Ritratto della Signora Torelli, Segantini, 1885-1886, olio su tela.

Maria Antonietta Torriani alias la Marchesa Colombi

La prima giornalista del “Corriere della Sera”

Laureata in Scienze dei beni culturali, è una guida turistica non convenzionale, nota come La Civetta di Torino specializzata nella valorizzazione storico-artistica della città da un punto di vista insolito tombe, cimiteri, cripte e non solo.

Nel 1856 lo scrittore modenese Paolo Ferrari dava alle stampe la fortunata commedia storica in quattro atti intitolata La Satira e Parini. Tra i protagonisti spiccava il Marchese Colombi, un personaggio che fece epoca per il suo favellare spontaneo e ricco di “corbellerie e minchionerie”, stando a quanto l’erudito toscano Giuseppe Fumagalli scrisse al riguardo nel 1904. La figura bizzarra e sopra le righe del marchese catturò l’immaginazione e ispirò il nom de plume di una scrittrice piemontese ironica e schietta, passata alla storia proprio come Marchesa Colombi.

Maria Antonietta Torriani
Maria Antonietta Torriani

Gli anni d’infanzia

La Marchesa Colombi, al secolo Maria Antonietta Torriani, nacque il primo gennaio 1840 nel cuore del centro storico di Novara. Trascorse i primi venticinque anni di vita abitando sempre nella piccola Piazza delle Erbe, oggi dedicata al patriota irredentista Cesare Battisti. Su questa pittoresca piazza porticata si affacciavano la casa della famiglia Torriani, che veniva mandata avanti dalla madre, Carolina Imperatori, e la bottega di orologiaio del padre Luigi. Da qui Maria Antonietta, accompagnata dalla sorella Giuseppina di un paio di anni più grande, poteva raggiungere in un batter d’occhio il Duomo di Santa Maria Assunta e, percorrendo qualche metro in più, la Basilica di San Gaudenzio. In quella prima metà dell’Ottocento, San Gaudenzio non era ancora sormontata dall’ardita cupola, ideata dall’architetto Alessandro Antonelli, che ha reso inconfondibile lo skyline di Novara.

Novara, Piazza delle Erbe, 1903.
Novara, Piazza delle Erbe, 1903.

Nel 1841, morto prematuramente Luigi, la mamma Carolina si impiegò come maestra presso la Civica Scuola Canobiana, a cui erano iscritte anche le figlie che, in seguito, frequentarono il Civico Istituto Bellini di Arti e Mestieri. Nel 1847 Carolina rimase incinta e si risolse a sposare il settantenne Martino Moschini. Era questi un amico di famiglia, nonché il padrino della primogenita Giuseppina. L’uomo riconobbe il bambino, nato dopo venti giorni dalle nozze e battezzato con il nome di Tomaso Giuseppe. Il matrimonio non fu di lunga durata. Carolina morì nel 1853 e il Moschini si trovò a dover tirare su i tre ragazzi con l’aiuto di alcune vecchie parenti totone, le classiche zitellone della tradizione piemontese.

“Non si doveva pensare ad altro che a diventare donne di casa, buone massaie […]. Se poi ci mettevamo a leggere, le zie esclamavano spaurite:
— Per carità! Che non avessero a credersi dottoresse —
Erano persuase che tutti i guai, tutte le miserie dell’umanità, derivassero dalla lettura, specialmente per le donne, e dicevano con un risentimento pieno di convinzione:
— Ah! quei maledetti libri! — Tanto, che noi si pensava sovente, perché ci avessero fatto imparare a leggere”.
Marchesa Colombi, “I ragazzi di una volta e i ragazzi di adesso”, 1888

Il destino di una ragazza

Martino Moschini era un chimico e possidente. Apparteneva alla piccola borghesia ed era perciò benestante, ma conduceva uno stile di vita parsimonioso e austero. Pur essendo buono di carattere, era anziano (le figliastre lo chiamavano “il nonno”) e foriero di una mentalità antiquata e ottusa, specchio dell’educazione impartitagli alla fine del Settecento. Era ovvio che il figlio maschio Tomaso Giuseppe avrebbe ereditato un giorno tutti i beni paterni, mentre Giuseppina e Maria Antonietta erano destinate a diventare mogli, madri e massaie perfette. Una donna non poteva pretendere di più, era stabilito dall’ordine naturale delle cose. La mente femminile, più sensibile e instabile rispetto a quella maschile, non era in grado di sostenere grandi sforzi, né di formulare pensieri razionali e aveva bisogno di essere guidata. Questa concezione dell’intelligenza femminile era confermata anche dal sistema giuridico in vigore: la Legge Casati del 1859 escludeva le donne dall’istruzione superiore e il Codice Pisanelli del 1865, il primo Codice Civile dell’Italia unita, stabiliva che una donna non poteva fare nulla senza l’autorizzazione maritale.

“E’ difficile immaginare una gioventù più monotona, più squallida, più destituita d’ogni gioia della mia. Ripensandoci, dopo tanti e tanti anni, risento ancora l’immensa uggia di quella calma morta che durava, durava inalterabile, tutto il lungo periodo di tempo, da cui erano separati i pochissimi avvenimenti della nostra famiglia”.
Marchesa Colombi, “Un matrimonio in provincia”, 1878

Anticonformista dalla nascita

In casa Moschini, l’ambiente domestico era chiuso e privo di stimoli. L’unica occasione di svago erano le visite nella campagna dei dintorni di Novara, dove il patrigno possedeva alcuni terreni tra Galliate, Pernate e Cerano. Giuseppina non si sentiva in trappola, anzi, si conformò senza batter ciglio ai dettami educativi del patrigno e nel 1862 convolò a nozze. Invece a Maria Antonietta, di indole indomita e intraprendente, quel mondo stava stretto e l’omologazione era fuori discussione.

Panoramica di Milano nella seconda metà dell’Ottocento.
Panoramica di Milano nella seconda metà dell’Ottocento.

Quando nel 1865 il Moschini passò a miglior vita, Maria Antonietta era piuttosto matura, dato che aveva già venticinque anni. Davanti a lei si stagliavano gli accessi alle uniche tre vie possibili che una ragazza nella sua situazione poteva intraprendere secondo le convenzioni dell’epoca: un matrimonio di comodo, una vita da nubile votata all’accudimento del fratello oppure la monacazione. Insomma, le prospettive non erano poi così accattivanti. Alla ragazza non restava altro che rompere gli schemi. Ottenuto il lascito ereditario che le spettava, fece le valigie e partì alla volta di Milano. Nel 1869 la giovane donna risultava già residente nella città meneghina e attiva nel campo del giornalismo. Ma non avrebbe mai dimenticato quegli anni. Novara e l’esperienza giovanile costituirono sempre due importanti fonti d’ispirazione.

Il sogno di una giornalista

Lettura e scrittura erano state per la Torriani gli unici strumenti di evasione e, allo stesso tempo, di formazione nel periodo novarese. Nella sua stanza in Piazza delle Erbe maturò l’idea di vivere della propria penna, senza dover dipendere da nessuno. Non si trattava di un sogno, ma di un obiettivo concreto che coltivò non appena arrivata a Milano. Qui esordì nel panorama letterario scrivendo per le riviste Il Passatempo. Letture mensili per famiglie e La Donna. Fu l’inizio di una lunga e brillante carriera che la portò a collaborare con tanti altri giornali: Fanfulla, Gazzetta del Popolo, L’Illustrazione Italiana, La domenica letteraria, Museo di famiglia, Giornale dei bambini sono solo alcune testate. La sua produzione giornalistica era variegata, spaziava dai racconti alle poesie, dagli articoli di critica letteraria a quelli di costume fino alle recensioni.

Particolare della rivista “La Donna”.
Particolare della rivista “La Donna”.

Parole di donna

Dagli anni ’70 dell’Ottocento la Torriani andò ad affiancare all’attività giornalistica anche quella narrativa, arrivando a pubblicare in volume oltre quaranta opere tra romanzi, raccolte di racconti, favole per bambini (In risaia. Racconto di Natale, 1877, Serate d’inverno, 1879, I bambini per bene a casa e a scuola, 1884, I ragazzi d’una volta e i ragazzi di adesso, 1888, Cara Speranza, 1888, Le gioie degli altri, 1900) e addirittura melodrammi (La creola e Il violino di Cremona, 1888). I suoi maggiori successi furono il galateo La gente per bene. Leggi di convenienza sociale, che raggiunse ben ventisette edizioni tra 1877 e 1901, e il romanzo Un matrimonio in provincia del 1885, considerato la sua opera più autobiografica. Fu tradotto in varie lingue e nel 1980 fu tratto da esso anche uno sceneggiato per la televisione. Colonne portanti del lavoro della scrittrice erano lo stile ironico, usato per scardinare le consuetudini della sua epoca e che può ricordare la britannica Jane Austen; la predilezione per le tematiche veriste riguardanti la condizione femminile e la volontà di contribuire con i suoi scritti alla costruzione nelle donne di una coscienza basata sulla dignità e sulla consapevolezza di sé.

Copertina e frontespizio di “Un matrimonio in provincia” della Marchesa Colombi.
Copertina e frontespizio di “Un matrimonio in provincia”.

Una femminista ante litteram

Nella primavera del 1870, Maria Antonietta Torriani conobbe a una conferenza la protofemminista Anna Maria Mozzoni, con la quale condivideva gli ideali di emancipazione femminile fondati sull’importanza per le donne di avere accesso a una buona istruzione, al pari degli uomini.

Anna Maria Mozzoni
Anna Maria Mozzoni

Le due diventarono subito amiche e si attivarono, insieme ad altri liberi pensatori, per dar vita a un liceo femminile che sarebbe stato intitolato alla matematica illuminista Maria Gaetana Agnesi. La Mozzoni vi avrebbe insegnato diritto e filosofia, mentre la Torriani avrebbe tenuto la cattedra di letteratura. Varato nel novembre del 1870 presso il Giardino d’Infanzia di Milano, il progetto pionieristico naufragò dopo pochissimo tempo. Le due donne non si diedero per vinte e proseguirono con la loro opera di sensibilizzazione. Viaggiando da sole in treno su vagoni di terza classe, nel 1871 tennero una serie di conferenze tra Genova, Firenze e Bologna, che portarono la Torriani a pubblicare il saggio Della letteratura nell’educazione femminile e a ricevere l’ammirazione di vari intellettuali di spicco: Francesco Dall’Ongaro, Enrico Panzacchi e Giosuè Carducci. Quest’ultimo in particolare, sensibile al fascino femminile nonostante la professata misoginia, dedicò alla scrittrice la poesia Autunno romantico inserita nella raccolta Rime nuove del 1906.

Sposa attempata

Un’altra figura cardine nella vita della Torriani fu il giornalista napoletano Eugenio Torelli Violler. Non si sa con esattezza quando e come si conobbero, forse per corrispondenza. Si suppone che lui possa essere stato il fautore del trasferimento a Milano di Maria Antonietta. I due si sposarono il 30 ottobre 1875, lei vestita con un abito rosa. Nei documenti matrimoniali la scrittrice risulta nata nel 1846, data che compare in diverse note biografiche che la riguardano. Si tratta di un errore di scrittura oppure fu lei stessa a togliersi qualche anno? Dopotutto, Eugenio era più giovane e magari Maria Antonietta non voleva che si diffondessero pettegolezzi…

Eugenio Torelli Violler
Eugenio Torelli Violler

L’anno successivo al matrimonio, il 5 marzo 1876, uscì il primo numero del Corriere della Sera. Il giornale, fondato dal Torelli Violler, annoverò come prima giornalista donna proprio la neosposa, che ormai aveva deciso di firmare i suoi scritti con lo pseudonimo di Marchesa Colombi. Anche la carta da lettere che Maria Antonietta utilizzava riprendeva questo soprannome nell’intestazione, su cui erano raffigurate due colombe sormontate dalla corona. La coppia condivideva la passione per la letteratura e l’attitudine alla riservatezza, che teneva i coniugi lontani dalla mondanità, ma non impediva loro di frequentare i salotti intellettuali in cui erano molto richiesti e dove potevano confrontarsi con artisti come Giovanni Segantini o scrittori del calibro di Giuseppe Verga.

Prima pagina del
Prima pagina del "Corriere della Sera" del 5 marzo 1876.

Malelingue

Purtroppo, l’unione non fu duratura e al suo collasso contribuirono delle dinamiche famigliari nelle quali non è mai stata fatta del tutto chiarezza. Con i coniugi, senza figli, vivevano anche la sorellastra di Eugenio, Teresa Tohuroude, ed Eva Benetti, che era andata ad abitare con la zia Maria Antonietta dopo la morte della madre Giuseppina. La Torriani e la cognata non andavano d’accordo e si scontravano spesso dando vita a liti furibonde. A questa situazione piuttosto tesa, si aggiunse il suicidio di Eva, che il 23 aprile 1886 si gettò da una finestra. Si iniziò a mormorare di un interesse troppo accentuato dello zio nei confronti della nipote e di folli scenate di gelosia di Maria Antonietta. Il Corriere della Sera mise a tacere le illazioni affermando che il gesto della ragazza fu il risultato di una profonda malattia depressiva. Due anni dopo la tragedia, la Torriani e il marito erano separati.

La Marchesa Colombi continuò la sua attività di giornalista e autrice, ma all’inizio del Novecento decise di ritirarsi dalla vita pubblica. Anelava alla tranquillità per curare i suoi disturbi nervosi e per dedicarsi alle opere di bene, ai viaggi e alle passeggiate in montagna. Tuttavia, restò sempre aggiornata sui fatti contemporanei, facendo valere la sua opinione autorevole: nel 1905 divenne la paladina delle servette con la redazione della sua Lettera aperta a Matilde Serao, pubblicata su La Stampa in risposta ad un articolo denigratorio della scrittrice.

Prima edizione Einaudi di “Un matrimonio in provincia” della Marchesa Colombi
Prima edizione Einaudi di “Un matrimonio in provincia”, collana Centopagine, 1973.

La riscoperta

Lasciata Milano, culla di successi e dolori, Maria Antonietta ritornò in Piemonte. Si stabilì a Torino e comprò anche una villa a Cumiana per stare vicino al fratello Tomaso e ai nipoti, per i quali lei non era la Marchesa Colombi, ma soltanto la zia Relli. Si spense il 24 marzo 1920 e, dopo un lungo periodo di oblio, la Marchesa Colombi è stata riscoperta grazie a Natalia Ginzburg e a Italo Calvino. Nel 1973 furono loro a inserire Un matrimonio in provincia nella collana Centopagine dell’editore Einaudi, definendo la Torriani “un’autrice che sa farsi ascoltare qualsiasi cosa racconti”, tra le più significative e originali nel panorama letterario italiano dell’Ottocento. Non solo scrittrice e giornalista, la Marchesa Colombi fu una donna che lottò per le donne e che visse la sua vita senza mai scendere a compromessi. Fino alla fine battagliera e brillante, anticonformista e… libera.

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Bibliografia

  • AA. VV., La Marchesa Colombi: una scrittrice e il suo tempo. Atti del convegno internazionale (Novara, 26 maggio 2000), Novara, Interlinea 2001.
  • Benatti S., La Marchesa Colombi. Una scrittrice nella Novara dell’800, Novara, Interlinea, 2014.
  • Genevois E., La gente per bene o la nascita della Marchesa Colombi, in Marchesa Colombi, La gente per bene. Galateo, Novara, Interlinea, 2007.
  • Marchesa Colombi, Un matrimonio in provincia, Milano, Galli, 1885.
  • Marchesa Colombi, In risaia. Racconto di Natale, Milano, Treves, 1877.
  • Marchesa Colombi, La gente per bene, Torino, Giornale delle donne, 1877.
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