un avversario per dimostrare non solo chi conoscesse più strofe, ma chi fosse in grado di spiegarne meglio il significato al popolo. Lo sfidante partiva con un enigma, che l’interlocutore doveva risolvere rilanciandone un altro, finché uno dei due restava “senza parole”. “La tradizione di sfidarsi con gli indovinelli, ndai, riflette la relazione dell’individuo con il gruppo in un momento di socializzazione e di scambio che, grazie ai riferimenti alla vita quotidiana e all’ambiente, esprime la partecipazione dei singoli alla comunità”, aggiunge la curatrice.

Un raro Gicandi, strumento musicale ottenuto da una zucca incisa con segni simbolici. Veniva usata dai cantastorie nei villaggi e nei mercati per raccontare indovinelli in poesia.
Un raro Gicandi, strumento musicale ottenuto da una zucca incisa con segni simbolici. Veniva usata dai cantastorie nei villaggi e nei mercati per raccontare indovinelli in poesia.

La mostra esplora queste identità anche attraverso immagini storiche e testimonianze che narrano la relazione profonda con la terra e con gli antenati. Nella cosmologia kikuyu, Kirinyaga è infatti la dimora di Ngai, il dio creatore, e rappresenta il richiamo delle origini e il riferimento costante per la vita comunitaria e la spiritualità. Vivere sotto lo sguardo del monte significa abitare un paesaggio impregnato di sacralità, dove ogni gesto quotidiano diventa memoria, in un dialogo continuo tra esseri umani, natura e spiritualità.

L’esposizione è arricchita da un video di Diego Diaz Morales che, attraverso un dialogo tra missionari e missionarie italiani e kikuyu, compone un vero e proprio arazzo narrativo sui legami, sulle eredità e sulle trasformazioni della cultura tradizionale kikuyu nella contemporaneità.

Nel periodo dell’esposizione sono previsti numerosi eventi di approfondimento dedicati alla cultura kikuyu: dal ruolo delle donne (marzo) alla medicina tradizionale (aprile), dalla letteratura (maggio) alle arti (novembre). In ottobre è in programma un evento sul cinema e la fotografia missionaria, a partire dai materiali dell’Archivio fotografico e audiovisivo dei Missionari della Consolata restaurati dall’Archivio nazionale del Cinema di Impresa di Ivrea. Saranno anche organizzati laboratori per le scuole e visite speciali guidate in orario serale.

Il valore della narrazione orale: un uomo kikuyu racconta il mito delle origini e le favole a bambini e bambine.
Il valore della narrazione orale: un uomo kikuyu racconta il mito delle origini e le favole a bambini e bambine.

L’impegno missionario: un viaggio ininterrotto

L’impegno missionario non si è mai fermato a partire da quel lontano 1901, con mete privilegiate come il Kenya e l’Amazzonia e un approccio fortemente partecipativo alla vita delle comunità presso le quali le missioni sono state istituite. Secondo i dati più recenti, in Kenya i missionari attualmente presenti sono centosettantuno, di questi cinquantatré sono studenti. Ci sono inoltre cinquantanove case in circa trentacinque città o villaggi diversi. Elisabetta Gatto spiega:

L’approccio con cui i missionari della Consolata si accostarono a queste culture così diverse non era animato da superiorità, ma da rispetto, nei limiti della cultura dell’epoca. Non forzavano la mano facendo leva sull’essere uomini bianchi; al contrario, imparavano per primi la lingua, per farsi comprendere e comprendere a loro volta la ricchissima cultura kikuyu, dalle tradizioni molto elaborate che i missionari si guardarono dallo scardinare. Fin dal loro arrivo in Kenya, padre Giuseppe Allamano raccomandava ai suoi missionari di fare ricerche, documentare, apprendere le lingue locali e raccogliere materiale scritto e orale, con l’obiettivo di comprendere in profondità il contesto umano e sociale che li accoglieva. A Roma sono conservati circa ottomila diari di missionari che documentano questo incredibile lavoro sul campo, improntato a principi dell’inculturazione.
Donne kikuyu durante una danza.
Donne kikuyu durante una danza.

Concetto quello dell’inculturazione che in antropologia culturale indica il processo di trasmissione della cultura tra le generazioni e, nella storia delle religioni, l’adattamento del culto a contesti culturali diversi. Gatto osserva:

È un incontro tra culture differenti, in cui il Cristianesimo viene reinterpretato attraverso la lente della cultura locale, e non è quindi casuale che il primo battesimo in Kenya sia avvenuto solo tredici anni dopo l’arrivo dei missionari piemontesi. Questo fu il loro vero successo, perché non si trattò di una evangelizzazione calata dall’alto e senza rispetto.

L’antropologa ha curato, sempre per i Missionari della Consolata, anche l’allestimento del CAM e della mostra Mater Amazonia ai Musei Vaticani di Roma. Quest’ultima ha rappresentato il primo passo per attingere in modo sistematico al deposito dell’Istituto e al suo ricchissimo patrimonio di cultura materiale di popolazioni africane e amazzoniche.

Kirinyaga, il monte Kenya.
Kirinyaga, il monte Kenya.

Custodire e raccontare culture

Nel documentare la loro vita in quelle terre lontane, i missionari raccolsero una miriade di oggetti rituali, domestici e ornamentali. Quelli provenienti dalle comunità kikuyu costituirono il primo nucleo della collezione: frantoi di legno per macinare il miglio e la canna da zucchero, armi, utensili, abiti. Gran parte del materiale andò persa durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale; ciò che fu possibile salvare venne trasferito dalla Casa Madre di Torino a Cereseto Monferrato, in provincia di Alessandria. Spiega la curatrice:

In quegli anni alcuni missionari iniziarono a riunire, catalogare e organizzare quanto risparmiato dal conflitto, dando vita al primo nucleo museale. In occasione del cinquantesimo anniversario della fondazione dell’Istituto, nel 1951, a Torino fu allestita una mostra sulla cultura africana, che in seguito divenne itinerante. Da lì nacque l’esigenza di creare un vero e proprio museo missionario e fu da subito chiaro che il luogo eletto per ospitarlo dovesse essere a Torino nella Casa Madre. Così nell’antico stabile inaugurato nel 1909 e che nel 1941 era stato sequestrato dal governo italiano e trasformato in ospedale militare, una volta ristrutturato venne definitivamente destinato uno spazio per il Museo Etnografico e di Scienze Naturali Missioni Consolata con le sue collezioni che spaziavano dall’etnografia alla mineralogia, dalla zoologia alla malacologia. Il museo, a partire dal 1960, si arricchì di molti oggetti di artigianato inviati dalle missioni. Dal 1963 iniziarono anche gli acquisti diretti in Oriente, a Hong Kong, in Giappone, in India e in Marocco. Nel periodo della pandemia sono stati catalogati tutti i materiali etnografici presenti, ben diecimila oggetti, e si è deciso di ristrutturare l’edificio che li ospitava al fine di creare un polo culturale aperto alla cittadinanza valorizzandolo con un allestimento permanente e attraverso mostre temporanee specifiche.

Alcune immagini dell'allestimento della mostra.

Nel 2023 sono stati quindi inaugurati i nuovi spazi del CAM Cultures and Mission, pensati come “luogo di racconti” e “luogo di incontri”, aperto alla città e alle istituzioni culturali. A gestirli è la Fondazione Missioni Consolata Ets, che coordina una rete di uffici di cooperazione in venticinque paesi ed è editrice della rivista Missioni Consolata, punto di riferimento per chi vuole informarsi su sviluppo, cooperazione e missione nel Nord e nel Sud del mondo.

Un cammino che, partendo dalle radici, restituisce il senso profondo di un’identità viva e invita a guardare al dialogo tra culture come a uno spazio nel quale si intrecciano memoria, trasformazione e futuro.

👉In occasione dei 125 anni dalla fondazione dell’Istituto Missioni Consolata, “Kirinyaga. Radici sacre, identità viva”, in via Cialdini 4 a Torino, resterà aperta fino a novembre 2026. L’ingresso è gratuito, con prenotazione obbligatoria al numero 353 479 7232 o scrivendo a prenotazioni@cam.consolata.eu.

Bibliografia
  • Kenyatta J., Facing Mount Kenya, New York, A vintage book, 1962.
  • Id., I Kikuyu, Milano, Editrice Avanti!, 1954.
  • Maathai W., Solo il vento mi piegherà, Milano, Sperling & Kupfer, 2012.
  • Merlo Pick V., Favole kikuyu, Torino, Edizioni Missioni Consolata, 1967.
  • Id., Miti e leggende kikuyu, Torino, Edizioni Missioni Consolata, 1967.
  • Id., Ndai na Gicandi. Kikuyu Enigmas, Bologna, EMI, 1983.

SITOGRAFIA

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