Realtà, impressione, simbolo: paesaggi

La mostra “Paesaggi” al castello di Novara ci accoglie con l’immagine della pastorella di “Mezzogiorno sulle Alpi” di Segantini, 1891, Segantini Museum.

Realtà, impressione, simbolo: paesaggi

Da Migliara a Pellizza da Volpedo

Lidia Brero

Presidente della Fondazione Enrico Eandi e direttrice editoriale di Rivista Savej.

  

Questo è il titolo di una mostra al castello di Novara, molto interessante e molto curata, sull'evoluzione della pittura di paesaggio tra Piemonte e Lombardia dall’Ottocento al primo Novecento. Ne sono protagonisti alcuni dei più importanti artisti allora attivi in Italia e in Europa, ognuno con un bagaglio di formazione e studi maturato all’estero o debitore a maestri delle vicine Francia e Svizzera, ma anche di Olanda e Inghilterra. Tuttavia, possiamo parlare anche di influenze e crediti tra gli stessi artisti, che spesso si conoscono, si ritrovano e stringono amicizia formando persino gruppi o scuole.

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I pittori piemontesi

Antonio Fontanesi (1818–1882)

Per ragioni di spazio ci limiteremo a considerare in particolare i principali pittori piemontesi e iniziamo da Antonio Fontanesi, che per la verità piemontese non è perché nasce a Reggio Emilia nel 1818, ma dal 1869 per anni ricopre la cattedra di Paesaggio alla Reale Accademia Albertina di Torino.

La sua formazione è veramente europea: conosce a Ginevra Alexandre Calame, maestro di fama internazionale come paesaggista, che lo guida verso una moderna concezione del paesaggio visto dal vero e con sensibilità romantica. Nei viaggi a Parigi conosce Jean-Baptiste-Camille Corot e i pittori naturalisti di Barbizon, a Londra (1865) ammira le opere di William Turner, John Constable e Thomas Gainsborough.

A Torino realizza alcune delle sue opere più famose che certo gli procurano notorietà ma anche l’amarezza di invidie e comprensioni. La sua è una poesia del vero espressa attraverso chiaroscuri – grandi zone di ombre e di luci contrapposte – oppure particolari tonalità monocrome, secondo il modello inglese di Constable e Turner.

Una forte componente romantica segnata da un velo di malinconia anima il paesaggio di Fontanesi, e l’uomo, quando compare, pare in ascolto di una natura amica, nella cui riposata bellezza ritrova le proprie emozioni e il senso della vita e del tempo. Un esempio emblematico di tale connessione tra uomo e natura è sicuramente Il mattino.

Antonio Fontanesi,
Antonio Fontanesi, "Il mattino", 1861, Museo delle Raccolte Frugone, Genova.

Pittore scarsamente considerato dalla critica, Fontanesi è stato rivalutato anche grazie alla sua eredità. Saranno i suoi allievi come Ernesto Rayper o Lorenzo Delleani, saranno i movimenti a lui successivi come la Scuola di Rivara e lo stesso divisionismo a essergli debitori. E Pellizza da Volpedo in una lettera ad Angelo Morbelli scrive: “Fontanesi mi aiuta a trovare me stesso, che altro non sono se non un solitario amante della vergine natura selvaggia diffondentesi nella luce”.

Fontanesi mi aiuta a trovare me stesso, che altro non sono se non un solitario amante della vergine natura selvaggia diffondentesi nella luce.

Antonio Fontanesi,
Antonio Fontanesi, "Aprile. Sulle rive del lago del Bourget in Savoia", 1864, collezione privata.

Una rivoluzione

Qualcosa cambia radicalmente nella seconda metà dell'Ottocento nel campo della pittura. Dopo un secolo di dominio incontrastato, il classicismo è messo in crisi da una nuova visione del mondo della natura. Alla pennellata curata, con contorni netti dell’Accademia, si preferisce uno stile impreciso, indefinito, che non si limita a descrivere, ma suggerisce impressioni e sensazioni. E il paesaggio, che fino ad allora era stato considerato un genere inferiore in confronto ai temi sacri o storici, acquista un interesse particolare diventando oggetto di studio e sperimentazioni.

Questa rivoluzione di canoni estetici ci arriva naturalmente dalla Francia, dai pittori della cerchia di Corot e da quelli che invadevano i boschi di Barbizon e Fontainebleau con cavalletti e pennelli per fissare sulla tela, dal vero, l'incanto di quei luoghi. Fra loro c'era anche il piemontese Carlo Pittara.

La Scuola di Rivara

Tornato in Piemonte, Pittara pensa di condividere con altri amici pittori quanto ha appreso in Francia. Dal 1860, per parecchi anni, li ospita nella villa di Rivara, nel cuore del Canavese, durante i mesi in cui la natura sfoggia il fascino dei suoi colori. Certo, ha la fortuna di non conoscere gli affanni economici che tormentarono la vita di Fontanesi: la grande villa è della sorella, o meglio di suo cognato, il banchiere Carlo Ogliani; intorno vi è il parco e oltre il parco la quieta bellezza della natura canavesana. Tra gli amici pittori vi sono Vittorio Avondo, Ernesto Bertea, Federico Pastoris, il ligure Ernesto Rayper – il più innovatore – il portoghese Alfredo d’Andrade, lo spagnolo Serafin de Avedaño e altri ancora.

Ernesto Rayper,
Ernesto Rayper, "In villa", 1866, collezione privata.

I due iberici, insieme a Rayper, hanno già dato vita a Carcare, nel savonese, alla Scuola dei grigi, così detta per la predilezione del ton gris francese, peraltro impiegato anche dai macchiaioli. Gli artisti dipingono dal vero, en plein air, usando una gamma cromatica molto vivace per evidenziare gli effetti di luce; particolare poi è la tavolozza dei verdi, acidi e squillanti, che rendono più luminosi i colori del fogliame e dell’erba. Infatti si parla del “verde Rivara”, ulteriore motivo di scandalo tra le scelte “eversive” di questi giovani artisti, fieramente criticati da un pubblico conformista e soporoso.

Ma quella che viene chiamata Scuola di Rivara in realtà non fu una vera scuola, così come Carlo Pittara non ne fu il maestro. Ciò che unisce gli artisti, aldilà dell’amicizia, è soprattutto l’insofferenza per l’accademismo e una visione più realista della natura rispetto all'intonazione romantica ancora imperante. La scuola non possedeva alcun assunto programmatico, i pittori arrivavano da esperienze e formazioni diverse e ognuno seguirà una propria strada, benché le loro strade si incontrassero sovente. Carlo Pittara fu l’artista autorevole e trainante di un gruppo di innovatori che, ciascuno con un linguaggio proprio, riuscì a sprovincializzare la pittura in Italia, non solo in Piemonte.

Serafin De Avendaño,
Serafin De Avendaño, "Primavera", 1881, collezione privata.

Lorenzo Delleani (1840–1908)

Delleani si forma all’Accademia Albertina di Torino nel solco della pittura di storia, ma si avvicina al paesaggio già nei primi anni Settanta lavorando en plein air a Genova, Venezia e nei dintorni di Torino.

E se anche nelle esposizioni ufficiali si presenta come pittore di storia, genere che gli ha dato fama e gratificazione economica (il ministero di Grazia e Giustizia compra la sua tela di oltre tre metri raffigurante Caterina Grimani Dogaressa per 14.000 lire), ancor maggior successo riscuotono le sue tavolette di piccolo formato in mostra al Circolo degli Artisti di Torino nel 1880. L’apprezzamento del pubblico influisce sulle sue scelte stilistiche: i piccoli studi realizzati a pennellate veloci e dense con colori smaglianti cui si dedica dagli inizi degli anni Ottanta sanciscono la sua conversione al vero. Tra i suoi soggetti preferiti vi sono le vedute piemontesi al variare della luce, suggestiva eredità di Fontanesi.

Come pittore storico ci lascia un interessante documento di un avvenimento del suo tempo. Delleani era amico dei conti Bricherasio: Sofia Cacherano di Bricherasio era sua allieva e mecenate; il fratello Emanuele si distingueva per il suo impegno nell’emergente settore dell’industria automobilistica. Fu lui a radunare a Torino, proprio a Palazzo Bricherasio, i soci fondatori di quella società che prese il nome di FIAT. È il 1° luglio 1889 ed Emanuele, attorniato da notabili, sta firmando il documento che gli conferirà la carica di vicepresidente.

In mostra, dopo la grande tela del Lago Mucrone, scuro e profondo nel suo blu intenso, sorridono due tavolette che, con acceso cromatismo e pennellate veloci, riproducono la vivacità dei giochi infantili, le corse, i girotondi, i capitomboli: probabilmente sono state dipinte a Pollone, nel Biellese, suo paese natale, dove regolarmente l’artista tornava per ritrovare “l’incomparabile e pur familiare bellezza del luogo”.

Lorenzo Delleani,
Lorenzo Delleani, "Capitombolo", 1885, collezione privata.

Il Divisionismo

Angelo Morbelli (1853–1919)

La pittura di paesaggio resta una costante dell’opera artistica di Angelo Morbelli, sia pure accanto a quella di figura. Agli inverni milanesi trascorsi a dipingere negli stanzoni semibui del Pio Albergo Trivulzio la desolata solitudine degli anziani ospiti qui relegati, opere per cui è giustamente famoso, l’artista alterna lunghi soggiorni estivi in Piemonte, dove possiede una casa vicino a Rossignano Monferrato.

E del paesaggio monferrino Morbelli è un poeta che parla con tele piene di aria e di luce. La sua ricerca costante, il suo assillo, è infatti la resa della luce, protagonista principale di tutti i suoi quadri: indagine che lo condurrà negli anni Novanta alla tecnica divisionista.

Vi si dedica con assoluto rigore scientifico, con studi di ottica, fisica e chimica. E con risultati sorprendenti. Scopre che quei punti o trattini o filamenti di colore puro accostati a colori complementari sortiscono particolari luministici.

I riconoscimenti della critica non mancano: nel 1897 vince a Dresda la medaglia d’oro con il dipinto Per ottanta centesimi: quadro di denuncia sociale ricco di colore e di luce specchiata nell’acqua che documenta il durissimo lavoro delle mondine vercellesi curve sotto il sole, in piedi tra le zanzare nell’acqua putrida.

Profonda umanità e sensibilità sociale caratterizzano anche Giorno di festa al Pio Albergo Trivulzio, per cui vince un’altra medaglia d’oro all'Esposizione Universale di Parigi del 1900.

Per tutta la vita continuerà a sviluppare studi e sperimentazioni improntati alla resa pittorica della luce naturale. Ne sono testimonianza i quadri “gemelli” esposti alla mostra. Un interessante confronto. Le due tele presentano un analogo soggetto sia pure con qualche leggero cambiamento: una coppia di anziani vista di spalle si reca di primo mattino, passo dopo passo, alla messa domenicale.

Nella prima edizione del 1890 – Nebbia domenicale – il sole è sorto da poco e la luce dilaga sfumata sul profilo lontano delle colline e più netta sui cespugli e sulla strada disegnando con precisione il profilo dei due viandanti e allungando a terra ombre azzurrine. Nella seconda edizione del 1915 – Alba domenicale – il sole non è ancora sorto e una foschia leggera avvolge in lontananza le colline. Non è più buio ma la lieve penombra in attesa del giorno rende quasi misterioso il senso del cammino dei due personaggi. Sono passati venticinque anni tra le due opere e quest’ultima, riflesso della maturità stilistica dell’artista, è una delle prove più significative fra quelle da lui eseguite in quegli anni.

Angelo Morbelli,
Angelo Morbelli, "Nebbia domenicale", 1890, collezione privata.

Giuseppe Pellizza da Volpedo (1868–1907)

Pellizza da Volpedo non è solo l’autore del Quarto Stato, è uno dei massimi rappresentanti del divisionismo, la tecnica che scompone il colore sulla tela anziché fonderlo in un’unica pennellata.

Spirito inquieto, rigoroso, insoddisfatto della propria formazione tanto da abbandonare, deluso, prestigiose accademie di belle arti (Milano, Roma, Firenze – dove è allievo di Giovanni Fattori – Bergamo, Genova), incontra la sua autentica vocazione con l’adesione al divisionismo, che gli attira il consenso della critica e l’ammirazione di altri divisionisti. Stringe amicizia con Morbelli e soprattutto con Giovanni Segantini, che considera un maestro: in lui trova un riferimento identitario, da lui deriva valori e motivi simbolici. Ma la sua più personale e meditata espressione sta nella tematica sociale: per dieci anni e con diverse versioni elabora il suo capolavoro, Il Quarto Stato, che, esposto alla Quadriennale di Torino nel 1902, non ottiene particolari riconoscimenti, come purtroppo avviene per le opere profetiche. Sarà il tempo a decretarne il successo sino a farne oggi l’icona stessa della classe lavoratrice.

Pellizza è un artista di profonda sensibilità umana che guarda partecipe alla sofferenza degli ultimi: un esempio lo troviamo anche nella grande tela Sul fienile (1893) presente alla mostra.

Giuseppe Pellizza da Volpedo,
Giuseppe Pellizza da Volpedo, "Sul fienile", 1894, collezione privata.

In primo piano, nella semioscurità del fienile, che è proprio quello della casa paterna, giace morente un contadino a cui un sacerdote con i chierichetti ha portato il viatico. A terra sono abbandonati gli attrezzi da lavoro usati ancora in quello stesso giorno. I due chierichetti guardano timorosi; uno tiene accesa la candela, simbolo dell’eternità dell’anima,  e  quella  fiammella  è  l’unico  punto  luminoso  nell’oscurità.  La luce dilaga invece tersa e intensa sulle case e sugli alberi alle spalle dei personaggi. Luce e ombra, vita e morte: le due realtà contrapposte raccontano simbolicamente il cammino dell’esistenza. E la profonda pietà umana dell’artista conduce la narrazione in una dimensione evocativa.

Non è la verità che io debbo rappresentare nel quadro bensì la verità ideale.

In mostra vi sono anche alcune tele di puro paesaggio, a cui Pellizza si dedica in particolare negli ultimi anni della sua attività.

Giuseppe Pellizza da Volpedo,
Giuseppe Pellizza da Volpedo, "La Clementina", 1907, collezione privata.

La Clementina, ad esempio, prende il nome dalla cascina rappresentata nel dipinto, seminascosta tra gli alberi spogli dell’autunno avanzato e caldo di colori aranciati sotto il cielo rosa dell’alba. Nella sostanziale monocromia e nella diversità luminosa delle due aree in cui il grande albero in primo piano divide il paesaggio, abbracciandolo con i rami, si legge la sempre presente lezione dell’amato Fontanesi. Testimonianza di come l’eredità dell’Ottocento giunga a saldarsi con il Novecento.

👉 Si ringrazia Claudia Ratti e l'ufficio stampa Clarart per la gentile concessione delle immagini.

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